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venerdì 17 marzo 2017

Una storia italiana (dieci anni di Mps dall'acquisto di Antonveneta)

Pare che - dopo qualche settimana di incomprensioni - finalmente la BCE abbia abbassato le proprie pretese su Montepaschi (ricapitalizzazione da 6 miliardi e mezzo invece che quasi 9) al fine di rendere l'intervento statale compatibile, secondo la visione della Commissione, con le norme sugli Aiuti di Stato. Siccome nulla è gratis, il minor apporto di risorse statali dovrebbe essere controbilanciato da una significativa riduzione degli attivi di Mps, riduzione che si traduce - ovviamente - anche nel ridimensionamento della rete e, dunque, del numero dei lavoratori.
I possibili esuberi sono stimati addirittura in 5.000.
Questa "cura dimagrante", tra l'altro, sarebbe funzionale alla successiva cessione del Monte dallo Stato ai privati (altro dogma della Commissione UE, soprattutto in caso di banche del Sud Europa), sia che del Monte si faccia uno spezzatino, sia che qualche grande player non ne acquisisca la totalità (cosa che, peraltro, a mio avviso, è assai poco probabile).
In ogni caso, cinquecento anni di storia di chiudono qui, dopo dieci anni di patimenti.
In Parlamento sono state presentate alcune proposte per la costituzione di una Commissione di inchiesta sul sistema bancario italiano in generale e su Mps in particolare. A mio avviso, c'è poco ancora da scoprire (a meno di non far finta di non vedere).
Qui di seguito i fatti, come li conosce - o li dovrebbe conoscere - il pubblico.

ANTEFATTO 1: IL RISIKO BANCARIO

Negli anni Novanta l'Italia, soprattutto sotto la spinta della sempre più massiccia legislazione di origine comunitaria (Testo Unico Bancario e Testo Unico della Finanza) e interna (p.e. Decreto delegato sulle fondazioni bancarie), la crescente volontà dei governi di dismettere l'ingente patrimonio industriale pubblico, la forzata integrazione dei sistemi finanziari dei Paesi dell'Euro, si pongono le basi per il successivo lustro di risiko bancario (che culmina con le fusioni fra Intesa e Sanpaolo nel 2006 e fra Capitalia e Unicredit nel 2007), spinto anche - evidentemente - dalla bolla speculativa che esploderà con gli esiti che sappiamo in USA con la crisi dei subprime.
È in questo clima che - siamo nella primavera del 2005 - si sovrappongono alcuni fatti che avranno conseguenze pesantissime per tutto il Paese: (i) la banca spagnola BBVA, che possiede il 15% di BNL (che controlla, in patto di sindacato con Della Valle e Generali), lancia un'Ops sulla banca romana; (ii) ABN Amro - che l'anno precedente era salita al 20% di Antonveneta - lancia l'Opa su BAV; (iii) Banca Popolare di Lodi, che detiene il 15% di Antonveneta, lancia un'Offerta pubblica di scambio su Antonveneta in concorrenza con quella di ABN Amro; (iv) a luglio Unipol lancia un'Opa su BNL, in concorrenza con l'Ops di BBVA.
In sostanza: i colossi stranieri cercano di fare shopping in Italia, alcuni player del nostro Paese cercano, sia pure con limitate munizioni, di opporsi. Il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, cerca di aiutare - per quanto di sua competenza - le imprese nazionali, in oggettiva difficoltà (la Popolare di Lodi è più piccola di Antonveneta, che vorrebbe acquistare; Unipol è una società di assicurazioni, e per di più cooperativa); D'Alema - sebbene a posteriori smentirà - vede con favore l'attivismo di Fazio (Gnutti è uno dei "capitani coraggiosi"), il resto dei DS - di comprovata fede europeista (Amato, Visco) - no; Berlusconi, come di consueto, non sa che pesci prendere.
Come di consueto, la situazione è risolta dalle Autorità sedicenti indipendenti e dalla magistratura, ovviamente a favore dei concorrenti stranieri.
Fiorani, che al timone della Popolare di Lodi è riuscito a rastrellare la maggioranza assoluta di BAV insieme a Unipol, a Hopa ed a quelli che sono poi passati alla storia come "furbetti del quartierino", viene prima obbligato a un'impossibile Opa su Antonveneta, quindi è iscritto nel registro degli indagati insieme a Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte e tutta la compagnia per aggiotaggio (avrebbero fatto salire i titoli di BAV sopra il valore di Opa di ABN) e svariati reati societari (connessi al ruolo di Fiorani in BPL). Nell'estate del 2005, la solerte procura di Milano sequestra le azioni di BAV detenute dagli indagati, poi - accusandolo addirittura di associazione a delinquere - arresta Fiorani. Come si sul dire, "l'inchiesta si allarga", fino a dicembre 2005 quando si dimette Antonio Fazio. Il tutto si è poi risolto nel 2012 in Cassazione: Fazio è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione e Fiorani a un anno, per i reati di aggiotaggio, appropriazione indebita e ostacolo all'autorità di vigilanza (non per associazione a delinquere).
Comunque, questo non è importante, perché il risultato è raggiunto: il 3 gennaio 2006, "a seguito dell'acquisto del 25,9% del capitale precedentemente in mano a lodi, ABN Amro acquisisce definitivamente il controllo di Antonveneta arrivando al 55,8% del capitale e si prepara a lanciare entro il mese l'OPA obbligatoria sull'intero flottante dell'istituto di credito alle stesse condizioni dell'offerta promossa nel luglio precedente, andata deserta per l'opposizione della Popolare di Lodi e dei suoi alleati di allora" (cfr. Wikipedia; ABN Amro spende 8 miliardi di Euro).
Veniamo a BNL. Unipol, il 18 luglio 2005, acquista il pacchetto azionario di Caltagirone e degli altri "immobiliaristi" e lancia un'Opa da quasi 5 miliardi di Euro, cui pochi giorni dopo aderisce anche il BBVA (è il famoso: "abbiamo una banca!"). Il 23 settembre, però, Consorte è sentito in Procura a Roma. A fine anno è indagato insieme ai suoi collaboratori, agli "immobiliaristi" (con cui avrebbe concluso - con gli auspici del governatore della Banca d'Italia, per dirla con la sentenza di primo grado - un Patto di sindacato non dichiarato, volto a non aderire all'Ops di BBVA e cedere a Unipol le azioni detenute), a Fiorani (che gli avrebbe reso in BNL il favore prestatogli in Antonveneta), a Fazio. Andranno tutti assolti.
Comunque Banca d'Italia, tolto di mezzo per via giudiziaria Fazio, blocca l'Opa il 3 febbraio 2006: lo stesso giorno, ma sarà un caso, BNP Paribas rileva il 48% di BNL e lancia l'Opa definitiva. BBVA (la banca "laica" di Spagna, rispetto al Santander "banca cattolica": ricorderete Mussari in pole position per la guida dello IOR) lascia il mercato italiano.

ANTEFATTO 2: LA BELLA DI CAMPIGLIA

A inizio del nuovo Millennio, come detto, inizia il risiko bancario. Il Pds, in particolare D'Alema, Visco, Amato (all'epoca Ministro del Tesoro), spingono per un'aggregazione fra Mps e BNL. L'allora sindaco di Siena Pierluigi Piccini dice di aver incontrato proprio D'Alema nell'estate del 2000 e di aver avuto "scontri molto duri" sulla questione con Antonio Fazio. Piccini è infatti fautore di "un progetto alternativo di natura aggregante... elaborato assieme a Goldman Sachs, secondo cui Mps avrebbe potuto essere un polo di attrazione per istituti medio-piccoli a forte vocazione locale che avrebbe consentito a Siena di ampliare la propria rete commerciale su tutto il territorio nazionale, un modello molto simile a quello di alcune grandi casse di risparmio tedesche". In questo modo, il controllo sarebbe rimasto a Siena, non a Roma.
È patrimonio comune, a Siena, che il famoso "Decreto Visco" (Ministro del Tesoro, Giuliano Amato presidente del consiglio) sia stato poi emesso ad personam, come ritorsione volta ad evitare l'elezione del medesimo Piccini a Presidente della Fondazione Mps. Al suo posto va Giuseppe Mussari, che insieme a Ceccherini e Ceccuzzi rappresenta l'ala meno senese-centrica del partito. Mussari, però, è a suo modo un personaggio shakespeariano ed agisce in modo meno lineare del previsto.
Ora, riguardo a come siano andate le cose, circolano due versioni.
La prima (tesi "Piccini"). Al contrario di quanto ci si attende, Mussari in sostanza non persegue una fusione che avrebbe fatto perdere alla Fondazione Mps la maggioranza assoluta del nuovo Istituto e sfrutta abilmente le resistenze del management di BNL per far naufragare, a fine 2002, qualsiasi possibile integrazione. La stessa volontà di preservazione della "senesità" di Mps lo porta a negare aiuto a Unipol nella scalata del 2005 a BNL (una ricostruzione a mio avviso buona di quel progetto si trova qui).
La seconda (tesi "Bassanini"). I vertici della Fondazione raggiungono un accordo con BNL e con il BBVA, secondo cui prima Mps si sarebbe fusa con BNL, in modo da far scendere il BBVA al 18% della "nuova" Mps e la Fondazione a circa il 35%, quindi la "nuova" Mps si sarebbe addirittura fusa con lo stesso BBVA, creando un gruppo mondiale di cui la Fondazione Mps sarebbe stata il primo azionista con circa il 9% (per una ricostruzione che armonizza le due in un pastiche incredibilmente tendenzioso, v. qui). Di contro, Mussari e Ceccuzzi - nel frattempo meno dalemiani e più veltroniani (Veltroni nel 2007 diviene il primo segretario del PD) - si opposero fortemente a fare i "portatori d'acqua", come si disse, alla finanza (rossa sì, ma) bolognese, arrivando addirittura a non far vendere a Consorte la quota di Mps in BNL.
Non ho informazioni in materia, ma la seconda tesi mi sembra assai più verosimile.
Dunque, niente BNL e niente BBVA.
Ecco allora che sembra entrare in gioco il Sanpaolo di Torino. Tutti gli ingredienti di un matrimonio ben riuscito ci sono: scarsa sovrapposizione territoriale, stesse "simpatie" politiche, necessità impellenti di rafforzamento (come detto sopra, Santander era un "socio scomodo" di Torino), addirittura lo stesso avvocato. Se ne parla e, secondo alcune fonti giornalistiche, si raggiunge anche un accordo. "D'Alema va in vacanza sicuro" dell'operazione. Poi, di colpo, tutto cambia e Sanpaolo si accasa da Intesa. Grandi architetti dell'operazione: Prodi, Guzzetti e Bazoli. Finanza cattolica 1, Finanza rossa 0. E palla al centro.
Montepaschi resta sola, come la Bella di Campiglia. In attesa del Santander, il suo Galeotto. Da quel giorno più non vi lesse innante.

LA VICENDA MPS

L'8 novembre 2007 Mps dà l'annuncio dell'acquisto di Antonveneta, da Santander. per 9 miliardi di Euro.
Il prezzo appare immediatamente eccessivo, nel senso che incorpora - secondo le stesse ricostruzioni dell'Istituto acquirente - la massima estrazione di valore possibile dall'acquisizione anche in termini di sinergie ed efficientamento di procedure. In borsa - anche in considerazione del fatto che Santander aveva pagato la banca italiana, allora di proprietà di ABN Amro 6,6 miliardi di Euro a maggiore dello stesso anno - Mps perde l'11% in una seduta.
Come spesso accade in queste circostanze, i numeri riportati nei comunicati, sulla stampa, dagli analisti, non sono del tutto perspicui.
Intanto, va chiarita la significativa differenza fra il "prezzo" di acquisto di BAV e "l'esborso" monetario di Mps, pari a circa 17 miliardi di Euro. Infatti, ai citati 9 miliardi di Euro si devono aggiungere quasi 1 miliardo tra interessi e commissioni relativi all'operazione, e la sostituzione con linee di credito proprie dei finanziamenti da cpl. 7,5 miliardi che Santander aveva accordato ad Antonveneta per migliorarne la liquidità. Tra il 30 maggio 2008 (data del perfezionamento dell'accordo fra le parti) e il 30 aprile 2009, partono da siena 8 bonifici, di cui uno da 9,3 miliardi di Euro a favore di ABN Amro, 5 per oltre 5,2 miliardi di Euro a favore di Santander, infine 2 - uno da 2 miliardi e mezzo, l'altro da 123 milioni - alla Abbey National Treasury Service di Londra (una controllata di Santander). Il perché di quest'ultima scelta resta ancora, diciamo, un mistero. Non è un mistero, invece, che Botin avrebbe riferito ai membri del proprio C.d.A. di aver avuto la netta sensazione che Mussari non avesse la più pallida idea dei debiti di Antonveneta nei confronti della propria controllante.
Ugualmente, è errato dire che Santander ha comprato BAV da ABN Amro a 6,6 miliardi di Euro: in primo luogo, perché si tratta di un valore contabile, più che di una transazione; secondariamente, perché in realtà a quella data Santander non aveva comprato alcunché. La vicenda è illuminante del modo di fare banca dell'epoca. ABN Amro è una delle prime vittime illustri della crisi, tanto da giungere, nella primavera del 2007, sull'orlo del fallimento: si sfidano allora per rilevarne gli asset Barclays da una parte e un consorzio formato da RBS, Santander (interessato alle attività brasiliane del colosso olandese) e Fortis (interessato alle attività in Belgio e Olanda) dall'altro. Il consorzio vince, grazie a un'offerta da 71 miliardi di Euro, di cui quasi il 28%, cioè quasi 20 miliardi, a carico di Santander. Di questi, 6,6 miliardi sono contabilizzati nei libri della banca iberica come afferenti l'acquisto di Antonveneta, ma solo a fini di bilancio.
La peculiarità di quella che fu definita "l'Opa del secolo" è che, tuttavia, nessuno degli acquirenti aveva il becco di un quattrino: RBS, che finanzia a debito l'operazione pur in un contesto di altissimo rischio di liquidità (Rutigliano, L'analisi del bilancio delle banche, Milano, 2012, 228), a seguito del blocco dell'interbancario connesso con il fallimento di Lehman Brothers deve essere salvata dal governo del Regno Unito (tra fine 2008 e 2009, ma con riflessi persistenti ancora oggi); Fortis va in crisi di liquidità ancora prima, a settembre 2008, dopo che alcuni tentativi di acquisto-salvataggio si scontrano con 40 miliardi di crediti a rischio (subprime, derivati, commercial paper), e viene smembrata, in modo che le attività olandesi sono acquistate dallo Stato de L'Aja (il quale le riporta sotto il brand di ABN, che dunque come un'araba fenice rivive sotto il controllo statale, tuttora in essere). Santander, invece, si salva con una serie di operazioni ai limiti dell'incredibile: (1) enorme plusvalenza su una piccola partecipazione in Sanpaolo (quasi 600 milioni); (2) furto con destrezza ai danni dei risparmiatori spagnoli (un convertendo da 7 miliardi di Euro che alla data di conversione, nel 2012, aveva perso metà del suo valore: Santander è stata condannata a pagare 17 milioni di Euro per condotta fraudolenta); (3) vendita a prezzi da capogiro di BAV (Mps versa diretta a ABN Amro i 9 miliardi del prezzo, alleviando così della metà il peso dell'acquisto della banca olandese che Santander avrebbe dovuto sostenere).
Perché Mussari fa questo? Perché la Banca d'Italia, con a capo Draghi e Anna Maria Tarantola, non obietta nulla?
1) Perché o Mps cresce dimensionalmente o è un pesce abbastanza piccolo da essere mangiato dalle grandi banche europee (il Titanic del sistema finanziario globale è pronto per affondare, ma nel 2007 l'orchestrina sul ponte suona ancora a tutto volume). E questo, a Siena, ma anche in certi ambienti del PD romano, non si vuole permetterlo.
2) Perché all'interesse di Siena si aggiunge l'interesse di Madrid (che vuole togliersi di torno una banca che, già si sa, non brilla per qualità del credito). E Botin andava pure indennizzato, in qualche modo, delle porte in faccia appena ricevute in Sanpaolo.

Interludio 1. Commenti preveggenti.
Prodi: "La cosa in sé della creazione del terzo gruppo bancario italiano è certamente da vedere con occhio positivo. Dal punto di vista strategico ne ho un'impressione positiva".
Ceccuzzi: "Antonveneta? Un capolavoro della banca senese, che è sempre più solida".
Cenni: "Si tratta di una grandissima operazione che fa crescere la banca. Un'operazione fatta senza rumors e senza clamore, nello stile di Montepaschi".
Claudio Martini: "Questa acquisizione fa del Monte una delle principali realtà bancarie del Paese e consentirà di svolgere un ruolo ancora più importante a sostegno della crescita dell'economia toscana e nazionale".
A posteriori, il prof. Di Tanno, allora presidente del Collegio Sindacale di Mps, dichiarò che Antonveneta valeva meno di 2 miliardi e mezzo di Euro e che Mps aveva comprato un Istituto senza alcuna seria due diligence.

A maggio 2008, cioè alla vigilia dell'alluvione di bonifici a favore di Santander, Mps lancia con successo: (i) un aumento di capitale da quasi 5 miliardi, di cui la Fondazione Mps sottoscrive quasi 2 miliardi e 900 milioni di Euro; (ii) un ulteriore aumento di capitale, da 950 milioni, sottoscritto da JP Morgan, a servizio di un convertibile da 1 miliardo, emesso da Bank of New York, noto come Fresh (Fmps se ne assicurerà 490 milioni tramite tre derivati); (iii) un subordinato upper tier 2 da 2 miliardi collocato alla clientela retail (di cui parleremo).
Il Fresh è uno strumento molto complicato, che però ha il vantaggio di raccogliere denaro sul mercato considerandolo capitale proprio (come le azioni) ma senza diluire, almeno nell'immediato, i soci attuali dell'Istituto (si tratta di una specie di coco bond, come quelli emessi da Unicredit, Deutsche Bank e... Santander). Sia come sia, la Vigilanza richiede espressamente a Mps, sin dall'emissione, di assicurare che le relative strutture contrattuali siano coerenti con la natura di "qualità primaria" assegnata allo strumento e di garantire il pieno trasferimento a terzi del rischio di impresa: a tale fine, il regolamento del bond prevede che non siano pagate le cedole in caso di perdita d'esercizio e poi, dopo le modifiche del 2009 volute da Banca d'Italia, anche in caso di utile non distribuito. Qui, però, nasce l'inghippo, perché pare che - senza dire nulla alla Vigilanza - Mps sottoscriva tre side letter le quali, di fatto, garantiscono in ogni caso il pagamento delle cedole a favore di JP Morgan, Bank of New York e alcuni fondi. Inoltre, per non far scattare la clausola, Mps distribuisce, a valore sul bilancio 2009, soltanto un misero centesimo a ciascuna delle azioni di risparmio: a fronte di poche centinaia di migliaia di Euro di dividendi, si legittima il pagamento di decine di milioni. Attenzione, perché quel bilancio chiude in utile grazie ad alcuni artifici di cui parleremo in seguito.
Metà del Fresh è sottoscritto dalla Fondazione.
Anche in questo caso, è interessante (rispetto a quello che si dirà in seguito) notare come: non direttamente, bensì mediante tre swap che, in sostanza (essendovi il tacito accordo fra le parti di regolare il derivato mediante consegna fisica dei titoli e non per cash settlement), si risolvono in un acquisto tramite finanziamento (la banca B acquista fisicamente il titolo; B e la fondazione F concludono un total return swap; in base allo swap: (i) B si impegna a cedere il titolo a F, a una certa data, al suo prezzo di acquisto, e - correlativamente - F si impegna a comprare; (ii) B gira sin dal principio le cedole del Fresh, incassate in quanto proprietario del bond, a F; (iii) F, fino ad acquisto del bond, paga un certo tasso di interesse fisso a B calcolato sul nominale del Fresh stesso).
Ma la Fondazione sottoscrive anche metà dell'aumento di capitale.
Per fare questo liquida quasi per intero le proprie gestioni patrimoniali esterne (circa 3 miliardi) e concentra - con un'interpretazione un po' eccentrica dei principi di "sana e prudente gestione" e di "diversificazione del patrimonio", previsti dalla normativa di settore - la maggior parte delle proprie risorse nella sola Banca Mps.
Si tratta di un passaggio molto importante, che rappresenta la genesi delle successive difficoltà della Fondazione Mps in particolare e della città di Siena in generale. Non a caso, ecco cosa dice il Comunicato della stessa Fondazione del 18 luglio 2014, "la Deputazione Generale... ha esaminato il parere reso dal prof. Giorgio De Nova..., [che], esclusa la sussistenza di altri profili di responsabilità, si esprime per la sussistenza di profili di responsabilità in capo ai componenti degli Organi della Fondazione e a terzi connessi all'adesione della Fondazione agli aumenti di capitale... del 2008 funzionali al reperimento dei fondi necessari per l’acquisizione... di Antonveneta. Ad esito della riunione la Deputazione Generale ha ritenuto sussistere i presupposti per l'esercizio dell'azione di responsabilità con riferimento all'operazione esaminata a carico dei componenti della Deputazione Amministratrice allora in carica e degli advisor che hanno rilasciato la fairness opinion sul prezzo di acquisto di... Antonveneta".

Il 15 settembre 2008 fallisce Lehman Brothers e il mondo (non solo finanziario) cambia.

Ad aprile 2009 Mps - il cui capitale in rapporto alle attività ponderate per il rischio si è ridotto al di sotto dei limiti previsti dall'Autorità di vigilanza, stante l'incremento delle attività derivante dall'acquisizione di BAV, non adeguatamente compensate da operazioni di rafforzamento patrimoniale (sull'aggregato, infatti, influiva negativamente il significativo avviamento - cioè la quota-prezzo pagata a fronte di nulla - derivante dall'operazione di acquisto di BAV, circa 6 miliardi, oltre che il filtro prudenziale del 50% posto da Banca d’Italia sul beneficio fiscale netto iscritto a conto economico derivante dal trattamento contabile dell’imposta sostitutiva per l’affrancamento fiscale dell’avviamento medesimo, delicato regalo del governo Berlusconi) - annuncia di voler richiedere i c.d. "Tremonti bond" per 1 miliardo e 900 milioni (Banco Popolare ne richiederà 1 miliardo e 450 milioni; Banca Popolare di Milano 500 milioni; Credito Valtellinese 200 milioni). Costo dell'operazione stimato: 160 milioni all'anno, per 4 anni.
Le cose iniziano ad andare male. Il bilancio 2008 chiude con un utile di 923 milioni di Euro derivante dalla contabilizzazione delle minori imposte rivenienti dall'affrancamento dell'avviamento di BAV per oltre 1 miliardo di Euro; il successivo, relativo al 2009, riduce l'avanzo a 220 milioni, riveniente da circa 240 milioni di Euro incassati dalla vendita di una quindicina di sportelli; a fine 2010 - si tratta del bilancio del centesimo, di cui si è detto sopra - l'utile di 628 milioni è ottenuto principalmente (580 milioni in tutto) dalla cessione di immobili (Casaforte: v. sotto), di 72 filiali, nonché di Prima SGR a di AM Holding.
Il 2008 e il 2009 sono anche gli anni di Santorini e Alexandria.
Santorini è una società-veicolo costituita da Mps e Deutsche Bank (DB) nel 2002, quindi posseduta interamente da Mps nel 2006, che detiene un - più volte ristrutturato - equity swap su azioni Sanpaolo IMI (poi Intesa Sanpaolo). Nel 2008, al calare improvviso dei corsi di borsa delle azioni delle banche italiane, il derivato, già precedentemente negativo, espone Mps a una perdita significativa, pari a oltre 300 milioni. A compensazione, DB predispone due fasci di tre total return swap (o TRS), ciascuno contenente un derivato esplicito su tassi di interesse (IRS) e un derivato implicito sul rischio-Paese Italia (CDS): il primo fascio, sottoscritto da Santorini, da chiudersi nel 2008; l'altro, sottoscritto da Mps, tale da produrre effetti nel tempo. I due fasci di derivati (contabilizzati "a saldi aperti" da Mps, cioè come se non fossero in realtà operazioni complesse di assicurazione di DB contro il rischio-Paese Italia, bensì più accordi separati aventi cause economico-giuridiche diverse) sono identici, salvo che nella determinazione dei tassi da corrispondere a DB: in questo modo, i derivati da chiudere entro fine anno assicurano un provento da quasi 365 milioni di Euro a Santorini, mentre quelli stipulati da Mps espongono la Banca a una minusvalenza implicita (ove contabilizzati "a saldi chiusi", cioè come un'unico derivato) di almeno 430 milioni. A rendere sostanzialmente certi i calcoli, la circostanza che gli indici in base a cui effettuare i calcoli sono gestiti direttamente dalla stessa Deutsche Bank.
Parentesi importante: ciò che rende questi contratti, di fatto, un unico CDS sul rischio Italia è - oltre la presenza di tutta una serie di peculiari clausole pattizie - la circostanza che il loro sottostante (che è tra l'altro oggetto di puntuali disposizioni fra le parti) è rappresentato da 4 miliardi di Euro di BTP con scadenza prima al 2020 e poi, dal 2009, al 2031. Questi BTP, secondo la Procura di Milano, sono stati venduti a Mps dalla stessa DB tramite una società interposta (Abaxbank), ricevuti indietro da Mps in forza dei TRS, quindi da DB rigirati alla società interposta. In sostanza: non sono mai stati di proprietà né di DB, né di Mps, sebbene figurassero nel bilancio di Montepaschi. Solo per questo (operazione circolare c.d. cash neutral) la contabilizzazione a saldi aperti è ingiustificabile.
Alexandria è un veicolo di Mps che, nel 2005, acquista 400 milioni di un "CDO squared" (cioè un titolo tossico infarcito di subprime) da Dresdner Bank, e più precisamente da Raffaele Ricci, che poi lascia la banca tedesca per approdare a Nomura. Nel 2009, con la crisi finanziaria in corso, le notes rischiano di dover essere svalutate fino a zero, così che in Mps si inizia a pensare a una struttura simile (sebbene ancora più complessa) a quella utilizzata per Santorini. JP Morgan, interessata della questione, tuttavia rinuncia, ritenendo che i derivati conclusi tra le parti dovessero essere contabilizzati da entrambi i sottoscrittori "a saldi chiusi", clausola che Montepaschi, evidentemente, non poteva accettare. Ecco che, allora, interviene Nomura, che accoglie i termini essenziali dell'operazione e li sottoscrive nel quadro del c.d. mandate agreement, segretissimo accordo che - guarda un po' il caso - un bel giorno Viola (qualche mese dopo l'ispezione di Banca d'Italia finita a marzo 2012...) troverà nascosto a sua insaputa nella cassaforte del suo stesso ufficio. Per farla breve: Nomura acquista a 220 milioni di Euro (valore di bilancio del veicolo) Alexandria, in modo da evitare perdite a Mps; Mps entra in una complicatissima operazione con Nomura, ai sensi della quale: (i) Mps concede a Nomura una linea di finanziamento da oltre 3 miliardi di Euro volta a garantire Nomura dal rischio di doppio default di Mps e della Repubblica Italiana; (ii) Mps acquista da Nomura, in base a un contratto di asset swap, i medesimi 3 miliardi in BTP al 2034 (anche in questo caso, la vendita dei titoli è del tutto fittizia), paga alla controparte un differenziale tasso fisso (pari alla cedola del BTP) contro tasso variabile, accetta che l'eventuale default della Repubblica Italiana sia causa di scioglimento del contratto; (iii) Nomura acquista da Mps sempre gli stessi 3 miliardi di BTP, ferme in pratica le medesime clausole del punto precedente (leggermente più favorevoli per Mps), in modo che - alla fine - Mps ha venduto a Nomura protezione (credit default swap) per 25 anni sul BTP 2034 a un tasso molto al di sotto di quello di mercato.
Riassumendo: DB e Nomura si accollano perdite di Mps che avrebbero gravato sui bilanci 2008 e 2009 della Banca. Per fare questo, creano complesse strutture in derivate che, alla fine, grazie a clausole contrattuali particolarmente ardue da ricostruire, - cfr. per esempio qui e qui - si sostanziano nella vendita, da parte di Mps, di un credit default swap (cioè un'assicurazione sulla solvibilità dell'Italia) a prezzi molto inferiori a quelli di mercato. L'unica possibilità per Mps di non portare le perdite implicite nel credit default swap era quella di non riconoscere l'operazione come tale ("a saldi chiusi"), bensì come una serie di operazioni diverse, fra loro sconnesse ("a saldi aperti").
Queste operazioni sono oggetto di procedimenti penali.
Ma anche l'altra trovata di quel periodo, nota come Casaforte, non è male.
Siamo sempre nel 2009 e Mps concepisce un'operazione di sale and lease back delle filiali del Gruppo (circa 700 immobili, valutati 1 miliardo e 700 milioni di Euro). A luglio, Mps (banca) concede a Mps (immobiliare) un mutuo ipotecario di 1 miliardi e 670 milioni; nel frattempo, Mps (immobiliare) affitta a Mps (banca) gli immobili in questione con contratti di 24 anni. A questo punto gli immobili, insieme al loro bel mutuo ed ai contratti di affitto, vengono tutto conferiti al "Consorzio Perimetro Gestione Proprietà Immobiliari", costituito appositamente sempre da Mps. La Consob un po' si innervosisce e così la plusvalenza (oltre 400 milioni di Euro) è portata a bilancio solo nel 2010, quando Mps scende a meno del 10% in Perimetro (di cui fanno parte, tanto per dire, Mediobanca, Axa che è socia di Mps, una controllata di Sansedoni che è la partecipata della Fondazione Mps, Beni Stabili, e così via). Mps, comunque, si riserva il diritto di riscattare le azioni degli altri soci dal 2020 in avanti, mentre i soci hanno un’opzione di vendita alla data del 31 luglio 2033.
A questo punto entra in gioco Casaforte, una S.r.l. detenuta da una fondazione olandese (!) che, con 100.000 Euro di capitale emette obbligazioni ABS (cioè garantite da immobili) per oltre 1 miliardo e mezzo di Euro, obbligazioni che, manco a dirlo, sono quasi interamente collocate al retail di Mps, nonostante che scontino forte rischio emittente (in sostanza Mps), abbiano duration lunghissima (il 2040), prevedano tassi variabili non particolarmente appetibili. Comunque, con i soldi incassati dalla vendita delle obbligazioni, Casaforte paga Mps (banca), che gira alla medesima Casaforte il mutuo sugli immobili acceso da Mps (immobiliare) e poi girato a Perimetro.
Si chiude il cerchio: Mps paga gli affitti e commissioni per 180 milioni all'anno in media; con gli incassi degli affitti, Perimetro paga le rate del mutuo a Casaforte; Casaforte, dal canto suo, gira il denaro ricevuto ai sottoscrittori delle obbligazioni, ignari di essere, in pratica, i proprietari di un pezzettino di qualche filiale del Monte.
Senonché... il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
Per essere cedute al retail, le obbligazioni avrebbero dovuto avere un mercato liquido; pertanto, Mps Capital Services  si è impegnata a sostenere la liquidità dei bond attraverso prezzi di riacquisto predeterminati slegate dai movimenti dello spread creditizio dell’emittente al rialzo o al ribasso. Se, quindi, i flussi di disinvestimento della clientela di Mps non venissero controbilanciati da contestuale ricollocamento presso altri clienti Mps (cosa non facile, trattandosi di prodotto non molto redditizio), il Monte potrebbe dover portare perdite importanti in bilancio. Se poi Mps non avesse i soldi per il riacquisto, allora... be', la perdita se la intesterebbero i sottoscrittori. Non a caso, Consob ha multato i vertici della Banca per il collocamento dei bond.
Accanto a queste assurde operazioni, ecco la ciliegina sulla torta. I tassi di rifinanziamento, all'epoca, risultavano già molto bassi, soprattutto rispetto ai ritorni dei titoli di Stato italiani. La cosa ha tre effetti: (1) riduzione della forbice che sostiene il margine di interesse, che si comprime creando quei problemi strutturali di redditività che a tutt'oggi la Banca non riesce a risolvere; (2) necessità di una significativa espansione dei volumi degli impieghi, con connesso peggioramento della qualità del credito al di là degli episodi amicali segnalati - anche troppo - dalla stampa (si pongono, in sostanza, le basi per l'esplosione degli Npl); (3) decisione, da parte dei vertici del Monte (ma con il beneplacito di Banca d'Italia e addirittura l'entusiasmo del Tesoro), di fare significative operazioni di carry e lucrare sul differenziale fra tassi di indebitamento a breve e ritorni dei Titoli di Stato italiani, ignorando in sostanza non solo il mismatch delle scadenze, ma anche e soprattutto il rischio Italia rispetto al quale, addirittura, aveva già venduto protezione sia a DB, sia a Nomura. Quando scoppia la crisi del debito sovrano, Montepaschi ha 26 miliardi di Euro di titoli italiani. Le perdite potenziali sono inimmaginabili.

In questo quadro, già a luglio 2010 si inizia a parlare fortemente, almeno sui giornali, di un aumento di capitale di Mps. Mps smentisce e, purtroppo, la Fondazione Mps ci crede. In realtà, già da agosto la Banca d'Italia chiede a Mps un aumento di capitale da almeno 2 miliardi per portare il coefficiente patrimoniale (Core Tier 1) al 9%, così come richiesto dalla normativa europea. Nello stesso periodo Banca d'Italia, ad esito di una ispezione, si rende conto di una terribile (e all'epoca poco spiegabile) crisi di liquidità dell'Istituto: il problema, come detto sopra, origina della marginazione nei confronti di Nomura e Deutsche Bank dei derivati a suo tempo sottoscritti e dall'enorme quantità di BTP detenuti (la situazione esploderà del tutto dall'estate 2011). Nell'ottobre dello stesso anno scatta anche una sorta di "commissariamento dolce" della Banca, con una richiesta di aggiornamenti quotidiani della liquidità presente nel gruppo. In questo quadro, Mps annuncia ad aprile, e perfeziona a luglio 2011, un aumento da quasi 2 miliardi e 200 milioni, che però arriva troppo tardi (a maggio 2011 si sono tenute a Siena le elezioni amministrative): la crisi dello spread ha infatti reso la marginazione - cioè la prestazione di denaro a garanzia - nei confronti di Deutsche Bank e Nomura quasi insostenibile, tanto che, nell'autunno 2011, si rendono necessarie da parte della Banca d’Italia operazioni di prestito titoli al fine di consentire alla banca di ampliare il ricorso al rifinanziamento della Banca Centrale Europea.
Le toppe (Fresh e relative side letter, Santorini, Alexandria, Casaforte...) si sono rivelate di gran lunga peggiori del buco. La strategia di carry addirittura una voragine.

Interludio 2. La "strana" posizione di Banca d'Italia.
Versione 1 di Banca d'Italia: a marzo 2012 si chiude l'ispezione presso Mps. "Nel rapporto ispettivo vengono nuovamente esaminate le operazioni in repo strutturati... Viene contestato a Mps di non aver sottoposto, anche a seguito dei rilievi che la Banca d’Italia aveva mosso in occasione della precedente ispezione, tali operazioni a revisione critica in termini di costi/opportunità. Vengono inoltre contestate irregolarità segnaletiche sfociate in sottostime delle esposizioni derivanti dai repo. Si trasmettono alla Consob appositi riferimenti che approfondiscono la transazione con Nomura, mettendo in luce l’operazione di ristrutturazione della nota “Alexandria” in contropartita con la stessa Nomura e approfondendo le modalità del trattamento contabile dell’operazione realizzata da Mps. Contemporaneamente, il rapporto ispettivo viene trasmesso all'Autorità Giudiziaria". Al di fuori del linguaggio paludato: è stato scoperto il collegamento fra la ristrutturazione delle notes e le altre operazioni con Nomura; è plausibile che sia stato scoperto anche l'ulteriore, piccolo, dettaglio, per il quale questi 5 miliardi di Titoli di Stato, Mps non li ha mai posseduti.
Versione 2 di Banca d'Italia. In risposta alla questione della Commissione di inchiesta della Regione Toscana, relativa al perché "nella comunicazione datata 25 giugno 2012... con la quale Banca d'Italia attivava la procedura degli Aiuti di Stato a Monte dei Paschi di Siena, [si dichiarava] che il deficit di capitale per il quale venivano chiesti gli aiuti era riconducibile alle valutazioni ai prezzi di mercato dei Titoli di Stato italiani detenuti in portafoglio, nonostante Banca d'Italia avesse dimostrato di sapere dal 17 aprile 2012 che tale deficit si doveva a derivati nascosti nel bilancio", l'Autorità di Vigilanza chiosa: "ad aprile 2012 si era appena conclusa un'ispezione... Come ormai noto, in quella occasione gli ispettori della Banca d’Italia hanno sottoposto ad analisi la (sola) operazione strutturata Alexandria, esprimendo forti riserve in ordine alle scelte contabili di Mps, nel presupposto che l’operazione fosse piuttosto assimilabile a un derivato creditizio (Credit Default Swap - CDS). La cura e la profondità dell'analisi degli ispettori si sono scontrate tuttavia con l'opacità di MPS, che non ha consentito loro di disporre di tutti gli elementi informativi e documentali rilevanti. È noto che l’occultamento del mandate agreement relativo all'operazione Alexandria è oggetto di un procedimento penale a carico di alcuni degli ex esponenti aziendali di MPS: con sentenza del 31 ottobre 2014 – per la quale è pendente l’appello – il Tribunale penale di Siena ha condannato l’allora Presidente Mussari, il Direttore Generale Vigni e il responsabile dell’area finanza Baldassarri, alla pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione... per il reato di ostacolo all'attività di vigilanza... In mancanza di tutti i necessari elementi, il rapporto ispettivo rappresenta pertanto il frutto di sforzi ricostruttivi importanti ma inevitabilmente non supportati adeguatamente a livello documentale e, comunque, connotati da margini di opinabilità".
In sostanza: se si imputa a Banca d'Italia di non aver vigilato, risponde di averlo fatto sin dal 2012 (ultimamente, si è scoperto che - almeno per quanto riguarda Santorini - si potrebbe tranquillamente risalire addirittura al 2010); se si imputa invece a Banca d'Italia di non aver preso adeguati provvedimenti proprio nel 2012, risponde che a quella data non poteva controllare. Nel frattempo, il mandate agreement con Nomura giace, tomo tomo cacchio cacchio, in una cassaforte. Ma va bene così.

A questo punto, come si comprende, Montepaschi è completamente distrutta. I bassi tassi di interesse, l'acquisto di Antonveneta a prezzi esorbitanti, la cattiva qualità del credito della Banca padovana che si aggiunge alla qualità del credito in peggioramento del Monte, gli effetti dei derivati con DB e Nomura l'hanno messa in ginocchio.
Ciò nonostante, la Fondazione sottoscrive oltre 1 miliardo di Euro dell'aumento, in modo da non perdere il controllo sull'Istituto (a Siena siamo sotto elezioni amministrative), e si condanna - in sostanza - al default.
La Fondazione Mps, dopo aver speso 3 miliardi di Euro nel 2008 nell'aumento di capitale di Montepaschi, da cui ha retratto limitatissimi dividendi negli anni successivi, nel 2011 non ha certo 1 miliardi di Euro cash. Ecco che allora prende a prestito da un pool di banche, capitanate dalla solita JP Morgan, 600 milioni di Euro. Insieme al Fresh, comprato con tre derivati nel 2008, fanno 1 miliardo e 100 milioni di Euro. Manco a dirlo, le medesime azioni del Monte sono, in vari modi, poste a pegno e dei derivati e del finanziamento. Però c'è un però: la Fondazione non può esporre in bilancio debiti finanziari per più di 1/5 del suo patrimonio, pari a circa 5 miliardi; pertanto, è costretta da un lato a non considerare "debito" i derivati con sottostante il titolo Fresh, dall'altro a non svalutare la partecipazione in Mps, iscritta a valori non più realistici a seguito della crisi bancaria successiva all'esplosione della bolla dei subprime.
Anche di questo risponderanno i vertici di allora dell'Ente. Così si esprime il Comunicato stampa di Fmps del 5 marzo 2014: "la Deputazione Generale... ha esaminato il parere reso dal Prof. Giorgio De Nova..., [che] si esprime sulla sussistenza di profili di responsabilità in capo ai componenti degli Organi Statutari della Fondazione e a terzi, connessi alla sottoscrizione da parte della Fondazione, in via indiretta, dell’aumento di capitale riservato della Banca MPS del 2008 [cioè sul Fresh, N.d.R.], nonché connessi alla contrazione di un debito per l’importo di 600 milioni di Euro funzionale alla sottoscrizione, da parte della Fondazione, dell’aumento di capitale ordinario della Banca MPS del 2011. Ad esito della riunione la Deputazione Generale ha ritenuto sussistere i presupposti per l’esercizio dell’azione di responsabilità con riferimento ad entrambe le operazioni esaminate...". Sia come sia, a novembre 2011 il valore delle azioni in pegno non basta più a garantire i veri debiti contratti, per cui la Fondazione deve iniziare a trattare coi creditori un accordo di ristrutturazione del debito, accordo finalmente sottoscritto soltanto l'anno successivo, a giugno 2012.

Il 12 gennaio 2012 arriva in Mps Fabrizio Viola, prima come DG, poi - da maggio - anche come Amministratore Delegato. Il 27 aprile 2012 Mussari lascia a Profumo la Presidenza di Mps. Il C.d.A. della Banca è rinnovato per intero. Nel 2013 Mussari si dimette anche anche dall'ABI. A giugno 2012 i nuovi vertici rinnovano il Business Plan e tentano di dare l'impressione di aver superato l'opacità dell'era Mussari.
Il 15 ottobre 2012, ad esempio, Mps comunica alla Vigilanza che il 10 ottobre precedente i nuovi amministratori della Banca hanno rinvenuto un contratto, con data 31 luglio 2009, tra Mps e Nomura, attinente alla ristrutturazione del titolo Alexandria. Si tratta del famoso mandate agreement di cui si è parlato sopra, che comprova il collegamento tra la ristrutturazione del titolo Alexandria e le operazioni di prestito titoli eseguite con Nomura e fornisce elementi circa le reali finalità delle operazioni (occultamento di perdite).
Dal punto di vista economico, i bilanci 2011 e 2012 espongono rettifiche su crediti per quasi 4 miliardi e 400 milioni di Euro, riduzione del goodwill derivante dall'operazione Antonveneta per oltre 5 miliardi e 900 milioni. Si tratta, in sostanza, dell'ammissione di aver speso 6 miliardi di troppo nell'acquisto di BAV, oltre che delle prime avvisaglie di una qualità del credito molto peggiore del previsto. Il bilancio 2012, inoltre, è oggetto di restatement, cioè di modifica per tenere conto dei maggiori oneri che i bilanci precedenti avrebbero dovuto incorporare nel caso in cui fossero stati inseriti non soltanto i vantaggi delle operazioni su Santorini e Alexandria, ma anche le perdite già programmate. Non solo: sempre dal bilancio 2012 Mps inizia a inserire in allegato anche lo Stato Patrimoniale e il Conto Economico pro-forma in caso di contabilizzazione "a saldi chiusi", cioè come un unico credit default swap, delle operazioni con Deutsche Bank e Nomura (cosa che, comunque, non impedisce a Consob di bollare come non conformi ai principi contabili internazionali sia il bilancio al 31/12/2014, sia la semestrale al 30/06/2015). Per evitare ulteriori problemi, finalmente Mps transa con DB (dicembre 2013) e con Nomura (nel 2015), chiudendo tutte le posizioni.

Nella prima parte del 2013, Mps si trova ad avere necessità di un ulteriore rafforzamento patrimoniale. Vengono così rimborsati i Tremonti bond ed emessi, per la sottoscrizione da parte dello Stato Italiano, 3 miliardi e 900 milioni di Monti bond. Deve essere una misura temporanea, anche perché Profumo ha in mente un aumento di capitale monstre da 3 miliardi di Euro per fine anno.

La Banca prova a voltare pagina e così fa la Fondazione che raggiunge coi creditori un accordo di ristrutturazione del proprio debito (Exposure Rebalancing Agreement, o ERA). Come prima cosa, vende immediatamente il 15% del proprio pacchetto azionario nel Monte, scendendo al 33% della Banca, quindi inizia un'operazione di dismissione quasi liquidatoria del proprio patrimonio, a partire dai "gioielli di famiglia" (la partecipazione in Intesa Sanpaolo, la partecipazione in Mediobanca - acquistata ai massimi di borsa per entrare nel "salotto buono della finanza" col proprio Direttore Generale e rivenduta ai minimi storici per l'esigenza di incrementare la liquidità -, l'interessenza in CDP, quote significative di fondi di private equity come Clessidra o F2i, e chi più ne ha più ne metta). Fmps - nonostante la dubbia legittimità delle delibere di autorizzazione alla stipulazione del finanziamento da 600 milioni, ben nota ai propri creditori - paga fino all'ultimo Euro quanto dovuto, liquidando completamente e con soddisfazione il pool di banche il 24 marzo 2014, cioè addirittura prima dei termini concordati.
Per fare questo, però, deve cedere quasi per intero la propria partecipazione in Mps a prezzi accettabili (in un contesto in cui l'azione di Montepaschi subisce un calo del 25% in un anno). Un aumento iper-diluitivo a fine anno sarebbe mortale per l'Ente di Palazzo Sansedoni. La presidente della Fondazione, Antonella Mansi, e Profumo si trovano in clamorosa rotta di collisione.

Siamo al 28 dicembre 2013: l'assemblea straordinaria di Mps vota - su proposta della Fondazione - di posticipare l'aumento di 3 miliardi (che poi diverranno 5 miliardi, per permettere la restituzione -sicuramente avventata: ma da questo dipendeva la possibilità di incrementare lo stipendio del management - di 3 miliardi di Monti bond). Profumo accusa neppure troppo velatamente la Fondazione di "conflitto di interessi"; Mansi - in un discorso molto bello e coraggioso - ribatte, parlando di "conflitto di doveri". La Fondazione vince la sua battaglia, l'aumento è rimandato a giugno 2014.

Interludio 3. Siena.
I Mussari e i Mancini, che hanno sfasciato un Ente fondamentale per il sistema senese, sono stati in Fondazione 10 anni; la Mansi, che ha salvato il salvabile nonostante condizioni veramente avverse, appena un annetto, prima di sentire crescere i mugugni intorno a lei e decidere dunque di togliere, elegantemente, il disturbo.
Sarà una considerazione semplicistica e moralistica. Ma spiega qualcosa.

Il 27 giugno 2014 si chiude l'aumento di capitale di Mps da 5 miliardi di Euro. L'offerta suscita non poche perplessità in quanto extra-diluitiva per i vecchi azionisti (fino al 97,7% del valore detenuto), crea problemi in borsa per la gestione dei diritti, fa scattare anche una certa apprensione in Consob (che infatti, dopo lunghe consultazioni, cambia le regole). Comunque, la Fondazione - per non vedere la sua residua quota polverizzata - sottoscrive il suo 2,5%, pari a 125 milioni di Euro. Sembra chiudersi un'epoca: i danni derivanti dall'incauto acquisto di Antonveneta, e soprattutto le toppe peggiori del buco degli esercizi successivi, paiono assorbiti.

E invece no. Il 26 ottobre 2014 sono pubblicati dalla BCE i risultati dell'AQR, cioè la asset quality review (verifica della correttezza delle contabilizzazioni di crediti e titoli, soprattutto di quelli con problemi, tipo incagli o sofferenze) e degli stress test (verifica in ordine alla solidità patrimoniale della banca sia in uno "scenario base", sia nel caso in cui sia "sottoposta a particolari eventi avversi"). Da un lato l'AQR comporta una "esplosione" delle sofferenze nell'esercizio (inizia a manifestarsi quello che sarà il "problema finale" della Banca, i famigerati NPL, in parte figli dell'acquisto di BAV, in parte dell'espansione esorbitante degli impieghi negli anni subito precedenti la crisi, in gran parte delle politiche violentemente deflattive del governo Monti e dei governi successivi), dall'altro lo stress test evidenzia - come conseguenza - una mancanza di capitale di 2 miliardi di Euro circa in caso di "scenario avverso". Le enormi rettifiche fanno sì che il Monte chiuda il bilancio al 31/12/2014 con una perdita ante imposte di quasi 7 miliardi di Euro e debba programmare l'ennesimo aumento di capitale. A febbraio 2015, la BCE - sulla base di tali risultanze - fissa il c.d. SREP di Montepaschi e richiede un aumento di capitale da 3 miliardi. Il 12 giugno 2015 si conclude l'aumento: la Fondazione sottoscrive altri 46 milioni di Euro. Mps in cinque anni ha richiesto al mercato aumenti di capitale, considerando solo quelli a pagamento, per più di 15 miliardi, di cui 4 miliardi e 250 milioni pagati dalla sola Fondazione. Difficile credere che esista ancora.

Nonostante questo, il 29 luglio 2016 Mps fallisce lo stesso lo stress test con "scenario avverso", che evidenzia un CET1 nel 2018 pari a -2,2% (a fronte di uno scenario "baseline" che mostra un CET1 nel 2018 al 12%): cfr. qui, pag. 27.
Nella stessa data Mps - in risposta a una richiesta specifica della BCE in questo senso - annuncia un piano per la dismissione in blocco di tutte le sofferenze del Gruppo, che ormai (dopo anni di sotto-identificazione e bassa copertura) sono diventate un enorme problema. Si tratta di oltre 26 miliardi di Euro (netti; 47 miliardi di Euro lordi) pari a oltre un quinto del totale dei crediti esposti in bilancio dalla Banca.
La situazione è assai critica. Man mano che passano i mesi nell'assoluta immobilità di un governo tutto concentrato soltanto nella preparazione dell'appunto referendario, e poi soprattutto nell'imminenza proprio del referendum costituzionale del 4 dicembre (cui Renzi, in modo assolutamente destituito di fondamento, attribuisce un ruolo chiave nell'intervento in Montepaschi del fondo sovrano del Qatar), Mps subisce un deflusso di liquidità di quasi 20 miliardi.
Questo deflusso esorbitante di depositi certifica la morte della Banca. Ecco il risultato della introduzione del bail-in: la fine della fiducia dei risparmiatori negli intermediari finanziari (che di quella fiducia vivono), con conseguenti fenomeni di bank run. Dentro all'Euro, non fuori, con buona pace dei leuropeisti de' noartri.
Non solo: lo stesso governo, del tutto inerte (quando non dannoso) dal punto di vista legislativo, è invece molto attivo nel voler imporre a tutti i costi il progetto di ricapitalizzazione proposto da JP Morgan, prima proposto nella forma di un aumento di capitale da 5 miliardi di Euro con diritto di opzione, quindi - con più miti consigli - in una serie di azioni che prevedono: (i) la conversione volontaria di parte dei bond subordinati (per almeno 2 miliardi); (ii) la cessione di una quota significativa di nuove azioni (per almeno 1 miliardo e mezzo) a uno o più azionisti rilevanti (detti anchor investors); (iii) il reperimento sul mercato della quota di capitale mancante, magari con una prelazione a favore dei vecchi soci.
L'aumento di capitale è da un lato prodromico, dall'altro necessitato, dalla prevista cessione in blocco dell'enorme stock di crediti deteriorati detenuti, valutati in bilancio ben al di sopra dei prezzi di mercato. L'operazione pensata prevede la cessione sul mercato della tranche senior della cartolarizzazione (assistita da GACS), l'assegnazione gratuita ai soci della tranche junior, l'acquisto a un prezzo molto significativo della tranche mezzanine da parte del Fondo Atlante.
Le operazioni sono collegate: se fallisce una non si fa nulla dell'altra. Addirittura, si costituisce consorzio di garanzia che però non garantisce nulla, se prima non si trova un accordo con Atlante sulla cessione degli NPL e con un investitore "forte" deciso a prendere le redini della Banca. Cioè, finché c'è qualcosa da garantire.
Comunque, tra settembre e novembre 2016, Morelli prende il posto di Viola (piuttosto tiepido in merito a certi passaggi della proposta di JP Morgan), mentre Tononi - che si dimette subito dopo Viola ma congela le proprie dimissioni fino alla successiva assemblea straordinaria - è sostituito da Falciai. Sempre a novembre 2016 i soci danno il via libera all'aumento di capitale ed inizia anche la conversione volontaria dei bond subordinati.
Il 23 dicembre 2016, nonostante l'ottimo successo della conversione volontaria dei bond (oltre 2 miliardi e 450 milioni di Euro), in mancanza di un anchor investor Mps prende atto del fallimento del proposto aumento di capitale e delibera di presentare un'istanza di sostegno finanziario straordinario e temporaneo da parte dello Stato, ai sensi dell'art. 32, c. 4, Dir. BRRD (quella del bai/-in). Inoltre, "in coerenza con le iniziative di sostegno adottate dal Governo della Repubblica Italiana, la Banca darà corso ad una proposta di transazione rivolta agli investitori retail per porre fine o prevenire liti aventi ad oggetto la commercializzazione delle obbligazioni subordinate" vendute nel 2008 per 2 miliardi di Euro (la proposta, in pratica, prevede uno scambio tra l'obbligazione subordinata ed una di nuova emissione, senior e garantita dallo Stato, avente analoga scadenza al 2018). Nella stessa data il Consiglio dei Ministri licenza il D.L. 237 del 2016, convertito a febbraio, il quale al Capo I disciplina le modalità con cui lo Stato può garantire obbligazioni bancarie (Mps, senza liquidità, solo nel 2017 deve emettere almeno 15 miliardi di Euro di bond), al Capo II le modalità con cui lo Stato può ricapitalizzare preventivamente una banca, fermo però il principio del c.d. burden sharing degli obbligazionisti subordinati (per Mps vi è un articolo di legge ad hoc).

Siamo nuovamente ad oggi, alla richiesta della Commissione di 5.000 esuberi. Lavoratori che, come al solito, pagheranno scelte folli di altri.
Poi, come sempre, si volterà pagina.

venerdì 10 marzo 2017

Motus in fine velocior (l'Europa a più velocità)

L'Europa a due velocità (o a "più livelli di integrazione", o basata sulla "cooperazione differenziata": sono quattro e non si accordano neanche su un'espressione tutto sommato banale) ha debuttato ufficialmente a Versailles la scorsa settimana, in un incontro fra Rajoy (per la Spagna, dove ha bersanianamente "non vinto" le elezioni), Gentiloni (per l'Italia, dove governa in sostituzione di Renzi che governava in sostituzione di Monti che era diventato Presidente del Consiglio per conto della Troika), Hollande (per la Francia, dove fra poco dovrà darsi alla macchia, tanto è apprezzato), Merkel (per la Germania, dove alle elezioni potrebbe essere battuta da un personaggio come Schulz, e questo grazie alla lungimirante politica dell'immigrazione presa pari pari da qualche puntata notturna di Gazebo). Perché sia stata scelta Versailles - luogo di pace e dialogo paritetico fra le nazioni del Vecchio continente, come ha finemente notato la Merkel - non credo che sfuggirà ad alcuno. La politica è anche simbolo e la potenza teutonica ama tornare là dove è stata umiliata. Tanto valeva andare a Compiègne.
Sull'incontro - il primo di una serie, in vista della Conferenza di Roma del prossimo 25 marzo, quando le élites europee si autocelebreranno facendo finta di celebrare il Trattato del 1957 e il popolo italiano, auspicabilmente, "di destra" e "di sinistra", le riporterà in modo forte e chiaro coi piedi per terra - si sono avuti vari pezzi giornalistici. La migliore sintesi mi sembra, però, proprio quella del nostro Primo Ministro, che ha relazionato sui colloqui alla Camera e al Senato.


(Immagini a disposizione con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA 3.0 IT)

(Immagini a disposizione con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA 3.0 IT)

In breve: l'Unione Europea ci ha dato pace (in realtà la pace ce l'ha data la Nato, o - per meglio dire - le migliaia di basi americane sul nostro Continente: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, direbbe Tacito, ma anche il Telegraph); l'Unione Europea ha aiutato alcuni Paesi come la Spagna, il Portogallo o la Grecia ad uscire da dittature fasciste ed altri, dell'est ad uscire da dittature comuniste (invero, la transizione alla democrazia dei vari Paesi mediterranei ha visto, in particolare, un attivismo tedesco - spesso in contrasto con gli Stati Uniti - più volto all'assicurazione di nuovi mercati di sbocco che alla costituzione di solidi regimi democratici: v. qui); l'Unione Europea è un modello di protezione sociale sia in termini di diritti individuali che in termini di welfare (non sto nemmeno a puntualizzare quanto questa affermazione sia in stridente contrasto con l'intera costruzione giuridica europea e in particolare, per restare a cose note, col fiscal compact), l'Unione Europea è una superpotenza commerciale grazie al suo mercato unico interno (basato su povertà e deflazione per molti, ma non per tutti) e così via.

Questo, per quanto riguarda i risultati. Poi c'è la parte più interessante, che attiene invece al futuro, o - per dirla all'inglese - all'agenda "dei prossimi dieci anni" (Gentiloni non sente il peso del tempo, evidentemente).

La banda dei quattro è divisa su moltissime cose, quasi su tutte (ad esempio: l'importanza di politiche di crescita economica; la ripresa degli investimenti e la difesa dei sistemi di protezione sociale; la gestione dei problemi migratori).
Però, mi sembra di capire che converge su due questioni. Primo: una sempre maggiore integrazione di una parte dei Paesi membri e una conseguente marginalizzazione di altri; secondo: questa integrazione deve avvenire anche e soprattutto sul terreno della sicurezza e della difesa.

1) Penso sia molto importante spiegare bene cosa significhi l'espressione - di per sé anodina -"Europa a due velocità".
Partiamo da un presupposto (ammesso dallo stesso Gentiloni): non tutti i Paesi membri dell'UE fanno parte dell'UEM, non tutti i Paesi membri dell'UE applicano Schengen, non tutti i Paesi membri fanno parte della NATO e così via. Dunque, l'Europa, cioè Leuropa, già oggi non è a una velocità, né a due, ma più propriamente a quattro, o cinque.
E allora? Allora va compreso che questa espressione implica la decisione - da parte delle classi dirigenti di alcuni dei Paesi membri dell'UE - di non cercare più né la condivisione delle politiche comuni né la connessa mediazione degli interessi dei diversi Stati (o di diversi gruppi di Stati) del Vecchio Continente, bensì di pre-fissare un'agenda economica, politica e (vedremo) militare, qualificando detta agenda, a priori, come "interesse comune", da portare avanti con chi ci sta, lasciando tutti gli altri ai margini.
Cosa c'è di sbagliato? Molte cose.
In primo luogo, il fatto che si tratta di una decisione non "difensiva", ma "aggressiva": non si tratta cioè di rispondere a resistenze o sabotaggi di alcuni Paesi rispetto alle decisioni già prese in modo condiviso (quello che qualcuno chiama l'acquis comunitario), bensì di forzare la volontà di alcuni Paesi mettendoli di fronte a un aut aut su questioni ancora da condividere fra i partner.
Secondariamente, che questo nuovo atteggiamento è il frutto di una reazione non tanto nei confronti di chi, legittimamente, ritiene di voler lasciare l'Unione, cioè la Gran Bretagna, bensì nei confronti di Stati membri a tutti gli effetti, che hanno il solo "peccato" di essere guidati da governi non omogenei a quelli espressione di certe élite dominanti. Mi riferisco, evidentemente, ai Quattro di Visegrád, in particolare alla Polonia. La più evidente conferma di questa interpretazione è data dalla riconferma alla Presidenza del Consiglio europeo di un politico di mezza tacca come Donald Tusk, voluta fortemente dai vertici dell'Unione proprio per umiliare il governo polacco (e nonostante che questo crei un serio problema di equilibri fra PPE e PS).
Infine, che l'Italia - nello stabilire da che parte stare - ha fatto la scelta sbagliata.
Da questo punto di vista, bisogna intanto prendere atto dell'assoluta impossibilità, da parte del nostro governo, di imporre una diversa politica economico-sociale all'Unione, posto che:
- il nostro governo non ha intenzione di fare battaglie in questo senso (risentite quanto ha detto Gentiloni: è necessario "rispettare le regole e [poi, eventualmente: N.d.R.] cercare di modificare le politiche, affinché l'Europa abbia un ruolo di accompagnamento e non di depressione della crescita economica"; "a Bruxelles deve essere molto chiaro che le riforme in Italia non si sono fermate né hanno rallentato il loro corso, questo sarà formalizzato nel Def");
- l'Unione è stata disegnata, a partire dalla lettera dei Trattati, in modo funzionale all'affermazione di una concezione iper-liberista del rapporto fra economica e politica, soggetti economici privati e Stati, e dunque non può essere riformata, perché se lo fosse sarebbe snaturata a tal punto da divenire altro rispetto agli obiettivi per cui è stata costituita;
- in questo quadro, cui si unisce il venire meno della flessibilità dei cambi a seguito dell'adesione all'Euro, le politiche mercantilistiche di alcuni Paesi che ora si vorrebbero candidare a "leader" dell'Europa a maggiore velocità comportano la rottura di qualsiasi principio di cooperazione all'interno del mercato unico, rendendo inesistenti i fantomatici "interessi comuni" richiamati da Gentiloni ed anzi rinvigorendo l'emergere di nuovi confliggenti "interessi nazionali" (tanto più che il concorrente europeo nel manifatturiero della Germania è proprio l'Italia: vedi qui).
Stando così le cose: qual è l'interesse del nostro Paese a lanciarsi, lancia in resta, in questa folle avventura stando sempre più avvinghiato a questo pseudo-alleato tedesco, soprattutto ora che la volontà tedesca e quella statunitense sembrano di nuovo in rotta di collisione?

2) Integrazione sul terreno della sicurezza e della difesa non vuol dire tanto incremento dei rapporti fra le polizie e le autorità giudiziarie dei vari Stati membri (materia sui cui il TFUE si dilunga già oggi in modo assolutamente soddisfacente agli artt. da 81 a 89 e che anzi ha portato alla creazione di un diritto penale e soprattutto penale processuale europeo che sta aggredendo in modo sensibile gli spazi di autonomia interni), significa creazione di un "esercito europeo".
Questo lo ammettono anche coloro che lo auspicano e lo stesso Gentiloni, che nel suo discorso qui sopra parla del recente "Comando europeo unificato per missioni non esecutive". Tra l'altro, mi sembra interessante notare che proprio nell'ambito della difesa la Gran Bretagna "sta lasciando la UE ma continua la cooperazione con i partner europei", tanto che "in questo mese invierà militari in Estonia e quindi in Polonia", oltre che aerei "in Romania" (così Fallon, Ministro degli Esteri di Sua Maestà).
Ora, in un'Unione unita solo nell'essere assolutamente divisa su qualsiasi questione di politica estera, come mai questo grande amore per un esercito comune? La spiegazione che spesso si legge sui giornali - e cioè del possibile disimpegno di Trump dalla Nato e la preoccupazione per un asserito imperialismo russo - non è evidentemente convincente (non foss'altro che quella di Trump è, in gran parte, ammuina, e l'imperialismo russo semplicemente non esiste). Ugualmente, l'esercito europeo contro il terrorismo interno e esterno è una bufala che, semmai, la dice lunga su quanto raffinate siano le menti - per dirla con Falcone - interessate a certi sviluppi. I motivi, a mio avviso, sono tre.
Primo. Un esercito europeo con lo Stato Maggiore a Bruxelles ma dislocato in tutti i Paesi membri diviene un'arma potentissima quanto meno di dissuasione nei confronti di eventuali governi non allineati, nei confronti dei quali - come ben si vede già oggi - sollevazioni multicolori, con o senza cappellini rosa, sono all'ordine del giorno. Pensa a un'Italia a guida leghista bloccata da manifestazioni di piazza femministe, antifasciste, sudiste, ecc. ecc., e un governo che non può utilizzare liberamente né la polizia né i carabinieri né l'esercito. Immagina, puoi.
Secondo. La Wille zur Macht delle élite tedesche che si sta spostando dal campo economico a quello militare in modo direttamente proporzionale alla sempre maggiore rimozione, anche per motivi di distanza storica, di quanto accaduto durante il Nazismo. Fino, addirittura, ad immaginare l'inimmaginabile, cioè la costruzione della bomba atomica. Che richiede, tuttavia, molto più tempo del mero passaggio di consegna dei codici delle bombe atomiche francesi (o anche inglesi, visto quanto sopra). La vicenda dell'Euro dovrebbe insegnare qualcosa su come la Germania intende il concetto di collaborazione, soprattutto rispetto alla Francia.
Terzo. Il mercantilismo tedesco vive di compressione della domanda interna ed espansione di quella estera, mediante esportazione massiccia soprattutto di beni manifatturieri. Da questo punto di vista, il mercato degli armamenti è perfetto. Non è un caso che proprio di recente sia stato presentato in pompa magna un libretto, redatto da noti economisti diciamo... europeisti, tutto teso a dimostrare la necessità di una più stretta integrazione in campo militare, anche e soprattutto per le ricadute economiche degli sforzi pre-bellici (e bellici).
Fantasie? Così scrive - per esempio - il Post.it: "circa il 15% delle esportazioni tedesche di armi... [nel] 2012 sono state inviate alla Grecia, e quasi il 10% di quelle francesi... Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, la Grecia ha continuato a comprare grandi quantità di armi da entrambi i paesi anche tra il 2010 e il 2014, gli anni peggiori della sua crisi economica. Durante questo periodo, il governo di Atene ha acquistato attrezzature militari per un valore pari a 551 milioni di dollari dalla Germania e pari a 136 milioni dalla Francia. Già nel 2010 un articolo sul Wall Street Journal sosteneva che Francia e Germania avessero imposto l’acquisto di sottomarini, navi, elicotteri e carri armati come condizione per sbloccare il piano di aiuti alla Grecia: non emersero prove e i governi smentirono rapidamente queste voci. Quello che è noto è che dal 2004 al 2009, durante il governo di Kostas Karamanlis del partito di centrodestra Nuova Democrazia, la Grecia acquistò dalla Germania 170 carri armati panzer Leopard per 1,7 miliardi di Euro e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca. Prima della fine del suo mandato Karamanlis ordinò anche 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp. Il successore di Karamanlis, il socialista Papandreou, congelò l’acquisto e rifiutò di farseli consegnare: dopo aver ordinato una perizia tecnica sui sottomarini, che evidenziò problemi strutturali, a marzo del 2011 fu costretto a trovare un accordo che impose l’acquisto di due sottomarini al prezzo di 1,3 miliardi di euro e di altri 223 carri armati panzer per 403 milioni di euro". Potrebbe essere un nuovo ramo, visto che il vecchio inizia ad apparire quasi irrimediabilmente tagliato, come dimostra in modo sufficientemente icastico il grafico qui accanto.

L'Unione Europea sta franando. Dal bunker di Bruxelles, tuttavia, si cerca di depredare il depredabile, prima dell'ovvia conclusione.
Il fatto che sia ovvia non la renderà né meno tragica né meno dolorosa.
Semmai, il contrario.

martedì 7 marzo 2017

La Sindrome di Roma (della proposta di una tassa sulle banche)

Il Corriere della sera di domenica lancia la notizia (rispetto alla quale non ho trovato riscontro su altri quotidiani) secondo cui, alla Conferenza di Roma del prossimo 25 marzo, l'Italia potrebbe proporre una tassa europea sulle banche per il finanziamento di un fondo europeo di garanzia dei depositi bancari e del fondo di risoluzione, nonché (oppure ovvero, dall'articolo non è chiaro) l'introduzione dell'Iva sui servizi finanziari per la creazione di un'assicurazione comune contro la disoccupazione e per incentivi agli Stati che attuino le famigerate "riforme strutturali".

La prima proposta prevedrebbe, in sostanza, l'armonizzazione della base imponibile per il calcolo delle imposte dirette degli Istituti di credito ed il trasferimento di una parte di tali tributi - oppure di una nuova addizionale - all'Unione Europea (che li utilizzerebbe per il finanziamento del SRF o del MES).

Non sto a ripetere quale sia lo stato di salute del sistema bancario italiano, che ha archiviato il 2016 con 15 miliardi di Euro di perdite, appare ancora particolarmente vulnerabile agli choc economici, non ha ancora risolto la questione dei crediti problematici (e dei conseguenti aumenti di capitale che interessano, come minimo, Mps, le due venete in corso di fusione, Ubi e Carige).
In questa situazione, è pensabile un inasprimento della pressione tributaria (perché questo, di solito, vuol dire fra le righe l'espressione "armonizzazione della base imponibile")?
Non solo: questa armonizzazione terrà conto delle specificità degli Istituti di credito dell'Europa del sud, oppure sarà un modo surrettizio per mettere nuovamente in discussione la disciplina delle DTA dopo l'accordo dello scorso novembre?
(In caso di significative svalutazioni su crediti, l'imponibile fiscale delle banche non permette la deduzione integrale di tali svalutazioni. Le "future minori imposte" che la banche pagheranno grazie alla deduzione, negli anni a venire, di tali svalutazioni prendono il nome di "imposte anticipate" - DTA con acronimo inglese - e possono essere automaticamente trasformate, dagli Istituti di credito, in "crediti imposta" iscritti in bilancio. La Commissione - per non ritenere tale legislazione assimilabile a un Aiuto di Stato - ha imposto alle banche il pagamento di una specie di canone annuo calcolato come percentuale delle DTA trasformate in crediti. È evidente che la modifica di tale disciplina a livello europeo impatterebbe in modo asimmetrico sulle banche del Sud Europa rispetto a quelle tedesche o francesi).
Infine, l'imposta interessata sarebbe l'Ires o l'Irap? Perché per quanto attiene l'Ires, gli Istituti di credito sconteranno un'addizionale del 3,5% rispetto agli altri soggetti passivi (in modo da sterilizzare la diminuzione dell'aliquota dal 27,5% al 24% entrata in vigore quest'anno), mentre per quanto attiene all'Irap già pagano lo 0,75% in più delle comuni imprese.
(Peraltro, la maggiore aliquota Ires - al contrario di quanto potrebbe apparire - è una norma di favore per le banche: la riduzione - nella legge di stabilità 2016 - dell'aliquota Ires futura, infatti, avrebbe comportato la riduzione del valore attuale delle DTA iscritte nei bilanci, con conseguenti perdite miliardarie già nei bilancio 2015. Tuttavia, le possibili modifiche al calcolo della base imponibile di cui si è detto sopra e l'ulteriore inasprimento della pressione fiscale potrebbero trasformarsi, alla fine, in un peso gravoso per gli Istituti).
Secondo quanto scrive l'articolista - che pare aver visionato, sia pure confusamente, il testo prodotto dal nostro Ministero dell'Economia - questa quota di tributi potrebbe andare a finanziare o il chimerico EDIS, o il Fondo di Risoluzione (SRF), o addirittura lo Strumento di ricapitalizzazione diretta delle banche del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM).
(L'EDIS altro non è - anzi, non sarebbe visto che non esiste - che un Fondo europeo di garanzia per i depositi dei clienti retail delle banche europee uguale al Fondo interbancario di tutela dei depositi, o FITD, esistente in Italia. L'EDIS ha - avrebbe - il vantaggio di avere ampiezza continentale, così da poter rispondere anche a shock sistemici del sistema finanziario di un Paese membro. Il SRF, cioè il Single Resolution Fund, è un fondo europeo, istituito nel quadro dell'Unione Bancaria, che interviene in caso di risoluzione di una banca dopo che almeno l'8% delle passività della stessa sono state oggetto di bail-in e ripiana fino al 5% delle medesime passività. La missione dell'ESM  - che significa European Stability System, - missione è quella di fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell'Eurozona colpite o minacciate da gravi problemi nel settore delle finanze pubbliche o in quello delle finanze private. Gli strumenti dell'ESM sono i più vari: finanziamenti agli Stati - a oggi Cipro Spagna, Portogallo e Irlanda - qualora questi non abbiano accesso ai mercati finanziari ovvero debbano pagare interessi talmente alti da mettere in crisi la sostenibilità del debito; acquisti di titoli di Stato sul primario o sul secondario, strumento mai utilizzato a oggi soprattutto per la presenza del QE della BCE; ricapitalizzazione del sistema bancario di un Paese membro, sia in via diretta, mai verificatosi, sia in via indiretta, sperimentato in Spagna).
EDIS. È noto che la Germania (per semplificare) non permette la costituzione dell'EDIS se prima le banche del Sud Europa non riducono significativamente la loro esposizione in Titoli di Stato dei propri Paesi di stabilimento. Per raggiungere l'obiettivo, l'idea sarebbe quella di non considerarli più risk-free ai fini del calcolo degli assorbimento di capitale degli Istituti. Padoan, in passato, pareva aver fatto muro rispetto a questa pretesa. Questo documento è il primo passo verso un cambiamento dell'atteggiamento del nostro Paese su un tema così delicato?
SRF. Le banche già versano in maniera significativa a questo fondo. Ha senso incrementarne le quote annue? Tra l'altro, non è secondario notare come alcuni Istituti abbiano francamente ammesso, con i propri clienti, di modificare in peius le condizioni di conto corrente proprio per rispondere alle maggiori spese per tale schema, per il FITD e per altri obblighi simili. Come al solito, tassare soggetti in regime di oligopolio si rivela una chimera, dal momento che i soggetti incisi finiscono per essere sempre i consumatori finali.
ESM. L'idea sarebbe quella di incrementare il Fondo di ricapitalizzazione diretta delle banche (attualmente limitato a 60 miliardi di Euro), il cui fine è "contribuire a rimuovere un serio rischio di contagio dal settore finanziario al settore delle finanze pubbliche, consentendo la ricapitalizzazione diretta delle istituzioni" finanziarie di un Paese membro. Bello, direte voi. Insomma. La peculiarità dell'ESM è quello di agire sempre sotto stretta condizionalità, cioè di imporre famigerate "riforme strutturali" asseritamente volte a rimuovere le cause delle difficoltà del settore finanziario e, se del caso, della situazione economica generale del malcapitato Stato membro.
Insomma, per farla breve: l'utilizzo di uno strumento ESM impone la cessione della propria sovranità alla Troika. Cosa sia e cosa faccia la Troika non lo spiego. Leggete un qualsiasi articolo sulla situazione in Grecia (o anche sulla situazione del mercato del lavoro in Spagna).
(Sottolineo, per chi non lo sapesse, che i fondi dell'ESM sono erogati solo sotto "stretta condizionalità". Per esempio, nel caso di Stati, "i prestiti ESM sono erogati sotto la condizione dell'implementazione di programmi di riforme macroeconomiche predisposte dalla Commissione Europea, unitamente alla Banca Centrale Europea e, ove necessario, al Fondo Monetario Internazionale").
Ora, quest'ultima ricostruzione è un po' inquietante perché si sposa perfettamente con il Position Paper presentato dall'Italia proprio un anno fa. In quel documento, infatti, si parlava proprio di un collegamento fra SRF e ESM, di un ammortizzatore sociale europeo (v. sotto), nonché della possibile costituzione di un "Referente unico" per il bilancio dell'UE. Guarda caso, l'articolo del Corriere parla proprio, in un inciso, di un fantomatico Ministro delle finanze dell'Unione. Qui finisce che l'anima nera del governo non era Renzi, ma Padoan...

La seconda proposta prevedrebbe, invece, l'introduzione dell'Iva sui servizi finanziari (ad oggi integranti operazioni esenti). L'Iva, come si sa, è una imposta propria dell'UE, che dovrebbe utilizzare queste maggiori risorse per la costituzione di "un fondo europeo per integrare il salario dei disoccupati" e di "un altro per sostenere le riforme strutturali".

È chiaro? Qui si parla, in sostanza, della realizzazione di una specie di Reddito Minimo Garantito (RMG) su scala europea, cioè del tentativo di indurre i popoli del Vecchio continente a barattare - una volta per tutte - il diritto al lavoro con il diritto a un reddito, con tutto quello che ne consegue in termini di ricattabilità, minore autonomia, compressione dei salari, e così via.
(Chi non fosse avvezzo a questi temi, può leggere questo post di Alberto Bagnai e questo post del Pedante, che spiegano con limpidezza le cose come stanno).
Da un certo punto di vista, è piuttosto paradossale pensare che la definitiva precarizzazione del mondo del lavoro passi per la tassazione indiretta dei servizi finanziari, quegli stessi servizi finanziari che permettono - per il tramite del credito al consumo - di trasformare precari e disoccupati con redditi di mera sussistenza in consumatori di quegli stessi beni che producono per salari deflazionati e dal reddito minimo garantito o dalla sostituzione del CCNL con altre forme (legali o pattizie) di determinazione delle retribuzioni.
Ovviamente, l'idea di un RMG è strettamente connessa a quella delle "riforme strutturali".
Sì, perché le riforme strutturali sono il nome presentabile - ad usum dei media più sensibili alla propaganda (cioè quasi tutti) - proprio della sullodata deflazione del lavoro. In termini un po' brutali: per riforme strutturali si intendono tutte quelle modifiche legislative che sono volte a migliorare la bilancia commerciale di un Paese tramite la riduzione delle importazioni (via distruzione della domanda interna mediante innalzamento della tassazione) e l'incremento delle esportazioni (mediante riduzione del costo del lavoro, cioè degli stipendi).

Noi, proprio noi, proponiamo questa roba. Tra poco la Sindrome di Stoccolma cambierà nome. Si chiamerà Sindrome di Roma.

giovedì 2 marzo 2017

L'Europa non è Leuropa (UE for dummies)

Anche se spesso i nostri giornalisti - oltre che piddini vari, preda di auto-razzismo patologico - fanno finta di ignorarlo, l'Unione Europea non è l'Europa (dalla quale, in quanto mera espressione geografica, non usciremo mai fino a quando non lo vorrà la deriva dei continenti) bensì Leuropa. Imperfetta quanto si vuole - dal momento che la vera Leuropa è sempre Laltra, che non esiste - ma (secondo i sullodati scienziati) comunque un successo.
Ma cos'è, davvero, Leuropa? Perché lasciarla porterebbe a crisi economiche e corse agli sportelli (fenomeni notoriamente sconosciuti nei Paesi della Leuropa), piogge di sangue, invasioni di cavallette e, se del caso, morte prematura dei primogeniti, esattamente come sta accadendo nel Regno Unito della Brexit?

Leuropa (l'unica esistente) si basa su quattro pilastri (art. 26, c. 2, Tfue), il cui fine ultimo (non è la prosperità delle persone, o la coesione sociale, o la protezione dei deboli, o che so io, bensì) è la pura e semplice creazione di un mercato interno fortemente competitivo (artt. 101 e ss., Tfue).
(Certo, la creazione di un mercato interno può lasciare sul campo morti e feriti. La Commissione si può adoperare per ridurre un po' il dolore. Ma il dolore è salutare. Per cui le eventuali deroghe alle severe ma giuste regole leuropee "debbono avere un carattere temporaneo ed arrecare meno perturbazioni possibili al funzionamento del mercato interno").

(1) La libertà di circolazione dei capitali, ai sensi dell'art. 63, Tfue, vero cuore di tutto il Trattato ("nell'ambito delle disposizioni previste dal presente capo sono vietate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e Paesi terzi. Nell'ambito delle disposizioni previste dal presente capo sono vietate tutte le restrizioni sui pagamenti tra Stati membri, nonché tra Stati membri e Paesi terzi").
Libertà di circolazione dei capitali significa, poi, evidentemente, possibilità per le aziende, ai sensi degli artt. 49 e ss. del Tfue, di delocalizzare ovunque entro gli Stati dell'Unione (che, come vedremo sotto, non possono apporre dazi intra-UE). Infatti, i capitali si esportano essenzialmente per investirli in Paesi diversi dal proprio. Ora, in mancanza di uniformità delle norme giuslavoristiche, tributarie, di sicurezza sul lavoro e di rispetto dell'ambiente, il venire meno delle frontiere ha ovviamente portato a una guerra stolida a colpi di dumping fiscale e di deflazione salariale (di recente il nostro governo ha pubblicizzato in apposito opuscolo quanto poco costino gli ingegneri italiani, rispetto al loro valore).
"Eh", direte voi, "ma non si può mica fermare il vento con le mani! Oggi siamo in un'epoca di globalizzazione!". Ma lo vogliamo capire che la globalizzazione non è un dato di natura, come un tornado o un terremoto, ma è un mero termine sintetico per riferirsi a un enorme e complesso sistema giuridico (o unione di sistemi giuridici), di natura pattizia trans-nazionale, che ha addirittura prodotto elefantiaci organismi giuridici (primo fra tutti il WTO)? La globalizzazione passa per il TTIP, per il CETA, cioè per trattati multilaterali di migliaia di pagine, oggetto di negoziati ai più alti livelli politici. La globalizzazione è norma, giurisdizione, normativa (altra cosa è il commercio internazionale. Che c'è sempre stato e sempre ci sarà). Ma se si tratta del prodotto di accordi pattizi, anche la globalizzazione può essere ridotta, controllata, modificata. Vi sono state altri periodi di globalizzazione nella storia: quello iniziato attorno al 1870, per esempio, è terminato bruscamente nel 1914. Può concludersi anche questa (certo più subdola e complessa, soprattutto considerando il ruolo di sostanziale parità rispetto agli Stati nazionali di soggetti genuinamente privati: si pensi all'ICANN), speriamo senza una Guerra Mondiale.

(2-3) Le libertà di circolazione dei beni e dei servizi. Se delocalizzo il call center Almaviva in Culonia Citeriore, devo essere certo che non arrivi un Trump de' noartri a piazzarmi qualche normicina che mi vieti di godermi quei meravigliosi appalti pubblici che - proprio delocalizzando (v. sopra) e cioè imbrogliando - riesco ad accaparrarmi nel Bel Paese (da INPS, INAIL, Poste, Telecom e giù giù per li rami). Lo stesso dicasi se voglio importare qui - senza dazi, che (come detto sopra) sono vietati tra i singoli Paesi dell'UE - piumini cuciti in Transnistria Antanica. Le norme di riferimento sono l'art. 28, c. 1, Tfue ("l'Unione comprende un'unione doganale che si estende al complesso degli scambi di merci e comporta il divieto, fra gli Stati membri, dei dazi doganali all'importazione e all'esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente, come pure l'adozione di una tariffa doganale comune nei loro rapporti con i Paesi terzi") e l'art. 56, c. 1, Tfue ("le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno dell'Unione sono vietate nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in uno Stato membro che non sia quello del destinatario della prestazione").
Tuttavia, esistono anche dazi non monetari. Per questo, tra le norme a tutela della Dea Concorrenza, vi sono anche quelle contro gli Aiuti di Stato. Tra queste, riporto l'art. 107, Tfue, perché aiuta a capire la genetica asimmetricità dell'UE: "salvo deroghe contemplate dai trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza. Sono [invece] compatibili con il mercato interno: a) gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall'origine dei prodotti; b) gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali; c) gli aiuti concessi all'economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania che risentono della divisione della Germania, nella misura in cui sono necessari a compensare gli svantaggi economici provocati da tale divisione. Cinque anni dopo l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare una decisione che abroga la presente lettera [sì, bau!, N.d.R.]. Possono [non devono, N.d.R.] considerarsi compatibili con il mercato interno: a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione...; b) gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell'economia di uno Stato membro; c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse; d) gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nell'Unione in misura contraria all'interesse comune; e) le altre categorie di aiuti, determinate con decisione del Consiglio, su proposta della Commissione".
Un'ulteriore riflessione. Io, come detto produttore di piumini in Transnistria (come tale molto più attento al benessere delle oche lavorate che degli uomini lavoranti), sono anche importatore dei medesimi piumini in Italia; pertanto, non avere rischi di cambio tra Transnistria e Italia mi potrebbe fare non poco comodo. Magari questo aiuta a capite perché ci sono alcuni che si ostinano a difendere un esperimento morto in culla come l'Euro.
La questione dei dazi in UE è ancora più complessa. I dazi verso l'esterno, infatti, sono stabiliti a livello di Unione (cioè sono leuropei), e possono comportare ulteriori distorsioni a favore di alcuni Stati membri e a danno di altri. Decidere di imporre dazi sull'importazione di aringhe e non su quella di olio, o viceversa, evidentemente ha un riflesso per Paesi del Nord e Paesi del Sud (ovviamente, le cose stanno così e così e così).
(Molto si potrebbe dire, tra l'altro, su queste decisioni che paiono meramente tecniche e invece sono scopertamente politiche: si pensi alla valutazione ai fini del rispetto dei vincoli di bilancio delle spese per la ricostruzione delle zone colpite da terremoto, ove si ponga mente alla diversa sismicità dell'Italia rispetto, per dire, a Germania o Olanda. E questo con buona pace del principio di solidarietà di cui parla l'art. 222 del Trattato).

(4) La libertà di circolazione dei lavoratori (art. 45, Tfue).
Se voglio che la libertà di spostare liberamente i capitali sia effettiva (motivo di fondo per cui è nata Leuropa), devo anche poter spostare gli uomini che utilizzano le relative immobilizzazioni (ne hanno saputo qualcosa a Torino, negli anni Sessanta e Settanta; il Tfue non si nasconde le difficoltà connesse a tali spostamenti; le cita all'art. 46, c. 1, lett. d, una delle tante norme di quel testo che rimarranno per sempre lettera morta).
Però, siccome una cosa è migrare entro un unico Paese, altra da uno Stato (con una lingua, una tradizione, una cultura, una religione, un clima) a un altro (con diversa lingua, diversa tradizione, diversa cultura, diversa religione), ecco che ci si inventano mille strade per eradicare le persone (l'Erasmus) o per distruggere le comunità (l'immigrazione: in questo ha ragione Barbara Tampieri, che sottolinea come il fine di sostituzione etnica sia addirittura più importante rispetto alla volontà politica di creazione di un esercito industriale di riserva in vista di una permanente deflazione salariale).
Dice: "Eh, ma ci sono tante norme nel Tfue a favore del lavoro! Addirittura, l'art. 147 parla di livello di occupazione elevato!". A parte il fatto che, rispetto all'obiettivo costituzionale della "piena occupazione", già si tratta di un passo indietro, mi piace riportare l'art. 145, di cui non serve neanche un commento, per capire l'effettività di quella disposizione: "gli Stati membri e l'Unione... si adoperano per sviluppare una strategia coordinata a favore dell'occupazione, e in particolare a favore della promozione di una forza lavoro competente, qualificata, adattabile e di mercati del lavoro in grado di rispondere ai mutamenti economici...,". Non solo, il massimo si raggiunge con l'art. 151, non a caso posto a incipit delle disposizioni "sociali" del Trattato: "l'Unione e gli Stati membri, tenuti presenti i diritti sociali fondamentali..., hanno come obiettivi la promozione dell'occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che consenta la loro parificazione nel progresso, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane atto a consentire un livello occupazionale elevato e duraturo e la lotta contro l'emarginazione. A tal fine, l'Unione e gli Stati membri mettono in atto misure che tengono conto della diversità delle prassi nazionali, in particolare nelle relazioni contrattuali, e della necessità di mantenere la competitività dell'economia dell'Unione. Essi ritengono che una tale evoluzione risulterà sia dal funzionamento del mercato interno, che favorirà l'armonizzarsi dei sistemi sociali, sia dalle procedure previste dai trattati e dal ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative.".
Tutto questo - in realtà e con buona pace degli estensori del testo di cui sopra - genera, per quasi tutti, soltanto maggiore povertà. Il che significa, specularmente, grandissimi guadagni per molto pochi.
Non solo: i molto pochi, in questo modo, hanno i capitali per far comprare ai tanti le loro merci mediante finanziamenti, così da poter godere non soltanto dei ricavi, ma anche degli interessi. Se ci si somma la pressione al ribasso sui salari, nonché la circostanza che la sullodata povertà comporta la trasformazione del diritto di emigrazione in obbligo, eh be', il guadagno è quadruplo.

Poi c'è l'Unione Economica e Monetaria.

Il tutto, infatti, non funzionerebbe in modo così perfetto, se le dinamiche volte alla deflazione salariale e alla conseguente finanziarizzazione dell'economia potessero essere obliterate o quanto meno attenuate da politiche anticicliche statali, in termini sia di allentamento fiscale sia di spesa pubblica in deficit.
Per questo è nato l'Euro. Per questo la Banca Centrale Europea è stata resa indipendente.
Ai sensi dell'art. 119, Tfue, "l'azione degli Stati membri e dell'Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l'adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi comuni, condotta conformemente al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza. Parallelamente, alle condizioni e secondo le procedure previste dai trattati, questa azione comprende una moneta unica, l'euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica del cambio uniche, che abbiano l'obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell'Unione conformemente al principio di un'economia di mercato aperta e in libera concorrenza. Queste azioni degli Stati membri e dell'Unione implicano il rispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane [chi è interessato può vedere l'art. 126, Tfue, N.d.R.] nonché bilancia dei pagamenti sostenibile".
Ai sensi dell'art. 123, c. 1, invece, "sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri... a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali".
Chiaro? La politica monetaria la fa la BCE e solo la BCE, e la fa con lo scopo precipuo di mantenere un basso livello di inflazione (art. 127, Tfue); pertanto il "divorzio" tra circuito democratico (elezioni, parlamento, governo) e banca centrale dev'essere completo (art. 130, Tfue), addirittura fino a vietare l'acquisto in asta dei Titoli di Stato.
Questo sistema crea, evidentemente, scarsità di risorse per gli Stati membri, i quali sono strozzati da vincoli di bilancio che non permettono le suddette politiche anti-cicliche, meno che mai il varo di importanti progetti pubblici.
Ma non solo: l'esistenza di un'unica moneta, l'Euro, per vari Stati membri - per di più, come detto, stretti in questa specie di Camicia di Nesso che sono le norme europee (rese ancor più stringenti dalle varie norme che vanno sotto il nome di Fiscal Compact) - non permette neppure gli aggiustamenti di cambio che permetterebbero una mitigazione automatica degli effetti di eventuali shock asimmetrici su alcune economiche rispetto ad altre, o sui differenziali di produttività fra le stesse.
In mancanza di questo meccanismo, shock e differenziali di produttività si scaricano necessariamente sul costo del lavoro, cioè - in pratica - sui salari, che vengono inesorabilmente compressi (a vantaggio, con tutta evidenza, dei profitti).
Questo intende il prof. Bagnai quando dice che la moneta è un'istituzione volta a regolare il conflitto distributivo.

Questa è Leuropa. Non Laltra. Quella che c'è. L'unica che ci può essere. Così è, se vi piace.

mercoledì 1 marzo 2017

Brevi considerazioni in margine ad una immane tragedia (etica & politica)

Mi avventuro in un campo che non è il mio, cioè quello dell'etica e, soprattutto quello del rapporto fra etica e politica, foro interno e Stato. L'orrendo sciacallaggio - da parte di pseudo-politici al servizio di inconfessabili interessi - di cui è stato vittima il povero ragazzo che si è recentemente dato la morte in Svizzera, impongono a mio avviso qualche riflessione.
Come chiunque di noi, anch'io ho un'opinione (pur incrinata da dubbi e ripensamenti) su questioni cruciali nell'esistenza di ciascun individuo: l'eventuale regolamentazione del "fine vita", o delle modalità di utilizzo delle tecniche di "procreazione assistita" (quando queste comportano la selezione degli embrioni fecondati), fino ai temi da sempre presenti nel dibattito politico, da quelli meno angoscianti a quelli più gravi e delicati, come l'aborto (la cui trattazione richiederebbe un post a sé, richiedendo una valutazione ulteriore, di natura non solo etica ma anche scientifica, in ordine alla "personalità dell'embrione"). Tuttavia, non voglio utilizzare questo spazio per dire come la penso: non perché me ne vergogni, ma perché non lo trovo utile e, oltre a questo, neppure interessante.
Mi sembra invece più giusto fare qualche considerazione generale su un problema di fondo, che è quello di come uno Stato laico (intendendo per "laico" uno stato non necessariamente e pregiudizialmente anti-religioso, o volto al sovvertimento delle basi di una certa religione, ma, semplicemente, "non teocratico") e democratico dovrebbe approcciarsi a questioni che riguardano la sfera etico-comportamentale del singolo cittadino.
Uno Stato occidentale qualsiasi; pertanto, evito di entrare in una analisi minuziosa sia delle libertà previste nella prima parte della nostra Costituzione (libertà che - per giurisprudenza costante della Corte Costituzionale - hanno un contenuto negativo uguale e contrario a quello positivo proprio delle singole norme: così, salvo quanto previsto dall'art 32, c. 2, Cost., in linea generale il diritto alla salute è anche diritto a non curarsi), sia delle contrarie disposizioni - qua e là rinvenibili nei codici fascisti (il nostro codice civile è del 1942, il codice penale del 1931) - la cui portata è stata più volte oggetto di valutazione da parte dei giudici (si pensi all'art. 5, c.c., e agli artt. 579, c.p. e 580, c.p.).
Peraltro, nel pensiero etico-politico europeo si possono ricostruire, in sostanza, due "orientamenti" tra loro contrapposti, che fanno da poli di attrazione per le più varie posizioni, più o meno sfumate.
La prima. Quella di coloro che postulano da un lato l'indisponibilità di quei diritti che, pur rivolti al soddisfacimento di un interesse del singolo, sono altresì funzionali all'interesse della collettività (per esempio il diritto alla vita: v. Cass., 18 novembre 1954), dall'altro l'ontologica limitabilità - da parte dello Stato - di quegli altri diritti che, al contrario, si potrebbero porre in latente contrasto con il bene della comunità (per esempio, il diritto all'autodeterminazione affettiva rispetto al "valore" della stabilità della famiglia). Potremmo dire, efficacemente, che i primi tipi di diritti si trasformano in doveri, i secondi sono ristretti da speculari doveri.
La seconda. Quella di chi, invece, ritiene i beni oggetto delle "libertà civili" sempre e comunque disponibili in virtù del sovrano principio dell'autodeterminazione, a condizione che - in questo modo - non vengano ad essere lesi i diritti e le libertà altrui. Quando questa tesi è applicata alla materia del fine vita, questa tesi si salda con l'altro orientamento, correlato, che valorizza la "inviolabilità della dignità della persona", sul presupposto che, esistendo l'autodeterminazione in ordine alla qualità della propria vita, soltanto il singolo sarebbe legittimato a decidere fino a quando questa possa considerarsi degna e meriti di essere vissuta (nel nostro Paese Stefano Rodotà è stato un pioniere in questo campo).
Ad oggi, in Europa occidentale quest'ultima tesi è largamente dominante, come dimostrano le varie legislazioni che permettono il suicidio assistito e/o l'eutanasia passiva (v. foto qui a fianco, di fonte Ansa), l'aborto sostanzialmente su richiesta senza ulteriori requisiti (v. foto sotto), la fecondazione anche eterologa e la selezione degli embrioni, e così via. Nella materia specifica del "fine vita", la stessa CEDU ha statuito la legittimità delle leggi che prevedono l'eutanasia passiva e la legittimità di trattamenti medici basati sul c.d. "testamento biologico" (di cui si sta parlando anche nel nostro Parlamento) o su condotte congruenti prima di incidenti comportanti uno stato di incoscienza (cfr. il caso di Eluana Englaro e art. 6 della Carta di Oviedo). Nel nostro Paese, che ha normato soltanto il tema della fecondazione assistita (peraltro con una legge che è stata smentita pesantemente da svariate pronunce di merito), la Corte Costituzionale è intervenuta spesso su questioni assai delicate, concludendo in sostanza per la comprimibilità del diritto del singolo soltanto laddove venga in evidenza non soltanto l'interesse di questo, ma un più ampio principio solidaristico (così Crisafulli, Sandulli, Flick).
Il problema, peraltro, è reso ancora più complesso laddove ci si addentri nelle questioni, collegate, sia della eventuale invocabilità, da parte del medico che assiste il paziente che richiede l'eutanasia, di invocare l'obiezione di coscienza, sia della possibilità, per il non medico, di aiutare il malato che aspira a morire (cfr. Pinelli, in Riv. Dir. Civ., 2011, 5, 10697, e bibliografia ivi citata).

Ciò premesso, mi sembra giusto fare qualche considerazione ulteriore.

1) A fronte di una sempre maggiore sottolineatura del profilo personalistico dei diritti civili, mi pare che sia incontrovertibile la necessità che lo Stato ne valuti anche i rapporti con l'interesse della comunità che rappresenta, onde verificare - se del caso - la necessità di limitarne l'ampiezza. Senza ipocrisie, l'indirizzo politico è anche - entro i limiti costituzionalmente consentiti - difesa di determinati "valori" necessari al mantenimento di una certa coesione sociale, basilare per la stessa sopravvivenza dello Stato.
Questo è un punto che mi sta molto a cuore, soprattutto in un contesto politico continentale in cui il potere legislativo dell'Unione (Commissione e Parlamento Europeo, diciamo) utilizza il paravento delle libertà per minare alle fondamenta lo Stato nazionale e le sue comunità (d'altronde, c'è un evidente conflitto di interessi fra i diversi ordinamenti) nonché, in ultima analisi, la civiltà occidentale come si è sviluppata negli ultimi due millenni.
Ad esempio: la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio" è ritenuta una cellula fondante sulla società, oppure no? La risposta a questa domanda non può non informare l'attività legislativa. La difesa della vita umana anche oltre la stessa volontà del singolo è ritenuta prioritaria per il corretto sviluppo della comunità, oppure no? Se sì, evidentemente si privilegerà un'interpretazione la più ampia possibile dell'art. 32, c. 2, Cost., e così via.
Né, a mio avviso, si può nascondersi dietro al dito delle più liberali legislazioni degli altri Paesi: se si ritiene di dover garantire un diritto, lo si faccia e basta; se si ritiene che questo diritto in realtà collida con un più importante dovere di solidarietà nei confronti della propria comunità, non si invochi a scusante questa specie di "Schengen dei diritti civili". Esiste il principio generale del c.d. "ordine pubblico": se si ritiene opportuno, utilizziamolo.
Il tutto, senza dimenticare un punto che, mi auguro, unisca tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dalle differenti posizioni nel dibattito: e cioè che una morte è sempre e comunque una sconfitta per tutti, a partire dallo Stato (v. punto 2).

2) Se però lo Stato limita un certo diritto per un superiore fine di coesione sociale, deve anche porre in essere politiche positive che aiutino i propri cittadini a non scontrarsi (spesso a prezzo di grandissima sofferenza) con tali limiti.
Se si limita la possibilità di aborto, si deve provvedere alle future madri in difficoltà economiche (o con problemi lavorativi) con norme sia di natura assistenziale, sia di natura giuslavoristica. Se non si permette l'eutanasia, ogni malato deve poter essere curato fino all'ultimo giorno nel pieno rispetto della sua dignità di uomo e deve poter avere accesso alle cure palliative. La distanza infinita che passa tra la lettera della Legge 194 e la pratica di tanti ospedali (per non parlare dello sconcio di molte cliniche private) è un esempio concreto di come non dovrebbe agire un Paese civile.
Senza serie e profonde politiche positive, i divieti sono ipocriti e disumani, mentre i cittadini sono derubricati a sudditi. Questo se lo ficchino bene in testa tutti, e dico tutti, i nostri politici. Ripeto quello che ho detto più volte anche in passato: mi fanno ridere i vari movimenti pro life che sfilano a favore della maternità ma non si battono mai per l'effettività del diritto al lavoro, ad una paga che permetta una sussistenza dignitosa, ecc..
Ad oggi, a quel che ne so, siamo a oltre 470 suicidi "per crisi" dal 2008.
Questa questione, a mio avviso, si pone in particolar modo per quanto attiene tutta la problematica del c.d. "utero in affitto". Se gli Stati, tutti gli Stati, non pensano come prima cosa a salvare le donne, tutte le donne, da situazioni di indigenza, solitudine, difficoltà, quello che è contrabbandato come un diritto (alla genitorialità, ma anche alla donazione della vita) rischia di trasformarsi in uno sfruttamento della persona (ricca) sulla persona (povera), nella più completa deprivazione - per quest'ultima - della propria dignità umana.
A me sembra che - solo se uno vuole ascoltare con attenzione - "suoni" molto differente per esempio il caso di chi, per amore, porti in grembo il figlio di una sorella che non può autonomamente portare a termine una gravidanza, dal caso di coloro che - pur meritando il massimo rispetto, avendo spesso alle spalle situazioni di dolore, via crucis mediche, ecc. - si limitano a rivolgersi ad agenzie specializzate (spesso in India, o comunque in Paesi con alti tassi di povertà), a pagare cifre esorbitanti e in ultima analisi ad utilizzare donne sconosciute come fossero incubatrici umane. In questo senso, per quello che la conosco, mi pare assai apprezzabile la legislazione greca.

3) La tecnica legislativa dovrebbe sempre essere di ottima qualità. In campi così delicati è però particolarmente indispensabile. Il rischio concreto, infatti, è che il legislatore - per ignoranza, o per malafede - lasci vuoti normativi o non metta a fuoco conseguenze sistematiche (spesso sotto il profilo della costituzionalità delle norme dal punto di vista dei criteri della ragionevolezza e dell'uguaglianza formale e sostanziale).
Il caso dei matrimonio omosessuali, con le conseguenze a catena in materia di adozione e in tema di pensioni di reversibilità, è un caso recente. Un altro caso è la lunga battaglia giurisprudenziale che si è abbattuta sulla Legge 40.
Cosa dovrebbe fare un politico accorto? Riflettere bene sul best case (o worst case, a seconda dei pre-giudizi di ciascuno) connesso alle disposizioni che propone o approva. Cosa comporta, direttamente o indirettamente, questa norma? Come si situa nel sistema normativo italiano? Come potrebbe essere interpretata dai giudici di merito e di legittimità?
Altrimenti, vi è il rischio di perseguire un fine e raggiungerne uno diametralmente opposto. Se questa eterogenesi è voluta, evidentemente si tratta di un caso clamoroso di fariseismo da parte di chi ha determinati obiettivi ma ne teme i risvolti in termini elettorali (il che, in una classe dirigente che ha propagandato l'Euro in termini scientificamente insostenibili, non è da escludere); se non è voluta, mostra nel migliore dei casi pressappochismo legislativo, nel peggiore impreparazione di fondo della classe politica (il che aprirebbe un discorso sull'importanza comparata della professionalità e della auto-attribuita onestà).
Non solo: pensare al worst case significa anche riflettere su come una legge, ancorché pensata con le migliori intenzioni, ancorché magari anche giusta, possa essere utilizzata per scopi poco nobili, quando non addirittura criminali, soprattutto in caso di modifiche - anche soltanto sostanziali e non formali - della forma di Stato. Ad esempio norme troppo lasche sull'eutanasia, soprattutto quella (che a me sgomenta) sui bambini, potrebbero essere invocate, in futuro, per forme di eugenetica? Quello che nella storia è già successo (sia in tempi remoti, sia in tempi più recenti), solo per questo può ripetersi.

4) Infine, una precisazione a latere. Tra i diritti civili costituzionalmente garantiti vi è anche, sia pure con tutte le limitazioni di cui all'art. 21, Cost. e di cui alle sentenze della Corte Costituzionale (chi è interessato, si prenda un buon libro di diritto costituzionale e se le legga), il diritto alla libera manifestazione del proprio pensiero.
Certe posizioni ci paiono disturbanti, o retrive, o troppo progressiste, ma ciò nonostante devono essere tutelate ed è intollerabile che chi le esprime sia oggetto di vilipendio, o di discredito sociale, o addirittura sia zittito con mezzi più o meno leciti.
Si tratta di un'ovvietà, un po' meno ovvia del previsto in tempi di fake news.

domenica 26 febbraio 2017

Ancora sui controlli a distanza (Almaviva)

La filosofia si è a lungo interessata della differenza fra idea e azione. Qui, più modestamente, ne registriamo una singolare manifestazione.
La newsletter di venerdì scorso del Garante per la privacy ha ribadito che "il datore di lavoro non può accedere in maniera indiscriminata alla posta elettronica o ai dati personali contenuti negli smartphone in dotazione al personale", confermando così la propria interpretazione restrittiva del nuovo art. 4, Statuto dei Lavoratori (interpretazione che, detto per inciso, è più restrittiva anche di quella della CEDU: v. qui).
La pronuncia (molto ampia e motivata) appare particolarmente importante, poiché statuisce con chiarezza che il comportamento aziendale "risulta in contrasto con la disciplina di settore in materia di controlli a distanza (cfr. artt. 11, comma 1, lett. a) e 114 del Codice e art. 4, legge 20.5.1970, n. 300). Tale disciplina infatti, pure a seguito delle modifiche disposte con l'art. 23 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151, non consente l'effettuazione di attività idonee a realizzare (anche indirettamente) il controllo massivo, prolungato e indiscriminato dell'attività del lavoratore (v. Linee guida per posta elettronica e internet..., spec. par. 4, 5.2. lett. b) e 6; Consiglio di Europa, Raccomandazione del 1 aprile 2015, CM/Rec(2015)5, spec. princ. 14). Inoltre il datore di lavoro, pur avendo la facoltà di verificare l'esatto adempimento della prestazione lavorativa ed il corretto utilizzo degli strumenti di lavoro da parte dei dipendenti, deve in ogni caso salvaguardarne la libertà e la dignità e, in applicazione dei principi di liceità e correttezza dei trattamenti di dati personali, informare in modo chiaro e dettagliato circa le consentite modalità di utilizzo degli strumenti aziendali e l'eventuale effettuazione di controlli anche su base individuale (v., tra gli altri, Provv. n. 139 del 7 aprile 2011, doc. web n. 1812154; Provv. n. 308 del 21.7.2011, doc. web n. 1829641; Provv. 23 dicembre 2010, doc. web n. 1786116). L'assenza di una esplicita policy al riguardo può determinare una legittima aspettativa del lavoratore, o di terzi, di confidenzialità rispetto ad alcune forme di comunicazione (cfr. Provv. n. 13 del 1° marzo 2007, Linee guida per posta elettronica e internet, doc. web n. 1387522, spec. 3; 5.2. lett. b), e 6.1.)".
Nel caso concreto, che riguarda la multinazionale Aon, l'azienda non ha adeguatamente informato i lavoratori sulle modalità e finalità di utilizzo degli strumenti elettronici in dotazione, né su quelle relative al trattamento dei dati, ha configurato il sistema di posta elettronica in modo da conservare copia di tutta la corrispondenza per ben dieci anni, ha realizzato una procedura che le consentiva di accedere al contenuto dei messaggi dei dipendenti (messaggi che, in linea con la policy aziendale, potevano avere anche carattere privato). Oltre a questo, dall'indagine del Garante "è inoltre emerso che la società continuava a mantenere attive le caselle e-mail fino a sei mesi dopo la cessazione del contratto, senza però dare agli ex dipendenti la possibilità di consultarle o, comunque, senza informare i mittenti che le lettere non sarebbero state visionate dai legittimi destinatari ma da altri soggetti. Nel corso dell'istruttoria è stato accertato inoltre, che  il titolare poteva accedere da remoto – non solo per attività di manutenzione – alle informazioni contenute negli smartphone in dotazione ai dipendenti (anche privatissime e non attinenti allo svolgimento dell'attività lavorativa), di copiarle o cancellarle, di comunicarle a terzi violando i principi di liceità, necessità, pertinenza e non eccedenza del trattamento".

Questa è l'idea. Il controllo massivo, prolungato e indiscriminato del lavoratore è sempre e comunque vietato dalla legge.

Cui non sempre corrisponde l'azione.
Il Sole 24 Ore ci rende oggi edotti sull'ultima trovata di Almaviva.
Per chi non lo sapesse, Almaviva è una multinazionale dei call center, a proprietà italiana, che gestisce 45.000 persone in tutto il mondo, di cui ben 13.000 nel Belpaese. Da noi ha 38 sedi, mentre all'estero ha aperto 21 filiali in Brasile, Stati Uniti, Cina, Colombia, Tunisia, Sudafrica, Romania, Belgio (a Bruxelles). La società è famosa essenzialmente per essere cresciuta con i contributi pubblici previsti dalla L. n. 407 del 1990 e dalla L. n. 388 del 2000 per le assunzioni in Regioni svantaggiate e per aver altresì utilizzato le più bizzarre forme occupazionali (partita IVA, lavoro a progetto, tutele crescenti ma solo fino a quando hanno permesso di godere dei noti incentivi). Prassi comune è mettere in CIG parte del personale, spostarlo di sede per godere dei benefici regionali per la formazione dei cassintegrati, richiedere straordinari a quelli rimasti a lavoro.
Grazie a questi - diciamo - escamotage si aggiudica grandi commesse (Wind, Telecom, Vodafone), o acquista concorrenti più piccoli (a Palermo, il concessionario di Alitalia). Quando un verbale dell'Ispettorato del lavoro impone alla società di stabilizzare 4.000 lavoratori assunti con contratti a progetto non corrispondenti alle norme della Legge Biagi, Cesare Damiano (Ministro del lavoro nel Governo Prodi) inserisce nella Finanziaria per il 2007 una codicillo ad hoc, che permette ai sindacati di firmare un patto scellerato: assunzioni contro rinuncia alle proprie spettanze. Con la firma di una liberatoria i neoassunti rinunciarono infatti a tutto il pregresso, ottenendo in cambio un contratto a tempo indeterminato part-time a 20 ore settimanali, con una retribuzione di circa 8.000 Euro l’anno. Almaviva - per non farsi mancare nulla - sostanzialmente si ripaga, sempre con gli incentivi della L. n. 407.
Tuttora, l'art. 2, c. 2, lett. a), D. Lgs. n. 81 del 2015 (uno dei decreti del Jobs Act) prevede che le limitazioni all'utilizzo delle co.co.co. non si applichino "alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore" (unico caso concreto, proprio i call center).
La società, lo scorso autunno, si è accorta di aver subito una significativa riduzione di fatturato, a vantaggio di "attività delocalizzate in aree extra-UE" (il che suona abbastanza peculiare, detto da chi da più di dieci anni gestisce call center in Tunisia a 3 Euro all'ora, anche per Telecom). Pertanto, ha deciso di licenziare in tronco tutti i dipendenti delle sedi di Roma e Napoli, nonché di deportare quelli di Palermo (rei di aver perduto una commessa Enel) in provincia di Cosenza. A fine anno si sciolgono i nodi: a Roma quasi 1.700 dipendenti non accettano le condizioni di Almaviva e sono licenziati, a Palermo i lavoratori sono "ceduti" ad altra società, con l'intesa dell'assunzione a tempo indeterminato ma senza scatti di anzianità, mentre a Napoli l'azienda riesce a far passare le proprie proposte (tra cui una riduzione drastica degli stipendi).
Ora, la società su Napoli rilancia (sulla base del motto: "ci è andata bene una volta, proviamo di nuovo"; l'accordo, già approvato dai sindacati, deve ora essere sottoposto a referendum). Così Il Sole: "Almaviva a Napoli scommette sulla produttività e sulla qualità del servizio alla clientela, con il ricorso ai controlli a distanza e con il potenziamento della formazione".
Oltre a ribadire tagli di stipendio (in una realtà, tra l'altro, in cui gli occupati erano stati inquadrati ad un livello inferiore rispetto che negli altri call center... a proposito: qui Almaviva ha preso contributi, oltre che dallo Stato, anche dalla Regione), congelamento degli scatti di anzianità, riduzione della base di calcolo del TFR, oltre che la sempreverde Cassa Integrazione, ecco l'innovazione.
L'azienda prevede di "ricorrere a strumenti di misurazione della produttività e della qualità, nel rispetto dell'art. 4 dello Statuto dei lavoratori... I risultati della misurazione saranno visibili in tempo reale per non più del 60% delle ore lavorate settimanalmente. L'accesso alle informazioni sarà consentito al lavoratore, esclusi gli altri addetti appartenenti al suo team, che avranno invece la possibilità di verificare la produttività media...". In questo modo la guerra fra poveri, lo spasmodico tentativo di emergere a scapito dell'altro, eventualmente la delazione, entrano a pieno titolo nel diritto del lavoro italiano. Peggio del lavoratore del mese dei fast food.
"Le informazioni saranno accessibili, oltre che al lavoratore, a una figura di staff, ma non al responsabile gerarchico diretto. La scelta si spiega con l'obiettivo delle informazioni, utilizzabili per guadagnare produttività, mettendo al bando ogni tentazione disciplinare. L'accordo lo specifica: i dati sono off-limits per fini disciplinari e anche per definire avanzamenti di carriera", avendo soltanto lo "scopo di individuare aree di miglioramento nelle performance lavorative, anche attraverso percorsi di formazione". Sì, bravi, raccontatelo a un altro.

Questa è la pratica. Ti controllo minuto per minuto, ti schedo, elaboro statistiche individuali e per commessa. Poi tanto le uso solo per programmare la formazione. Certo, tangenzialmente faccio in modo che i tuoi colleghi, se sono un minimo furbi, capiscano chi è l'anello debole della catena, e si regolino di conseguenza, ma questa è - come dicono quelli che hanno studiato - una esternalità negativa (o positiva, boh).

In una situazione come questa, ci dovremmo preoccupare se - nell'alfabeto della politica - la D venga prima della P, o viceversa.


P.S.: Aggiungo un'ultima considerazione. L'azienda che si comporta in questo modo - delocalizzazione, utilizzo opportunistico di norme agevolative, frode vera e propria stando al verbale dell'ispettorato, controllo a distanza, e così via - gestisce quasi tutti i call center delle grandi aziende in mano pubblica (o comunque partecipate dallo Stato italiano).
A me pare, quanto meno, connivenza.


(Clienti di AlmavivA Contact - fonte: sito AlmavivA).

mercoledì 22 febbraio 2017

L'incertezza del diritto, la certezza della frode (Uber e i tassisti)

Quando la propaganda, la retorica, la continua mistificazione, anche una certa dose di disonestà intellettuale, vanno ad incidere non soltanto sulla vita di alcune persone, ma finiscono per corrompere la stessa tenuta del tessuto sociale di un Paese (che dovrebbe essere fatto di solidarietà inter-classe e composizione del conflitto fra le classi), mi arrabbio.
Parliamoci chiaro. La sharing economy non è economia della condivisione. Non è un baratto. Non ha neppure alcun tratto mutualistico o cooperativo. Quello era, forse e sia pure in modo confuso, il principio dei primi siti di scambio peer-to-peer come Napster.
La sharing economy, al contrario, è una cosa vecchissima, cioè la messa a sistema (e in ultima analisi lo sfruttamento) del lavoro e - talvolta - di minime immobilizzazioni proprie di una platea diffusa di persone da parte di chi ha capitali e tecnologie per farlo.
A voler essere buoni, si tratta della stessa dinamica che portò alla proto-industrializzazione inglese, basata su famiglie contadine impoverite che tentavano di incrementare le loro entrate con la manifattura a domicilio. A voler essere forse più obiettivo, di una forma subdola di caporalato, tanto più disgustosa perché - in questo caso - il padrone non ha neppure il coraggio di mandare caporali in carne ed ossa a metterci la faccia.
Non a caso, Napster è stato chiuso, mentre Uber o Airbnb prosperano e svolgono un'attività di lobby talmente aggressiva da addirittura lagnarsi di non poter contare su una legislazione omogenea in Europa (rifletta su questo, chi si chiede chi davvero sia interessato al mantenimento dell'attuale Unione Europea).
Uber o Airbnb sfruttano le comunità e le impoveriscono, ne predano le risorse e le opportunità drenando i maggiori proventi, comportano perdita di posti di lavoro e aumento del costo della vita, in perfetto stile neo-liberista danno un'impressione - peraltro del tutto erronea - di un risparmio immediato (e dunque di un'accresciuto quanto fittizio potere d'acquisto) all'utente che però - essendo anche un lavoratore - ne subisce strutturalmente settanta volte sette le conseguenze in termini di deflazione salariale, espulsione dai centri cittadini, e via dicendo. Così come accade con le tariffe telefoniche. Così come accade con le compagnie di volo low cost (immagino che i dipendenti di Alitalia capiscano cosa intendo).
Rispetto ai casi precedenti, qui si aggiunge un ulteriore profilo particolarmente inquietante, che è quello dell'illegalità. Attenzione: non l'illegalità del gestore del servizio, ché anzi l'evasione fiscale e - se mi si passa l'espressione - il dumping amministrativo sono anch'essi traslati, sia pure in modo implicito, su coloro che (pensando di sfruttare un'opportunità) sono in realtà i maggiori sfruttati. Andare dal commercialista è un problema dei singoli cittadini, dice Chip Conley, con la doppiezza schifosa di chi sa benissimo che - ove questo accadesse - chiuderebbe la sua rivoltante baracca in meno di dieci minuti.
(Che persona sia lo dimostra anche il suo riferimento demenziale al Palio di Siena, che non commento per carità di patria).
È sempre la stessa storia. Sempre la stessa storia. Sfruttamento e nient'altro. Evasione fiscale e nient'altro. Questa volta, su scala planetaria.
Per questo è allucinante chi parla di futuro, di innovazione, di disruption (questi ultimi, normalmente, sono quelli che non sanno l'inglese), rispetto a qualcosa che puzza di Ottocento da mille miglia.
O forse no. Forse è l'atteggiamento giusto, anche questo genuinamente ottocentesco. Secolo di positivismo, di ferme credenze nelle magnifiche sorti e progressive. Ma, come sempre, la ginestra dell'austerità arriverà per tutti, anche per coloro che il calle insino allora dal risorto pensier segnato innanti abbandonarono, e volti addietro i passi, del ritornar si vantano, e procedere il chiamano.
(Abbiamo anche un Papa modernista, infine).
Questo atteggiamento trapassa quasi naturalmente nell'altro, diffusissimo, che vede in queste dinamiche (e in qualsiasi portato di tecnologia & globalizzazione) qualcosa di inevitabile: there is no alternative, TINA per gli amici. È interessante notare, peraltro, come un tale modo di pensare possa scindersi in due diverse visioni - absit iniuria verbis - filosofiche: da un lato i, diciamo, "panglossiani", dall'altro gli "ontologici". Il che non vieta, anzi spesso favorisce, una certa sovrapposizione dei piani, che potremmo definire "hegelismo tecnologico". Tecnologia, realtà e razionalità si fondono in un tutt'uno.
Per questi personaggi, progresso significa regressione ad uno stato di natura in cui lo Stato è dissolto nella privatizzazione di qualsiasi servizio, prodotto da lavoratori per consumatori che non posseggono alcunché, ma prendono in prestito, che non hanno casa, ma viaggiano ovunque ci siano opportunità (?), magari in economy di Ryan Air.
Se accettiamo questo punto di vista, è evidente che si ritiene illegittima, o comunque dannosa, qualsiasi norma statale volta a governare dinamiche economiche o sociali. A partire dalla qualificazione di un determinato mestiere come "servizio pubblico", pertanto da sottoporre a controlli e tutele (fino a punte surrealiste come il tentativo di liberalizzazione di alcune attività proprie del Notariato), ovvero dalla costatazione che - in certe circostanze - la concorrenza sfrenata, oltre a non portare benefici ai consumatori, porta danni irreparabili ai prestatori di servizi.
(Ne sa qualcosa la mia parrucchiera, che ha visto aprire - e in gran parte chiudere - cinque negozi analoghi al suo nella medesima strada. Lei ha perso fatturato, gli altri non ne hanno guadagnato in maniera sufficiente. Non mi risultano tagli rivoluzionari in zona).
Lacci e lacciuoli devono essere eliminati, punto. Chi ne godeva, deve essere punito, o quanto meno ignorato. Non c'è altro.

Il concetto di "diritto" si sovrappone, fino a confondersi, con quello di "privilegio".
Hai comprato a caro prezzo una licenza? Peggio per te, sei un privilegiato, limitatore della concorrenza, profittatore del consumatore, anti-meritocratico, dunque se c'è chi - senza preavvertirti - ti cambia le regole del gioco a metà partita, ben ti sta. Sei un artigiano che, grazie a una Repubblica madre di parto e di voler matrigna (per restare in tema), non avrà mai una pensione e dunque conti di rivendere la tua licenza per garantirti una vecchiaia dignitosa? Accontentati della minima, tanto spenderai poco di cellulare.
Ora, questo modo di ragionare mostra più di una crepa.
In primo luogo, non tiene conto che la globalizzazione è anch'essa un sistema di regole, anzi uno dei più complessi e normati sistemi giuridici che siano mai stati prodotti dall'uomo (basti pensare ai vari round GATT prima e WTO dopo, o all'Unione Europea). Non solo: proprio le società di punta della sharing economy, come Uber o Airbnb, sono quelle che più di altre per avere un sistema normativo chiaro ed omogeneo a livello come minimo continentale. Non è che non amano le leggi; non amano le leggi che non li favoriscono. Anche in questo caso, niente di nuovo: "la così detta crisi dello Stato moderno implica... la tendenza di una serie grandissima di gruppi sociali a costituirsi ciascuno una cerchia giuridica indipendente".
Santi Romano. 1918.
Secondariamente, è singolare che coloro che sostengono tesi così radicali siano spesso dei giornalisti, cioè persone che fanno parte di un ordine la cui utilità è spesso oggetto di indagine a "Chi l'ha visto?", di cui però rivendicano invece il mantenimento con le unghie e con i denti; oppure liberi professionisti, tutti talmente contrari alla determinazione di materie riservate da fare battaglie anche parlamentari per mantenere o, meglio, ingrandire il proprio orticello, oltre che finire continuamente in carte bollate quando i consigli devono essere rinnovati.
Le battaglie fra commercialisti e ragionieri, o fra commercialisti e consulenti del lavoro sono diventate mitologiche.
Ora, è mai possibile che si sia giunti a un tale livello di aberrazione e di mancanza di solidarietà da non capire che la battaglia di oggi contro i tassisti - cui molti si iscrivono, a vedere dalle reazioni sui social media - sarà la battaglia contro gli avvocati o i commercialisti di domani, ed è la stessa contro parrucchieri, baristi, edicolanti di ieri?
State meglio dopo le "lenzuolate" del Rivoluzionario Socialista? State meglio? O, semplicemente, godete nel vedere altri soffrire, come avete sofferto voi? O, peggio, come vi illudete che non soffrirete mai voi?
Ma, si sa, in Italia "tutti" sottintende "tutti gli altri".

P.S.: Ho letto spesso in questi giorni che Uber sarebbe la soluzione al monopolio dei tassisti, che praticano prezzi troppo alti, inavvicinabili per le classi meno abbienti.
A parte il fatto che questa rappresentata cupidigia dei tassisti italiani è discutibile, vorrei porre un quesito a tutti coloro che espongono tesi di questo genere.
Mi chiedo: una concorrenza sana si attua attraverso l'impoverimento di intere classi di artigiani, messi sotto pressione da multinazionali che sfruttano lavoro PRIVATO senza retribuirlo adeguatamente ed al di fuori di tutte le regole, anche di sicurezza e fiscali, oppure attraverso un potenziamento vero del sistema dei mezzi PUBBLICI, sia su strada sia su rotaia?
E aggiungo: il potenziamento dei mezzi pubblici, può avvenire nel contesto di un sistema di regole che impone una continua riduzione delle risorse a disposizione dello Stato e dei suoi Enti territoriali minori, causa il rispetto di un parametro europeo di cui non rintraccia alcuna ragionevolezza economica o finanziaria (ma grande appeal fideistico)?
Ovviamente sono domande retoriche.