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lunedì 21 gennaio 2019

Gli Inutili Intelligenti

C'erano una volta gli Utili Idioti. Che l'espressione sia stata coniata da Lenin, o Stalin, o - più probabilmente - negli Stati Uniti, la sua icastica semplicità l'ha resa un punto fermo di qualsiasi polemica politica. Ultimamente, però, gli Utili Idioti sono passati di moda; forse a causa della crisi dei partiti di massa, o forse per la disintermediazione imposta dai social, o ancora per un certo clima post-ideologico che è la cifra di questa sedicente modernità,. O magari per colpa del buco dell'ozono, chissà.
Ora una nuova falange di volenterosi si affaccia sulla scena politica: gli Inutili Intelligenti (II per gli amici). Dove la parola "intelligente" sta essenzialmente per "fuuuurbo".
Chi sono costoro? Se gli Utili Idioti - anche noti come "compagni di strada" (per gli amici) o "fiancheggiatori" (per i nemici) - sono naturali avversari di un partito o un movimento che, talvolta per ottusità, altre volte per idealismo o più prosaicamente per denaro, ne sostengono ugualmente le fortune, al contrario gli Inutili Intelligenti sono coloro che - talvolta per ambizione personale, spesso per un'ipertrofia patologica dell'ego - si ingegnano a mettere i bastoni fra le ruote a chi, bene o male, si sta impegnando per i loro interessi.
Brutta bestia, l'ambizione. Anche perché è sempre incinta (come la madre degli II) di un cucciolo ancora peggiore: la critica distruttiva. D'altronde, diceva un filosofo americano (o il bigliettino dei Baci Perugina, non ricordo), fare a pezzi è il lavoro di chi non sa costruire. Ecco allora stormi interi di benintenzionati che non riescono neppure a raccogliere le firme in provincia di Chieti discettare a social unificati non solo su come si fondi e gestisca un partito, ma anche su chi ne possa o debba far parte, e su quali siano le uniche alleanze accettabili (ove ve ne siano). Il tutto, partendo da analisi del reale già vecchie nell'Ottocento, o già sconfitte più volte, e senza appello, dalla Storia (il più delle volte sotto forma di bombe a grappolo in centri cittadini).
Hanno capito ogni cosa, loro. Da prima degli altri, loro. Molto meglio degli altri, loro. E giù link a filmati più lunghi della Corazzata Potëmkin (versione fantozziana).

Comunque, gli II di questo tipo (gli II di tipo 1, diciamo) sono strani, un po' pesanti, umorali più di un'attrice sotto metanfetamina, ma tutto sommato non particolarmente fastidiosi e del tutto innocui. Non fastidiosi, perché hanno la buona creanza, dopo non più di un paio di interazioni su Twitter, o su Facebook, di andare nel panico bloccandoti senza appello; innocui, perché hanno programmi talmente dogmatici e rituali talmente esoterici, da risultare più simili a sette, che a partiti. E una setta di massa non si è mai vista (a parte i Neocatecumenali, ma lasciamo perdere).
Gli II di tipo 2, gli egolatri, invece... 
Certamente ciascuno di noi è un insieme unico di aspirazioni, idee, pregiudizi, interessi, per cui non vi sarà persona i cui comportamenti, o le cui parole, ci andranno del tutto a genio. Spesso, anzi, neppure noi stessi ci andiamo a genio, non del tutto almeno (anche se ci perdoniamo molto più volentieri). La situazione si fa ancora più complicata, considerando che ciò che ciascuno di noi interpreta quello che fanno e dicono gli altri secondo il proprio io, in un caleidoscopio di congetture quasi pirandelliano.
Non si può piacere, o dispiacere, a tutti. Altrimenti non ci sarebbe neppure bisogno della democrazia. Il problema si crea quando qualcuno attacca chi, in fondo, la pensa come lui e - soprattutto - cerca di difenderne gli interessi, soltanto per riaffermare il proprio io. Per dire: sono più bravo. E, così facendo, cade in trappoloni che neppure un bambino.
Ecco allora che basta che un ex attore semiprofessionista inventi una specie di lista dal nome tautologico, "siamo europei", per vedere tutto un florilegio via Twitter di prese di posizione fermissime. "Io non sono europeo!", e giù analisi storiche, geografiche, cultural-religione, antropologiche, cosmologico-sapienziali. Bravi, sapete un sacco di cose. Ma non capite la cosa principale: che individuare un (gruppo) antagonista serve proprio a cementare il proprio gruppo, che ora più che mai appare sfilacciato, in difficoltà, senza una bussola. Invece di stare sempre su internet, leggetevi almeno Il Signore delle mosche!

E questo giochino, ben noto a tutti coloro che hanno fatto almeno la prima elementare, riesce tanto meglio ove ci sia chi- proprio come gli II di tipo 2 - per gusto di differenziazione si arrocca su posizioni fragili, quando non francamente insostenibili. Quando invece basterebbe dire la verità e tutto finirebbe immediatamente.

Mistero su come si possa non capire che si tratta della stessa tecnica che ha portato alla grande frattura sull'obbligo vaccinale. Anche in quel caso - nonostante gli appelli di alcuni e addirittura i saggi di altri - invece di sottolineare con fermezza il tentativo di inquinare il piano politico con qualcosa di differente ed assolutamente inconferente (nel caso sopra, il piano sociologico e culturale; qui, quello chimico-epidemiologico) col duplice fine di elidere la discrezionalità (che è l'essenza stessa della politica) a favore di una oggettiva tecnicalità del tutto mitologica, e di permettere allo Stato di appropriarsi dei corpi dei proprio cittadini (a partire da quelli dei più indifesi), si è preferito - da parte di alcuni - buttarla in caciara, con analisi sbagliate, terrorismi inutili, antiscientismi che sono l'immagine uguale e contraria del vetero-positivismo burionoide.
Gli II di tipo 2, peraltro, hanno anche una pericolosa mutazione genetica. Sono quelli affetti da sindrome del bagno occupato, per cui anche quel che il governo fa di buono non conta, perché non è fatto abbastanza in fretta. Non siamo ancora usciti dall'Euro! Non abbiamo ancora spezzato le reni a Macron! Non abbiamo neppure soggiogato la Kamčatka!
Poi magari, a volte, sobriamente, qualcuno un po' si incazza.

Gli Utili Idioti - ancorché idioti - erano, appunto, utili.
Gli Inutili Intelligenti, invece, sono, appunto, una terribile zavorra.


Ah, poi ci sono quelli che cercano piccole ripicche per questioni personali.
Su di essi cali il silenzio.

venerdì 10 marzo 2017

Motus in fine velocior (l'Europa a più velocità)

L'Europa a due velocità (o a "più livelli di integrazione", o basata sulla "cooperazione differenziata": sono quattro e non si accordano neanche su un'espressione tutto sommato banale) ha debuttato ufficialmente a Versailles la scorsa settimana, in un incontro fra Rajoy (per la Spagna, dove ha bersanianamente "non vinto" le elezioni), Gentiloni (per l'Italia, dove governa in sostituzione di Renzi che governava in sostituzione di Monti che era diventato Presidente del Consiglio per conto della Troika), Hollande (per la Francia, dove fra poco dovrà darsi alla macchia, tanto è apprezzato), Merkel (per la Germania, dove alle elezioni potrebbe essere battuta da un personaggio come Schulz, e questo grazie alla lungimirante politica dell'immigrazione presa pari pari da qualche puntata notturna di Gazebo). Perché sia stata scelta Versailles - luogo di pace e dialogo paritetico fra le nazioni del Vecchio continente, come ha finemente notato la Merkel - non credo che sfuggirà ad alcuno. La politica è anche simbolo e la potenza teutonica ama tornare là dove è stata umiliata. Tanto valeva andare a Compiègne.
Sull'incontro - il primo di una serie, in vista della Conferenza di Roma del prossimo 25 marzo, quando le élites europee si autocelebreranno facendo finta di celebrare il Trattato del 1957 e il popolo italiano, auspicabilmente, "di destra" e "di sinistra", le riporterà in modo forte e chiaro coi piedi per terra - si sono avuti vari pezzi giornalistici. La migliore sintesi mi sembra, però, proprio quella del nostro Primo Ministro, che ha relazionato sui colloqui alla Camera e al Senato.


(Immagini a disposizione con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA 3.0 IT)

(Immagini a disposizione con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA 3.0 IT)

In breve: l'Unione Europea ci ha dato pace (in realtà la pace ce l'ha data la Nato, o - per meglio dire - le migliaia di basi americane sul nostro Continente: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, direbbe Tacito, ma anche il Telegraph); l'Unione Europea ha aiutato alcuni Paesi come la Spagna, il Portogallo o la Grecia ad uscire da dittature fasciste ed altri, dell'est ad uscire da dittature comuniste (invero, la transizione alla democrazia dei vari Paesi mediterranei ha visto, in particolare, un attivismo tedesco - spesso in contrasto con gli Stati Uniti - più volto all'assicurazione di nuovi mercati di sbocco che alla costituzione di solidi regimi democratici: v. qui); l'Unione Europea è un modello di protezione sociale sia in termini di diritti individuali che in termini di welfare (non sto nemmeno a puntualizzare quanto questa affermazione sia in stridente contrasto con l'intera costruzione giuridica europea e in particolare, per restare a cose note, col fiscal compact), l'Unione Europea è una superpotenza commerciale grazie al suo mercato unico interno (basato su povertà e deflazione per molti, ma non per tutti) e così via.

Questo, per quanto riguarda i risultati. Poi c'è la parte più interessante, che attiene invece al futuro, o - per dirla all'inglese - all'agenda "dei prossimi dieci anni" (Gentiloni non sente il peso del tempo, evidentemente).

La banda dei quattro è divisa su moltissime cose, quasi su tutte (ad esempio: l'importanza di politiche di crescita economica; la ripresa degli investimenti e la difesa dei sistemi di protezione sociale; la gestione dei problemi migratori).
Però, mi sembra di capire che converge su due questioni. Primo: una sempre maggiore integrazione di una parte dei Paesi membri e una conseguente marginalizzazione di altri; secondo: questa integrazione deve avvenire anche e soprattutto sul terreno della sicurezza e della difesa.

1) Penso sia molto importante spiegare bene cosa significhi l'espressione - di per sé anodina -"Europa a due velocità".
Partiamo da un presupposto (ammesso dallo stesso Gentiloni): non tutti i Paesi membri dell'UE fanno parte dell'UEM, non tutti i Paesi membri dell'UE applicano Schengen, non tutti i Paesi membri fanno parte della NATO e così via. Dunque, l'Europa, cioè Leuropa, già oggi non è a una velocità, né a due, ma più propriamente a quattro, o cinque.
E allora? Allora va compreso che questa espressione implica la decisione - da parte delle classi dirigenti di alcuni dei Paesi membri dell'UE - di non cercare più né la condivisione delle politiche comuni né la connessa mediazione degli interessi dei diversi Stati (o di diversi gruppi di Stati) del Vecchio Continente, bensì di pre-fissare un'agenda economica, politica e (vedremo) militare, qualificando detta agenda, a priori, come "interesse comune", da portare avanti con chi ci sta, lasciando tutti gli altri ai margini.
Cosa c'è di sbagliato? Molte cose.
In primo luogo, il fatto che si tratta di una decisione non "difensiva", ma "aggressiva": non si tratta cioè di rispondere a resistenze o sabotaggi di alcuni Paesi rispetto alle decisioni già prese in modo condiviso (quello che qualcuno chiama l'acquis comunitario), bensì di forzare la volontà di alcuni Paesi mettendoli di fronte a un aut aut su questioni ancora da condividere fra i partner.
Secondariamente, che questo nuovo atteggiamento è il frutto di una reazione non tanto nei confronti di chi, legittimamente, ritiene di voler lasciare l'Unione, cioè la Gran Bretagna, bensì nei confronti di Stati membri a tutti gli effetti, che hanno il solo "peccato" di essere guidati da governi non omogenei a quelli espressione di certe élite dominanti. Mi riferisco, evidentemente, ai Quattro di Visegrád, in particolare alla Polonia. La più evidente conferma di questa interpretazione è data dalla riconferma alla Presidenza del Consiglio europeo di un politico di mezza tacca come Donald Tusk, voluta fortemente dai vertici dell'Unione proprio per umiliare il governo polacco (e nonostante che questo crei un serio problema di equilibri fra PPE e PS).
Infine, che l'Italia - nello stabilire da che parte stare - ha fatto la scelta sbagliata.
Da questo punto di vista, bisogna intanto prendere atto dell'assoluta impossibilità, da parte del nostro governo, di imporre una diversa politica economico-sociale all'Unione, posto che:
- il nostro governo non ha intenzione di fare battaglie in questo senso (risentite quanto ha detto Gentiloni: è necessario "rispettare le regole e [poi, eventualmente: N.d.R.] cercare di modificare le politiche, affinché l'Europa abbia un ruolo di accompagnamento e non di depressione della crescita economica"; "a Bruxelles deve essere molto chiaro che le riforme in Italia non si sono fermate né hanno rallentato il loro corso, questo sarà formalizzato nel Def");
- l'Unione è stata disegnata, a partire dalla lettera dei Trattati, in modo funzionale all'affermazione di una concezione iper-liberista del rapporto fra economica e politica, soggetti economici privati e Stati, e dunque non può essere riformata, perché se lo fosse sarebbe snaturata a tal punto da divenire altro rispetto agli obiettivi per cui è stata costituita;
- in questo quadro, cui si unisce il venire meno della flessibilità dei cambi a seguito dell'adesione all'Euro, le politiche mercantilistiche di alcuni Paesi che ora si vorrebbero candidare a "leader" dell'Europa a maggiore velocità comportano la rottura di qualsiasi principio di cooperazione all'interno del mercato unico, rendendo inesistenti i fantomatici "interessi comuni" richiamati da Gentiloni ed anzi rinvigorendo l'emergere di nuovi confliggenti "interessi nazionali" (tanto più che il concorrente europeo nel manifatturiero della Germania è proprio l'Italia: vedi qui).
Stando così le cose: qual è l'interesse del nostro Paese a lanciarsi, lancia in resta, in questa folle avventura stando sempre più avvinghiato a questo pseudo-alleato tedesco, soprattutto ora che la volontà tedesca e quella statunitense sembrano di nuovo in rotta di collisione?

2) Integrazione sul terreno della sicurezza e della difesa non vuol dire tanto incremento dei rapporti fra le polizie e le autorità giudiziarie dei vari Stati membri (materia sui cui il TFUE si dilunga già oggi in modo assolutamente soddisfacente agli artt. da 81 a 89 e che anzi ha portato alla creazione di un diritto penale e soprattutto penale processuale europeo che sta aggredendo in modo sensibile gli spazi di autonomia interni), significa creazione di un "esercito europeo".
Questo lo ammettono anche coloro che lo auspicano e lo stesso Gentiloni, che nel suo discorso qui sopra parla del recente "Comando europeo unificato per missioni non esecutive". Tra l'altro, mi sembra interessante notare che proprio nell'ambito della difesa la Gran Bretagna "sta lasciando la UE ma continua la cooperazione con i partner europei", tanto che "in questo mese invierà militari in Estonia e quindi in Polonia", oltre che aerei "in Romania" (così Fallon, Ministro degli Esteri di Sua Maestà).
Ora, in un'Unione unita solo nell'essere assolutamente divisa su qualsiasi questione di politica estera, come mai questo grande amore per un esercito comune? La spiegazione che spesso si legge sui giornali - e cioè del possibile disimpegno di Trump dalla Nato e la preoccupazione per un asserito imperialismo russo - non è evidentemente convincente (non foss'altro che quella di Trump è, in gran parte, ammuina, e l'imperialismo russo semplicemente non esiste). Ugualmente, l'esercito europeo contro il terrorismo interno e esterno è una bufala che, semmai, la dice lunga su quanto raffinate siano le menti - per dirla con Falcone - interessate a certi sviluppi. I motivi, a mio avviso, sono tre.
Primo. Un esercito europeo con lo Stato Maggiore a Bruxelles ma dislocato in tutti i Paesi membri diviene un'arma potentissima quanto meno di dissuasione nei confronti di eventuali governi non allineati, nei confronti dei quali - come ben si vede già oggi - sollevazioni multicolori, con o senza cappellini rosa, sono all'ordine del giorno. Pensa a un'Italia a guida leghista bloccata da manifestazioni di piazza femministe, antifasciste, sudiste, ecc. ecc., e un governo che non può utilizzare liberamente né la polizia né i carabinieri né l'esercito. Immagina, puoi.
Secondo. La Wille zur Macht delle élite tedesche che si sta spostando dal campo economico a quello militare in modo direttamente proporzionale alla sempre maggiore rimozione, anche per motivi di distanza storica, di quanto accaduto durante il Nazismo. Fino, addirittura, ad immaginare l'inimmaginabile, cioè la costruzione della bomba atomica. Che richiede, tuttavia, molto più tempo del mero passaggio di consegna dei codici delle bombe atomiche francesi (o anche inglesi, visto quanto sopra). La vicenda dell'Euro dovrebbe insegnare qualcosa su come la Germania intende il concetto di collaborazione, soprattutto rispetto alla Francia.
Terzo. Il mercantilismo tedesco vive di compressione della domanda interna ed espansione di quella estera, mediante esportazione massiccia soprattutto di beni manifatturieri. Da questo punto di vista, il mercato degli armamenti è perfetto. Non è un caso che proprio di recente sia stato presentato in pompa magna un libretto, redatto da noti economisti diciamo... europeisti, tutto teso a dimostrare la necessità di una più stretta integrazione in campo militare, anche e soprattutto per le ricadute economiche degli sforzi pre-bellici (e bellici).
Fantasie? Così scrive - per esempio - il Post.it: "circa il 15% delle esportazioni tedesche di armi... [nel] 2012 sono state inviate alla Grecia, e quasi il 10% di quelle francesi... Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, la Grecia ha continuato a comprare grandi quantità di armi da entrambi i paesi anche tra il 2010 e il 2014, gli anni peggiori della sua crisi economica. Durante questo periodo, il governo di Atene ha acquistato attrezzature militari per un valore pari a 551 milioni di dollari dalla Germania e pari a 136 milioni dalla Francia. Già nel 2010 un articolo sul Wall Street Journal sosteneva che Francia e Germania avessero imposto l’acquisto di sottomarini, navi, elicotteri e carri armati come condizione per sbloccare il piano di aiuti alla Grecia: non emersero prove e i governi smentirono rapidamente queste voci. Quello che è noto è che dal 2004 al 2009, durante il governo di Kostas Karamanlis del partito di centrodestra Nuova Democrazia, la Grecia acquistò dalla Germania 170 carri armati panzer Leopard per 1,7 miliardi di Euro e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca. Prima della fine del suo mandato Karamanlis ordinò anche 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp. Il successore di Karamanlis, il socialista Papandreou, congelò l’acquisto e rifiutò di farseli consegnare: dopo aver ordinato una perizia tecnica sui sottomarini, che evidenziò problemi strutturali, a marzo del 2011 fu costretto a trovare un accordo che impose l’acquisto di due sottomarini al prezzo di 1,3 miliardi di euro e di altri 223 carri armati panzer per 403 milioni di euro". Potrebbe essere un nuovo ramo, visto che il vecchio inizia ad apparire quasi irrimediabilmente tagliato, come dimostra in modo sufficientemente icastico il grafico qui accanto.

L'Unione Europea sta franando. Dal bunker di Bruxelles, tuttavia, si cerca di depredare il depredabile, prima dell'ovvia conclusione.
Il fatto che sia ovvia non la renderà né meno tragica né meno dolorosa.
Semmai, il contrario.

venerdì 25 marzo 2016

La situazione è grave (ma, come al solito, non seria)

Dopo tutto quello che è successo, preferisco parlare di argomenti leggeri.
Talmente leggeri che rischiano di essere spazzati via alla prima folata di vento. Indovinato, si tratta delle banche italiane.
Come si sa, prima la fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano si doveva fare, poi invece dopo la letterina della BCE non si doveva fare più, poi per gli interessamenti di Matteo e del suo Caimano preferito si è fatta di nuovo.
Sul campo, è rimasto un miliardino di aumento di capitale che sarà lanciato da BP. Anche perché... la vigilanza europea è un pochino meno discreta di quella italica.
Non entro nel merito della fusione (che a mio avviso - ma potrei sbagliare - lascerà il segno nelle tasche dei piccoli investitori ma porterà alla nascita di una banca solida e piuttosto redditizia... per gli investitori più grandi).
Mi interessa piuttosto valutare l'impatto del sullodato pizzino della Vigilanza europea, dal quale si evincono un paio di linee guida che, forse, potrebbero risultare applicabili a tutte le banche. Tra queste, che i crediti deteriorati netti debbano essere inferiori al 12% degli impieghi e che le esposizioni lorde abbiano tassi di copertura non molto al di sotto del 50%.

(Ovviamente si tratta di soglie messe a caso. Ma l'Unione Monetaria è costruita su soglie messe a caso. Nihil sub soli novum).

Embè? Direte voi.
Embè... Ora si dà il caso che alcune banche italiane - ad esempio il Credito Emiliano - non rispettino la soglia del 12%, ma che ce ne sia soprattutto una che, ahimé, si approssima al 22%. Non vi chiedo di indovinare di quale banca si tratta, perché vincereste. Però aggiungo che, con un rapido calcolo, se Mps volesse rientrare nel parametro per via di svalutazione crediti... diciamo che dopo la cura semplicemente non avrebbe più capitale.
Giustamente, già all'indomani della letterina della Banca Centrale mi è stato fatto notare come, forse, dico forse, l'effetto collaterale fosse ben presente al regolatore.
Io, dal canto mio, ho di conseguenza tirato una rapida conclusione.
Certo, ci sarebbero un paio di soluzioni. Dalle più estreme, e dunque probabili:
a quelle meno impattanti (qui accanto), e dunque sicuramente escluse.

A credere ai rumors (e, normalmente, Il Fatto Quotidiano e Dagospia ci prendono), la strada - intermedia - sarebbe quella di far acquistare buona parte delle sofferenze di Montepaschi alla Cassa Depositi e Prestiti (sfruttando anche l'aborto di garanzia statale prodotta dai colloqui fra Padoan e la Commissione Europea) e di coprire le inevitabili perdite con l'ennesimo aumento di capitale.
Tre miliardi e passa la paura, per la BCE. L'istituto senese ha smentito.
Ma non è questo il punto. E non è neppure il punto se il Tesoro debba utilizzare questa eventuale opportunità per incrementare il suo 7% nell'istituto, o se utilizzare in questo modo la CDP metta in pericolo il risparmio postale. Queste sono questioni molto importanti, ma non colgono la questione principale.
Il punto è un altro e deve essere messo bene in evidenza.

Il punto è che le soglie imposte a BP e BPM dalla BCE sono in larga parte arbitrarie. Il punto è che l'applicazione di tali soglie conduce a risultati, in termini di necessità di capitale, totalmente divergenti rispetto a quelli derivanti dal c.d. SREP dello scorso novembre. Il punto è che un approccio così duro da parte del Sistema di vigilanza comune contraddice frontalmente l'apertura e il messaggio tranquillizzante lanciato recentemente da Draghi in relazione ai crediti deteriorati detenuti dalle banche italiane. Il punto è che, alla fine di questa fusione, il mercato - che si aspettava chiarezza dal regolatore - si trova a brancolare ancora di più nel buio, con evidente conseguenze negative a livello economico-finanziario. Il punto, soprattutto, è che - volenti o nolenti - la BCE (l'organo forse più al riparo, fra quelli europei, dal processo democratico, per dirla con quel gran progressista di Mario Monti) continua inauditamente a fare politica.

Se la BCE vuole, il sistema bancario italiano in qualche modo tira avanti (sempre che qualcuno, prima o poi, capisca che il modo vero di risolvere la questione degli NPL... è creare condizioni di ripresa economica. Ma lasciamo perdere). Se la BCE non vuole, salta il banco. Ora, non sto a dirvi chi sono e a che nazionalità appartengono i personaggi chiave della partita. Non lo faccio, perché c'è chi lo ha già fatto magistralmente.

Ah... per chi volesse farmi passare per complottista, ci sono sempre gli altri indizi, a pesare come macigni. Tanto per dire:
La situazione è molto grave. Ma, come al solito, non seria.

domenica 20 marzo 2016

L'ipostatizzazione dell'Euro (un paio di domande a Salvati)

Ho letto l'articolo di Michele Salvati sul corriere on line di giovedì ed ho deciso di scrivere le brevi considerazioni che seguono. Le ho inviate al Corriere, sperando in una risposta che non credo arriverà. Dunque le ripubblico anche qui, con qualche aggiunta di contorno (tra parentesi). Anche se, con poche righe, c'è già chi ha risposto meglio di me.

Il messaggio dell'articolo è molto chiaro: in un contesto di deflazione globale (causato principalmente dal rallentamento della Cina e dal calo del prezzo del petrolio), la crescita dei Paesi occidentali dovrebbe passare per un rinnovato stimolo della domanda interna; tale opzione è pero resa difficile negli USA dalla sperequata distribuzione dei redditi, impossibile nella UE per la politica mercantilista dei Paesi del Nord e della Germania in particolare. Pertanto, le uniche politiche contro la deflazione sono quelle, di natura monetaria, portate avanti dalla BCE, con risultati molto limitati; se fallissero, resterebbe soltanto la mossa disperata della helicopter money (per cui v. sotto!, N.d.R.).
In questo quadro, il governo italiano persegue tre obiettivi: la permanenza dell'Italia nell'Eurozona, la richiesta all'UE di maggiori margini di manovra in tema di bilancio pubblico, una "accelerazione delle politiche strutturali per rendere il nostro Paese più efficiente nel comparto pubblico e più competitivo in quello privato".
Salvati sposa le linee di azione, ma ritiene che, rispetto alla terza, non si faccia abbastanza. A suo avviso,  per "mettere al riparo il Paese dal pericolo di attacchi speculativi cui l'espone il suo enorme debito pubblico" sarebbe necessaria una sostanziosa patrimoniale una tantum. Infatti, "ai detentori dei titoli del nostro debito non interessa che gli italiani siano ricchi, vogliono essere ragionevolmente sicuri che quei titoli verranno ripagati". Per l'efficientamento del privato - posto che la produttività "stagna da venti anni", le esportazioni "tengono a malapena il passo delle importazioni" e la disoccupazione è molto elevata - l'unica ricetta applicabile (non potendo svalutare la moneta, dato che abbiamo l'Euro) è quella di una riduzione dei salari nominali.

Salvati è un economista e un giurista. Ma queste cose le pubblica sul Corriere al fine, immagino, di renderle fruibili al cittadino medio, come me. Dunque, spetta al cittadino medio chiedere spiegazioni di quello che ha scritto... "a rime baciate", per usare l'espressione di un altro economista. I professionisti risponderanno se vogliono, e in modo ben diverso da me.
Prendo per buona la ricostruzione delle cause della deflazione (anche se, per dire, il prezzo del petrolio è stato anche più basso dell'attuale per tutta la seconda metà degli anni Novanta ed agli stessi livelli di oggi almeno fino al 2005) e delle supposte intenzioni del nostro governo (io il nostro premier proprio non lo capisco, dunque non mi azzardo a proporre opzioni diverse).
Voglio invece concentrarmi su un punto diverso, cioè la tendenza di un certo giornalismo a descrivere determinate dinamiche non come il prodotto di scelte (legislative ed economiche) di per sé transeunti (in altri termini: modificabili), ma come dati di fatto, dunque immutabili. Vincoli esterni, si legge spesso. Dice Salvati: siccome il nostro debito pubblico è molto elevato (primo dato di fatto), e siccome questo debito deve essere acquistato sui mercati (secondo dato di fatto), saremmo obbligati a riaffermare la solvibilità dell'Italia attraverso - diciamo - una "patrimoniale dimostrativa" (conseguenza necessaria).
Ora, il secondo "dato di fatto" non è una catastrofe naturale o un ineluttabile fenomeno fisico, è semplicemente una scelta politica sedimentatasi negli ultimi trent'anni, prima col "divorzio" fra Tesoro e Banca d'Italia (che ha cancellato l'obbligo della Banca centrale a garantire il collocamento integrale in asta dei Titoli di Stato), quindi con i Trattati europei, che hanno espressamente vietato alla BCE "qualsiasi... forma di facilitazione creditizia... alle amministrazioni statali..., così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito..." (art. 123 del TFUE).
Prima del 1981, la frase di Salvati sarebbe suonata in modo molto diverso: siccome il nostro debito, per la parte non acquistata in asta, è garantito dalla Banca d'Italia, la solvibilità dell'Italia è ipso facto assicurata. Noto di passaggio che questa proposizione si tradurrebbe in altre lingue non europee, per esempio in giapponese, con infinità maggior facilità di quella originale.
Date certe premesse, si impongono necessariamente certe conclusioni (almeno così dicono in prima liceo), il punto è che l'Autore quelle premesse non solo non le spiega, ma neppure le enuncia.
Se la rinuncia, da parte dell'Italia, alla propria sovranità monetaria può comportare per i cittadini, fra le altre cose, sacrifici economici significativi (come una patrimoniale), dovrebbero essere chiari i vantaggi che riequilibrino - o, meglio, superino - gli svantaggi di questa rinuncia. Salvati non dice nulla.
Di solito, nei talk-show (sì, perché io - come, credo, ogni persona che non è un economista professionale - non conosco alcun saggio, o articolo, che spieghi con precisione l'utilità di far parte dell'UEM), nei talk-show, dicevo, le motivazioni sono tre: fuori dall'Euro c'è l'inflazione, fuori dall'Euro la rata del mutuo andrebbe alle stelle, fuori dall'Euro saremmo commercialmente schiacciati. Ora: aver paura dell'inflazione nel bel mezzo di una deflazione non sembra proprio un ragionamento coerente; le rate del mutuo normalmente sono agganciate all'Euribor, cioè a un tasso interbancario a livello europeo che dunque reagisce solo molto parzialmente alle vicende italiane; se la Svezia o l'Islanda si muovono autonomamente sui mercati internazionali con discreti risultati, probabilmente lo potrebbe fare anche il nostro Paese.
Dunque ci deve essere dell'altro. Ma cosa? Non sarebbe il caso di informare meglio i cittadini come me? Mica per altro, ma per un minimo di rispetto della democrazia.

(Secondo noti disfattisti la domanda di cui sopra apparirebbe leggermente retorica...
Ecco).

Secondo, la questione della competitività del settore privato.
Non sono sicuro di aver capito il pensiero dell'Autore, che mi pare voglia ridurre la disoccupazione mediante la deflazione salariale.

(Ah... a proposito... la situazione ad oggi è questa.
Andiamo avanti...).

Comunque, anche in questo caso, Salvati parte da un postulato che è tale soltanto da vent'anni: non possiamo svalutare la moneta, quindi dobbiamo svalutare il lavoro. Quello che invece non spiega è cosa vieti di rigirare la frase: siccome non vogliamo svalutare il lavoro - anzi: siccome è contrario a Costituzione svalutare il lavoro - ripristiniamo le condizioni per svalutare la moneta.
Perché no? Cosa può succedere che non sia già successo? Anche qui, di solito si sentono una serie di argomentazioni che, a dirla tutta, vere argomentazioni non sono (il peggio è qui).
Il bank run? Eppure non mi sembra che la Grecia sia uscita dall'Euro (tralasciando il fatto che certe fosche descrizioni si basano sull'assunto che non sia possibile istituire nuovamente un controllo sui capitali: di nuovo, una costatazione di fatto trasformata in un dato di fatto). L'inflazione? Magari! Anche se certe previsione paiono sinceramente un po' catastrofiche. La perdita di potere di acquisto delle merci estere? O mio Dio, se usciamo dall'Euro saremo costretti a compare un po' più italiano! L'Italia che ripaga i creditori stranieri con moneta svalutata. Più che un problema per noi, forse questo è un grosso problema per gli altri.
Dunque, anche qui, ci deve essere dell'altro.
Lo ripeto: secondo me nell'articolo di Salvati manca proprio questo. Il "resto". Il mio stipendio è stato ridotto del 40% in due anni dall'azienda dove lavoro. Penso di avere diritto a conoscerne i motivi. Di più: penso di avere il diritto a capire quali sono i vantaggi per la collettività, tali da rendere giusto un sacrificio così alto per me e per la mia famiglia.

Mi piacerebbe avere una risposta. In mancanza, concluderò quello che temo. Che chi ci doveva rappresentare, in realtà ci ha traditi.

sabato 27 febbraio 2016

Le banche gongolano (tutti gli altri piangono)

Un paio di giorni fa ha fatto molto scalpore, giustamente, lo scoop del Fatto Quotidiano riguardo alla prevista deroga a favore delle banche, mediante apposito Decreto legislativo di recepimento dell'ennesima direttiva europea (nel caso di specie: la dir. 2014/17/UE), al divieto del c.d. "patto commissorio" (art. 2744, c.c.).
In sostanza, una volta che il Decreto sarà entrato in vigore, l'Istituto creditore ipotecario o pignoratizio potrà impossessarsi - senza alcuna procedura esecutiva - del bene ipotecato o pignorato (cioè, traducendo, di casa vostra). Ecco il testo del nuovo art. 120-quinquiesdecies del Testo Unico Bancario (o TUB: cioè il D. Lgs. n. 385 del 1993): "Le parti del contratto [notoriamente sullo stesso piano: N.d.R.] possono convenire espressamente, al momento della conclusione del contratto di credito [cioè del mutuo: N.d.R.] o successivamente [cioè da ora in poi, anche sui mutui che avete già acceso da chissà quando: N.d.R.], che in caso di inadempimento del consumatore [cioè vostro: N.d.R.] la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale [casa vostra: N.d.R.] o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta[no] l'estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all'eccedenza. Il valore del bene immobile oggetto della garanzia è stimato da un perito scelto dalle parti di comune accordo con una perizia successiva all'inadempimento...".
Per inadempimento, come giustamente nota Il Fatto, si intende il ritardato pagamento di sette rate anche non consecutive (per l'esattezza, per l'art. 40, c. 2, TUB "la banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive", intendendosi per "ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centoottantesimo giorno dalla scadenza della rata").
Ciò premesso, vorrei prendere spunto dalla faccenda per fare alcune considerazioni (oltre ovviamente quella che si tratta di una norma indegna di un Paese civile, tanto da derogare - non a caso - a un principio giuridico che vanta circa 1.700 anni di vita. Ma tanto, ormai, il diritto romano è stato spazzato via dall'aggressività anglosassone).

Come detto, si tratta di una norma odiosa, ma che si incardina in tutto un processo legislativo volto ad aggredire, con la maggior facilità possibile, il patrimonio del debitore. Il tutto, come sempre, per ridurre l'annoso problema delle sofferenze bancarie (NPL, per quelli fichi).

Con un corollario non da poco: e cioè che per favorire le banche si sfavoriscono sia i debitori, in questo caso persone fisiche che hanno magari fatto il mutuo per acquistare un'abitazione, e che dunque dovrebbero essere soggetti deboli particolarmente meritevoli di maggior tutela, sia anche gli altri creditori, che non sono istituti finanziari (i quali sono spesso, a loro volta, piccolo imprenditori in gravi difficoltà).

Un po' di esempi, per ricostruire il quadro.
In principio fu l'art. 4, D. Lgs. n. 170 del 2004 (Decreto ovviamente redatto per venire incontro ad alcune direttive europee, ça va sans dire), relativo ai "contratti di garanzia finanziaria" tra banche o tra banche e imprese (o altri enti giuridici).
Già le "definizioni" contenute nel primo articolo del decreto distruggevano più di un millennio di cultura giuridica: tra i contratti di garanzia finanziaria si annoverano infatti "il contratto di pegno o il contratto di cessione del credito o di trasferimento della proprietà di attività finanziarie con funzione di garanzia, ivi compreso il contratto di pronti contro termine, e qualsiasi altro contratto di garanzia reale avente ad oggetto attività finanziarie e volto a garantire l'adempimento di obbligazioni finanziarie". In sostanza - visto che tra le "attività finanziarie" è compreso anche il denaro - si confondono in un colpo solo il deposito irregolare, il mutuo e il pegno.
Ma non basta, perché il sullodato art. 4 dispone che, "al verificarsi di un evento determinante l'escussione della garanzia, il creditore pignoratizio ha facoltà, anche in caso di apertura di una procedura di risanamento o di liquidazione, di procedere... alla vendita delle attività finanziarie oggetto del pegno, trattenendo il corrispettivo a soddisfacimento del proprio credito, fino a concorrenza del valore dell'obbligazione finanziaria garantita", ovvero "all'appropriazione delle attività finanziarie oggetto del pegno, diverse dal contante, fino a concorrenza del valore dell'obbligazione finanziaria garantita", ovvero ancora "all'utilizzo del contante oggetto della garanzia per estinguere l'obbligazione finanziaria garantita".
Anche in questo caso, con tanti saluti al divieto di patto commissorio.
Come si vede, lo schema è lo stesso della "nuova" disposizioni scoperta dal Fatto Quotidiano; secondo il buon vecchio metodo Juncker, una decina di anni è stata provata sulle imprese (relativamente ai pegni mobiliari), oggi viene estesa ai comuni cittadini (in merito a ipoteche sulle loro abitazioni).
Si tratta, come si vede, di un processo in divenire.
Che, però, ha una forte accelerazione sotto l'ultimo governo. Ma non è colpa di Matteo, poverino... è piuttosto un "fattore ambientale", come mi ha molto giustamente spiegato Patrizia Grilli (che da ultimo potete trovare qui), più precisamente il famoso
In altri termini, questo:
Chi fosse interessato alle illuminanti parole di Serra anche su corruzione, debito pubblico, privatizzazioni e così via vaneggiando, può leggere qui.
Per tutti gli altri, veniamo dunque al presente renziano, e precisamente al D.L. n. 83 del 2015, il quale agisce - appunto - su due binari: quello delle esecuzioni e quelle delle procedure fallimentari.
Dal primo punto di vista, si velocizzano le procedure per i pignoramenti immobiliari, il valore degli immobili è sganciato dalla rendita catastale per ragguagliarsi al valore di mercato. gli acquirenti possono entrare in possesso del bene pur versando il prezzo a rate (purché presentino apposita fideiussione). C'è anche solito regalino riguardante la deducibilità delle perdite delle banche: nella fattispecie, le svalutazioni su crediti e le perdite su crediti di Enti creditizi e finanziari divengono deducibili, ai fini Ires e ai fini Irap, tutte nell'anno di rilevazione contabile e non in cinque esercizi, come in precedenza.
Soprattutto, è introdotto l'art. 2929-bis c.c., ai sensi del quale il creditore, ove si ritenga pregiudicato da una donazione o da un fondo patrimoniale o da un trust o da qualsiasi altro vincolo di destinazione, può iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cioè di una revocatoria). Ai terzi, è concessa solo l'opposizione all'esecuzione, con motivi circoscritti all'effettiva esistenza del supposto pregiudizio e la conoscenza, in capo al debitore, del pregiudizio medesimo. 

In questo modo, però, si verifica una significativa lesione del diritto di difesa non solo del suddetto debitore, ma anche del terzo che abbia eventualmente ricevuto i beni (per intendersi: normalmente i figli, o i nipoti del debitore). Anche qui, con buona pace dello Stato di diritto.

La norma, non a caso, è stata interpretata così...
Anche le modifiche alle disposizioni fallimentari (fortissimamente richieste dall'Europa: ce lo hanno spiegato i professori della Luiss qui) vanno ancora nel senso di "aiutare" i creditori finanziari (sia pure, in questo caso, nel rispetto dei diritti degli altri). L'accordo di ristrutturazione dei debiti può infatti essere concluso con il parere positivo del 75% dei creditori finanziari, se questi rappresentano almeno la metà dell’indebitamento, fermo l’integrale pagamento dei creditori non finanziari.

Sempre a proposito di esecuzioni (queste procedure di altri tempi, che chissà perché vorrebbero a certe condizioni proteggere le ragioni anche dei debitori, questi esseri abietti che hanno avuto l'ardire di non rimborsare un prestito), va ricordato anche l'art. 1, L. n. 44 del 2015, che ha modificato l'art. 11-quaterdecies del D.L. n. 203 del 2005, avente ad oggetto il prestito vitalizio ipotecario (ringrazio Marco Maria Ricci per lo spunto). Già l'istituto in sé comporta quel non so che di estorsivo nei confronti degli anziani (banche e finanziarie possono concedere finanziamenti a medio e lungo termine, con capitalizzazione annuale di interessi e di spese, ivi compreso l'anatocismo, riservati a persone fisiche con età superiore a sessanta anni compiuti, il cui rimborso integrale in un'unica soluzione può essere richiesto al momento della morte del soggetto finanziato ovvero qualora vengano trasferiti, in tutto o in parte, la proprietà o altri diritti reali o di godimento sull'immobile in garanzia)
Ma la cosa migliore deve ancora venire: "i finanziamenti... sono garantiti da ipoteca di primo grado su immobili residenziali... Qualora il finanziamento non sia integralmente rimborsato entro dodici mesi..., il finanziatore vende l'immobile ad un valore pari a quello di mercato, determinato da un perito indipendente incaricato dal finanziatore, utilizzando le somme ricavate dalla vendita per estinguere il credito vantato...".
Sembra la norma che la Boschina ha presentato alla Camera, vero? Praticamente è la stessa, provata prima sui vecchi, poi estesa ai giovani (un po' come le medicine, quando non si sa ancora se fanno bene o male. Qui però si sa).

Infine, ecco arrivare il D.L. n. 18 del 2016 il quale - oltre che devastare il mondo delle BCC e normare il topolino della GACS (partorito dalla montagna della bad bank) - prevede il pagamento dell'imposta di registro e delle imposte ipocatastali in misura fissa (cioè 300 Euro, invece dell'11% del valore, come accade nel caso di "normale" cessione), purché "l'acquirente dichiari che intende trasferirli entro due anni".
Lo capite? (Di tutta la faccenda ne abbiamo parlato qui e qui).
Comunque, traduzione in italiano: le banche che acquistano gli immobili oggetto di esecuzioni da loro stesse iniziate possono non pagare imposte, se poi valorizzano il bene e lo cedono di nuovo (si immagina, anche con relativa plusvalenza) entro due anni.

Al solito, gli altri si attacchino. Ce lo chiede o non ce lo chiede l'Europa?

E siamo di nuovo al punto di partenza.
Resta un ultimo, amaro commento.

L'impressione è quella di essere in un enorme gioco della (non) OCA, in cui i cittadini italiani perdono sempre: la rigidità di cambio portata dall'Euro impone recuperi di competitività mediante svalutazione del lavoro e depressione della domanda interna, pena esplosione della bilancia dei pagamenti dei Paesi della periferia; la riduzione della domanda interna comporta evidenti sofferenze alle imprese, soprattutto a quelle che non possono esportare i propri prodotti; le imprese, in crisi, e le famiglie, in crisi, non restituiscono i finanziamenti alle banche, che dunque riducono l'offerta di credito, aggravando tali crisi; le sofferenze, in questo modo, aumentano in modo esponenziale; per ridurre queste sofferenze, si introducono norme che, seppure accelerano - in un primo momento - il recupero dei crediti (con effetti sugli utili che gli analisti stimano attorno al 4%, fino al 10% per Mps o altre aziende bancarie con seri problemi di NPL), nel medio periodo impongono nuovi sacrifici a famiglie e imprese, con scontato ritorno al punto di partenza.

Juncker (ora) ci abbraccia e sorride. Noi, ovviamente, ricambiamo...

martedì 23 febbraio 2016

Il Position Paper dell'Italia: "Ci arrendiamo!"

Di seguito propongo una traduzione, un po' pedestre, del Position Paper elaborato dal governo "sul futuro dell'Unione Europea". Siccome non tutti sono particolarmente anglofoni e siccome le enormità che vi sono contenute, riportate dalla stampa, sono davvero incredibili, mi sembra giusto che ognuno legga coi propri occhi.
A breve, in calce, anche un mio breve commento. Quando mi sarà ripreso da questo senso di resa senza condizioni.

Proposta strategica dell’Italia per il futuro dell’Unione Europea: crescita, lavoro e stabilità.

Il progetto europeo sta soffrendo una crisi senza precedenti: la reazione della politica alla recessione economica e ad un'ampia disoccupazione è spesso percepita come insufficiente dai cittadini europei,
che spesso hanno difficoltà a cogliere il valore aggiunto di far parte dell'Unione. Gli interessi nazionali prevalgono sul bene comune. Crescenti segnali di disaffezione, alimentati dalla
eccezionale durata e intensità della crisi, stanno incrementando in modo significativo il consenso nei confronti di proposte populiste; l'euro-scetticismo è in aumento in quasi tutti gli Stati membri.
Se l'Europa vuole essere parte della soluzione - e non del problema - dobbiamo ricostruire la fiducia
tra i nostri cittadini e gli Stati membri, e sviluppare una strategia (a livello UE) per ripristinare
crescita sostenuta e spingere l'occupazione. Abbiamo fatto molta strada verso una maggiore integrazione, ma ora l'Europa è a un bivio: se dovessimo continuare a galleggiare in qualche modo nel mezzo ad una ripresa incerta, non riuscirebbero ad emergere né un progresso nella crescita, né la creazione di nuovi posti di lavoro e l'Eurozona rimarrebbe esposta agli shock, così da vederne minata la sua stessa sostenibilità.
In questo contesto, riteniamo che l'Unione europea è una grande opportunità. Dobbiamo cogliere e
fornire ai nostri cittadini le soluzioni che si aspettano. Il governo italiano presenta pertanto un'agenda politica di vasta portata, con proposte concrete al fine di contribuire al dibattito su come tale opportunità possa diventare un progetto concreto.

1. Una fragile ripresa: sfide e opportunità
La ripresa che si sta sviluppando nel corso degli ultimi trimestri in Europa è ancora troppo modesta e fragile. L'indebolimento della domanda esterna e incertezze sulla prospettiva dell'economia mondiale mostrano un aumento dei rischi al ribasso. Un periodo prolungato di inflazione eccezionalmente bassa unita a una crescita lenta influenzano negativamente il potenziale di crescita e indeboliscono le aspettative sulle prospettive economiche future. Indicatori essenziali quali l'occupazione, la produzione industriale e gli investimenti sono ancora molto al di sotto dei livelli pre-crisi in diversi Stati membri. Gli squilibri si sono ulteriormente ampliati, con conseguenze negative sulla sostenibilità complessiva e la resilienza dell'Eurozona.
I segni di disaffezione nel progetto europeo, che aumentano il consenso nei confronti di proposte populiste, sono molto più diffusi di quanto ci si potesse aspettare anche al culmine della crisi. Questi sono stati alimentati dalla durata eccezionale di crisi, nonché dalla difficoltà di percepire il valore aggiunto di far parte dell'Unione europea. Al contrario, soprattutto in alcuni paesi, la risposta alla crisi è stata percepita come volta a esacerbare di divergenze e la segmentazione tra centro e periferia, nonostante gli sforzi politici messi in atto. Nel complesso, il mix di politiche dell'Eurozona per contrastare la crisi e sostenere una ripresa sostenuta ha dimostrato di essere inadeguato.
Una maggiore convergenza, un'accelerazione delle riforme strutturali e una più forte domanda interna sono necessarie per evitare che perdite significative e persistenti di produzione influenzino in modo permanente la crescita potenziale. Sono necessarie politiche risolute e coordinate, che vadano al di là dell'attuale mix di misure ed al contributo, comunque positivo, della BCE. Sfide urgenti - ripristinare una crescita sostenuta e ancorare le aspettative - devono essere affrontate. Se, invece, l'Europa dovesse continuare a vivacchiare nel mezzo di una ripresa esitante, non riuscirebbero a materializzarsi i necessari progressi nella crescita e la conseguente creazione di posti di lavoro, e l'Eurozona rimarrebbe vulnerabile a shock.
Inoltre, l'Europa si trova ad affrontare nuove formidabili sfide sistemiche, rappresentate dall'afflusso di migranti e richiedenti asilo. Queste sfide richiedono una politica di risposta coordinata, per fornire un sollievo immediato e progettare iniziative comuni per facilitare l'integrazione. Qualsiasi inasprimento dei controlli alle frontiere interne sarebbe dannoso per la libera circolazione del lavoro e delle merci con conseguenze negative di impatto imprevedibile.
Decisioni politiche rilevanti possono essere prese ora, seguendo un approccio integrato in cui l'attuazione di iniziative a breve termine è parte di una più ambiziosa strategia a lungo termine.

2. Un mix di politica globale
Un approccio globale per una più sostenibile e resistente Unione economica e monetaria dovrebbe mirare a rafforzare il potenziale di crescita, migliorando la regolazione la capacità di aggiustamento e la flessibilità dei mercati in tutti gli Stati membri, anche attraverso una migliore condivisione dei rischi. Questo obiettivo politico può essere pienamente raggiunto con un mix di misure politiche a breve e lungo termine. Devono essere prese iniziative su più fronti: riforme strutturali, investimenti, occupazione, settore bancario e mercato interno. Azioni su questi diversi fronti sono infatti complementari e sinergiche.

2.1 Governance per aumentare la capacità di crescita
Il sistema di governance europeo deve fornire i giusti incentivi per una politica fiscale orientata alla crescita e per un continuo sforzo riformatore. Tuttavia, ulteriori passi sono necessari, con urgenza, nei confronti di prolungati livelli storicamente bassi di investimento e di occupazione. I tre principali pilastri delineati dalle recenti "Indagini sulla crescita annuale" - rilanciare gli investimenti, perseguire riforme strutturali e promuovere la responsabilità fiscale - dovrebbe essere visti come pilastri che si rafforzano a vicenda.
La comunicazione della Commissione sulla "Flessibilità nel Patto di stabilità e crescita" ha segnato un passo in avanti nel miglioramento del mix di politiche. Essa crea gli incentivi adeguati per riforme e investimenti, rafforza il coordinamento tra politiche strutturali e politiche fiscali, innescando un circolo virtuoso: interventi strutturali e investimenti aumentano a medio termine sostenendo in tal modo la crescita di consolidamento della finanza pubblica.

2.2 La politica fiscale
In presenza di protratti tassi di crescita modesta e di bassa inflazione per un periodo eccezionalmente lungo, anche la misure straordinarie messe in atto dalla Banca Centrale Europea si stanno dimostrando insufficienti. Lo spazio fiscale dovrebbe essere pienamente utilizzato per sostenere la crescita. Allo stesso tempo, il ripristino di un ritmo sostenibile di crescita e di creazione di posti di lavoro è anche il modo più efficace per mantenere il debito su un percorso sostenibile.
Inoltre, è necessaria maggior simmetria negli adeguamenti macroeconomici. Eccedenze nelle partite correnti molto elevate hanno un impatto negativo sul funzionamento complessivo dell'Eurozona esattamente come i disavanzi. Nella misura in cui esse riflettono eccedenze di risparmio, dovrebbero essere rivolte allo stimolo degli investimenti, sia pubblici che privati. Un approccio più cooperativo per sostenere la domanda porterebbe a un equilibrio vantaggioso per tutti, permettendo così di complementare le riforme strutturali. La "procedura per gli squilibri macroeconomici" dovrebbe essere attuata in modo più efficace a questo fine.
Il nuovo Consiglio Fiscale Europeo dovrebbe avere una visione pan-europea nelle sue analisi e formulare raccomandazioni politiche fiscali per l'Eurozona nel suo complesso. Questa è la chiave per
sviluppare orientamenti di politica aggregata e una strategia di crescita a livello UE che va oltre la
semplice somma dei risultati nazionali.
Le regole di bilancio dovrebbero dimostrare la loro adeguatezza per far fronte a condizioni economiche molto difficili. Un sistema progettato per condizioni di crescita e di inflazione normali ha
dimostrato di essere incapace ad affrontare in modo efficace l'impatto di una crescita molto bassa sui potenziali di crescita e sulla dinamica del debito. Queste carenze hanno implicazioni per la misurazione di indicatori di bilancio su cui le Raccomandazioni si basano e devono essere affrontate.
L'evoluzione dei prezzi dovrebbe essere più efficacemente integrata nelle regole fiscali.

2.3 Mantenere il ritmo delle riforme
Un maggior coordinamento e una più comparazione dei risultati stimoleranno le riforme in tutti i paesi, favoriranno il sostegno politico interno alle riforme e ne miglioreranno l'attuazione. La politica monetaria accomodante crea una finestra di opportunità per aumentare lo sforzo riformatore e aumentare la crescita potenziale. Uno sforzo più coordinato tra i paesi e nuovi strumenti politici generano ricadute positive che testimoniano il valore aggiunto di essere parte di un'area economicamente integrata. Inoltre, la convergenza e una regolazione strutturale coordinata porterebbe maggiore simmetria negli aggiustamenti macroeconomici.
Tutti i paesi hanno bisogno di aumentare lo sforzo riformatore. Riforme strutturali potrebbero sostenere il riequilibrio sia nei paesi in surplus sia in quelli in deficit, poiché aprirebbero opportunità di profitto che stimolerebbero gli investimenti. Ciò consentirebbe anche di facilitare l'attuazione di una più equilibrata politica di bilancio per l'Eurozona nel suo insieme e di ridurre l'attuale sovraccarico di politica monetaria.
Inoltre, un legame molto più stretto dovrebbe essere stabilito tra analisi e raccomandazioni politiche
a livello aggregato da un lato e le loro implicazioni per i singoli paesi dall'altro, tenendo anche conto degli effetti di ricaduta delle politiche economiche nazionali su altri paesi.

2.4 Aumentare gli investimenti
Gli investimenti sostengono la domanda nel breve termine e rafforzano l'offerta e la produzione potenziale nel medio termine. In un contesto di ripresa lenta e fragile, gli investimenti sono la priorità assoluta per mettere l'Unione Europea entro un percorso di crescita sostenibile. Nel recente passato, la caduta degli investimenti nei paesi europei è stato drammatico e molto diffuso; un'inversione di tendenza è ancora molto lenta.
Per contribuire a invertire questa tendenza, la Commissione ha avviato il "Piano Juncker", creando il
"Fondo europeo per gli investimenti strategici" (EFSI). Il Piano è un'importante occasione per stimolare gli investimenti privati ​​con il sostegno pubblico. Il Piano dovrebbe attivare progetti che altrimenti non si realizzerebbero, a causa di un rischio eccessivo, fallimenti del mercato, o vincoli finanziari o di bilancio.
Il ruolo potenziale di catalizzatore del Piano deve essere sfruttato a pieno, in sinergia con le risorse del bilancio dell'UE e con le risorse nazionali, ivi comprese quelle delle "Banche nazionali di promozione", per genuine iniziative di investimento europee volte al finanziamento di beni comuni europei quali le reti trans-europee o l'Unione energetica. Iniziative ad alta intensità di conoscenze, che si concentrano sul c.d. "capitale umano", la ricerca, l'innovazione e l'educazione di eccellenza sono gli investimenti a più alto potenziale di crescita e dovrebbero essere adeguatamente supportato. Un forte impegno nelle riforme strutturali potrebbe sfruttare la ricerca di profitti e opportunità di investimenti.
I paesi dovrebbero utilizzare appieno i loro margini di manovra nella politica fiscale, se disponibili, per aumentare gli investimenti. La governance europea dovrebbe prevedere ulteriori incentivi per gli investimenti in beni pubblici europei anche a livello nazionale. Ulteriori iniziative comuni europee
dovrebbero essere prese in considerazione: progetti per aumentare il potenziale di crescita dell'UE potrebbero essere finanziati da emissioni di debito in comune.
Infine, condividiamo l'idea di una "Unione dei finanziamenti e degli investimenti", in cui il completamento dell'Unione bancaria, dell'Unione del mercato dei capitali e il Piano degli investimenti del Presidente Juncker contribuiscano a una più efficace canalizzazione del risparmio verso gli investimenti.

2.5 Completamento dell'Unione bancaria
Una priorità fondamentale è quello di completare l'Unione bancaria e preservare la fiducia nel settore bancario. Aumentare la capacità di ripresa del nostro sistema bancario, limitando l'impatto dei fallimenti bancari, è questione in cima all'agenda politica, e risultati significativi sono stati effettivamente raggiunti . Molto è stato realizzato per ridurre i rischi, in particolare rafforzando salvaguardie prudenziali per le banche con un aumento dei requisiti di capitale e di liquidità; per rafforzare la vigilanza attraverso stress-test approfonditi a livello UE e con la creazione Meccanismo Unico di Controllo (SSM). Inoltre, a seguito dell'implementazione di normative nazionali di applicazione della BRRD e con l'istituzione del Meccanismo Unico di Risoluzione (SRM), il rischio di un coinvolgimento del settore pubblico è stato significativamente limitato.
Tuttavia, le innovazioni connesse all'attuazione della direttiva BRRD sono sostanziali e l'aggiustamento delle aspettative dei comportamenti delle parti interessate per assimilare il nuovo quadro richiederà del tempo prima di essere completo. L'implementazione delle regole deve dunque essere gestita in modo adeguato per evitare l'instabilità finanziaria anche attraverso una migliore informazione, comunicazione, trasparenza e valutazione del rischio.
Inoltre, l'Unione Bancaria è ancora incompleta e deve essere dotata di strumenti efficaci per affrontare le crisi sistemiche. Un quadro normativo per la condivisione dei rischi è necessario per progredire verso prospettive credibili di stabilità finanziaria. Un Schema Europeo di Assicurazione dei Depositi (EDIS) migliorerebbe in modo significativo il funzionamento dell'Unione bancaria e garantirebbe una maggiore efficienza e stabilità finanziaria. Ancora più importante, sarebbe aumentare la fiducia, che è l'ingrediente chiave per il successo dei sistemi bancari e contribuire,
a sua volta, a ridurre i rischi. Inoltre, stabilire in anticipo una comune ed efficace misura di protezione per il Fondo di Risoluzione Unico (SRF) è necessario per rafforzare la capacità finanziaria del SRF stesso e, in generale, la credibilità del Meccanismo di Risoluzione Unico. La condivisione del rischio è parte integrante di un'Unione bancaria, il cui fine è quello di riuscire a limitare la frammentazione del mercato e la creazione di una vera parità di condizioni per le imprese in tutta l'UE.
Parallelamente, sono necessarie ulteriori misure per ridurre - entro l'orizzonte temporale opportuno - gli alti livelli di debito privato, per affrontare il problema delle sofferenze e migliorare l'efficacia complessiva degli strumenti a tutela dell'insolvenza. Accompagnare alla condivisione del rischio un'ulteriore riduzione del medesimo migliorerebbe notevolmente la stabilità finanziaria, sosterrebbe la ripresa dell'attività creditizia e spingerebbe le prospettive di crescita.
Un'Unione dei Mercati dei Capitali completamente sviluppata rafforzerà ulteriormente il sistema e potrebbe facilitare la diversificazione delle fonti di finanziamento, in particolare per le PMI, e renderebbe più ampio il Mercato unico. Inoltre, esso contribuirà a una migliore regolazione degli shock in tutta l'Eurozona, così da rendere l'Unione Economica e Monetaria più robusta e resistente.

2.6 Ampliare il Mercato unico
L'ulteriore rafforzamento del mercato interno è un'opportunità che deve essere pienamente sfruttata: c'è ampio spazio per ulteriori vantaggi, attraverso un'integrazione più stretta e una maggiore competitività. Il mercato interno è la grande conquista comune dell'Europa a 28. Il Mercato unico è stato al centro della strategia di crescita europea per più di due decenni. Tuttavia, gli interessi nazionali, le barriere istituzionali e i colli di bottiglia, sia a livello nazionale che a livello europeo, hanno impedito di sfruttare appieno i vantaggi di termini di competitività e di crescita.
I continui sforzi per rivitalizzare il Mercato unico, mirati a rimuovere gli ostacoli al Mercato Unico dei Capitali e alla creazione di una Unione dei Mercati dei Capitali, superando la segmentazione del mercato dell'energia, promuovendo l'economia digitale e l'innovazione, vanno nella giusta direzione. Per quanto riguarda l'energia, l'integrazione dei mercati nazionali avrebbe impatto significativo sulla competitività dell'economia europea. Ulteriori passi a la livello nazionale realizzerebbero ulteriori progressi verso il mercato unico, creando le condizioni per facilitare le opportunità di investimento. Le aree di intervento in cui le riforme porterebbero notevoli benefici includono la riforma della pubblica amministrazione, compreso l'accesso agli appalti pubblici, e la riforma della giustizia civile. Infine, progressi nell'affrontare la concorrenza fiscale sleale e nel raggiungimento di una maggiore trasparenza nel settore fiscale possono essere di grande beneficio alle attività commerciali transnazionali e di miglioramento del benessere dei consumatori.
Infine si deve tenere presente che la fonte più promettente di crescita per un'economia senescente come quella dell'Unione europea è la maggiore produttività guidata dall'innovazione. A tale proposito l'obiettivo di una strategia di crescita condivisa dovrebbe essere quello di andare verso quella che potremmo definire a pieno titolo una Unione dell'Innovazione, cioè un insieme integrato di iniziative, che l'UE dovrebbe adottare, per stimolare la creazione di conoscenze attraverso l'investimento nell'istruzione e nella ricerca, che sono i principali motori dell'innovazione.
La cooperazione tra Eurozona e paesi non appartenenti all'area dell'euro sarà un tema-chiave. ulteriori avanzamenti nel processo di integrazione economica e monetaria e dell'Unione europea sono, e dovrebbe essere visti, come capaci di rafforzarsi e beneficiarsi reciprocamente. La convergenza all'interno dell'Eurozona non dovrebbe comportare una divergenza con gli Stati che non sono membri dell'area dell'euro.

2.7 Uno strumento comune per gli aggiustamenti nel mercato del lavoro
Un approccio innovativo è necessario per promuovere e facilitare le regolazioni nei mercati del lavoro europei. Nell'Eurozona, in particolare, data l'assenza di meccanismi di aggiustamento dei cambi, la maggior parte dello sforzo di aggiustamento è a carico del lavoro.
Un meccanismo di stabilizzazione macroeconomica è necessario in quanto i paesi sotto rigorosi vincoli di bilancio possono non essere in grado di regolare il ciclo economico e di prendere contromisure ad un aumento della disoccupazione in caso di shock asimmetrici. Inoltre, la politica monetaria può risultare insufficiente se lo shock è specifico di un Paese.
Un meccanismo comune per mitigare la disoccupazione ciclica e le sue conseguenze rappresenterebbe un'opportunità realizzabile, per l'Eurozona, per fare un passo in avanti verso la sostenibilità e rafforzarne la dimensione sociale. Inoltre, vi sarebbero vantaggi a lungo termine, ove si consideri come alti livelli di disoccupazione per un periodo prolungato di tempo comportino un deterioramento del capitale umano, una minore produttività e un impatto negativo sul potenziale di crescita.
Un Fondo per stabilizzare il mercato del lavoro dovrebbe fornire risorse ai paesi che sperimentano forti aumenti della disoccupazione ciclica. Una volta creato, sarebbe innescato in modo automatico evitando processi decisionali lunghi e complessi.
Un regime di assicurazione contro la disoccupazione potrebbe contribuire a consolidare la crescita a medio termine, attenuando gli aggiustamenti necessari in presenza di shock negativi e limitando
gli impatti negativi sugli altri paesi. Potrebbe amplificare l'efficacia degli impatti e delle ricadute positive delle riforme nazionali. I paesi che non fossero diretti beneficiari delle misure beneficerebbero di un più stabile e prospero contesto macroeconomico. Sarebbe un ulteriore segno della irreversibilità dell'Euro, con un impatto positivo sulla fiducia.
Una struttura di incentivi adeguata può essere costruita per limitare il rischio morale ed evitare trasferimenti permanenti e unidirezionali di alcuni paesi ad altri, pur aumentando la condivisione dei rischi. Ad esempio, il meccanismo potrebbe attivarsi in presenza di una fase verso il basso del ciclo economico sufficientemente ampia in un paese, tale da portare a un aumento della disoccupazione. L'attivazione delle risorse condivise sarebbe al di fuori del controllo dei governi nazionali. Poiché il meccanismo non dovrebbe attivarsi rispetto a casi di disoccupazione strutturale, i paesi beneficiari dovrebbero comunque assumersi la responsabilità di introdurre riforme strutturali nel mercato del lavoro. Lungi dall'essere una scorciatoia per i paesi che non accelerano sulle riforme, la condivisione del rischio sarebbe una forza trainante delle riforme, verso l'attuazione di misure coerenti nei diversi Stati membri.
Il meccanismo potrebbe essere finanziato o destinandovi parte delle risorse nazionali utilizzate per la corresponsione di sussidi di disoccupazione o con una nuova fonte fiscale comune . Tale strumento potrebbe essere creato senza modifiche dei Trattati, e al contempo costruirebbe la fiducia e il sostegno reciproco necessari per cambiare i Trattati medesimi, quando necessario.

2.8 Affrontare la pressione alle frontiere europee
L'Unione europea si trova ad affrontare una sfida senza precedenti rappresentata dall'afflusso di migranti e richiedenti asilo. La crisi dei rifugiati è chiaramente un problema sistemico, che mette l'Europa duramente alla prova. L'opinione pubblica percepisce ampiamente che questa prova richiede una comune risposta europea . Anche il principio di sussidiarietà sottolinea la necessità di una dimensione europea per affrontare le dimensioni e la complessità delle questioni in gioco. Una risposta comune e condivisa è necessaria. L'accordo di Schengen è una delle principali conquiste dell'integrazione europea e deve essere preservato e rafforzato.
Una politica di lungo termine sui rifugiati è necessaria, soprattutto considerando che il fenomeno è destinato a durare. La condivisione della responsabilità per la gestione delle frontiere esterne tra l'UE e gli Stati membri interessati rappresenterebbe una risposta potente. Risorse finanziarie e umane provenienti dall'UE dovrebbero integrare le politiche nazionali per le operazioni di soccorso,
la creazione di hotspot e la prima integrazione dei rifugiati che raggiungono la frontiera europea.
Questi sono i beni comuni europei che richiedono un coinvolgimento dell'UE. Abbiamo bisogno di una soluzione, di soddisfazione per tutti gli attori in gioco, che bilanci i costi a breve termine del finanziamento delle nuove politiche di accoglienza con i benefici di lungo termine derivanti da un processo più ordinato di transizione e integrazione. L'ambito della nuova politica di gestione condivisa delle frontiere esterne dell'UE richiede diverse fonti di finanziamento e giustifica il ricorso ad un meccanismo mutualizzato di finanziamento che potrebbe comportare emissione di obbligazioni comuni.

3. Dal breve termine al lungo termine
Per rendere l'Unione monetaria davvero irreversibile, dobbiamo gestire la comune casa europea con l'adozione di una visione sistemica comune.
Un'unione monetaria più forte ha bisogno di istituzioni comuni più forti istituzioni . In aggiunta all'Unione Bancaria dovrebbe dunque essere considerato quanto segue.
L'istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) è stato un importante passo avanti per la gestione delle crisi dei debiti sovrani, attraverso l'utilizzo delle risorse messe in comune. Dovremmo
concentrarsi su come sfruttare appieno i benefici di questo pool di risorse, preservando la sua ultima funzione di "firewall". Un obiettivo ambizioso sarebbe trasformare l'ESM in un Fondo monetario europeo. Nel breve termine, l'ESM dovrebbe diventare una garanzia per il Fondo Unico di Risoluzione, onde salvaguardare efficacemente la stabilità finanziaria nell'Unione.
La realizzazione di un sussidio di disoccupazione comune sarebbe un primo passo per lo sviluppo di una funzione di stabilizzazione per far fronte a shock asimmetrici e un aiuto nella costruzione della fiducia necessaria per iniziative più ambiziose per il futuro.
Ancora, un'iniziativa finanziaria a livello di Unione Europea mirata a finanziare in comune la gestione delle frontiere esterne potrebbe anche rappresentare un esempio rilevante di condivisione
delle responsabilità e della fornitura di beni pubblici europei.
A lungo termine, l'Unione monetaria deve essere dotata di una capacità fiscale correlata ai compiti di promozione degli investimenti e riduzione degli impatti del ciclo economico. un'area fortemente integrata, come l'UEM, è caratterizzata da beni pubblici che possono essere meglio prestati a livello sistemico. Si pensi ai grandi investimenti, a funzioni di stabilizzazione economica, al finanziamento di politiche degli Stati membri che abbiano ricadute positive.
Queste funzioni possono essere gestite da un Ministro delle Finanze dell'Eurozona. Il valore aggiunto di un Ministro dell'Eurozona potrebbe essere quella di eseguire una politica fiscale comune e di assicurare che una politica fiscale coerente ed equilibrata sia perseguito a livello aggregato. A questa fine, si renderebbe necessario un bilancio dell'Eurozona, con risorse adeguate. Naturalmente, un tale ministro dovrebbe essere politicamente attrezzato per svolgere questo ruolo. Anche se questa cifra potrebbe essere costituita in seno alla Commissione europea - sulla falsariga dell'Alto rappresentante - sarebbe importante che avesse un forte legame anche con il Parlamento europeo.

4. Conclusioni
Una lezione derivante dalla crisi è che la stabilità e il progresso dell'UEM richiede una maggiore fiducia reciproca, tra cittadino e istituzioni europee e tra gli Stati membri, nonché un approccio sistemico più forte, il che implica più attenzione alle esternalità positive del processo di integrazione. La fiducia reciproca può essere accumulata mostrando agli altri Stati che un paese si attiene alle regole. Le regole devono essere progettate in modo da premiare il rispetto delle stesse e scoraggiare i comportamenti non cooperativi (vale a dire impedire il rischio morale). Allo stesso tempo, le regole devono prevedere meccanismi di condivisione del rischio che aumentino i "ritorni" per comportamenti cooperativi. Meccanismi di condivisione del rischio sono una componente chiave per il buon funzionamento dell'UEM. In altre parole, le regole devono consentire la mutualizzazione. I due elementi, mitigazione del rischio e condivisione dei rischi, si rinforzano reciprocamente. Prevenire il rischio morale rafforza la fiducia e supporta la mutualizzazione. La condivisione e la mutualizzazione dei rischi offre un forte incentivo a rispettare le regole e a evitare comportamenti opportunistici.
Ricostruire la fiducia tra gli Stati membri e disinnescare i pregiudizi nazionali sono i principi che dovrebbero guidare le azioni dei governi europei. Questi sforzi devono includere tutti i 28 Stati membri. Molti dei punti di cui sopra - in particolare il miglioramento del mercato unico e lo sviluppo un'Unione dei Mercati dei Capitali ben funzionante, il piano degli investimenti, così come iniziative per affrontare la crisi dei rifugiati - sono questioni comunitarie e devono essere discusse tra i 28 Paesi. Il grado di cooperazione tra i pro e i contro su questi temi sarà la chiave per fare progressi reali.
Il dibattito sul futuro dell'unione monetaria è una grande opportunità per rafforzare la capacità di ripresa dell'economia europea e del progetto europeo in generale. Per fare passi in avanti in questa nuova sfida, bisogna essere guidati da alcuni principi fondamentali:
- la percezione del legame tra problemi di breve e lungo termine dovrebbe essere rafforzata e basarsi su una visione comune. Non ci dovrebbe essere nessuna scusa per concentrarsi solo sul breve termine;
- la distinzione tra le misure che richiedono ovvero che non richiesto modifiche dei Trattati non dovrebbe essere un ostacolo a obiettivi politici ambiziosi. Molto può essere fatto con i Trattati attuali, così da costruire il supporto il cambiamento dei Trattati quando necessario;
- l'Unione Economica è un progetto multidimensionale. Il rafforzamento dell'integrazione monetaria e finanziaria dovrebbe andare di pari passo con le misure per stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro. Ciò per dimostrare ai cittadini europei che l'Europa può essere una parte della soluzione e non del problema;
- il rafforzamento dell'UEM dovrebbe essere l'occasione per rafforzare i rapporti fra Paesi UEM e Paesi non UEM, con benefici reciproci.

Non voglio commentare analiticamente questo sproloquio.
Dico solo che mi ricorda le bizze forsennate dei miei figlioli, quando erano più piccoli: la rabbia li stravolgeva, si opponevano a quello che io o la mamma chiedevamo, e tanto più si arrabbiavano quanto più capivano, loro stessi, che di lì a poco avrebbero, spontaneamente, ubbidito agli ordini.
E così qui. Prima, attacchi alla Germania per i surplus accumulati, rivendicazione di risorse per la questione dei migranti e per combattere la disoccupazione (sia pure sotto la forma politicamente improponibile degli Eurobond), quindi l'accettazione di un Ministro delle Finanze Europeo (cioè una specie di sovrano assoluto del rigore continentale) e il collegamento fra il Fondo Unico di Risoluzione (una specie di Fondo interbancario di garanzia dei depositi su scala europea) e l'ESM (il c.d. Fondo salva-Stati, che in certe circostanze può essere anche utile - a tutti meno che a chi lo usa - ma ha il piccolo inconveniente di richiedere di mettersi in casa la Troika).
Che poi - devo ammettere, sorprendendomi - ho capito che certe cose, Matteo, le ha capite.
Che tagliare la spesa pubblica, anche quella così detta "improduttiva" (?), provoca una connessa riduzione del PIL che, soprattutto in caso di indebitamenti oltre il 100% del prodotto interno, peggiora - non migliora - il rapporto fra le due grandezze.
Che in una situazione di cambi fissi a noi sfavorevole (condizione data che, peraltro, lui non cita mai), una sia pur timida ripresa economica comporta l'esplosione dell'import rispetto all'export, e dunque un peggioramento - non un miglioramento - dell'economia nazionale  (lui parla di PIL anziché di Prodotto Nazionale, ma insomma il concetto è chiaro).
Che dentro l'Euro, non potendo agire sui tassi di cambio, la produttività si riacquista soltanto mediante la deflazione salariale (che però ha come corollario un aumento significativo della disoccupazione).
Tutte queste cose le trovate qui (dal minuto 47:20).



Certo, non è che ci vuole un asso, ma rispetto ai gloriosi tempi dell'austerità espansiva si sono fatti passi da gigante.
E allora non si capisce questo documento cosa sia. Una resa? Un modo come un altro di mettere le mani avanti nei confronti dei cittadini italiani? Una specie di terapia psicanalitica, in cui si cerca di rifocalizzare il rimosso (in particolare, il Fiscal Compact)? Sì, perché - parliamoci chiaro - l'unica proposta "vera" del paper è una proposta... franco-tedesca, cioè l'istituzione di un Ministro delle Finanze Europeo.
Non lo so. Quello che so, è che il futuro, per l'Italia, appare tutt'altro che roseo.

martedì 9 febbraio 2016

Nel nome del Padre (preghiera laica)

Di carne da mettere al fuoco ce ne sarebbe davvero molta. Da Pennesi che cerca di dare un senso compiuto alla riforma delle collaborazione voluta da Matteo, a Banca d'Italia che - per interposta BCE - deve dar conto alla stampa tedesca (notoriamente indipendente) dei proprio investimenti, fino alla ormai montante polemica sulla proposta, fatta propria da Schäuble, di non considerare più risk-free i Titoli di Stato nei bilanci bancari. In più, gli Istituti italiani hanno iniziato a presentare i conti 2015... e potrebbe essere l'occasione per qualche considerazione in prospettiva.
Oggi, però, vorrei parlare di altro.
La settimana scorsa, infatti, si è tenuto anche il Family day, in qualche modo in risposta all'altra manifestazione, di una decina di giorni prima, denominata "Svegliati Italia". Il tutto, con il sottofondo delle polemiche sull'approvazione del d.d.l. Cirinnà (e annessi nastrini sanremesi).
Ora, io nono voglio polemizzare sul disegno di legge, né mi interessa prendere posizione a favore di questo o quell'orientamento di pensiero (comunque, in breve, per non essere iscritto nella schiera dei Ponzio Pilato e dei Beppe Grillo: (i) mi sembra giusto che le unioni omosessuali siano riconosciute dalla legge; (ii) io gli avrei dato una connotazione maggiormente contrattuale e meno da diritto di famiglia, tipo il "contratto di convivenza" previsto dalla stessa legge, ma ognuno ha la sua sensibilità; (iii) sono contrario all'estensione alle coppie gay della stepchild adoption, art. 5 del d.d.l., perché mi sembra una sostanziale legittimazione del mercato delle madri surrogate, che comporta almeno potenzialmente lo sfruttamento di essere umani per il soddisfacimento dei desideri di altri esseri umani: le contorsioni verbali di Renzi, oggi, mi sono sembrate, sulla questione, veramente penose).
Non voglio neppure entrare nei meandri di un'interpretazione dell'art. 29 della Costituzione (per chi fosse interessato, rimando ai lavori preparatori), oppure polemizzare con qualche poraccio che, per distinguersi nell'agone polemico, ha pensato bene di seminare qualche bestemmia qua e là (in mezzo a un mare di fregnacce).

A me, al contrario, interessa fare un discorso più generale, partendo da due considerazioni.
Sia la Costituzione, sia i gruppi che hanno aderito al Family Day, parlano di una "società naturale", o "famiglia naturale". La Costituzione, però, utilizza la locuzione soltanto al fine di sottolineare come la famiglia, in quanto formazione sociale, preesista al suo riconoscimento giuridico e, pertanto, non possa essere cancellata o stravolta dal legislatore ad libitum. Di contro, al Family Day per "famiglia naturale" si intende un qualcosa insito nell'ordine di natura, ordine evidentemente stabilito una volta per tutte da Dio, con la Creazione.
Inoltre, i gruppi pro-life ritengono - e per questo manifestano - che questa "famiglia naturale" abbia necessità di essere difesa rispetto a un modello culturale chela metterebbe a repentaglio. Tra i principali pericoli vi sarebbero proprio le unioni omosessuali e l'adozione di bambini da parte di queste "nuove" coppie.

Prima considerazione. La famiglia "naturale".
Secondo me, l'aggettivo è quanto meno fuorviante, perché la famiglia padre-madre-figli non ha nulla di naturale. E ciò semplicemente perché, in natura, normalmente le femmine (che possono avere solo una cucciolata alla volta) dopo il parto continuano ad accudire i figli, mentre i maschi (il cui scopo è quello di ingravidare il maggior numero di femmine possibile) se ne disinteressano del tutto. In altri termini, salve alcune eccezioni che, come al solito, confermano la regola, in natura esiste la madre, non il padre. Dunque, non esiste la famiglia.
Il padre - con tutto quello che comporta: scelta di una compagna per la vita, convivenza stabile, accudimento ed educazione della prole - è un'invenzione, recente, del genere umano, è un'increspatura nel mare della storia, per dirla con l'autore di un bellissimo libro sulla questione. Non si nasce padri, lo si diventa, scegliendo continuamente il ritorno a casa, adottando continuamente il proprio figlio.
La cifra del padre è la nostalgia, immortalata per sempre in due delle più belle terzine di tutta la Divina Commedia: "era già l'ora che volge il disio \ ai navicanti e 'ntenerisce il core \ lo dì c'han detto ai dolci amici addio; \ e che lo novo peregrin d'amore \ punge, se ode squilla di lontano \ che paia il giorno pianger che si more".
Nella famiglia, la madre è giusta, amorevole, mentre il padre racchiude in sé un duplice ruolo: deve sì essere giusto, ma anche forte: garantisce la pace familiare (all'interno), tramanda i valori sociali (all'esterno). In questa dinamica familiare si crea quel "principio verticale" capace di costituire un modello per la crescita, da affiancare al "principio orizzontale" (l'uguaglianza di tutti) fondante i moderni Stati di diritto ma incapace però di innescare processi basati sulla responsabilità.
Altrimenti, "l'effetto è quello di retrocedere sempre più verso la dimensione del branco, verso l’irresponsabilità. A essere messa in discussione è la possibilità stessa della civiltà" (qui).
La famiglia va dunque tutelata non in quanto "naturale" (poiché, come detto, è naturale nel senso che preesiste alla legge, ma non lo è laddove si intenda che la stessa è propria dello "stato di natura"), ma in quanto propriamente "umana" (cioè un prodotto della civilizzazione, anzi una delle basi della civilizzazione).
Il risultato lo ha ben descritto Bruno de Giusti in un post da me più volte citato.

Seconda considerazione. Chi e che cosa mette a repentaglio la famiglia.
Sempre secondo me (perché sull'argomento, ha detto il Boccoluto, c'è assoluta libertà si coscienza), il d.d.l. Cirinnà non è né il primo né il principale dei rischi per la famiglia.
I pericoli sono ben altri ed hanno fondamento prettamente economico. Di questo ha parlato, come di consueto in modo molto intelligente, Diego Fusaro in un articolo recente sul Fatto Quotidiano (in cui riprende quanto meglio esposto in Minima Mercatalia): "se la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa..., la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze condotto spietatamente dall'ordine neoliberistico".
Un individuo senza radici, senza identità e senza storia si presenta come il perfetto lavoratore precario, senza progetti a lungo termine, senza necessità di una sede fissa di lavoro (tutta la polemica su Schengen ci fa capire che, come la potenza è nulla senza controllo, così la libera circolazione dei capitali è nulla senza la libera deportabilità dei lavoratori), ma anche come il perfetto consumatore, che utilizza quel poco che guadagna per acquistare beni di consumo, senza preoccuparsi di risparmiare per i propri cari.
Vale anche il percorso inverso, ovviamente. Il padre che non ha un ruolo sociale, che non sfama la famiglia (spero che tutti comprendano che qui si intende "padre" come ruolo, per cui evitate accuse dementi di sessismo), non è riconosciuto come padre. Di conseguenza, anche la famiglia non si riconosce più come tale. Fusaro, citando Lacan, parla di "evaporazione del padre".
Per dirla in altri termini: l'attacco neoliberista al welfare state passa anche dall'attacco a quel particolare tipo di welfare che è rappresentato dalla famiglia, intesa come luogo comunitario in cui vige l'etica della solidarietà.
In questo quadro, la polemica sulle unioni omosessuali è, come minimo, utile a non far parlare di questioni ben più importanti. D'altronde, garantire con la destra alcuni diritti cosmetici per nascondere la sottrazione di altri più importanti diritti con la sinistra, è cosa nota. Il che non toglie che gli stessi che protestano per il riconoscimento di tali diritti rischino di remare, sia pure in perfetta buona fede, proprio nel verso di coloro che vorrebbero combattere (Come mai le multinazionali americane sono tutte su posizioni chiaramente Glbt? Perché gli omosessuali spendono molto più degli eterosessuali, certo, ma evidentemente non solo).

Terza considerazione. Che fare?
Dunque, ben vengano le manifestazioni di piazza a favore della famiglia, diciamo, tradizionale. Ma contro i suoi veri nemici.
A quando una manifestazione contro politiche deflattive, che tolgono tutele ai lavoratori, che precarizzano i giovani, che mantengono insostenibilmente alta la disoccupazione, che non danno alcun orizzonte a chi si affaccia alla vita adulta?
A quando una presa di coscienza, collettiva, sulla assoluta necessità, per l'Italia, di un'uscita dall'Eurozona volta alla riaffermazione dei valori costituzionali (tra cui, anche quelli relativi alla protezione della famiglia e del welfare state)?
Certo, se questo dovessimo aspettarcelo dalle gerarchie cattoliche, andremmo piuttosto male...
O, in altro termini...
Forse, anche in questo caso, tornare alle origini non farebbe male (Lc 10,7: "chi lavora ha diritto alla sua ricompensa").