Il Corriere della sera di domenica lancia la notizia (rispetto alla quale non ho trovato riscontro su altri quotidiani) secondo cui, alla Conferenza di Roma del prossimo 25 marzo, l'Italia potrebbe proporre una tassa europea sulle banche per il finanziamento di un fondo europeo di garanzia dei depositi bancari e del fondo di risoluzione, nonché (oppure ovvero, dall'articolo non è chiaro) l'introduzione dell'Iva sui servizi finanziari per la creazione di un'assicurazione comune contro la disoccupazione e per incentivi agli Stati che attuino le famigerate "riforme strutturali".
La prima proposta prevedrebbe, in sostanza, l'armonizzazione della base imponibile per il calcolo delle imposte dirette degli Istituti di credito ed il trasferimento di una parte di tali tributi - oppure di una nuova addizionale - all'Unione Europea (che li utilizzerebbe per il finanziamento del SRF o del MES).
Non sto a ripetere quale sia lo stato di salute del sistema bancario italiano, che ha archiviato il 2016 con 15 miliardi di Euro di perdite, appare ancora particolarmente vulnerabile agli choc economici, non ha ancora risolto la questione dei crediti problematici (e dei conseguenti aumenti di capitale che interessano, come minimo, Mps, le due venete in corso di fusione, Ubi e Carige).
In questa situazione, è pensabile un inasprimento della pressione tributaria (perché questo, di solito, vuol dire fra le righe l'espressione "armonizzazione della base imponibile")?
Non solo: questa armonizzazione terrà conto delle specificità degli Istituti di credito dell'Europa del sud, oppure sarà un modo surrettizio per mettere nuovamente in discussione la disciplina delle DTA dopo l'accordo dello scorso novembre?
(In caso di significative svalutazioni su crediti, l'imponibile fiscale delle banche non permette la deduzione integrale di tali svalutazioni. Le "future minori imposte" che la banche pagheranno grazie alla deduzione, negli anni a venire, di tali svalutazioni prendono il nome di "imposte anticipate" - DTA con acronimo inglese - e possono essere automaticamente trasformate, dagli Istituti di credito, in "crediti imposta" iscritti in bilancio. La Commissione - per non ritenere tale legislazione assimilabile a un Aiuto di Stato - ha imposto alle banche il pagamento di una specie di canone annuo calcolato come percentuale delle DTA trasformate in crediti. È evidente che la modifica di tale disciplina a livello europeo impatterebbe in modo asimmetrico sulle banche del Sud Europa rispetto a quelle tedesche o francesi).
Infine, l'imposta interessata sarebbe l'Ires o l'Irap? Perché per quanto attiene l'Ires, gli Istituti di credito sconteranno un'addizionale del 3,5% rispetto agli altri soggetti passivi (in modo da sterilizzare la diminuzione dell'aliquota dal 27,5% al 24% entrata in vigore quest'anno), mentre per quanto attiene all'Irap già pagano lo 0,75% in più delle comuni imprese.
(Peraltro, la maggiore aliquota Ires - al contrario di quanto potrebbe apparire - è una norma di favore per le banche: la riduzione - nella legge di stabilità 2016 - dell'aliquota Ires futura, infatti, avrebbe comportato la riduzione del valore attuale delle DTA iscritte nei bilanci, con conseguenti perdite miliardarie già nei bilancio 2015. Tuttavia, le possibili modifiche al calcolo della base imponibile di cui si è detto sopra e l'ulteriore inasprimento della pressione fiscale potrebbero trasformarsi, alla fine, in un peso gravoso per gli Istituti).
Secondo quanto scrive l'articolista - che pare aver visionato, sia pure confusamente, il testo prodotto dal nostro Ministero dell'Economia - questa quota di tributi potrebbe andare a finanziare o il chimerico EDIS, o il Fondo di Risoluzione (SRF), o addirittura lo Strumento di ricapitalizzazione diretta delle banche del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM).
(L'EDIS altro non è - anzi, non sarebbe visto che non esiste - che un Fondo europeo di garanzia per i depositi dei clienti retail delle banche europee uguale al Fondo interbancario di tutela dei depositi, o FITD, esistente in Italia. L'EDIS ha - avrebbe - il vantaggio di avere ampiezza continentale, così da poter rispondere anche a shock sistemici del sistema finanziario di un Paese membro. Il SRF, cioè il Single Resolution Fund, è un fondo europeo, istituito nel quadro dell'Unione Bancaria, che interviene in caso di risoluzione di una banca dopo che almeno l'8% delle passività della stessa sono state oggetto di bail-in e ripiana fino al 5% delle medesime passività. La missione dell'ESM - che significa European Stability System, - missione è quella di fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell'Eurozona colpite o minacciate da gravi problemi nel settore delle finanze pubbliche o in quello delle finanze private. Gli strumenti dell'ESM sono i più vari: finanziamenti agli Stati - a oggi Cipro Spagna, Portogallo e Irlanda - qualora questi non abbiano accesso ai mercati finanziari ovvero debbano pagare interessi talmente alti da mettere in crisi la sostenibilità del debito; acquisti di titoli di Stato sul primario o sul secondario, strumento mai utilizzato a oggi soprattutto per la presenza del QE della BCE; ricapitalizzazione del sistema bancario di un Paese membro, sia in via diretta, mai verificatosi, sia in via indiretta, sperimentato in Spagna).
EDIS. È noto che la Germania (per semplificare) non permette la costituzione dell'EDIS se prima le banche del Sud Europa non riducono significativamente la loro esposizione in Titoli di Stato dei propri Paesi di stabilimento. Per raggiungere l'obiettivo, l'idea sarebbe quella di non considerarli più risk-free ai fini del calcolo degli assorbimento di capitale degli Istituti. Padoan, in passato, pareva aver fatto muro rispetto a questa pretesa. Questo documento è il primo passo verso un cambiamento dell'atteggiamento del nostro Paese su un tema così delicato?
SRF. Le banche già versano in maniera significativa a questo fondo. Ha senso incrementarne le quote annue? Tra l'altro, non è secondario notare come alcuni Istituti abbiano francamente ammesso, con i propri clienti, di modificare in peius le condizioni di conto corrente proprio per rispondere alle maggiori spese per tale schema, per il FITD e per altri obblighi simili. Come al solito, tassare soggetti in regime di oligopolio si rivela una chimera, dal momento che i soggetti incisi finiscono per essere sempre i consumatori finali.
ESM. L'idea sarebbe quella di incrementare il Fondo di ricapitalizzazione diretta delle banche (attualmente limitato a 60 miliardi di Euro), il cui fine è "contribuire a rimuovere un serio rischio di contagio dal settore finanziario al settore delle finanze pubbliche, consentendo la ricapitalizzazione diretta delle istituzioni" finanziarie di un Paese membro. Bello, direte voi. Insomma. La peculiarità dell'ESM è quello di agire sempre sotto stretta condizionalità, cioè di imporre famigerate "riforme strutturali" asseritamente volte a rimuovere le cause delle difficoltà del settore finanziario e, se del caso, della situazione economica generale del malcapitato Stato membro.
Insomma, per farla breve: l'utilizzo di uno strumento ESM impone la cessione della propria sovranità alla Troika. Cosa sia e cosa faccia la Troika non lo spiego. Leggete un qualsiasi articolo sulla situazione in Grecia (o anche sulla situazione del mercato del lavoro in Spagna).
(Sottolineo, per chi non lo sapesse, che i fondi dell'ESM sono erogati solo sotto "stretta condizionalità". Per esempio, nel caso di Stati, "i prestiti ESM sono erogati sotto la condizione dell'implementazione di programmi di riforme macroeconomiche predisposte dalla Commissione Europea, unitamente alla Banca Centrale Europea e, ove necessario, al Fondo Monetario Internazionale").
Ora, quest'ultima ricostruzione è un po' inquietante perché si sposa perfettamente con il Position Paper presentato dall'Italia proprio un anno fa. In quel documento, infatti, si parlava proprio di un collegamento fra SRF e ESM, di un ammortizzatore sociale europeo (v. sotto), nonché della possibile costituzione di un "Referente unico" per il bilancio dell'UE. Guarda caso, l'articolo del Corriere parla proprio, in un inciso, di un fantomatico Ministro delle finanze dell'Unione. Qui finisce che l'anima nera del governo non era Renzi, ma Padoan...
La seconda proposta prevedrebbe, invece, l'introduzione dell'Iva sui servizi finanziari (ad oggi integranti operazioni esenti). L'Iva, come si sa, è una imposta propria dell'UE, che dovrebbe utilizzare queste maggiori risorse per la costituzione di "un fondo europeo per integrare il salario dei disoccupati" e di "un altro per sostenere le riforme strutturali".
È chiaro? Qui si parla, in sostanza, della realizzazione di una specie di Reddito Minimo Garantito (RMG) su scala europea, cioè del tentativo di indurre i popoli del Vecchio continente a barattare - una volta per tutte - il diritto al lavoro con il diritto a un reddito, con tutto quello che ne consegue in termini di ricattabilità, minore autonomia, compressione dei salari, e così via.
(Chi non fosse avvezzo a questi temi, può leggere questo post di Alberto Bagnai e questo post del Pedante, che spiegano con limpidezza le cose come stanno).
Da un certo punto di vista, è piuttosto paradossale pensare che la definitiva precarizzazione del mondo del lavoro passi per la tassazione indiretta dei servizi finanziari, quegli stessi servizi finanziari che permettono - per il tramite del credito al consumo - di trasformare precari e disoccupati con redditi di mera sussistenza in consumatori di quegli stessi beni che producono per salari deflazionati e dal reddito minimo garantito o dalla sostituzione del CCNL con altre forme (legali o pattizie) di determinazione delle retribuzioni.
Ovviamente, l'idea di un RMG è strettamente connessa a quella delle "riforme strutturali".
Sì, perché le riforme strutturali sono il nome presentabile - ad usum dei media più sensibili alla propaganda (cioè quasi tutti) - proprio della sullodata deflazione del lavoro. In termini un po' brutali: per riforme strutturali si intendono tutte quelle modifiche legislative che sono volte a migliorare la bilancia commerciale di un Paese tramite la riduzione delle importazioni (via distruzione della domanda interna mediante innalzamento della tassazione) e l'incremento delle esportazioni (mediante riduzione del costo del lavoro, cioè degli stipendi).
Noi, proprio noi, proponiamo questa roba. Tra poco la Sindrome di Stoccolma cambierà nome. Si chiamerà Sindrome di Roma.
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martedì 7 marzo 2017
La Sindrome di Roma (della proposta di una tassa sulle banche)
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venerdì 4 novembre 2016
Regole bancarie a geometria variabile (a ciascuno il suo)
Per correr peggior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, o almeno spero. Perché trattare la materia mi richiede davvero un grande sforzo, senza per questo aver alcunché di particolarmente attraente. Però, come nella più famosa Cantica, anche qui si tratta di purgare, tra i tormenti, peccati assai gravi. Quelli del sistema bancario, soprattutto... del Nord Europa.
Ripartiamo da principio.
Anche grazie alla subalternità della nostra classe dirigente, nel 2014 nasce ufficialmente il c.d. SSM, cioè la struttura regolamentare mediante la quale la BCE diviene Autorità di Vigilanza per le 130 banche più importanti d'Europa (cioè praticamente tutte quelle importanti, escluse le banche locali tedesche, le quali - come si sa - stanno in un mondo a parte).
Primo atto della nuova struttura è il c.d. comprehensive assessment ("valutazione approfondita"), "esercizio non contabile" basato su due pilastri: (i) la revisione della qualità degli attivi (asset quality review, o AQR) allo scopo di verificare se il capitale "di migliore qualità" (il famigerato common equity tier 1, o CET1) delle banche fosse adeguato a fronteggiare la rischiosità degli asset detenuti; (ii) gli stress test, volti a verificare la "resistenza" delle banche a due scenari economici, uno "di base" e l'altro "avverso".
Non c'è bisogno di ricordare che:
1. quanto al punto (i), la revisione degli attivi si risolse soltanto in un occhiuto ricontrollo degli impieghi, con conseguente esplosione delle sofferenze, soprattutto nei Paesi, come l'Italia, in cui maggiore era la propensione bancaria a prestare a privati e imprese
Secondo atto (definito anche pillar 2): lo SREP (Supervisory Review and Evaluation Process, "processo di revisione e valutazione prudenziale").
In soldoni, si tratta di un processo valutativo che, partendo dall'analisi di tutti i rischi aziendali, ivi compresi quelli relativi alla governance e ai controlli interni, giunge ad individuare un livello di capitale "prudenziale" minimo in ragione degli attivi della banca, come di consueto ponderati per la loro rischiosità intrinseca (RWA: Risk-Weighted Assets).
Senonché, anche in questo caso, la fregatura è dietro l'angolo. Come tutti i rapporti (CET1 / RWA), la correttezza del risultato finale dipende in egual misura dalla correttezza tanto del numeratore quanto del denominatore. Ora, per un caso assolutamente fortuito, finora la BCE si è concentrata molto sulle modalità di "pulizia" del numeratore (per esempio facendo venire i capelli bianchi al legislatore ed al regolatore italiani in materia di valutazione dei crediti per imposte anticipate per perdite su crediti, o DTA: qualcuno avrà sentito parlare del compromesso danese), mentre ha lasciato un po' da parte l'altra questione, cioè l'armonizzazione delle RWA (che, per stessa ammissione della BCE e del FMI sono calcolate in modo molto differente da Paese a Paese).
O perché mai questa negligenza da parte degli occhiuti regolatori? A pensar male...
In realtà Deutsche Bank, senza qualche aiutino, non passava neppure gli stress test taroccati della BCE.
Però a tutto c'è un limite. La questione è stata così posta con forza al Comitato di Basilea (di cui, si badi bene, fanno parte le banche centrali di quasi tutto il mondo, non soltanto quelle europee). In breve, le idee del Comitato per armonizzare la valutazione degli attivi - idee espresse in vari documenti, qui ad esempio uno particolarmente significativo - si muovono lungo quattro direttrici: (i) riduzione della possibilità di utilizzare modelli non standardizzati di valutazione delle RWA (v. qui il testo completo); (ii) revisione dei modelli standardizzati di valutazione delle RWA; (iii) revisione del trattamento del "rischio sovrano" (cioè del rischio insito nei Titoli di Stato); (iv) attenzione ai rischi di mercato e operativi connessi a determinate operazioni che, nel corso della crisi, hanno comportato impatti significativi sui CET1 delle banche.
Siccome l'antifona è abbastanza chiara, alcune banche centrali (in particolare, le banche olandese, inglese e svedese) si sono già mosse, per iniziare una specie di phase-in fatto in casa, da qui al 2019, quando Basilea IV sarebbe dovuta entrare in vigore. Sì, perché per ora la valutazione dei rischi bancari è molto più lasca nel rigidissimo Nord Europa rispetto al corrottissimo e mandolinaro Sud.
Chi non si è mosso, sono la Banque de France e la Bundesbank.
La Banque de France.
E la Bundesbank.
Nel frattempo, la BCE cazzeggia di MDA (il maximum distributable amount), di limiti (impliciti) minimi di copertura delle sofferenze (famosa la lettera, ai limiti del delirio, inviata a Banco Popolare e Popolare di Milano in vista della fusione), anche di una qualche forma di armonizzazione degli RWA, appuntandosi però - ma guarda un po' il caso - in particolare su una delle questioni sollevate dal Comitato di Basilea, e cioè la riconsiderazione del rischio insito nel debito sovrano. Ovviamente, un'altra coincidenza...
Il treno, comunque, ormai è partito e fermarlo è difficile. C'è già chi inizia a tremare (non solo Deutsche Bank, ma anche Lloyds Bank, Barclays, UBS, Barclays, HSBC, BNP, ecc.). Alcuni analisti hanno parlato di aumenti di capitale per qualcosa come 150 miliardi di Euro in tutta Europa. Potrebbe essere la crisi bancaria finale, che porterà - più che l'Italia ad uscire dall'Euro - l'Euro ad uscire dall'Italia (oltre che dalla Storia).
Ora, visto che, per una volta, si rischia di mettere in difficoltà i belli ed i buoni, vi è stata l'immediata alzata di scudi non soltanto da parte degli esponenti delle banche europee, ma anche da parte dei Ministri delle finanze dell'Eurozona, gli stessi che hanno plaudito agli stress test "a denominatore casuale" ed hanno introdotto senza colpo ferire la disciplina del bail-in.
L'ineffabile Schäuble ha di recente espresso, bontà sua, "viva preoccupazione", poiché un irrigidimento ulteriore delle regole rischierebbe di penalizzare le banche europee più di quelle americane; secondo Schäuble perché gli Istituti europei sarebbero maggiormente indebitati rispetto a quelli statunitensi in quanto maggiormente esposti nel sostegno dell'attività economica delle imprese, in realtà perché regole più stringenti sul calcolo delle RWA gli americani le hanno già. Il Ministro ha infine proposto di differenziare gli standard di calcolo a per aree geografiche; si presume che, nella sua testa, tutto quello che c'è da togliere al Nord possa tranquillamente essere riaddebitato al Sud; è la via tedesca ai trasferimenti all'interno dell'Unione.
Lo fanno soprattutto per noi, tant'è che subito si è trovato qualche corifeo anche nel bel Paese là dove 'l sì suona. Anche Philippe Bordenave, uno dei principali esponenti di Bnp Paribas (ma guarda tu il caso), e Douglas Flint, Presidente di Hsbc (vedi un po'), si sono stracciati le vesti perché le norme di Basilea IV "andranno a svantaggiare le economie che dipendono maggiormente dal sistema bancario e i Paesi con i mercati finanziari meno sviluppati".
Il risultato pratico di questo fuoco di fila è che Basilea IV, la cui struttura regolamentare sarà pronta già nel corso del 2017, non entrerà in vigore prima del 2019, se non dopo. O forse mai. Nel frattempo, però...
1) ...la BCE inizia ad abbassare la soglia SREP delle banche, "anticipando" l'entrata in vigore di normative più penalizzanti. BMN, una banca spagnola tra l'altro con coperture ridicole sui crediti problematici (la metà del sistema spagnolo, press'a poco), ha avuto in regalo qualcosa come 2 punti percentuali (da 10% a 8%!). Un paio di punticini sono stati regalati, di recente, anche a BNP. Non è difficile immaginare che, presto, lo stesso andazzo sia utilizzato per tutti (o, più probabilmente ancora, per molti).
2) ...Commissione e Parlamento Europeo mettono a punto questo bel documentino (con punte di dadaismo tipo: "considerando che i coefficienti patrimoniali e di liquidità delle banche dell'UE sono costantemente migliorati nel corso degli ultimi anni; che i rischi per la stabilità finanziaria, tuttavia, rimangono; che la situazione attuale richiede cautela al momento dell'introduzione di modifiche normative"; oppure: "considerando che nessun Paese al di fuori dell'Eurozona ha ancora espresso la propria volontà di aderire all'Unione Bancaria").
In sostanza, il cuore del discorso (che vi consiglio vivamente di leggere per intero, tanto è breve) - dopo la richiesta agli Stati membri di peggiorare ulteriormente le legislazioni in tema di insolvenza (cioè di espropri) e l'inopinato ricorso alla dott.sa Arcazzo ("stimolare la crescita per meglio contrastare gli NPL") - è di nuovo rivolto proprio al Comitato di Basilea: aspettiamo con interesse i risultati del Comitato in materia di riconsiderazione del rischio sovrano; non si azzardi invece a rivedere tutto il sistema di calcolo delle RWA, perché se le banche tedesche o francesi, povere stelle, dovessero fare ulteriori aumenti di capitale, scateneremo una bella campagna di stampa parlando al solito di riduzione del credito e difficoltà delle piccole imprese. Non bastasse questo, siccome tutti i Salmi finiscono in Gloria, qualche parolina sull'EDIS (cosa di poca importanza, come si sa), che è tanto importante signora mia, ma lo facciamo solo quando non ce ne sarà più bisogno (§§ 19 e 21).
Perché - in sostanza - le regole per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano, per le banche del Nord Europa, addirittura, non si scrivono.
Ripartiamo da principio.
Anche grazie alla subalternità della nostra classe dirigente, nel 2014 nasce ufficialmente il c.d. SSM, cioè la struttura regolamentare mediante la quale la BCE diviene Autorità di Vigilanza per le 130 banche più importanti d'Europa (cioè praticamente tutte quelle importanti, escluse le banche locali tedesche, le quali - come si sa - stanno in un mondo a parte).
Primo atto della nuova struttura è il c.d. comprehensive assessment ("valutazione approfondita"), "esercizio non contabile" basato su due pilastri: (i) la revisione della qualità degli attivi (asset quality review, o AQR) allo scopo di verificare se il capitale "di migliore qualità" (il famigerato common equity tier 1, o CET1) delle banche fosse adeguato a fronteggiare la rischiosità degli asset detenuti; (ii) gli stress test, volti a verificare la "resistenza" delle banche a due scenari economici, uno "di base" e l'altro "avverso".
Non c'è bisogno di ricordare che:
1. quanto al punto (i), la revisione degli attivi si risolse soltanto in un occhiuto ricontrollo degli impieghi, con conseguente esplosione delle sofferenze, soprattutto nei Paesi, come l'Italia, in cui maggiore era la propensione bancaria a prestare a privati e imprese
2. quanto al punto (ii), "nel caso italiano lo scenario [avverso risultava] molto sfavorevole perché ipotizza[va] una grave recessione per l’intero periodo 2014-16, dopo quella già sofferta dall'economia italiana nel 2012-13, che faceva seguito a quella del 2008-09, [e] ipotizza[va] inoltre un riacutizzarsi della crisi del debito sovrano" (Banca d'Italia dixit)Paradosso #stresstest e #AQR della #BCE : le attività di trading finanziario sono meno rischiose delle attività di credito per una banca— Marco Zanni (@Marcozanni86) 1 novembre 2014
Risultato: aumenti di capitale esorbitanti in Italia, ulteriore riduzione del credito alle imprese, avvitarsi della crisi su se stessa.il Financial Times mette in luce il trattamento preferenziale riservato alla Germania nei prossimi stress test / http://t.co/lPe4mBjzR5— nero (@federiconero) 11 marzo 2014
Secondo atto (definito anche pillar 2): lo SREP (Supervisory Review and Evaluation Process, "processo di revisione e valutazione prudenziale").
In soldoni, si tratta di un processo valutativo che, partendo dall'analisi di tutti i rischi aziendali, ivi compresi quelli relativi alla governance e ai controlli interni, giunge ad individuare un livello di capitale "prudenziale" minimo in ragione degli attivi della banca, come di consueto ponderati per la loro rischiosità intrinseca (RWA: Risk-Weighted Assets).
Senonché, anche in questo caso, la fregatura è dietro l'angolo. Come tutti i rapporti (CET1 / RWA), la correttezza del risultato finale dipende in egual misura dalla correttezza tanto del numeratore quanto del denominatore. Ora, per un caso assolutamente fortuito, finora la BCE si è concentrata molto sulle modalità di "pulizia" del numeratore (per esempio facendo venire i capelli bianchi al legislatore ed al regolatore italiani in materia di valutazione dei crediti per imposte anticipate per perdite su crediti, o DTA: qualcuno avrà sentito parlare del compromesso danese), mentre ha lasciato un po' da parte l'altra questione, cioè l'armonizzazione delle RWA (che, per stessa ammissione della BCE e del FMI sono calcolate in modo molto differente da Paese a Paese).
O perché mai questa negligenza da parte degli occhiuti regolatori? A pensar male...
(Apro parentesi.Deutsche Bank had the potential capital shortfall of €19 billion in study of European banks using US stress test. https://t.co/KGgoLIe6pD— Oscar (@PotemkinLion) 10 agosto 2016
In realtà Deutsche Bank, senza qualche aiutino, non passava neppure gli stress test taroccati della BCE.
Chiusa parentesi).#FT: "#DB was given special treatment in EU stress tests". La #BCE avrebbe favorito DB durante stress test estivi https://t.co/LrxZei937D— Matteo Cardella (@mapica92) 10 ottobre 2016
Però a tutto c'è un limite. La questione è stata così posta con forza al Comitato di Basilea (di cui, si badi bene, fanno parte le banche centrali di quasi tutto il mondo, non soltanto quelle europee). In breve, le idee del Comitato per armonizzare la valutazione degli attivi - idee espresse in vari documenti, qui ad esempio uno particolarmente significativo - si muovono lungo quattro direttrici: (i) riduzione della possibilità di utilizzare modelli non standardizzati di valutazione delle RWA (v. qui il testo completo); (ii) revisione dei modelli standardizzati di valutazione delle RWA; (iii) revisione del trattamento del "rischio sovrano" (cioè del rischio insito nei Titoli di Stato); (iv) attenzione ai rischi di mercato e operativi connessi a determinate operazioni che, nel corso della crisi, hanno comportato impatti significativi sui CET1 delle banche.
Siccome l'antifona è abbastanza chiara, alcune banche centrali (in particolare, le banche olandese, inglese e svedese) si sono già mosse, per iniziare una specie di phase-in fatto in casa, da qui al 2019, quando Basilea IV sarebbe dovuta entrare in vigore. Sì, perché per ora la valutazione dei rischi bancari è molto più lasca nel rigidissimo Nord Europa rispetto al corrottissimo e mandolinaro Sud.
Chi non si è mosso, sono la Banque de France e la Bundesbank.
La Banque de France.
E la Bundesbank.
Nel frattempo, la BCE cazzeggia di MDA (il maximum distributable amount), di limiti (impliciti) minimi di copertura delle sofferenze (famosa la lettera, ai limiti del delirio, inviata a Banco Popolare e Popolare di Milano in vista della fusione), anche di una qualche forma di armonizzazione degli RWA, appuntandosi però - ma guarda un po' il caso - in particolare su una delle questioni sollevate dal Comitato di Basilea, e cioè la riconsiderazione del rischio insito nel debito sovrano. Ovviamente, un'altra coincidenza...
(Che poi vuol dire questo:*PRAET SAYS SOVEREIGN DEBT IS NOT A RISK-FREE ASSET— lemasabachthani (@lemasabachthani) 12 gennaio 2016
Ed è anche giusto, dal momento che gli Stati che aderiscono all'UEM sono tra i pochissimi, al mondo, a non poter battere liberamente moneta.Lars Feld, consigliere di #Schauble: bail-in sui titoli di Stato!https://t.co/9vgCqThRDQ— Vittorio Banti (@VittorioBanti) 24 agosto 2016
(come a dicembre 2015: https://t.co/V47h7qFPWf)
Chiusa parentesi).In TUTTE le economie avanzate, titoli di Stato = rischio zero. In Europa no. E il perchè lo spiega persino wikipedia pic.twitter.com/lRNuGdyA04— Grim (@gr_grim) 12 gennaio 2016
Il treno, comunque, ormai è partito e fermarlo è difficile. C'è già chi inizia a tremare (non solo Deutsche Bank, ma anche Lloyds Bank, Barclays, UBS, Barclays, HSBC, BNP, ecc.). Alcuni analisti hanno parlato di aumenti di capitale per qualcosa come 150 miliardi di Euro in tutta Europa. Potrebbe essere la crisi bancaria finale, che porterà - più che l'Italia ad uscire dall'Euro - l'Euro ad uscire dall'Italia (oltre che dalla Storia).
— Alberto Bagnai (@AlbertoBagnai) 2 novembre 2016
Ora, visto che, per una volta, si rischia di mettere in difficoltà i belli ed i buoni, vi è stata l'immediata alzata di scudi non soltanto da parte degli esponenti delle banche europee, ma anche da parte dei Ministri delle finanze dell'Eurozona, gli stessi che hanno plaudito agli stress test "a denominatore casuale" ed hanno introdotto senza colpo ferire la disciplina del bail-in.
L'ineffabile Schäuble ha di recente espresso, bontà sua, "viva preoccupazione", poiché un irrigidimento ulteriore delle regole rischierebbe di penalizzare le banche europee più di quelle americane; secondo Schäuble perché gli Istituti europei sarebbero maggiormente indebitati rispetto a quelli statunitensi in quanto maggiormente esposti nel sostegno dell'attività economica delle imprese, in realtà perché regole più stringenti sul calcolo delle RWA gli americani le hanno già. Il Ministro ha infine proposto di differenziare gli standard di calcolo a per aree geografiche; si presume che, nella sua testa, tutto quello che c'è da togliere al Nord possa tranquillamente essere riaddebitato al Sud; è la via tedesca ai trasferimenti all'interno dell'Unione.
Lo fanno soprattutto per noi, tant'è che subito si è trovato qualche corifeo anche nel bel Paese là dove 'l sì suona. Anche Philippe Bordenave, uno dei principali esponenti di Bnp Paribas (ma guarda tu il caso), e Douglas Flint, Presidente di Hsbc (vedi un po'), si sono stracciati le vesti perché le norme di Basilea IV "andranno a svantaggiare le economie che dipendono maggiormente dal sistema bancario e i Paesi con i mercati finanziari meno sviluppati".
Nel coretto generale non poteva mancare l'ineffabile Patuelli (che, mi pare, non si stracciò le vesti per l'introduzione del bail in).Ue,Basilea non penalizzi ancora banche - Economia - ANSA.it https://t.co/B3fjQquNeN— Luca Fantuzzi (@Luca_Fantuzzi) 27 ottobre 2016
Il risultato pratico di questo fuoco di fila è che Basilea IV, la cui struttura regolamentare sarà pronta già nel corso del 2017, non entrerà in vigore prima del 2019, se non dopo. O forse mai. Nel frattempo, però...
1) ...la BCE inizia ad abbassare la soglia SREP delle banche, "anticipando" l'entrata in vigore di normative più penalizzanti. BMN, una banca spagnola tra l'altro con coperture ridicole sui crediti problematici (la metà del sistema spagnolo, press'a poco), ha avuto in regalo qualcosa come 2 punti percentuali (da 10% a 8%!). Un paio di punticini sono stati regalati, di recente, anche a BNP. Non è difficile immaginare che, presto, lo stesso andazzo sia utilizzato per tutti (o, più probabilmente ancora, per molti).
2) ...Commissione e Parlamento Europeo mettono a punto questo bel documentino (con punte di dadaismo tipo: "considerando che i coefficienti patrimoniali e di liquidità delle banche dell'UE sono costantemente migliorati nel corso degli ultimi anni; che i rischi per la stabilità finanziaria, tuttavia, rimangono; che la situazione attuale richiede cautela al momento dell'introduzione di modifiche normative"; oppure: "considerando che nessun Paese al di fuori dell'Eurozona ha ancora espresso la propria volontà di aderire all'Unione Bancaria").
In sostanza, il cuore del discorso (che vi consiglio vivamente di leggere per intero, tanto è breve) - dopo la richiesta agli Stati membri di peggiorare ulteriormente le legislazioni in tema di insolvenza (cioè di espropri) e l'inopinato ricorso alla dott.sa Arcazzo ("stimolare la crescita per meglio contrastare gli NPL") - è di nuovo rivolto proprio al Comitato di Basilea: aspettiamo con interesse i risultati del Comitato in materia di riconsiderazione del rischio sovrano; non si azzardi invece a rivedere tutto il sistema di calcolo delle RWA, perché se le banche tedesche o francesi, povere stelle, dovessero fare ulteriori aumenti di capitale, scateneremo una bella campagna di stampa parlando al solito di riduzione del credito e difficoltà delle piccole imprese. Non bastasse questo, siccome tutti i Salmi finiscono in Gloria, qualche parolina sull'EDIS (cosa di poca importanza, come si sa), che è tanto importante signora mia, ma lo facciamo solo quando non ce ne sarà più bisogno (§§ 19 e 21).
Perché - in sostanza - le regole per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano, per le banche del Nord Europa, addirittura, non si scrivono.
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