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martedì 15 novembre 2016

L'Euro finisce!

Alberto Bagnai ha da tempo dimostrato che l'Euro finirà ad esito di una terrificante crisi bancaria (il post completo lo potete leggere qui).
"Il botto finale potrebbe effettivamente presentarsi sotto forma di crisi bancaria in un paese grande... In termini finanziari il paese più suscettibile di innescare una crisi risolutiva resta l'Italia, per il semplice fatto che è, fra i grandi, il paese nel quale la qualità del credito si è deteriorata di più e più rapidamente... Dopo la botta del 2009 (inevitabile, data l'entità del crollo statunitense) il governo italiano, come quello spagnolo e quello francese, erano riusciti ad arginare la situazione. Fra 2008 e 2009 c'è uno scalino nella deteriorazione dei crediti erogati, ma fra 2009 e 2010 la situazione sostanzialmente si stabilizza. Dal 2011, però, con l'arrivo di Monti liberatore, per noi è una catastrofe...".

BENE. SECONDO ME, CI SIAMO.

Qualche mese fa, sulla scorte di quella lezione, avevo azzardato una previsione di massima.
Le cose sono andate per un verso più lentamente (il referendum si terrà a dicembre), per un altro più velocemente (la crisi di Montepaschi). Il che, però, crea una peculiarissima convergenza: la (auspicabile) crisi politica, la (più o meno) connessa crisi del debito pubblico e la (terribile) crisi bancaria potrebbero verificarsi tra fine 2016 e inizio 2017, tutte insieme.

La crisi bancaria
Montepaschi deve cedere 27 miliardi di sofferenze ad un prezzo di circa 9 miliardi. Una parte, per un controvalore di un miliardo e mezzo (la tranche mezzanine), se la dovrebbe comprare Atlante; un'altra (la tranche junior), più o meno per lo stesso controvalore, sarà regalata agli azionisti attuali della Banca; il resto, press'a poco 5 miliardi, sarà ceduta sul mercato, previo ottenimento della GACS e rimborso di un prestito ponte da parte di JP Morgan.
Per coprire gli interessi e le commissioni dovute all'Istituto americano, nonché le minusvalenze derivanti dalla cessione delle sofferenze a prezzo inferiore a quello di bilancio, e per ricostituire il capitale richiesto dalla Vigilanza europea, Montepaschi - tra dicembre 2016 e giugno 2017 - lancerà un aumento di capitale da 5 miliardi.
Il mercato tutto questi soldi non è disposto a darli.
Per questo, le alternative sono soltanto due: o gli attuali obbligazionisti subordinati (compresi i piccoli risparmiatori cui furono affibbiati più di 2 miliardi di upper Tier 2 al tempo dell'acquisto di Antonveneta) convertono almeno una metà degli oltre 4 miliardi di obbligazioni in loro possesso e, nel frattempo, il fondo del Qatar accetta di fare da anchor investor per almeno un paio di miliardi, oppure il Consorzio di garanzia si sfila e si va al bail-in.
In pratica: o burden sharing e svendita all'estero, o bail-in vero e proprio.
(Ricordo che qatarioti non sono samaritani. Si copriranno, come fatto con Barclay's. Ricordo anche che l'art. 2358, c.c., non è stato ancora abrogato).
Stamattina, per dire, si leggevano amenità di questo genere.
La lista, per chi fosse interessato, è questa (al netto - per il momento - del Fresh II, strumento talmente purulento che neppure la Banca riesce a capire cosa farne).


Poi c'è Unicredit, che deve vendere Pekao, Pioneer e una ventina di miliardi di sofferenze, poi trovare tra i 10 e i 15 miliardi per l'aumento di capitale (di cui una buona metà cash).
Miliardi che, anche in questo caso, il mercato non è disposto a sborsare.
Al contrario che per Mps, però, Unicredit ha già il cavaliere bianco. Si tratta di Société Générale, che (Antitrust permettendo) ne farà un sol boccone.
Un'altra società francese che entra a gamba tesa nel mercato italiano, come Axa per Generali (indipendentemente dalle smentite), come Vivendi per Mediaset e Telecom, come - in passato - Lactalis per la risanata Parmalat. Quando qualcuno parla di Euro 1 ed Euro 2, magari il secondo con i Paesi del Sud compresa la Francia, faccia un pensierino su queste dinamiche.
Non finisce qui.
Capitolo 4 banche oggetto di risoluzione lo scorso dicembre: è passato un anno ed è chiaro che le famose good bank non valgono assolutamente nulla. I geni che hanno pensato il bail-in, infatti, fra i tanti errori commessi, hanno aggiunto anche l'idea che il cliente buggerato da un Istituto potesse continuare a servircisi, soltanto perché qualcuno aggiunge un "nuova" all'insegna.

Del Veneto non ne parliamo: l'unica idea per salvare due banche fallite è fonderle insieme. In modo da fare un botto ancora più grosso. Meravigliose le parole - quasi poesia - di un giornale economico che di crisi se ne intende: "certo è che occorre fare presto [è una fissa: N.d.R.]. La Bce è in pressing, e così ha fatto anche nel corso di un incontro avvenuto la scorsa settimana con Alessandro Penati. Nessuna indicazione specifica in termini di strategie, ma Francoforte preme perché vuole evitare il rischio di «zombie-bank» [rischio...: N.d.R.]. Da qua la richiesta, a valle di alcune ispezioni sui crediti delle due banche, di ulteriori accantonamenti sugli Npl, che potrebbero comportare 2 miliardi circa di nuove provision [in realtà, saranno poco poco 2 miliardi e mezzo: N.d.R.], con effetti pesanti sul capitale delle due banche. Il problema sarebbe stato dettagliato anche nella bozza di lettera SREP inviata a fine settembre ad entrambi gli istituti, che si sono messe subito al ragionare sul da farsi. Certo è che le due banche sarebbero costrette a una ricapitalizzazione, anche se non è chiaro con quali capitali".
No, non è chiaro per niente.
Nel frattempo, quello che inizia a essere piuttosto chiaro è che nessuno, dico nessuno, è più al sicuro.
Tralascio le frattaglie: la Popolare di Bari che a breve si trasformerà in S.p.A. bruciando i risparmi di chissà quanti azionisti, la Popolare di Marostica che - grazie ad anni di falsi in bilancio - sta trascinando in un gorgo senza fondo la bolzanina Volksbank (anche questa in procinto di diventare una S.p.A.), la Sparkasse di Bolzano che - dopo aver dovuto effettuare un aumento da 270 milioni di euro - ha intentato un’azione di responsabilità contro i vecchi amministratori, e così via.
In sostanza. Il nostro sistema bancario è al collasso (e i presumo minori requisiti SREP che saranno diffusi a fine mese non credo cambieranno la situazione).

Crisi politico-finanziaria
Premetto che, secondo me, la risalita dello spread non ha nulla a che vedere con le vicende politiche italiane, se non che - così come accaduto prima della Brexit e della elezione di Trump - agiscono sui mercati certe "manine" il cui interesse è essenzialmente quello di seminare il panico (senza capire che la maggior parte delle persone, ormai, di soldi da parte non ne hanno più, e comunque quando vota è così esasperata che se ne sbatte).
Il nuovo project fear è già partito.
(Questo collabora con IBL. Per dire).
Ma, diciamo, è nato morto.

Tuttavia, indipendentemente dal risultato del referendum (anche e forse soprattutto se - come inizio a temere - vincerà il sì), la situazione dei conti pubblici italiani andrà sicuramente a deteriorarsi nei prossimi mesi, indipendentemente dal fatto che - come pare - la Commissione Europea (chi ha voglia, si può leggere il documento) decida o meno di riporre l'austerità tra i ferri vecchi (almeno per un po').
Il perché lo spiega molto bene e in poche righe, sulla propria pagina Facebook, Paolo Cardenà, il cui blog (da cui è tratta anche l'immagine qui accanto) consiglio a tutti caldamente.


In questo scenario (cui si aggiunge la sempre maggiore ostilità dei Paesi del Nord a politiche di QE da parte della BCE, stante sia la sofferenza del sistema pensionistico tedesco in un ambiente di tassi prossimo allo zero, sia la incipiente inflazione nella parte core della UE: vedi qui), le alternative per il governo sono poche e comportano tutte l'utilizzo della leva fiscale.
Che, a sua volta, provocherà non soltanto ulteriore deflazione, ma anche un altro peggioramento della situazione del sistema bancario, messo non tanto bene (come detto sopra). La frase di Bagnai a inizio post dovrebbe ricordare che se oggi ci troviamo con le pezze in determinate zone dei calzoni è soprattutto perché Monti ci ha tanto liberato, come titolò un altro giornale che, ci auguriamo, sparirà presto e definitivamente dalle edicole.


La spirale, che appare inarrestabile, può essere fermata soltanto al di fuori delle regole europee. Oppure sarà la catastrofe. Per questo non sono del tutto sicuro che Renzi - nonostante tutta la propaganda che sta mettendo in piedi - auspichi davvero di vincere il referendum (cosa che pure, forse, succederà), né di restare in sella in caso di no. Come nei migliori casi di eterogenesi dei fini, la bocciatura della riforma potrebbe essere il suo modo per salvarsi dall'abisso.

Qualcuno l'uscita dall'Euro (o la dissoluzione dell'Euro) - che, ripeto, è ormai imminente, diciamo nel 2017 - la dovrà gestire e non sarà una passeggiata.

Non è detto che il nocchiero di questa traversata sia anche colui che se ne avvantaggerà politicamente, nel medio periodo.

venerdì 4 novembre 2016

Regole bancarie a geometria variabile (a ciascuno il suo)

Per correr peggior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, o almeno spero. Perché trattare la materia mi richiede davvero un grande sforzo, senza per questo aver alcunché di particolarmente attraente. Però, come nella più famosa Cantica, anche qui si tratta di purgare, tra i tormenti, peccati assai gravi. Quelli del sistema bancario, soprattutto... del Nord Europa.
Ripartiamo da principio.
Anche grazie alla subalternità della nostra classe dirigente, nel 2014 nasce ufficialmente il c.d. SSM, cioè la struttura regolamentare mediante la quale la BCE diviene Autorità di Vigilanza per le 130 banche più importanti d'Europa (cioè praticamente tutte quelle importanti, escluse le banche locali tedesche, le quali - come si sa - stanno in un mondo a parte).

Primo atto della nuova struttura è il c.d. comprehensive assessment ("valutazione approfondita"), "esercizio non contabile" basato su due pilastri: (i) la revisione della qualità degli attivi (asset quality review, o AQR) allo scopo di verificare se il capitale "di migliore qualità" (il famigerato common equity tier 1, o CET1) delle banche fosse adeguato a fronteggiare la rischiosità degli asset detenuti; (ii) gli stress test, volti a verificare la "resistenza" delle banche a due scenari economici, uno "di base" e l'altro "avverso".
Non c'è bisogno di ricordare che:
1. quanto al punto (i), la revisione degli attivi si risolse soltanto in un occhiuto ricontrollo degli impieghi, con conseguente esplosione delle sofferenze, soprattutto nei Paesi, come l'Italia, in cui maggiore era la propensione bancaria a prestare a privati e imprese
2. quanto al punto (ii), "nel caso italiano lo scenario [avverso risultava] molto sfavorevole perché ipotizza[va] una grave recessione per l’intero periodo 2014-16, dopo quella già sofferta dall'economia italiana nel 2012-13, che faceva seguito a quella del 2008-09, [e] ipotizza[va] inoltre un riacutizzarsi della crisi del debito sovrano" (Banca d'Italia dixit)
Risultato: aumenti di capitale esorbitanti in Italia, ulteriore riduzione del credito alle imprese, avvitarsi della crisi su se stessa.

Secondo atto (definito anche pillar 2): lo SREP (Supervisory Review and Evaluation Process, "processo di revisione e valutazione prudenziale").
In soldoni, si tratta di un processo valutativo che, partendo dall'analisi di tutti i rischi aziendali, ivi compresi quelli relativi alla governance e ai controlli interni, giunge ad individuare un livello di capitale "prudenziale" minimo in ragione degli attivi della banca, come di consueto ponderati per la loro rischiosità intrinseca (RWA: Risk-Weighted Assets).
Senonché, anche in questo caso, la fregatura è dietro l'angolo. Come tutti i rapporti (CET1 / RWA), la correttezza del risultato finale dipende in egual misura dalla correttezza tanto del numeratore quanto del denominatore. Ora, per un caso assolutamente fortuito, finora la BCE si è concentrata molto sulle modalità di "pulizia" del numeratore (per esempio facendo venire i capelli bianchi al legislatore ed al regolatore italiani in materia di valutazione dei crediti per imposte anticipate per perdite su crediti, o DTA: qualcuno avrà sentito parlare del compromesso danese), mentre ha lasciato un po' da parte l'altra questione, cioè l'armonizzazione delle RWA (che, per stessa ammissione della BCE e del FMI sono calcolate in modo molto differente da Paese a Paese).
O perché mai questa negligenza da parte degli occhiuti regolatori? A pensar male...
(Apro parentesi.
In realtà Deutsche Bank, senza qualche aiutino, non passava neppure gli stress test taroccati della BCE.
Chiusa parentesi).

Però a tutto c'è un limite. La questione è stata così posta con forza al Comitato di Basilea (di cui, si badi bene, fanno parte le banche centrali di quasi tutto il mondo, non soltanto quelle europee). In breve, le idee del Comitato per armonizzare la valutazione degli attivi - idee espresse in vari documenti, qui ad esempio uno particolarmente significativo - si muovono lungo quattro direttrici: (i) riduzione della possibilità di utilizzare modelli non standardizzati di valutazione delle RWA (v. qui il testo completo); (ii) revisione dei modelli standardizzati di valutazione delle RWA; (iii) revisione del trattamento del "rischio sovrano" (cioè del rischio insito nei Titoli di Stato); (iv) attenzione ai rischi di mercato e operativi connessi a determinate operazioni che, nel corso della crisi, hanno comportato impatti significativi sui CET1 delle banche.
Siccome l'antifona è abbastanza chiara, alcune banche centrali (in particolare, le banche olandese, inglese e svedese) si sono già mosse, per iniziare una specie di phase-in fatto in casa, da qui al 2019, quando Basilea IV sarebbe dovuta entrare in vigore. Sì, perché per ora la valutazione dei rischi bancari è molto più lasca nel rigidissimo Nord Europa rispetto al corrottissimo e mandolinaro Sud.
Chi non si è mosso, sono la Banque de France e la Bundesbank.
La Banque de France.
E la Bundesbank.
Nel frattempo, la BCE cazzeggia di MDA (il maximum distributable amount), di limiti (impliciti) minimi di copertura delle sofferenze (famosa la lettera, ai limiti del delirio, inviata a Banco Popolare e Popolare di Milano in vista della fusione), anche di una qualche forma di armonizzazione degli RWA, appuntandosi però - ma guarda un po' il caso - in particolare su una delle questioni sollevate dal Comitato di Basilea, e cioè la riconsiderazione del rischio insito nel debito sovrano. Ovviamente, un'altra coincidenza...
(Che poi vuol dire questo:
Ed è anche giusto, dal momento che gli Stati che aderiscono all'UEM sono tra i pochissimi, al mondo, a non poter battere liberamente moneta.
Chiusa parentesi).

Il treno, comunque, ormai è partito e fermarlo è difficile. C'è già chi inizia a tremare (non solo Deutsche Bank, ma anche Lloyds Bank, Barclays, UBS, Barclays, HSBC, BNP, ecc.). Alcuni analisti hanno parlato di aumenti di capitale per qualcosa come 150 miliardi di Euro in tutta Europa. Potrebbe essere la crisi bancaria finale, che porterà - più che l'Italia ad uscire dall'Euro - l'Euro ad uscire dall'Italia (oltre che dalla Storia).

Ora, visto che, per una volta, si rischia di mettere in difficoltà i belli ed i buoni, vi è stata l'immediata alzata di scudi non soltanto da parte degli esponenti delle banche europee, ma anche da parte dei Ministri delle finanze dell'Eurozona, gli stessi che hanno plaudito agli stress test "a denominatore casuale" ed hanno introdotto senza colpo ferire la disciplina del bail-in.
L'ineffabile Schäuble ha di recente espresso, bontà sua, "viva preoccupazione", poiché un irrigidimento ulteriore delle regole rischierebbe di penalizzare le banche europee più di quelle americane; secondo Schäuble perché gli Istituti europei sarebbero maggiormente indebitati rispetto a quelli statunitensi in quanto maggiormente esposti nel sostegno dell'attività economica delle imprese, in realtà perché regole più stringenti sul calcolo delle RWA gli americani le hanno già. Il Ministro ha infine proposto di differenziare gli standard di calcolo a per aree geografiche; si presume che, nella sua testa, tutto quello che c'è da togliere al Nord possa tranquillamente essere riaddebitato al Sud; è la via tedesca ai trasferimenti all'interno dell'Unione.
Lo fanno soprattutto per noi, tant'è che subito si è trovato qualche corifeo anche nel bel Paese là dove 'l sì suona. Anche Philippe Bordenave, uno dei principali esponenti di Bnp Paribas (ma guarda tu il caso), e Douglas Flint, Presidente di Hsbc (vedi un po'), si sono stracciati le vesti perché le norme di Basilea IV "andranno a svantaggiare le economie che dipendono maggiormente dal sistema bancario e i Paesi con i mercati finanziari meno sviluppati".
Nel coretto generale non poteva mancare l'ineffabile Patuelli (che, mi pare, non si stracciò le vesti per l'introduzione del bail in).



Il risultato pratico di questo fuoco di fila è che Basilea IV, la cui struttura regolamentare sarà pronta già nel corso del 2017, non entrerà in vigore prima del 2019, se non dopo. O forse mai. Nel frattempo, però...

1) ...la BCE inizia ad abbassare la soglia SREP delle banche, "anticipando" l'entrata in vigore di normative più penalizzanti. BMN, una banca spagnola tra l'altro con coperture ridicole sui crediti problematici (la metà del sistema spagnolo, press'a poco), ha avuto in regalo qualcosa come 2 punti percentuali (da 10% a 8%!). Un paio di punticini sono stati regalati, di recente, anche a BNP. Non è difficile immaginare che, presto, lo stesso andazzo sia utilizzato per tutti (o, più probabilmente ancora, per molti).

2) ...Commissione e Parlamento Europeo mettono a punto questo bel documentino (con punte di dadaismo tipo: "considerando che i coefficienti patrimoniali e di liquidità delle banche dell'UE sono costantemente migliorati nel corso degli ultimi anni; che i rischi per la stabilità finanziaria, tuttavia, rimangono; che la situazione attuale richiede cautela al momento dell'introduzione di modifiche normative"; oppure: "considerando che nessun Paese al di fuori dell'Eurozona ha ancora espresso la propria volontà di aderire all'Unione Bancaria").


In sostanza, il cuore del discorso (che vi consiglio vivamente di leggere per intero, tanto è breve) - dopo la richiesta agli Stati membri di peggiorare ulteriormente le legislazioni in tema di insolvenza (cioè di espropri) e l'inopinato ricorso alla dott.sa Arcazzo ("stimolare la crescita per meglio contrastare gli NPL") - è di nuovo rivolto proprio al Comitato di Basilea: aspettiamo con interesse i risultati del Comitato in materia di riconsiderazione del rischio sovrano; non si azzardi invece a rivedere tutto il sistema di calcolo delle RWA, perché se le banche tedesche o francesi, povere stelle, dovessero fare ulteriori aumenti di capitale, scateneremo una bella campagna di stampa parlando al solito di riduzione del credito e difficoltà delle piccole imprese. Non bastasse questo, siccome tutti i Salmi finiscono in Gloria, qualche parolina sull'EDIS (cosa di poca importanza, come si sa), che è tanto importante signora mia, ma lo facciamo solo quando non ce ne sarà più bisogno (§§ 19 e 21).

Perché - in sostanza - le regole per i nemici si applicano, per gli amici si interpretano, per le banche del Nord Europa, addirittura, non si scrivono.

martedì 18 ottobre 2016

Renzi aumenta la razione di cioccolato

A quanto pareva, vi erano state anche manifestazioni di ringraziamento al Grande Fratello per aver aumentato la razione settimanale di cioccolato, portandola a venti grammi. Ma se appena ieri, pensò Winston, avevano annunciato che la razione di cioccolato doveva essere abbassata a venti grammi! Possibile che potessero mandar giù una balla simile a distanza di sole ventiquattr'ore? Sì, era possibile. Parson se l'era bevuta tranquillamente, con la stupidità di un animale. [...] E pure Syme, magari in una maniera più complessa, implicante una qualche dose di bipensiero, pure Syme se l'era bevuta. Era quindi solo lui, Winston, a possedere una memoria?(G. Orwell, 1984) 

Questa è l'intesa tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano concernente il nuovo "Patto per la salute" per gli anni 2014-2016, stipulato il 10 luglio 2014 - Renzi regnante - ai sensi dell'art. 8, c. 6, L 5 giugno 2003, n. 131 (testo integrale qui, grazie a @killMatteo).
Per la sanità, nel 2015 avrebbero dovuto essere stanziati 112 miliardi, nel 2016 fino a 115 miliardi e mezzo.


Questa è invece la slide, sempre di Renzi, di un paio di giorni fa.


"Questo governo non ha mai tagliato la sanità e ora ha 2 miliardi in più, e quel miliardo che per alcuni sembrava ballerino servirà per i farmaci oncologici, per l'epatite C, per i vaccini e per le nuove stabilizzazioni di medici e intermedi... Il fondo per la sanità era di 111 miliardi l'anno scorso, oggi è di 113 miliardi. Oggi ho letto 'stretta sulla sanità', abbiamo un concetto diverso di stretta: questa è larga, non stretta". Così Matteo versione Grande Fratello.
Nel mezzo, c'è stato l'art. 1, c. 325, L. stabilità 2016, ancora di Matteo.


È un giochino delle tre carte troppo squallido per essere commentato. Soprattutto perché si gioca sulla pelle dei malati e delle loro famiglie.


Aggiungo solo un ultimo pensiero.
La sanità rappresenta circa l'80% dei budget regionali. Se considerate questo dato, quello che segue acquista un significato un po' più sinistro.


giovedì 13 ottobre 2016

L'abolizione delle elezioni (ancora sul Senato renziano)

Vi ricorderete che Renzi, da poco insediatosi a Palazzo Chigi, decise - col piglio da leader che lo contraddistingue - di eliminare le Province. O meglio, per usare un'espressione intellettualmente disonestissima che tanto gli piace ultimamente, di abolire le Province elettive.


Certo, il titolo non è chiarissimo nel dire che le più grandi di queste fantomatiche province, più che essere estinte, semplicemente cambiano nome, prendendo quello - certo più à la page - di "città metropolitane", ma non si può pretendere tanta precisione da un giornalista. E poi, insomma, 15 città metropolitane rispetto a più di 100 province, dai... è un bel colpo!
Oddio, proprio a dirla tutta, senza revisione costituzionale queste benedette Province restano in vita, ma svuotate di competenze, per carità, senza più essere centri di spesa.
Infatti, ecco la versione primavera-estate del Corriere.


Dunque, le Province esistono: se al prossimo referendum del 4 dicembre vincerà il sì, saranno del invece del tutto abolite, escluse le 15 Città metropolitane, che resteranno intatte, proprio grazie alla precedente riforma (fatta per eliminarle) del governo che ha ora proposto la nuova riforma (anch'essa fatta per eliminarle).
Non ci avete capito nulla? Tranquilli, è normale. Anzi, è fatto apposta.
Comunque, le Province esistono: e meno male che esistono. Sono talmente necessarie, almeno allo stato attuale, che il governo assegna loro più soldi, e le Regioni le confermano, sia pure in maschera. Anche dopo il 4 dicembre ci saranno enti intermedi, che con ogni probabilità prenderanno il nome - neanche tanto fantasioso - di "aree vaste".
Riforme inutili, quindi?
Non proprio, perché la legge del 2014 il risultato che effettivamente si prefiggeva l'ha raggiunto. Per le Province non si vota più.
Meglio: gli elettori non votano più.
Le elezioni, invece, si fanno ed a votare sono sindaci e consiglieri comunali del territorio (che eleggono altri sindaci, sempre del territorio, o al massimo i presidenti di Provincia uscenti).
Siccome i "grandi elettori" sono politici, ed i politici rappresentano chi li ha votati, questi signori hanno pensato bene di copiare in tutto le elezioni a suffragio universale, soprattutto per quanto riguarda l'astensione.
Alle recenti elezioni di Roma e Bologna non ha votato quasi un quinto degli aventi diritto, a Milano oltre un quarto, a Torino più di un terzo.
Ora, facendo il "combinato disposto" (Renzi dixit) del voto ponderato (consiglieri e sindaci dei comuni più popolosi hanno un peso maggiore nelle votazioni), del sistema maggioritario a doppio turno con ballottaggio utilizzato nei Comuni con più di 15.000 abitanti e dell'astensione esagerata sopra ricordata, si capisce come il risultato di queste elezioni e la volontà popolare non abbiano assolutamente nulla in comune.
In alcuni casi, le liste che hanno ottenuto, nei vari Comuni formanti la Provincia, la maggioranza assoluta dei seggi, neppure sono entrate nel Consiglio provinciale.
Per avere un così perfetto sistema, ovviamente bisogna averci studiato.
Quello del Senato è lo stesso.
Ora, io domando: ma veramente voi volete che l'Organo costituzionale che vigilerà sull'applicazione del diritto e delle politiche europei, cioè dell'80% di tutta la legislazione interna, nonché degli orientamenti che più pervasivamente influenzeranno la nostra vita, sia eletto in questo modo assurdo, che non solo vi priva della possibilità di esprimere la vostra opinione, ma che anzi è scientificamente pensato per giungere a risultati divergenti da quelli che avrebbe raggiunto la liberà espressione della volontà popolare?
Se veramente volete questo, il 4 dicembre votate convintamente sì.
Ve lo meritate.

lunedì 3 ottobre 2016

A cosa serve il nuovo senato renziano (the new Seiano)

Con la riforma costituzionale risparmieremo un sacco di soldi, perché ha abolito il CNEL, ha abolito le province, ha abolito il Senato!
Questa sarà la frase che, come un mantra, i testimoni di geova renziani ripeteranno ossessivamente per due mesi, porta a porta.
Non sarà tutto tempo perso. Intanto, molti scopriranno l'esistenza del CNEL, il che fa sempre bagaglio culturale. Qualcuno, facendo una breve ricerca su internet, si accorgerà pure che la sua abolizione è sostanzialmente inutile, sia per il miserrimo risparmio, sia perché tanto un ufficetto studi le Regioni se lo sono già create tutte. Ma tant'è.
Quelli più avvertiti faranno presente alle nuove serve di Maria (Elena) che l'abolizione delle Province o del CNEL si poteva tranquillamente fare con un paio di leggine costituzionali votate all'unanimità (come ben sottolineato dal prof. Onida qui)...


...e che, in realtà, il Senato non è affatto abolito, ma semplicemente reso non elettivo e composto da un terzo degli attuali membri. Con un risparmio in termini di risorse, tra l'altro, miserrimo (oltre che, alla fin fine, dannoso).
Anzi.
Il PD, all'idea di abolire puramente e semplicemente la seconda camera, ha risposto picche.
Però, ha pensato bene di inventare un sistema di elezione folle.
Il nuovo Senato ha 100 membri, 5 nominati per un settennato dal Presidente della Repubblica, gli altri eletti - ai sensi dell'art. 57 - dai consiglieri regionali (invece che a suffragio universale). Di questi 95, 21 sono scelti fra i sindaci (uno per ciascuna regione), gli altri 74 tra i consiglieri regionali medesimi (che, dunque, si votano da soli).
Non bastando tutto questo bailamme, Sindaci e Consiglieri restano in Senato finché non scade il relativo mandato "nelle istituzioni territoriali cui appartengono", così che è ben probabile che a Palazzo Madama debbano mettere le porte scorrevoli.

Ma allora, a cosa serve questo Senato renziano? A molte cose.

A livello di epifenomeno, serve in primo luogo a fare un favore alla disastrata classe dirigente regionale, che potrà profittare, per una certa parte dei suoi membri, della (blanda) immunità dell'art. 68 della Costituzione, non a caso non modificato ("senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza").

Su un piano più profondo, a due obiettivi, assai più inquietanti.
Come si sa, le Camere eleggono il Presidente della Repubblica e parte dei membri della Corte Costituzionale. Una modifica così profonda del Senato, che nella retorica renziana si vuole depotenziato, quasi inutile, ha imposto una rivisitazione anche delle modalità di elezione di questi organi.
Giustamente, il quorum minimo per eleggere il Presidente della Repubblica si alza, dalla maggioranza assoluta dei membri del Parlamento in seduta comune aumentato dei rappresentanti regionali, ai tre quinti del medesimo consesso (3/5 dei presenti al voto, dal settimo scrutinio, il che invero è un po' inquietante, non permettendo più ai parlamentari di bloccare l'elezione standosene a casa, ma tant'è).
Invece, per la Corte Costituzionale, c'è qualcosa di strano. Ad oggi, "la Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative". I cinque giudici eletti dal Parlamento sono eletti a scrutinio segreto, con la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea (tre quinti dal quarto scrutinio).
Con la riforma, tutto cambia: i cinque giudici sono eletti tre dalla Camera e due dal Senato. Ora, tre quinti della Camera significano soltanto il 5% di seggi in più di quelli che toccano al partito che vince le elezioni al ballottaggio. In sostanza, chi vince le elezioni si elegge tre giudici costituzionali da solo. Tre quinti del Senato, ugualmente, significano 60 senatori, cioè un numero che il governo controlla oppure con cui può facilmente trattare.
E questo, secondo me, è pericolosissimo. Se ne parla poco, come di tutti i dettagli in cui, spesso, si nasconde il Diavolo.

Cercare di controllare la Corte Costituzionale significa, in sostanza, meditare di scardinare i principi fondanti della nostra Costituzione. Così come d'altronde richiesto, a suo tempo, a Matteo.
Richiesto... meglio: intimato.
(Poi mi raccomando chiedetevi come mai Viola, che voleva sistemare il Monte quanto prima e non dopo il referendum, sia stato giubilato).

Qui si incardina il secondo obiettivo.
Partiamo da un'osservazione. È singolare che, mentre ad oggi "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione" (art. 67), nel Senato renziano i senatori sono "rappresentativi delle istituzioni territoriali" che li hanno eletti (art. 57).
Tradotto in altri termini: i nuovi Senatori renziani non sono tenuti a perseguire gli interessi nazionali.
Già appare assurdo pensare che coloro che fanno parte del Senato ITALIANO possano perseguire gli interessi di una parte (una REGIONE) anche se in contrasto con quelli del tutto. Ma, a ben vedere, le cose non stanno proprio così.
Primo, perché il nuovo Senato sarà quanto di più lontano dalla rappresentanza dei territori regionali, sia per quanto espresso dal prof. Onida qui sotto, sia perché, evidentemente, nell'elezione dei rappresentanti al Senato le minoranze regionali saranno ovviamente conculcate.


Secondo, perché ai sensi dell'art. 55 del nuovo testo che auspicabilmente sarà tra due mesi bocciato dal popolo italiano, "il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato".
Chiaro? I Senatori, che non rappresentano più la Nazione, devono però verificare "l'impatto della legislazione europea" e partecipare alla "attuazione delle politiche dell'Unione".

In sostanza, la nostra sarà (sarebbe) l'unica Costituzione in tutto il Continente a sancire l'obbligatorietà di attuazione delle politiche europee lato sensu intese, oltre che a prevedere un Organo costituzionale che, in sostanza, funge da prefetto del pretorio di Bruxelles a Roma.
Una specie di Seiano, uomo intelligente, accorto e cinico: "corpus illi laborum tolerans, animus audax; sui obtegens, in alios criminator; iuxta adulatio et superbia; palam compositus pudor, intus summa apiscendi libido, eiusque causa modo largitio et luxus, saepius industria ac vigilantia, haud minus noxiae quotiens parando regno finguntur". Che però finì ammazzato.

Per dirlo col linguaggio tecnicamente ineccepibile del Presidente Barra Caracciolo:
O, più prosaicamente:

Paio complottista.
In realtà, che questa sia la ratio della riforma è stato scritto nero su bianco dallo stesso governo. Proprio dal governo, e in un atto ufficiale!
I sostenitori del sì (soprattutto i più dementi) obiettano che, in realtà, il diritto comunitario è già entrato nella nostra Carta Costituzionale dalla porta principale: l'art. 117, c. 1, come modificato dalla dissennata riforma del 2001, statuisce infatti che "la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni" non soltanto "nel rispetto della Costituzione", ma anche "dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali".
In realtà, non è così. E chi lo dice o è in malafede o è un gonzo. O tutt'e due le cose insieme.
Infatti l'introduzione di questa disposizione nella Carta (norma che, comunque, resta particolarmente odiosa, quasi provocatoria, non a caso ultimo frutto avvelenato di quella stagione di europeismo orrendo che sono i governi Prodi, D'Alema e Amato) non ha spostato di una virgola il modello tracciato dalla Corte Costituzionale quanto al regime di applicazione del diritto europeo, che continua a fondarsi sulla possibile "limitazione di sovranità" prevista dall'art. 11.
L’art. 117, c. 1, è piuttosto una norma che, sul piano dell’esercizio della funzione legislativa, prende atto di un processo, in corso, di integrazione fra ordinamenti, senza per questo imporre una visione "monistica" (che, anzi, la Corte esclude: cfr. Corte Cost., 13 febbraio 2008, n. 102) degli stessi. In altri termini, è come se si dicesse: "legislatore, attento quando legiferi, perché - ad oggi - hai preso impegni con l'UE e con la comunità internazionale. Ai sensi dell'art. 11, devi rispettarli".Tutto qui, né più né meno.

IL NUOVO ART. 55 È BEN DIVERSO. TI IMPONE DI ATTUARE LE FUTURE POLITICHE UE, CHE SONO COME COSTITUZIONALIZZATE.
FORSE È GIUSTO COSÌ: SIAMO GIÀ UNA COLONIA - NON POSSIAMO BATTERE MONETA, NON CONTROLLIAMO I NOSTRI CONFINI, FACCIAMO RICHIESTE STRACCIONE AI TEDESCHI PER POTER AVERE QUALCHE MARGINE DI POLITICA FISCALE - SCRIVIAMOLO UNA VOLTA PER TUTTE E FACCIAMOLA FINITA.

In questo senso è interessantissimo anche il discorso di Alberto Bagnai, il quale evidenzia come il tentativo di riportare una maggiore centralizzazione della funzione legislativa dopo il pastrocchio della modifica del Titolo V voluta da Amato nel 2001 sia funzionale proprio a rendere maggiormente efficace questa "cinghia di trasmissione" fra volontà di Bruxelles e assoggettamento di Roma.

(Il che fa anche capire che senso abbia trasmettere e guardare una trasmissione in cui si scontrano un Eurista per il sì con un Eurista per il no. Io - proprio perché l'ho capito - la trasmissione non l'ho guardata, ma non faccio fatica a credere che abbia vinto Renzi. L'Eurista per il sì è necessariamente più conseguente dell'Eurista per il no).

Cinghia di trasmissione, ovviamente, che tanto più è efficiente quanto più il Parlamento è subalterno al Governo.
E qui entrano in gioco tutte le contestazioni fatte all'Italicum, le polemiche sulle preferenze, il fatto che solo un ramo del Parlamento esprima la fiducia, e così via; ma si tratta, in fondo, solo di corollari.

Sulla stessa linea d'onda riporto qui un articolo di Giuseppe Palma, che condivido sostanzialmente appieno.


lunedì 26 settembre 2016

Il Jobs Act funziona!

Il Jobs Act - o, per meglio dire, il pacchetto formato dalla Legge Fornero e dai Decreti derivanti dalla Legge delega nota come Jobs Act - funziona.
Su questo punto, è necessario consentire con la BCE, che infatti, dopo averlo disonestamente imposto


lo ha anche disonestamente lodato.
Dico disonestamente perché il fine del Jobs Act (così come della Legge Fornero) non è certo una maggiore occupazione, ma - semplicemente - un incremento significativo della precarizzazione volto ad una compressione non marginale dei salari.
Che ad interessarsi della materia sia proprio la BCE non sorprende, dal momento che la svalutazione del lavoro consegue all'impossibilità della svalutazione della moneta.



(Se capite il perché, bene, altrimenti potete tranquillamente andare su goofynomics e imparare lì. Se poi non riuscite neppure a vedere il nesso tra precarietà e deflazione salariale, leggete almeno questo).


Dunque, il Jobs Act funziona.

Funziona perché ha eliminato dal diritto del lavoro i diritti dei lavoratori. E lo ha fatto obliterando ogni specificità di questa branca del diritto, sempre più portato a rientrare nei parametri del diritto comune (quello, di stampo liberale, in cui tutti i soggetti economici si trovano sullo stesso piano, il pensionato come la multinazionale, per capirsi).
Che poi la Costituzione sia innervata del principio lavorista, "non... [per] negare completamente valori 'cardine' dei sistemi precedenti, ma [piuttosto per assire come] non sia più accettato che essi possano essere predominanti sulle esigenze di rispetto della personalità e della dignità dell’uomo", è un dettaglio che ormai - con una Corte i cui giudici sono Amato, Barbera o Prosperetti - può ritenersi del tutto secondario.

Alcuni esempi.

Il contratto di lavoro individuale a tempo indeterminato, in particolare dopo l'approvazione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori nella sua formulazione originaria, si poneva come contratto dotato di speciale stabilità, in qualche modo "perpetuo" se confrontato alla vita lavorativa del contraente.
Con la Legge Fornero, che ha stravolto questa norma, e poi con il Jobs Act, che l'ha superata, le cose non stanno più così.
Oggi il contratto di lavoro è in sostanza un contratto di diritto comune: se non ha termine, è liberamente recedibile, per giusta causa senza risarcimento ovvero ad nutum salvo indennizzo (i casi ancora previsti di reintegro sono penose foglie di fico). Nel contratto a tutele crescenti, questo indennizzo è addirittura prefissato, per la tranquillità di tutti.
Tra lavoratore e impresa, soprattutto grande impresa, mi sembra abbastanza ovvio di chi si avvantaggi di questo ritorno all'antico.

L'art 4, c. 1, dello Statuto dei Lavoratori vietava "l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori".
Per la verità, il comma in questione lo vieta ancora. Soltanto, che, semplicemente, è una petizione di principio del tutto falsa.
Infatti il comma 2 aggiunge che "la disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze", avendo cura di aggiungere che "le informazioni raccolte... sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro, a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli...".
In altri termini: i controlli a distanza sono vietati, esclusi tutti quelli che possono essere realizzati mediante tracciatura di PC, tablet e smartphone aziendali. Senza dimenticarsi badge, apriporte automatici, telecomandi di garage aziendali, et similia.
Secondo il prof. Ichino, si sarebbe trattato di una bazzecola.
Io, invece, scrissi qualche riga un po' più preoccupata.
Oggi si legge questo.
In sostanza: ai fini delle norme applicabili al contratto, la multinazionale e tu siete sullo stesso piano, come quando concludi un contratto di acquisto di un chilo di pane dal fornaio; però, durante il rapporto, la suddetta multinazionale può mettere su un controllo degno di un servizio segreto per sapere se davvero lavori e come, cosa che - temo - risulti difficile dal panettiere.

Si potrebbe continuare a lungo, parlando di demansionamento, smart working, fino al vero punto di arrivo di questa terrificante deriva: la fissazione di un salario minimo che - nonostante il suo nome - in una situazione di depressione economica si trasformerà immediatamente nel salario medio.
Ma il punto è un altro.
Il punto è la totale mancanza di un principio personalista che tuteli la persona nella sua fondamentale dignità di essere umano. Dignità che, ovviamente, non è tanto e solo "libertà di" (aggiungete un po' voi il diritto cosmetico che preferite), quanto piuttosto - e principalmente - "libertà da". Dal bisogno, dalla malattia, dall'indigenza, dalla disperazione. A questo fine, la sicurezza di un lavoro retribuito in modo dignitoso (artt. 4 e 36, Cost.) è condizione assolutamente necessaria.
In questo senso, con la morte nel cuore vorrei riproporre un vecchio post, suggeritomi da una sentenza delirante della Cassazione.
...volevo segnalare agli happy few la recente Cass., sez. lavoro, 18 novembre 2015, n. 23620... Secondo gli Ermellini, a base del potere di licenziare per giustificato motivo oggettivo vi è "la necessità di ristrutturazione aziendale e la conseguente soppressione del posto spettante al lavoratore poi licenziato", anche se tale riorganizzazione, "realizzata con la soppressione di uno o più posti di lavoro, persegue... il fine di evitare perdite o incrementare il profitto". Infatti... al "controllo giudiziale sfugge necessariamente anche il fine, di arricchimento o di non impoverimento, perseguito dall'imprenditore..., considerato altresì che un aumento del profitto si traduce non, o non solo, in un vantaggio del suo patrimonio individuale, ma principalmente in un incremento degli utili dell'impresa, ossia in un beneficio per la comunità dei lavoratori"....
La Cassazione, sia pure nello stile paludato e concettoso che le è proprio, sembra voler mettere in guardia i lavoratori. Attenzione, si legge infatti tra le righe della sentenza, che il licenziamento di uno, potrebbe essere la salvezza di altri, perché in tanto saranno mantenuti i posti di lavoro, in quanto l'imprenditore potrà aumentare, a suo piacere, il proprio profitto. Dunque, si inferisce, non è il caso di solidarietà tra lavoratori, o di fronti condivisi di lotta; piuttosto ciascuno si rifugi nel suo particulare, applichi il detto mors tua vita mea... e vada avanti.
Se i lavoratori vogliono mantenere qualche diritto, o provare a riprendersi quelli già persi, devono invece recuperare la propria coscienza e dignità di classe in un periodo storico in cui le classi sociali sono state abolite per decreto, devono comprendere quali sono i loro interessi comuni (che sono, in gran parte, coincidenti con quelli di... professionisti, artigiani - evasori per definizione, sempre secondo certa stampa - e piccoli o medi imprenditori), devono identificare chi ha invece obiettivi incompatibili con il proprio benessere (e sa, tra l'altro, perseguirli molto bene).
Insomma. Più solidarietà. Meno narrazione. E anche un po' di palle.
Questo ci vuole. Lo si capisce anche dalle sentenze della Cassazione.

venerdì 16 settembre 2016

La devastazione bancaria europea

Montepaschi resta al centro dell'attenzione per la nomina ad Amministratore Delegato di Marco Morelli. A scandalizzare sono per lo più le modalità con cui è maturata la designazione: prima, Viola è giubilato da Padoan, su incarico di Renzi, per compiacere JP Morgan, che ormai più che garantire un aumento di capitale dispone della banca (o del governo?) come fosse cosa propria; quindi, l'individuazione di Morelli da parte di una società di cacciatori di teste, che chissà quanto ha incassato per fare la foglia di fico a disposizioni venute da ben altri lidi. Morelli, uomo di punta in Italia e in Europa di Merrill Lynch, ma già Vice Direttore Generale di Intesa Sanpaolo e ancora prima a JP Morgan Europa e quindi a proprio a Mps.
Non si è fatto mancare niente, il nuovo Amministratore Delegato. Ha comprato Antonveneta, ha rimediato anche una bella multa da Banca d'Italia.
Quello che è passato un po' più sotto silenzio è il ruolo del personaggio all'epoca bella di Mussari, l'uomo nero del Monte. Morelli, oltre a essere Vice Direttore Generale, è stato a lungo anche Amministratore Delegato di Mps Capital Services, cioè il soggetto giuridico del gruppo che erogava credito alle imprese.
Che erogava credito. Alle imprese. Credito - alle - imprese.
Comunque, mentre succede tutto questo, Atlante - che sarà una operazione di sistema ma intanto si fa gli affari suoi - ha stanziato un mezzo miliardino per ricapitalizzare la Popolare di Vicenza, in modo da permettere alla banca di vendere quasi 2 miliardi di sofferenze a 25 centesimi.
Il che fa molto pensare.
Se la Popolare di Vicenza vende le sofferenze a 25 centesimi, è credibile che Mps le venda a 35, come previsto dal piano talmente sponsorizzato da Viola da essere mandato via con ignominia? E se mezzo miliardo di Atlante se ne va in Veneto, con che cosa le compra Penati le tranche mezzanine del Monte? Oppure crede ancora di fare 3 miliardi di commitment?
Dunque, la cessione delle sofferenze non è più così sicura.
L'aumento, invece, è slittato.
A "dopo il referendum", indipendentemente da quando si tenga.
In questo modo, tutte le banche di affari americane hanno un autunno intero per ricattarci.
Tante volte non bastasse Fitch...
... o un ambasciatore.
Va da sé che si tratta di previsioni con lo stesso grado di attendibilità di quelle che presagivano le cavallette e un paio di glaciazioni, in caso di Brexit, nel Regno Unito (il cui attuale ottimo stato di salute sta dando molto phastidio a più di un sé dicente intellettuale).


Sempre nello Stivale, mentre Montepaschi si avvita su se stessa, è rimandata di giorno in giorno (ora siamo a fine settembre) la vendita delle 4 good bank nate dal vergognoso decreto di fine anno del nostro beneamato governo.
Queste banche sono talmente buone che le poche offerte ricevute in passato sono state rifiutate perché troppo basse, mentre ora - almeno secondo quanto si legge sulla stampa - vi sarebbe sì un interesse di BPER e di UBI, ma condizionato a una riduzione del prezzo in caso di "scoperta" di nuove sofferenze, alla certezza di aver "mano libera" per la riduzione del personale, alla prestazione di una garanzia statale tramite CDP.
Poi ramazziamo anche la stanza, per dirla col poeta.
Al solito, non mi sembra peregrino ipotizzare l'intervento del Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi, che dopo tutte queste operazioni (a partire da quella di Cesena) evidentemente non potrà garantire più nulla.

Dice: certo che in Italia il sistema bancario va maluccio... Ma negli altri Paesi? Tralasciamo la Grecia o il Portogallo (che rappresenta una clamorosa mina vagante di cui nessuno però, chissà perché, parla): come va nell'Europa core?

Nel resto d'Europa va malissimo. Il sistema bancario è tutto al collasso. E perché? Perché per tenere appiccicata alla meglio una moneta che si sgretola ogni giorno di più si è condannato un intero Continente alla stagnazione economica, oltre che alla completa stasi finanziaria (grazie ai tassi a zero).

La Germania, ora che è cambiata la linea editoriale e per non essere costretti a dire che l'Euro non funziona si è comunque autorizzati a parlar male del padrone tedesco, è da tempo all'onore delle cronache.

Siccome tutte e due stanno molto male - Deutsche Bank per gli enormi rischi finanziari e legali presi, Commerzbank per la compressione degli utili dovuta alla politica dei tassi nulli - ovviamente si pensa di risolvere la questione con una bella fusione.
Poi siccome la migliore difesa è l'attacco, ecco la stoccata alla BCE...
...forse rea di non aver aperto, come qualche mese fa, una linea ELA a favore di DBK, in modo da poter tranquillizzare i mercati.
Ma non finisce qui.
Prendo spunto da un interessantissimo articolo tradotto da voci dall'estero, che nota come “Deutsche Bank stia cercando di vendere almeno un miliardo di crediti [su sei totali] per alleggerire la propria esposizione verso un settore, [quello dei crediti commerciali marittimi], i cui creditori stanno finendo sotto scrutinio sempre più attento da parte della Banca Centrale Europea".
Perché? Semplice.
Il commercio mondiale langue. Di conseguenza, le spedizioni marittime vanno maluccio. Le banche esposte, soprattutto quelle tedesche, avendo margini sempre più risicati per la demenziale politica dei tassi zero, rischiano di andare a gambe all'aria.


Ma se Deutsche Bank sta male, a Brema stanno pure peggio. La Landesbank di lì, è esposta verso lo shipping in maniera imbarazzante ed ha necessità di una significativa ricapitalizzazione. Per tale motivo, circa un mesetto fa il Ministro delle Finanze di Brema aveva disinvoltamente dichiarato che la banca avrebbe beneficiato di una cospicua iniezione di denari freschi, da parte non solo del principale azionista (la banca NordLB), ma anche degli altri soci, pubblici: la città di Brema, l’associazione delle casse di risparmio della Renania Settentrionale-Westfalia, nonché lo Stato della Bassa Sassonia.
I mercati hanno reagito bene. A Bruxelles hanno fatto uno sbadiglio e una scrollata di spalle. Unicuique suum.
Poi è successo qualcosa. "Si sarà svegliata la Vestager!", direte voi. Ovviamente no, si tratta solo di beghe politiche interne. Copio pari pari il sopra citato articolo di ZeroHedge: "in un articolo... del giornale tedesco Handelsblatt, intitolato 'Gli aumenti di capitale per le Landesbank in difficoltà sono discutibili', è scritto che 'i crediti deteriorati verso il settore delle spedizioni hanno creato grosse difficoltà alla Landesbank di Brema, e la banca non è più in grado di sopravvivere senza l’aiuto del governo, ma al momento attuale un’iniezione diretta di capitale da parte dello Stato della Bassa Sassonia appare improbabile'... Secondo il presidente della Bassa Sassonia, Stephen Weil, 'un aumento di capitale da parte dello Stato e da parte della città di Brema in favore della banca in difficoltà è, al momento, irrealistico... Il metodo classico, cioè che i partner attuali forniscano essi stessi il capitale necessario, non sembra funzionare'... L’improvvisa caduta della Landesbank di Brema dalle grazie del bail-out sembra l’ultimo atto di un conflitto politico, perché, come nota Handelsblatt, Weil stava rispondendo ai commenti del suo collega Carsten Sieling (socialdemocratico) che escludeva un supporto di capitale per la Landesbank di Brema...".
Non tutto è perduto, però. L'amico americano, con il consueto pragmatismo di quel popolo, continua infatti l'articolo con una fine analisi politologica e istituzionale sul funzionamento del sistema dell'Unione Europea: "a dire il vero è possibile che una soluzione si trovi. La Merkel dovrebbe concedere il salvataggio tramite bail-out non solo alla Landesbank di Brema, ma anche a una banca italiana, dato che le due andrebbero mano nella mano".
A meno che, per compiacere gli elettori teutonici, drogati da vent'anni di bugie e propaganda, Angela non decida di sacrificare anche "una dei loro".


In Germania, no. In Italia, no. In Portogallo, no. In Grecia, Dio ci liberi. porteremo i soldi in Svizzera. Sì, ecco...
Secondo i principali analisti finanziari, UBS, Credit Suisse e Julius Baer si trovano tutti al centro della c.d. "tempesta perfetta".
I clienti stanno progressivamente riducendo i propri rischi, scelgono prodotti con margine più basso e continuano nel deleveraging dei loro portafogli, i tassi sono molti bassi, i ricavi ricorrenti pertanto si assottigliano fortemente.
A questo si aggiunga che sia Julius Baer, sia soprattutto Credit Suisse, hanno sviluppato piani piuttosto aggressivi di ampliamento, andando ad incidere pure sul livello dei costi.
Che ora, inevitabilmente, dovranno essere tagliati. Con lacrime e sangue.


Anche nel Regno Unito, dove - nonostante l'invasione delle cavallette e due glaciazioni una di seguito all'altra a causa del voto sulla Brexit - l'economia va piuttosto bene, qualche problemino finanziario, dopo la crisi terrificante di qualche anno fa, anche oggi si inizia a porre.
Intanto, ci sono i soliti problemi legali, connessi al fatto che si tratta pur sempre di banche anglosassoni, che come si sa hanno nello Statuto una deroga espressa al rispetto delle leggi nazionali (sono o non sono cross-border?). Poi ci sono Paesi che possono imporsi un minimo, e altri che devono accettare il fatto, senza fiatare. Ma questo è un altro discorso.
(Non solo anglosassoni, ovviamente...
...).
Tuttavia, lì il problema maggiore pare essere stato creato dalla Banca d'Inghilterra, che ha di recente avviato un massiccio programma di acquisto di bond corporate denominati in sterline (10 miliardi massimo). Se l'operazione ha permesso alle imprese - prima fra tutte Vodafone - di emettere titoli a prezzi particolarmente bassi, è possibile che, anche nel breve termine, deprima a tal punto i rendimenti obbligazionari da mettere in difficoltà il margine di interesse sia le banche, sia degli altri operatori finanziari (fondi pensione in primis).
La BOE giustamente copia la BCE. E crea la medesima situazione insostenibile. Il che, tutto sommato, riconcilia con l'idea che in fondo l'economia è davvero una scienza.

Ovviamente, per chi l'applica con onestà intellettuale.