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martedì 12 marzo 2019

Vizi privati, pubbliche virtù, ovvero: il tradimento di una classe politica

Stamattina Fubini scopre, con accenti di forte patetismo, che la Germania, in materia bancaria, fa il proprio interesse nazionale e cita sia il caso della Nordbank (banca regionale pubblica controllata dai due Länder della Bassa Sassonia e della Sassonia Anhalt, travolta dalla crisi del credito marittimo, recentemente ricapitalizzata con denaro pubblico nonostante un'offerta di alcuni fondi privati), sia quello della possibile fusione fra Deutsche Bank e Commerzbank (di cui lo Stato tedesco detiene - dopo il salvataggio ante-BRRD del 2008 - circa il 17%). Mi sfugge però se la sorpresa e l'orrore siano per la nuova consapevolezza che un Paese membro dell'Unione Europea pensi in primo luogo agli affari propri (in buona compagnia di altri 26 nazioni, peraltro, solo l'Italia esclusa), oppure per il fatto che - mentre da noi si discetta (anche in questi giorni) di bail-in - lì si ricapitalizzi con soldi pubblici senza che la Commissione faccia un plissé.

Certo c'è del vero in questa levata di scudi. Da un lato, infatti, troviamo il Tribunale dell'Unione Europea, che nel 2015 ha confermato una decisione della Commissione UE del 2011 secondo cui la ricapitalizzazione di una banca da parte di soci pubblici non è un Aiuto di Stato qualora avvenga a "condizioni di mercato", orientamento peraltro confermato dalla Commissione nel 2017 per una operazione del governo portoghese a favore della Caixa General de Depositos. Dall'altro, posizioni a dir poco eccentriche della DGComp, come quella che ha qualificato come "Aiuti di Stato" gli interventi del FITD in Tercas. Come ben sottolineato da Francesco Ninfole, in questo modo le norme sulla concorrenza - che dovrebbero servire a mettere tutte le imprese europee "sullo stesso piano" - finiscono in realtà per cristallizzare pregressi vantaggi normativi o istituzionali (alto che svalutazione competitiva...).
D'altronde, la schizofrenia - o strabismo a senso unico - delle Autorità Europee quando si parla di banche è evidente: qui sotto una "domandina" in tema di Npl del senatore Bagnai, rimasta ovviamente senza riposta (non essendovene, chiaramente, alcuna). Se non fossi certo della dirittura morale della signora Verstager e della signora Nouy, direi quasi che abbiano smesso gli abiti degli arbitri per scendere in prima persona in campo.

Tuttavia, fatte queste doverose premesse, una considerazione si impone. Fubini, e tutti i pensosi editorialisti suo colleghi, dovrebbero lanciare alti lai alle dirigenze politiche dei nostri partner (?) europei, oppure riconsiderare le politiche scellerate di alcuni santini istituzionali che il suo giornale - e gli altri della stessa risma - hanno contribuire a creare nell'ultimo quarto di secolo?
L'ordinamento comunitario non ha mai imposto né la privatizzazione in senso sostanziale delle banche di diritto pubblico, né la dismissione del controllo di banche private da parte di Enti pubblici. Scrive chiaro e netto la Commissione: "the EU Treaties are neutral on the type of property ownership. The Commission is therefore bound by the law to give equal treatment to publicly and privately owned banks. If a privately owned bank wanted to strengthen its capital position, it of course has the option to seek further investment from its private shareholders. Similarly, a publicly owned bank can seek investment from its shareholder, the State. Forcing a state-owned bank to first raise money from the market would mean (at least partial) privatisation and would not ensure equal treatment of public and private ownership" ["i Trattati UE sono neutrali rispetto al tipo di proprietà. La Commissione è pertanto vincolata dalla legge a garantire parità di trattamento alle banche di proprietà pubblica e privata. Se una banca di proprietà privata voleva rafforzare la sua posizione patrimoniale, naturalmente ha la possibilità di cercare ulteriori investimenti dai suoi azionisti privati. Allo stesso modo, una banca di proprietà pubblica può chiedere un investimento al suo azionista, lo Stato. Costringere una banca di proprietà statale a raccogliere prima soldi dal mercato significherebbe (almeno parziale) la privatizzazione e non garantirebbe la parità di trattamento tra proprietà pubblica e privata"].
La decisione di privatizzare in senso sostanziale le banche italiane (in contrasto con l'art. 47, c. 1, Cost., ai sensi del quale "la Repubblica... disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito") è tota nostra e si inquadra in quel più ampio contesto di arretramento dell'azione dello Stato in economia che, iniziato in sordina negli anni Ottanta, ha poi dispiegato appieno i suoi effetti nel decennio successivo dopo lo tsunami di Tangentopoli.
Prima la Legge Amato (1990) che si limitava a richiedere la trasformazione in società per azioni degli enti creditizi pubblici, anche attraverso conferimento dell'azienda bancaria (nascevano i c.d. "Enti conferenti", ex banche pubbliche rese holding proprietarie del 100% delle nuove aziende bancarie s.p.a.); poi la L. n. 474 del 1994, che prevedeva che il Tesoro determinasse "criteri e procedure per la dismissione delle partecipazioni degli Enti Conferenti"; quindi la c.d. "Direttiva Dini" (atto abnorme che, in buona sostanza, imponeva la perdita di controllo pubblico "entro 5 anni" per tutte le banche: decisione epocale, su cui il Parlamento non ha avuto alcuna voce in capitolo); infine la “Legge Ciampi” (1999), grazie alla quale gli "Enti conferenti" sono divenuti "fondazioni bancarie", enti di diritto privato con piena autonomia statutaria e gestionale, sancita in modo definitivo dalla Corte Costituzionale nel 2003, con 2 sentenze gemelle firmate Gustavo Zagrebelsky.
Governo Andreotti, governo Berlusconi, governo D'Alema, Corte Costituzionale; Andreatta, Amato, Ciampi, Prodi, Zagrebelsky. Tanto per dire che il Nazareno è un modo di essere, non un patto di governo.
Questi decisioni scellerate, tra l'altro, non solo hanno messo in una posizione di subalternità i nostri Istituti rispetto a quelli di altri Paesi, in cui molte banche sono (o sono tornate, dopo il 2008) in mano pubblica, ma dispiegano ulteriori effetti altrettanto deleteri: paradossalmente, amplificano il potere della (cattiva) politica sul credito; unitamente al nuovo Tub (questo sì, redatto sotto dettatura comunitaria), espongono le banche italiane alla concorrenza di colossi esteri, senza preoccuparsi delle specificità del nostro sistema creditizio (anche l'acquisto di Antonveneta da parte di Mps è la risposta, sbagliata, a un problema concreto, e cioè la contendibilità della banca toscana indotta dal mutato quadro normativo).
Nel frattempo, o applausi scroscianti o al massimo complici silenzi da parte di chi avrebbe dovuto schierarsi a fianco dei risparmiatori, Banca d'Italia in primis. Che solo ultimamente cerca di rifarsi una certa verginità con dichiarazioni imbarazzanti, tanto appaiono ingenue e tardive. L'ultimo capolavoro è di stamattina.
Io, impregnato di cultura cattolica, sono particolarmente incline al perdono. Ma si sa che la cosa funziona se, oltre alla contritio cordis, vi è anche la satisfactio operis:
Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
Era il secondo tinto più che perso,
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante,
come sangue che fuor di vena spiccia.
Vedremo. Certe prese di posizioni antigovernative a prescindere non paiono particolarmente incoraggianti.

martedì 8 gennaio 2019

Su Carige il PD, more solito, confonde la merda con la cioccolata

Ieri sera, con un breve decreto legge, il governo ha messo in sicurezza Banca Carige, recentemente posta in amministrazione straordinaria dalla Banca Centrale Europea. La banca potrà così accedere alla garanzia dello Stato sulle passività di nuova emissione e - nel caso, remoto, in cui ve ne fosse necessità - ad una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale tipo quella di Mps.
Appresa la notizia, il sodalizio comico Renzi & Marattin hanno subito fatto fuoco e fiamme: Di Maio e Salvini si comportano come il PD, dovrebbero vergognarsi!

Consentiamo volentieri che comportarsi come il PD sia sempre motivo di vergogna, ma - nella fattispecie - il dinamico duo non ha colto propriamente nel segno. Per essere più precisi: ha confuso la merda con la cioccolata.


Punto primo.
La Direttiva BRRD, quella cioè che ha introdotto le regole sul bail-in, è stata approvata quando al governo c'era il PD, nella fattispecie Enrico Letta (che la rivendicava come un successo). Prendersela ora con chi la deve applicare, cercando di sminarne le parti più pericolose, farebbe sorridere, se non fosse un atto di clamorosa disonestà intellettuale. D'altronde, anche il primo Matteo Renzi apprezzava l'innovazione, se è vero - come è vero - che anziché far intervenire il Fondo Interbancario per salvare quattro piccole banche del centro Italia preferì emanare un Decreto ad hoc e procedere al primo burden sharing della storia repubblicana (la spiegazione di Banca d'Italia, secondo cui furono gli Istituti a non "trovare la provvista necessaria", appartiene al regno del fantasy).
Lo stesso dicasi dell'altro successo dei governi PD, l'Unione bancaria, che tanto piaceva all'allora Ministro Saccomanni.

A questo proposito è bene ricordare che "Unione bancaria" significa due cose, la prima delle quali è "vigilanza unica demandata alla Bce", la quale, come ben sottolinea Giuseppe Liturri in questo articolo, una volta "subentrata agli organismi nazionali nella supervisione di oltre cento istituti significativi" ha immediatamente imposto l'eliminazione, a tappe forzare e "a qualsiasi costo, degli Npl [cioè delle sofferenze, N.d.R.] dai bilanci bancari". Sebbene Bankitalia avesse "più volte evidenziato i danni prodotti ai bilanci bancari da tali dismissioni a tappe forzate e le sue perplessità sulla effettiva necessità di ridurre così in fretta gli Npl", non c'è stato nulla da fare: "la Signora Nouy è stata irremovibile: vendere tutto ed in fretta", anche in un Paese, come l'Italia, "investito dalla recessione più grave dal dopoguerra".
Nell'articolo di Liturri, per amor di chiarezza, si evidenzia anche chi abbia guadagnato da questa scelta, ma penso che sia chiaro già così. Semmai, può essere utile ricordare la riforma delle Banche di credito cooperativo voluta da Renzi, che consegna anche queste piccole realtà, mani e piedi, alla Vigilanza di Francoforte, e la controriforma della Lega che ha quanto meno ridotto, per quanto possibile, quest'ulteriore pericolo. Dunque il PD è colpevole anche per la situazione di Carige perché - da Monti a Gentiloni - ha concorso a scrivere (o quanto meno ha avallato) le regole che hanno portato a tutti i disastri bancari italiani: stretta fiscale (soprattutto sotto Monti) à crisi dell'immobiliare e aumento dei fallimenti à incremento esponenziale di incagli e sofferenze à nuove regole per la "pulizia" dei bilanci della Bce à ammanchi di capitale regolamentare à crisi (con annessa fuga dei correntisti) à intervento statale (burden sharing o bail-in).

Punto secondo.
Quando Renzi e Marattin, e dietro di loro le migliori menti del PD renziano (immediatamente riprese dal Sole24Ore, che come al solito si distingue per terzietà nel panorama dell'informazione), strepitano che il decreto del governo giallo-verde è uguale a quello di Gentiloni, dicono - come spesso accade, d'altronde - una cosa non del tutto vera (cioè: falsa).

Quanto meno allo stato attuale, nel caso di Carige il Ministero del Tesoro non versa un euro, ma si limita ad una garanzia per permettere alla banca di ritrovare liquidità, messa a dura prova dall'uscita di correntisti impauriti proprio dalle regole approvate, nel passato, dal PD, prima in Europa e poi in Italia.
burden sharing di Banca Etruria (Boschi bank) e delle Venete hanno bruciato i risparmi dei soci e degli obbligazionisti subordinati (mietendo anche vittime, in senso proprio, non figurato). Qui nessun obbligazionista subirà perdite, perché i subordinati sono in mano al Fondo Interbancario e - al contrario di quanto scrivono, per piacere di terrorismo (non si sa se antigovernativo o a fini di clickbait), giornaloni e siti "specializzati" - certamente non saranno intaccate le obbligazioni senior (o, al massimo, saranno oggetto di integrale rimborso secondo lo schema usato per l'upper Tier 2 di Mps in mano alla clientela retail).
Tre delle "quattro banche" sono state regalate, una volta ripulite, a UBI, mentre Intesa, per prendersi la parte sana di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, ha addirittura ricevuto una dote di qualche miliardo di Euro (qualche miliardo di Euro) di soldi pubblici e ampia manleva per eventuali cause intentate da creditori ed azionisti delle banche liquidate. Ricordiamo tutti la figura di palta del più volte citato Marattin, poi sbugiardato dall'Istituto europeo di statistica, che tentava di dimostrare che quei soldi non fossero "debito pubblico".

Al contrario, è presumibile che Carige non debba essere oggetto di ricapitalizzazione precauzionale (e, se lo fosse, sarebbe di nuovo per l'urgenza di cedere - prima di essere messa sul mercato - una somma importante di Npl a SGA). In questo caso, Di Maio è stato molto chiaro, nessun regalo ai banchieri che socializzano le perdite e privatizzano i profitti: la banca si nazionalizza.
Come Mps, direte voi.
Sì, come Mps. Che, tuttavia, resta certamente la peggior macchia sul curriculum di Padoan (sul curriculum di Renzi stendiamo pietoso velo). L'analisi della crisi (probabilmente irreversibile) in cui tuttora si dibatte il Monte dei Paschi non può prescindere dalla clamorosa inerzia del governo PD, durata addirittura un anno!, una volta che era divenuto chiaro a tutti cosa stava accadendo.
Mentre qualunque quisque de populo si accorgeva che l'aumento di capitale necessario alla banca non sarebbe andato in porto...


... e Renzi si dava alla manipolazione del mercato parlando di "banca risanata" e di "ottimo affare"...

...Padoan stava a guardare una fuoriuscita di liquidità calcolata dalla stessa Mps in circa 20 miliardi di euro in un anno. Un colpo da KO. Una storia italiana dal 1472, di cui gli ultimi dieci di immane sofferenza, giunge al termine.

Quando parlano i piddini, a vergognarsi, ormai, è solo la verità.

mercoledì 12 aprile 2017

Il malfunzionamento del bail-in visto dai liberisti

Lo scorso marzo l'ICMB ha pubblicato un accurato report su funzionamento e criticità dei processi di bail-in in USA e nell'Eurozona. Alcuni spunti della ricerca sono tanto più interessanti ove si consideri da un lato l'ortodossia liberista dell'Istituzione che ha prodotto il documento, dall'altro l'ampio seguito che tali Istituzione ha tra i decisori politici (tra i suoi sponsor si trovano non soltanto le banche centrali dei Paesi maggiormente sviluppati, compresa la Banca d'Italia, ma anche le più importanti banche d'affari svizzere e dell'UEM).
Il documento si divide in tre parti: la prima mette a confronto le due principali normative che prevedono la risoluzione degli intermediari finanziari mediante bail-in, cioè - per quanto riguarda gli USA - il Dodd-Frank Act (“DFA”, v. qui) e - per quanto riguarda l'UEM - la Direttiva BRRD; la seconda prende in considerazioni le principali crisi bancarie, anche sistemiche, degli ultimi anni, al fine di evidenziarne le diverse modalità di soluzione; l'ultima, riepiloga le principali "questioni aperte" nelle due normative, rispetto alle quali porta alcuni suggerimenti.

Indipendentemente dalla minuzia della ricerca, cosa si ricava - in linea generale - dalla lettura del documento?

In primo luogo, che disposizioni giuridiche molto simili, determinate con ogni probabilità da teorie economiche analoghe, hanno effetti profondamente diversi a seconda del contesto politico del Paese o dei Paesi in cui si applicano.
A Leuropa, o meglio - come giustamente notano anche gli autori del paper - in quella parte di Leuropa che ha adottato l'Euro ed ha sottoscritto gli accordi noti come banking union, la decisione in ordine alla eventuale apertura di una "procedura di risoluzione" è del "Single Resolution Board" (SRB), cioè una Agenzia dell'UE, del tutto indipendente (e, pertanto, come al solito del tutto irresponsabile nei confronti dei corpi elettorali dei singoli Paesi), la quale - unitamente alle Autorità nazionali di risoluzione (cioè le varie Banche centrali, anch'esse indipendenti, che è come dire legibus solutae, ci mancherebbe altro) - formano il "Single Resolution Mechanism" (SRM).
Negli Stati Uniti, al contrario, la medesima decisione è affidata - e gestita - in primo luogo dalla Federal Deposit Insurance Corporation, cioè da una Agenzia (anche in questo caso indipendente: d'altronde siamo sempre e comunque negli Stati Uniti), di livello federale, la cui funzione primaria (sin dal Glass-Steagall Act, che la costituì) è quella di fornire una assicurazione sui depositi delle banche fino a 250.000 dollari per depositante.
La capite la differenza sostanziale? Negli USA il processo di risoluzione è guidato proprio da quello "schema assicurativo" - uguale per tutti i cittadini di gli Stati - che, al contrario, in Europa - anzi: a Leuropa - non si è neppure voluto costituire, e che anzi rappresenta proprio il principale anello mancante della banking union (si tratta dell'EDIS, Europea Deposit Insurance Scheme).
A questo, aggiungete che "non esiste un Tesoro nell'Unione Bancaria o nell'Eurozona, cosa che comporta risorse pubbliche per la risoluzione molto più limitate" e che nell'UEM "ci sono diverse leggi fallimentari tutte differenti, cosa che rende difficile un unico processo di risoluzione" (per di più, il SRM non è neppure una Istituzione ma una Agenzia intergovernativa derivante fra una Commissione e il Consiglio, mentre in USA la costituzione attribuisce al congresso la sovranità monetaria).
Il risultato pratico è ovvio.
Regole nazionali differenti, la mancanza di un'assicurazione europea sui depositi, la ridotta disponibilità di fondi per interventi statali (non a caso, mentre negli USA l'intervento pubblico può giungere fino a coprire il 90% del valore degli attivi del gruppo oggetto di risoluzione, nell'UEM il Single Resolution Fund interviene soltanto dopo che almeno l'8% delle passività dell'Istituto sono state oggetto di bail-in) hanno creato - diversamente dagli Stati Uniti - una insicurezza diffusa che ha comportato e tuttora comporta fughe ingenti di capitali da Istituti ritenuti, a torto o a ragione, in difficoltà. Con l'unico risultato di rendere questa difficoltà ancora più ardua da superare.
[Non parlo di bank run perché su Twitter, l'altro giorno, i soliti liberisti con le natiche in conto terzi mi hanno spiegato che si tratta, in realtà, di riallocazione efficiente dei capitali. Sempre secondo questi scienziati della finanza, grazie alla perdita di oltre 20 miliardi in un anno, Mps dovrebbe riuscire a efficientarsi (?) e a sviluppare modelli di business innovativi (?)].
Non solo: mentre negli USA - che sono uno Stato, non una pseudo-confederazione di Stati semisovrani - il mercato finanziario è tendenzialmente omogeneo, al contrario i Paesi leuropei hanno peculiarità e tradizioni tali per cui one size unfits all. Un paragrafo intero del report ICMB è dedicato alla peculiare situazione italiana: "l'Italia nel 2016 si trova in una situazione per certi versi comparabile con quella della Spagna nel 2012, salve alcune importanti differenze. In primo luogo, non possiede due pilastri finanziari con la forza di BBVA e Santander. Secondariamente, in Italia la fonte principale di NPL si riscontra nel credito alle Piccole e Medie Imprese - garantito con ipoteche su immobili - e non nei mutui a privati o a imprese di costruzione. Infine, l'altra importante e peculiare caratteristica della crisi bancaria italiana è l'esposizione dei risparmiatori [nel testo: retail investors, N.d.R.] alle obbligazioni bancarie subordinate".
Gli Autori condannano il misselling di titoli che possono essere oggetto di bail-in a risparmiatori italiani, salvo poi concludere non per il divieto tout-court di vendita di tali strumenti a soggetti non professionali, bensì semplicemente per l'obbligo di detenzione degli stessi "attraversi fondi comuni diversificati". Giusto. Così non solo continuo ad averci i subordinati, ma li detengono senza saperlo e per restare nell'ignoranza pago laute commissioni al mio gestore.

Seconda considerazione: mentre negli USA le scelte delle Autorità pubbliche - anche in ordine all'utilizzo di fondi pubblici - hanno in ultima analisi, come unica bussola, la minimizzazione degli effetti della risoluzione in particolare a livello sistemico, in UE le regole dell'Unione Bancaria si intersecano con le competenze della Direzione Generale per la Concorrenza all'interno della Commissione Europea.
Il paper sottolinea come "il sistema legale relativo agli Aiuti di Stato rappresenti una parte importante delle politiche sulla concorrenza. L'utilizzo di risorse pubbliche nei Paesi membri dell'UE è consentita soltanto se contribuisce agli obiettivi di comune interesse ed alla crescita economica" (quanto siano davvero di comune interesse gli obiettivi fissati dalla Commissione Europea è spiegato assai bene qui, N.d.R.). La norma di riferimento è l'art. 107 del TFUE: "salvo deroghe contemplate dai Trattati, sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza". Ai commi 2 e 3 si trovano le eccezioni. Quelle legittime in ogni caso ("gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione che siano accordati senza discriminazioni determinate dall'origine dei prodotti; gli aiuti destinati a ovviare ai danni arrecati dalle calamità naturali oppure da altri eventi eccezionali; gli aiuti concessi all'economia di determinate regioni della Repubblica federale di Germania...") e quelle legittime previo giudizio della Commissione ("gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione...; gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell'economia di uno Stato membro; gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche...;  gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio...".
Questa situazione crea un potenziale conflitto difficilmente componibile, come sta dimostrando il caso Montepaschi (che, come è noto, si qualifica quale "ricapitalizzazione precauzionale" ed è pertanto sottoposta non al bail-in vero e proprio, quanto piuttosto al principio del burden sharing di cui alla Comunicazione DG COMP del 30 luglio 2013, oggetto anche della nota sentenza della CGCE). Infatti: da un lato, "quando l'uso di strumenti di risoluzione comporta l'erogazione di Aiuti di Stato, gli interventi pubblici devono essere determinati nel rispetto con le norme rilevanti in materia di Aiuti"; dall'altro, la stessa Direttiva BRRD - in ordine alla legittimità di un intervento pubblico - richiama la presenza del "grave turbamento all'economia" e fissa altresì alcuni paletti, molto stretti, anche rispetto alle modalità di tale intervento (in sostanza, garanzia statale sulle nuove emissioni obbligazionarie o acquisto di strumenti di capitale proprio a prezzi di mercato: quello che prevede il D.L. 237 del 2016).
Si ricrea nuovamente un problema di fiducia (e, in seconda battuta, addirittura di sovranità). Alla mancanza di una assicurazione europea che garantisca i depositanti, con i bei risultati cui ho accennato sopra (e di cui sono piene le cronache), si aggiunge l'assenza di un sistema di back-stop pubblico che non sia il ricorso all'ESM nelle sue varie forme. Ma si sa: l'ESM impone condizionalità. E le condizionalità le stabilisce la Troika (quella vera, non quella qui accanto).
La cosa è resa ancora più grave dal fatto che la disciplina sul bail-in si applica - senza neppure norme transitorie - a partire dal 2016, mentre l'implementazione definitiva dei requisiti MREL (Minimum Requirement for own funds and Eligible Liabilities: requisito introdotto dall'art. 45 della BRRD, si tratta del coefficiente dato da fondi propri e passività ammissibili fratto passività e fondi propri, includendo pertanto al numeratore, oltre al capitale regolamentare anche altre passività con particolari caratteristiche) e TLAC (analogo coefficiente di vigilanza, valido solo per gli Istituti di rilevanza sistemica e livello globale, che press'a poco corrisponde al MREL, salvo prevedere la subordinazione degli strumenti eleggibili: v. articolo qui) non avverrà prima di fine 2018. Ad oggi, vi sono differenze sostanziali, tra le varie legislazioni dei diversi Stati membri, non soltanto in relazione alle leggi fallimentari ed alle modalità di riscossione delle garanzie, ma anche nella trasposizione dei requisiti TLAC e MREL previsti a livello europeo (ad esempio, la legislazione francese ha creato una nuova categoria di titoli senior ma "non-preferred"- cioè subordinati - in opposizione ai titoli senior "e" preferred).
Evidentemente, il risparmiatore si sentirebbe molto più tranquillo (soprattutto all'atto di acquistare obbligazioni senior della Banca) laddove il proprio Istituto di credito potesse esporre un TLAC tale da garantire il rispetto della soglia dell'8% prevista dalla BRRD. Il che, comunque, non risolve il connesso problema in ordine alla capacità del mercato di assorbire gli strumenti che le banche dovranno emettere per rispettare i requisiti di cui sopra.

Infine, un'ultima considerazione, la più importante, e cioè la assoluta discrezionalità, sfociante nell'arbitrio, in merito alle modalità di applicazione delle disposizioni del DFA e della BRRD. Arbitrio che, nel caso statunitense, è in qualche modo necessitato dalla volontà dell'organo politico di poter decidere sull'esistenza di fattori di rischio o di opportunità tali da imporre una deviazione dalle regole prefissate, mentre nel caso leuropeo (dove un organo politico democraticamente responsabile manca, così come manca qualsiasi forma di solidarietà - leggi: trasferimenti - fra Paesi membri) finisce per tradursi nel noto adagio secondo cui le leggi per gli amici si interpretano e per i nemici invece si applicano.
Secondo il documento, "deve essere chiaro che il primo a muoversi è l'SSM, sulla base delle sue risultanze contabili. Considerazioni di opportunità politica dovrebbero essere lasciate al Consiglio e alla Commissione". Cioè a due organi non eletti.
Le evidenze empiriche riportate nella seconda parte del documento sono, in questo senso, disarmanti. Si tratta di poche paginette che consiglio a tutti di leggere; riporto comunque, per comodità, la tabella riassuntiva finale, nella quale gli estensori calcolano il rapporto fra le risorse pubbliche impiegati nelle diverse ricapitalizzazioni di banche e il totale di tali ricapitalizzazioni (tale rapporto è definito con l'acronimo "PSI").


A volte i casi della vita sono veramente strani: le maggiori risorse pubbliche (in proporzione) sono state utilizzate per salvare una banca franco-belga, mentre in un solo caso tutta la ricapitalizzazione è gravata sulle spalle dei privati (e il caso riguardava una banca cipriota). D'altronde, gli estensori del paper notano più volte, come se fosse una cosa normale, che la procedura di bail-in seguita a Cipro andrebbe studiata al fine di sapere come non gestire una situazione analoga, ma che la questione non ha in pratica avuto importanza dal momento che la maggior parte dei correntisti erano di nazionalità russa. Rimando ad altri l'arduo compito di rintracciare il nesso di causalità tra le affermazioni.

Le soluzioni prospettate, peraltro, sono assai peggiori del male. Il mantra è sempre il solito: se una cosa non funziona, è perché ne serve di più (mito dell'insufficienza).

Siccome gli interventi, tardivi e parziali, nei confronti delle banche europee creano instabilità finanziaria e volatilità, servono più interventi e di maggiore portata (con conseguenti perdite gravanti sui risparmiatori), perché maggiore volatilità a breve significa minore volatilità nel lungo termine (tutti sappiamo, in effetti, che non vi sarà volatilità, nel Regno dei Cieli). "I Regolatori dovrebbero applicare le regole, senza prestare orecchio alle Cassandre secondo cui qualsiasi evento è sistemico... In quest'ottica, il principio di fondo dovrebbe essere 'mai sprecare una crisi'. Il ritardato intervento nel caso del Monte dei Paschi di Siena è, a nostro parere, uno dei casi in questione".
Siccome per quasi quaranta pagine gli autori si sono lamentati della scarsa trasparenza nella applicazione delle procedure, della voluta vaghezza delle norme (il concetto di "rischio sistemico" non è mai definito nei testi leuropei), dell'arbitrio con cui spesso queste sono applicare, si chiede una maggiore indipendenza dell'SSM (basata sulla nomina di membri stabili, cioè di tecnici, di saggi), così da rendere ancora più grave il problema, che è evidentemente un problema di mancanza di rappresentatività democratica.
Siccome gli Autori hanno appena scritto sessanta pagine su cosa non funziona in questa farraginosa regolamentazione leuropea, concludono giustamente dicendo che ci vuole un'unificazione a livello di UE anche in materia fallimentare, e delle banche e delle imprese. Non solo: se il sistema è malfunzionante è perché l'UEM non si configura ancora come un unico sistema giurisdizionale (mito della radicalità).
Manco a dirlo, la liquidità straordinaria (ELA) per le banche in risoluzione dovrebbe essere erogata come minimo dalla BCE e non dalle Banche Centrali nazionali, ma meglio sarebbe addirittura un intervento del Single Resolution Fund (SRF).
Il finale è in linea con le proposte precedenti.
Gli Autori testualmente propongono di "subordinare una ricapitalizzazione precauzionale a condizioni maggiormente stringenti, tra cui una serie di elementi quantitativi e qualitativi, al fine di evitare un uso discrezionale dei fondi pubblici prima dell'apertura di una procedura di risoluzione" (addirittura, propongono di inserire, negli stress test, uno scenario intermedio tra lo scenario base e quello avverso, imponendo il bail-in e non la ricapitalizzazione preventiva anche in caso di fallimento soltanto degli ultimi due) e di "limitare le eccezioni al principio del bail-in a categorie chiaramente definite di debito".

Quello che ci hanno riservato passato e presente lo abbiamo visto. Forse queste proposte ci svelano anche cosa ci riserverà il futuro.

martedì 7 marzo 2017

La Sindrome di Roma (della proposta di una tassa sulle banche)

Il Corriere della sera di domenica lancia la notizia (rispetto alla quale non ho trovato riscontro su altri quotidiani) secondo cui, alla Conferenza di Roma del prossimo 25 marzo, l'Italia potrebbe proporre una tassa europea sulle banche per il finanziamento di un fondo europeo di garanzia dei depositi bancari e del fondo di risoluzione, nonché (oppure ovvero, dall'articolo non è chiaro) l'introduzione dell'Iva sui servizi finanziari per la creazione di un'assicurazione comune contro la disoccupazione e per incentivi agli Stati che attuino le famigerate "riforme strutturali".

La prima proposta prevedrebbe, in sostanza, l'armonizzazione della base imponibile per il calcolo delle imposte dirette degli Istituti di credito ed il trasferimento di una parte di tali tributi - oppure di una nuova addizionale - all'Unione Europea (che li utilizzerebbe per il finanziamento del SRF o del MES).

Non sto a ripetere quale sia lo stato di salute del sistema bancario italiano, che ha archiviato il 2016 con 15 miliardi di Euro di perdite, appare ancora particolarmente vulnerabile agli choc economici, non ha ancora risolto la questione dei crediti problematici (e dei conseguenti aumenti di capitale che interessano, come minimo, Mps, le due venete in corso di fusione, Ubi e Carige).
In questa situazione, è pensabile un inasprimento della pressione tributaria (perché questo, di solito, vuol dire fra le righe l'espressione "armonizzazione della base imponibile")?
Non solo: questa armonizzazione terrà conto delle specificità degli Istituti di credito dell'Europa del sud, oppure sarà un modo surrettizio per mettere nuovamente in discussione la disciplina delle DTA dopo l'accordo dello scorso novembre?
(In caso di significative svalutazioni su crediti, l'imponibile fiscale delle banche non permette la deduzione integrale di tali svalutazioni. Le "future minori imposte" che la banche pagheranno grazie alla deduzione, negli anni a venire, di tali svalutazioni prendono il nome di "imposte anticipate" - DTA con acronimo inglese - e possono essere automaticamente trasformate, dagli Istituti di credito, in "crediti imposta" iscritti in bilancio. La Commissione - per non ritenere tale legislazione assimilabile a un Aiuto di Stato - ha imposto alle banche il pagamento di una specie di canone annuo calcolato come percentuale delle DTA trasformate in crediti. È evidente che la modifica di tale disciplina a livello europeo impatterebbe in modo asimmetrico sulle banche del Sud Europa rispetto a quelle tedesche o francesi).
Infine, l'imposta interessata sarebbe l'Ires o l'Irap? Perché per quanto attiene l'Ires, gli Istituti di credito sconteranno un'addizionale del 3,5% rispetto agli altri soggetti passivi (in modo da sterilizzare la diminuzione dell'aliquota dal 27,5% al 24% entrata in vigore quest'anno), mentre per quanto attiene all'Irap già pagano lo 0,75% in più delle comuni imprese.
(Peraltro, la maggiore aliquota Ires - al contrario di quanto potrebbe apparire - è una norma di favore per le banche: la riduzione - nella legge di stabilità 2016 - dell'aliquota Ires futura, infatti, avrebbe comportato la riduzione del valore attuale delle DTA iscritte nei bilanci, con conseguenti perdite miliardarie già nei bilancio 2015. Tuttavia, le possibili modifiche al calcolo della base imponibile di cui si è detto sopra e l'ulteriore inasprimento della pressione fiscale potrebbero trasformarsi, alla fine, in un peso gravoso per gli Istituti).
Secondo quanto scrive l'articolista - che pare aver visionato, sia pure confusamente, il testo prodotto dal nostro Ministero dell'Economia - questa quota di tributi potrebbe andare a finanziare o il chimerico EDIS, o il Fondo di Risoluzione (SRF), o addirittura lo Strumento di ricapitalizzazione diretta delle banche del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM).
(L'EDIS altro non è - anzi, non sarebbe visto che non esiste - che un Fondo europeo di garanzia per i depositi dei clienti retail delle banche europee uguale al Fondo interbancario di tutela dei depositi, o FITD, esistente in Italia. L'EDIS ha - avrebbe - il vantaggio di avere ampiezza continentale, così da poter rispondere anche a shock sistemici del sistema finanziario di un Paese membro. Il SRF, cioè il Single Resolution Fund, è un fondo europeo, istituito nel quadro dell'Unione Bancaria, che interviene in caso di risoluzione di una banca dopo che almeno l'8% delle passività della stessa sono state oggetto di bail-in e ripiana fino al 5% delle medesime passività. La missione dell'ESM  - che significa European Stability System, - missione è quella di fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell'Eurozona colpite o minacciate da gravi problemi nel settore delle finanze pubbliche o in quello delle finanze private. Gli strumenti dell'ESM sono i più vari: finanziamenti agli Stati - a oggi Cipro Spagna, Portogallo e Irlanda - qualora questi non abbiano accesso ai mercati finanziari ovvero debbano pagare interessi talmente alti da mettere in crisi la sostenibilità del debito; acquisti di titoli di Stato sul primario o sul secondario, strumento mai utilizzato a oggi soprattutto per la presenza del QE della BCE; ricapitalizzazione del sistema bancario di un Paese membro, sia in via diretta, mai verificatosi, sia in via indiretta, sperimentato in Spagna).
EDIS. È noto che la Germania (per semplificare) non permette la costituzione dell'EDIS se prima le banche del Sud Europa non riducono significativamente la loro esposizione in Titoli di Stato dei propri Paesi di stabilimento. Per raggiungere l'obiettivo, l'idea sarebbe quella di non considerarli più risk-free ai fini del calcolo degli assorbimento di capitale degli Istituti. Padoan, in passato, pareva aver fatto muro rispetto a questa pretesa. Questo documento è il primo passo verso un cambiamento dell'atteggiamento del nostro Paese su un tema così delicato?
SRF. Le banche già versano in maniera significativa a questo fondo. Ha senso incrementarne le quote annue? Tra l'altro, non è secondario notare come alcuni Istituti abbiano francamente ammesso, con i propri clienti, di modificare in peius le condizioni di conto corrente proprio per rispondere alle maggiori spese per tale schema, per il FITD e per altri obblighi simili. Come al solito, tassare soggetti in regime di oligopolio si rivela una chimera, dal momento che i soggetti incisi finiscono per essere sempre i consumatori finali.
ESM. L'idea sarebbe quella di incrementare il Fondo di ricapitalizzazione diretta delle banche (attualmente limitato a 60 miliardi di Euro), il cui fine è "contribuire a rimuovere un serio rischio di contagio dal settore finanziario al settore delle finanze pubbliche, consentendo la ricapitalizzazione diretta delle istituzioni" finanziarie di un Paese membro. Bello, direte voi. Insomma. La peculiarità dell'ESM è quello di agire sempre sotto stretta condizionalità, cioè di imporre famigerate "riforme strutturali" asseritamente volte a rimuovere le cause delle difficoltà del settore finanziario e, se del caso, della situazione economica generale del malcapitato Stato membro.
Insomma, per farla breve: l'utilizzo di uno strumento ESM impone la cessione della propria sovranità alla Troika. Cosa sia e cosa faccia la Troika non lo spiego. Leggete un qualsiasi articolo sulla situazione in Grecia (o anche sulla situazione del mercato del lavoro in Spagna).
(Sottolineo, per chi non lo sapesse, che i fondi dell'ESM sono erogati solo sotto "stretta condizionalità". Per esempio, nel caso di Stati, "i prestiti ESM sono erogati sotto la condizione dell'implementazione di programmi di riforme macroeconomiche predisposte dalla Commissione Europea, unitamente alla Banca Centrale Europea e, ove necessario, al Fondo Monetario Internazionale").
Ora, quest'ultima ricostruzione è un po' inquietante perché si sposa perfettamente con il Position Paper presentato dall'Italia proprio un anno fa. In quel documento, infatti, si parlava proprio di un collegamento fra SRF e ESM, di un ammortizzatore sociale europeo (v. sotto), nonché della possibile costituzione di un "Referente unico" per il bilancio dell'UE. Guarda caso, l'articolo del Corriere parla proprio, in un inciso, di un fantomatico Ministro delle finanze dell'Unione. Qui finisce che l'anima nera del governo non era Renzi, ma Padoan...

La seconda proposta prevedrebbe, invece, l'introduzione dell'Iva sui servizi finanziari (ad oggi integranti operazioni esenti). L'Iva, come si sa, è una imposta propria dell'UE, che dovrebbe utilizzare queste maggiori risorse per la costituzione di "un fondo europeo per integrare il salario dei disoccupati" e di "un altro per sostenere le riforme strutturali".

È chiaro? Qui si parla, in sostanza, della realizzazione di una specie di Reddito Minimo Garantito (RMG) su scala europea, cioè del tentativo di indurre i popoli del Vecchio continente a barattare - una volta per tutte - il diritto al lavoro con il diritto a un reddito, con tutto quello che ne consegue in termini di ricattabilità, minore autonomia, compressione dei salari, e così via.
(Chi non fosse avvezzo a questi temi, può leggere questo post di Alberto Bagnai e questo post del Pedante, che spiegano con limpidezza le cose come stanno).
Da un certo punto di vista, è piuttosto paradossale pensare che la definitiva precarizzazione del mondo del lavoro passi per la tassazione indiretta dei servizi finanziari, quegli stessi servizi finanziari che permettono - per il tramite del credito al consumo - di trasformare precari e disoccupati con redditi di mera sussistenza in consumatori di quegli stessi beni che producono per salari deflazionati e dal reddito minimo garantito o dalla sostituzione del CCNL con altre forme (legali o pattizie) di determinazione delle retribuzioni.
Ovviamente, l'idea di un RMG è strettamente connessa a quella delle "riforme strutturali".
Sì, perché le riforme strutturali sono il nome presentabile - ad usum dei media più sensibili alla propaganda (cioè quasi tutti) - proprio della sullodata deflazione del lavoro. In termini un po' brutali: per riforme strutturali si intendono tutte quelle modifiche legislative che sono volte a migliorare la bilancia commerciale di un Paese tramite la riduzione delle importazioni (via distruzione della domanda interna mediante innalzamento della tassazione) e l'incremento delle esportazioni (mediante riduzione del costo del lavoro, cioè degli stipendi).

Noi, proprio noi, proponiamo questa roba. Tra poco la Sindrome di Stoccolma cambierà nome. Si chiamerà Sindrome di Roma.

giovedì 9 febbraio 2017

Il decreto salva-Mps è legge

Dunque, in un post di qualche tempo fa ho parlato del D.L. 237 del 2016, noto anche come salva-banche (cioè salva-Mps). Qualche giorno fa il conte che presiede il Monti IV, al Senato, ha posto la fiducia al maxi-emendamento che ha riscritto la legge di conversione. La Camera stamattina si è accodata diligentemente.
In quel post sollevavo qualche dubbio sull'impianto del D.L., essenzialmente perché mi appariva troppo morbido (rispetto al principio del burden sharing imposto dalle autorità europee) nei confronti sia degli attuali azionisti (che beneficiavano di un prezzo di emissione delle nuove azioni fortemente sopravvalutato rispetto a quanto ci si sarebbe potuti attendere in caso di "soluzione di mercato") sia degli obbligazionisti subordinati (cui veniva riconosciuta la conversione dei bond in base al loro valore nominale, o con un haircut piuttosto ridotto). Inoltre, il meccanismo di indennizzo degli obbligazionisti subordinati retail - cui fu collocato un upper Tier 2 di 2 miliardi di Euro (connivente Banca d'Italia) per reperire risorse volte all'acquisto di Antonveneta - mi appariva confuso, oltre che estremamente di favore.
Il testo finale (di cui per carità di Patria tralascio le disposizioni in materia di "educazione finanziaria", che hanno sostituito l'altra importantissima norma relativa a non so che gara golfistica) non risolve questi dubbi, anche se interviene su alcune questioni.

I. Il prezzo di emissione delle "nuove azioni"

Il precedente art. 18, c. 4, disponeva che il "valore-base" da cui partire per la determinazione dei prezzi delle nuove azioni (distinti per i titoli di obbligazioni subordinate oggetto di conversione e per il Tesoro) fosse determinato: (i) per le banche non quotate, sulla base di una perizia giurata di stima; (ii) per le quotate, come media delle chiusure delle ultime trenta sedute di borsa.
Opportunamente, il maxi-emendamento fissa dei criteri cui il perito deve attenersi nella propria relazione di stima (consistenza patrimoniale della società, prospettiva reddituale e multipli di mercato applicabili a quotate analoghe, ma anche eventuali perdite rivenienti da probabili operazioni straordinarie), la quale - inoltre - diviene rilevante anche per le quotate laddove restituisca un valore inferiore a quello determinato come media dei corsi di borsistici e le azioni di tali quotate siano state sospese dalla contrattazione (come Mps) per almeno 15 giorni.
Ma, soprattutto, quello che cambia è l'Allegato tecnico.
La formula per la determinazione del prezzo di emissione delle nuove azioni da attribuire agli obbligazionisti non è cambiata, ma è stata modificata la determinazione di alcune variabili fondamentali. In particolare, per quello che riguarda Mps, mentre il vecchio allegato avrebbe restituito un prezzo di emissione delle nuove azioni uguali al prezzo medio di borsa dell'ultimo mese delle vecchie (cioè una ventina di Euro), col nuovo si può pensare ad un possibile valore compreso tra gli 8 e i 10 Euro.
Addirittura, sempre in relazione al caso-Mps e per quanto riguarda il Tesoro, lo sconto - da nullo - è fatto pari al 62,5% (tra 6  e 8 Euro?).
Due considerazioni.
La prima: cosa comporta questa modifica? Che gli obbligazionisti sono (ulteriormente) avvantaggiati e che i "vecchi" azionisti saranno completamente spazzati via (la riduzione delle quote potrebbe attestarsi, se ho fatto i conti correttamente, attorno all'80%). D'altronde, negli ultimi anni, Mps ha una lunga e ingloriosa tradizione di aumenti iper-diluitivi. Stavolta - visto che entra in forze lo Stato - non ci sarà neppure bisogno che Consob accenda un faro.
La seconda (ultima ma non da ultima, diciamo). Ma è normale, dico, è normale, che si modifichi la più intima sostanza del decreto, cioè il valore delle nuove azioni Mps, semplicemente riscrivendo nottetempo alcuni parametri di una formuletta in un allegato, senza alcuna spiegazione tecnica negli atti parlamentari, senza un vero dibattito in materia, senza un confronto con l'opinione pubblica. Ma cosa siamo diventati, in questo Paese?

II. Dove è il burden sharing?

Prendiamo il caso del possessore di lower Tier 2 emesso a suo tempo da Antonveneta, convertito in azioni sulla base del suo valore nominale. Il possessore che lo avesse voluto tenerlo fino a scadenza confidava sulla restituzione proprio di quel nominale, in denaro. Ora si trova nella situazione di ricevere altrettanto in azioni a un prezzo unitario molto basso, così da poter sperare (?)  in un sia pur limitato up-side, o quanto meno in una perdita molto limitata.
Dove sarebbe, in questo caso, il burden sharing?
Prendiamo invece il caso di uno che, di recente, ha comprato l'upper Tier 2 collocato al retail nel 2008 per l'acquisto di Antonveneta. L'ha pagato 60. Ora, se non richiede la conversione in obbligazioni senior (il maxi-emendamento ha introdotto una clausola anti-speculazione in questo senso nel testo definitivo della legge), può tranquillamente ricevere azioni pari al nominale del titolo, confidando in una svalutazione delle stesse inferiore al 40%.
Dove sarebbe, in questo caso, il burden sharing?
La spiegazione che verrà data di questa  decisione di "favorire", sulla carta, gli obbligazionisti subordinati, sarà basata sul principio secondo cui gli obbligazionisti non devono ricevere, su base prognostica, un trattamento deteriore rispetto a quello di cui godrebbero in caso di risoluzione della banca. Ma le possibili spiegazioni "vere" mi sembrano altre.
La prima è, semplicemente, che forse a giugno si vota.
La seconda, più maliziosa, è invece che, forse, il governo sa qualcosa che noi non sappiamo e che, dunque, il burden sharing è implicito nel fatto stesso di detenere azioni Mps. I risultati preliminari di bilancio del Monte vanno, purtroppo, in questa direzione (v. sotto, alla fine del post): da un lato il CET1 è inferiore ai requisiti di vigilanza, sicché il prossimo aumento avrà come fine la ricostituzione di tale parametro; dall'altro lato, restano ancora da piazzare 20 miliardi di sofferenze, che provocheranno una nuova maxi-perdita alla Banca, nonché - si immagina - un nuovo Aumento di Capitale (e tanti saluti ai nuovi/vecchi azionisti).
Ugualmente, va proprio in questa direzione l'altra inquietante suggestione apparsa sui giornali la scorsa settimana, e che di giorno in giorno si fa sempre più incombente, fino quasi a sfiorare la certezza, che cioè Mps possa essere oggetto di delisting. In quest'ultimo caso, evidentemente, le azioni attribuite agli obbligazionisti subordinati - indipendentemente dal loro valore teorico - sarebbero liquidabili con molta maggiore difficoltà e incertezza.

II. Caos rimborsi

A parte la clausola anti-speculazione cui ho fatto breve cenno sopra, l'art. 19, c. 2, D.L. 237 non è stato modificato. Restano dunque tutti i dubbi interpretativi espressi nel precedente post. Che, anzi, sono aggravati dall'introduzione della lett. a-bis): "gli strumenti oggetto di conversione [cioè di sostituzione con obbligazioni senior, devono essere] stati sottoscritti o acquistati prima del 1° gennaio 2016; in caso di acquisto a titolo gratuito si fa riferimento al momento in cui lo strumento è stato acquistato dal dante causa".
Ad essere indennizzati saranno dunque gli obbligazionisti subordinati divenuti nuovi azionisti, purché persone fisiche che agiscono in veste di clienti non professionali, che hanno acquistato i titoli prima del 1° gennaio 2016  li hanno ricevuti a titolo gratuito da danti causa che hanno acquistati i medesimi titoli prima della suddetta data.
Molto brevemente.
1. La data ultima di acquisto dei titoli rimborsabili è quella di entrata in vigore del regime del bail-in, dunque diversa - senza motivo apparente - da quella prevista dal D.L. 59 del 2016 per gli obbligazionisti delle "4 banche risolte" (12 giugno 2014, data di pubblicazione in G.U.C.E. della Direttiva BRRD). Non solo: quegli obbligazionisti sono rimborsati soltanto a determinati condizioni di reddito, mentre nel caso Mps la conversione vale per il pensionato come per il nababbo. Sono, queste, discriminazioni che non si possono assolutamente spiegare col diverso status degli Istituti coinvolti (i primi in fallimento, Mps in ricapitalizzazione preventiva). Se vendere un certo prodotto al retail è una truffa, lo è sempre e per intero.
2. Ad essere rimborsati sono soltanto coloro che hanno sottoscritto o acquistato i titoli prima di inizio 2016. Può essere giusto, nel senso che chi li ha comprati dopo, spesso con forte sconto, aveva un intesto speculativo che non può essere indennizzato dallo Stato. Però mi pare che non si tenga conto della controparte di questi presunti raider, di chi cioè - razionalmente, in assenza di un intervento statale avvenuto troppo tardi - ha (s)venduto a prezzi di saldo, nel corso di quest'anno, proprio quelle obbligazioni che ora darebbero diritto a un rimborso. Queste persone hanno subito una perdita; non considerandole, lo Stato - in buona sostanza - consegue un illegittimo guadagno.
3. I rimborsati avranno diritto a "obbligazioni...[con] durata comparabile alla vita residua degli strumenti... oggetto di conversione [in azioni]e rendimento in linea con quello delle obbligazioni non subordinate emesse dall'Emittente aventi analoghe caratteristiche rilevato sul mercato secondario...". In pratica, è possibile che ai rimborsati sia dato un titolo con medesima scadenza 2018 dell'upper Tier 2 convertito, garanzia dello Stato e tasso non molto inferiore (causa peggioramento, rispetto a 10 anni fa, del merito creditizio di Mps). Va bene il rimborso, ma anche in questo caso il confronto con Banca Etruria & c. appare troppo sbilanciato.

* * * * * 

Detto tutto questo, ritorno sulla questione del futuro delle azioni rivenienti dal burden sharing, cioè - in sostanza - dal futuro di Mps.
I risultati presentati stasera sono agghiaccianti.
Margine di interesse strutturalmente in calo di oltre il 10% (i tassi sono a zero, i depositi si riducono a vista d'occhio), 4 miliardi e mezzo di Euro di rettifiche (Mps è sotto ispezione, per cui ha dovuto suo malgrado utilizzare con particolare attenzione le nuove linee guida della BCE...), l'impossibilità di iscrivere le DTA sulla perdita fiscale per un importo di 861 milioni di Euro cui si aggiunge la parziale svalutazione delle DTA relative alle perdite fiscali pregresse per 276 milioni di Euro (tradotto: siamo talmente sicuri di non fare utili in futuro, che neppure iscriviamo la perdita di quest'anno, visto che non avremo, in futuro, risultati positivi da cui dedurla ai fini del pagamento delle imposte). Il tutto coronato da un risultato di esercizio negativo per quasi 3 miliardi e 300 milioni di Euro. Amen.
Va bene, si dirà. Hanno pulito, ora, si riparte.
No.
Quello è Unicredit.
Qui c'è ancora da pulire tutto.
L’esposizione dei crediti deteriorati lordi del Gruppo al 31 dicembre 2016 è infatti ancora pari a quasi 46 miliardi di Euro (soltanto un miliardo e mezzo in meno rispetto al 2015), quella netta a oltre 20 miliardi di euro (4 miliardi di Euro in meno da inizio anno, ma comunque una cifra ancora paurosa per le sorti della banca).
Il Tesoro entrerà in forze in Mps. Ma se Mps non trova un modo - se il governo non trova un modo - di liberarsi di questa massa di crediti marci, tra un anno o due saremo di nuovo a "punto e a capo". Un po' di tempo c'è. Però è poco.
Speriamo che, ancora una volta, una grande azienda e migliaia di lavoratori e cittadini non debbano vedere i propri legittimi interessi pregiudicati per meschini interessi di bottega derivanti dall'ennesima campagna elettorale.

giovedì 2 febbraio 2017

L'educazione finanziaria e chi ne ha davvero bisogno

Si è molto discusso in questi giorni sull'emendamento al D.L. salva-banche in corso di conversione al Senato, prima concordato col governo, poi bocciato per mancanza di copertura, relativo alla così detta "educazione finanziaria".
I giornaloni si sono stracciati le vesti: siamo l'unico Paese occidentale ancora privo di una normativa specifica in materia; è necessario che gli italiani sappiano "compiere scelte consapevoli in materia di risparmio, analogamente a quanto accade per l’educazione alimentare, sanitaria o sessuale"; l'alfabetizzazione finanziaria è particolarmente bassa in Italia, addirittura penultima tra i paesi Ocse secondo il solito sondaggio ad hoc (i migliori al solito sono tedeschi e scandinavi, perché anche l'educazione finanziaria è funzione del colore dei capelli); e via e via.
D'altronde, l'idea viene direttamente da uno che, negli ultimi anni, ci ha sempre visto lungo, e giusto.
Ora, è evidente che qualsiasi impegno dello Stato nel settore educativo è assolutamente commendevole, per cui ben venga l'insegnamento della finanza nelle scuole (purché non si traduca, come temo, in una teoria di pubblicità di questa o quella banca, questa o quella casa di investimenti), così come di qualsiasi altra materia economica (anzi, direi che - visti i tempi - per formare un cittadino non si può prescindere da un minimo di macroeconomia).
Ma qui il punto è un altro.
Il punto è che questo slancio verso l'alfabetizzazione delle masse inizia subito dopo la risoluzione (cioè, in italiano, la liquidazione coatta) delle quattro banche a dicembre 2016 e prende forza dopo l'orrendo pastrocchio combinato dal governo su Montepaschi. Si tratta, cioè, di carità pelosa, che cerca di designare come colpevoli (per ignoranza, ma colpevoli) le vittime. 
Vecchio trucco - di almeno settecento anni: la colpa seguirà offensa in grido, come suol -  che serve ad assolvere preventivamente i veri responsabili: chi non ha vigilato (Banca d'Itali e Consob, con Draghi in testa), chi ha firmato accordi europei destabilizzanti addirittura vantandosene via Twitter (Letta e Saccomanni), chi per leggerezza prima e per miope calcolo politico dopo ha introdotto il bail-in e non ha mosso un dito quando si è reso conto dello sconquasso che questo ha provocato (Renzi. Padoan conta come il due di coppe).
Prima della cura.
Dopo la cura.
A chi serve la patente finanziaria? A dei politici e a dei tecnici cialtroni che, consci di non sapere o non potere o non volere tutelare il popolo che dovrebbero rappresentare, suggeriscono amorevolmente alle persone di far da sole, e chi non ci riesce tanto peggio per lui.
Vergogna.
Tanto più che da oltre dieci anni vi sono innovazioni normative, di stampo comunitario, volte proprio a cercare di incrementare la tutela del piccolo risparmiatore, incolpevolmente ignaro del funzionamento di certi ingranaggi finanziari. Si tratta spesso di disposizioni inutili in quanto essenzialmente formalistiche (tutti noi abbiamo firmato, senza leggere neppure un rigo, le bibbie propinateci dalle nostre banche per adempiere agli obblighi Mifid), ma basate su un principio condivisibile: chi non è un investitore professionale, o quanto meno non dichiara espressamente di esserlo, certe operazioni non le può fare. Punto.
Allora mi ripeto: a chi serve la patente finanziaria, se nonostante queste disposizioni sono stati venduti al retail subordinati addirittura upper Tier 2, ABS con scadenza al 2040, fondi immobiliari chiusi, obbligazioni strutturate, polizze legate a derivati su commodities?
Ah già... pare che l'abbiano fatto per noi...

martedì 15 novembre 2016

L'Euro finisce!

Alberto Bagnai ha da tempo dimostrato che l'Euro finirà ad esito di una terrificante crisi bancaria (il post completo lo potete leggere qui).
"Il botto finale potrebbe effettivamente presentarsi sotto forma di crisi bancaria in un paese grande... In termini finanziari il paese più suscettibile di innescare una crisi risolutiva resta l'Italia, per il semplice fatto che è, fra i grandi, il paese nel quale la qualità del credito si è deteriorata di più e più rapidamente... Dopo la botta del 2009 (inevitabile, data l'entità del crollo statunitense) il governo italiano, come quello spagnolo e quello francese, erano riusciti ad arginare la situazione. Fra 2008 e 2009 c'è uno scalino nella deteriorazione dei crediti erogati, ma fra 2009 e 2010 la situazione sostanzialmente si stabilizza. Dal 2011, però, con l'arrivo di Monti liberatore, per noi è una catastrofe...".

BENE. SECONDO ME, CI SIAMO.

Qualche mese fa, sulla scorte di quella lezione, avevo azzardato una previsione di massima.
Le cose sono andate per un verso più lentamente (il referendum si terrà a dicembre), per un altro più velocemente (la crisi di Montepaschi). Il che, però, crea una peculiarissima convergenza: la (auspicabile) crisi politica, la (più o meno) connessa crisi del debito pubblico e la (terribile) crisi bancaria potrebbero verificarsi tra fine 2016 e inizio 2017, tutte insieme.

La crisi bancaria
Montepaschi deve cedere 27 miliardi di sofferenze ad un prezzo di circa 9 miliardi. Una parte, per un controvalore di un miliardo e mezzo (la tranche mezzanine), se la dovrebbe comprare Atlante; un'altra (la tranche junior), più o meno per lo stesso controvalore, sarà regalata agli azionisti attuali della Banca; il resto, press'a poco 5 miliardi, sarà ceduta sul mercato, previo ottenimento della GACS e rimborso di un prestito ponte da parte di JP Morgan.
Per coprire gli interessi e le commissioni dovute all'Istituto americano, nonché le minusvalenze derivanti dalla cessione delle sofferenze a prezzo inferiore a quello di bilancio, e per ricostituire il capitale richiesto dalla Vigilanza europea, Montepaschi - tra dicembre 2016 e giugno 2017 - lancerà un aumento di capitale da 5 miliardi.
Il mercato tutto questi soldi non è disposto a darli.
Per questo, le alternative sono soltanto due: o gli attuali obbligazionisti subordinati (compresi i piccoli risparmiatori cui furono affibbiati più di 2 miliardi di upper Tier 2 al tempo dell'acquisto di Antonveneta) convertono almeno una metà degli oltre 4 miliardi di obbligazioni in loro possesso e, nel frattempo, il fondo del Qatar accetta di fare da anchor investor per almeno un paio di miliardi, oppure il Consorzio di garanzia si sfila e si va al bail-in.
In pratica: o burden sharing e svendita all'estero, o bail-in vero e proprio.
(Ricordo che qatarioti non sono samaritani. Si copriranno, come fatto con Barclay's. Ricordo anche che l'art. 2358, c.c., non è stato ancora abrogato).
Stamattina, per dire, si leggevano amenità di questo genere.
La lista, per chi fosse interessato, è questa (al netto - per il momento - del Fresh II, strumento talmente purulento che neppure la Banca riesce a capire cosa farne).


Poi c'è Unicredit, che deve vendere Pekao, Pioneer e una ventina di miliardi di sofferenze, poi trovare tra i 10 e i 15 miliardi per l'aumento di capitale (di cui una buona metà cash).
Miliardi che, anche in questo caso, il mercato non è disposto a sborsare.
Al contrario che per Mps, però, Unicredit ha già il cavaliere bianco. Si tratta di Société Générale, che (Antitrust permettendo) ne farà un sol boccone.
Un'altra società francese che entra a gamba tesa nel mercato italiano, come Axa per Generali (indipendentemente dalle smentite), come Vivendi per Mediaset e Telecom, come - in passato - Lactalis per la risanata Parmalat. Quando qualcuno parla di Euro 1 ed Euro 2, magari il secondo con i Paesi del Sud compresa la Francia, faccia un pensierino su queste dinamiche.
Non finisce qui.
Capitolo 4 banche oggetto di risoluzione lo scorso dicembre: è passato un anno ed è chiaro che le famose good bank non valgono assolutamente nulla. I geni che hanno pensato il bail-in, infatti, fra i tanti errori commessi, hanno aggiunto anche l'idea che il cliente buggerato da un Istituto potesse continuare a servircisi, soltanto perché qualcuno aggiunge un "nuova" all'insegna.

Del Veneto non ne parliamo: l'unica idea per salvare due banche fallite è fonderle insieme. In modo da fare un botto ancora più grosso. Meravigliose le parole - quasi poesia - di un giornale economico che di crisi se ne intende: "certo è che occorre fare presto [è una fissa: N.d.R.]. La Bce è in pressing, e così ha fatto anche nel corso di un incontro avvenuto la scorsa settimana con Alessandro Penati. Nessuna indicazione specifica in termini di strategie, ma Francoforte preme perché vuole evitare il rischio di «zombie-bank» [rischio...: N.d.R.]. Da qua la richiesta, a valle di alcune ispezioni sui crediti delle due banche, di ulteriori accantonamenti sugli Npl, che potrebbero comportare 2 miliardi circa di nuove provision [in realtà, saranno poco poco 2 miliardi e mezzo: N.d.R.], con effetti pesanti sul capitale delle due banche. Il problema sarebbe stato dettagliato anche nella bozza di lettera SREP inviata a fine settembre ad entrambi gli istituti, che si sono messe subito al ragionare sul da farsi. Certo è che le due banche sarebbero costrette a una ricapitalizzazione, anche se non è chiaro con quali capitali".
No, non è chiaro per niente.
Nel frattempo, quello che inizia a essere piuttosto chiaro è che nessuno, dico nessuno, è più al sicuro.
Tralascio le frattaglie: la Popolare di Bari che a breve si trasformerà in S.p.A. bruciando i risparmi di chissà quanti azionisti, la Popolare di Marostica che - grazie ad anni di falsi in bilancio - sta trascinando in un gorgo senza fondo la bolzanina Volksbank (anche questa in procinto di diventare una S.p.A.), la Sparkasse di Bolzano che - dopo aver dovuto effettuare un aumento da 270 milioni di euro - ha intentato un’azione di responsabilità contro i vecchi amministratori, e così via.
In sostanza. Il nostro sistema bancario è al collasso (e i presumo minori requisiti SREP che saranno diffusi a fine mese non credo cambieranno la situazione).

Crisi politico-finanziaria
Premetto che, secondo me, la risalita dello spread non ha nulla a che vedere con le vicende politiche italiane, se non che - così come accaduto prima della Brexit e della elezione di Trump - agiscono sui mercati certe "manine" il cui interesse è essenzialmente quello di seminare il panico (senza capire che la maggior parte delle persone, ormai, di soldi da parte non ne hanno più, e comunque quando vota è così esasperata che se ne sbatte).
Il nuovo project fear è già partito.
(Questo collabora con IBL. Per dire).
Ma, diciamo, è nato morto.

Tuttavia, indipendentemente dal risultato del referendum (anche e forse soprattutto se - come inizio a temere - vincerà il sì), la situazione dei conti pubblici italiani andrà sicuramente a deteriorarsi nei prossimi mesi, indipendentemente dal fatto che - come pare - la Commissione Europea (chi ha voglia, si può leggere il documento) decida o meno di riporre l'austerità tra i ferri vecchi (almeno per un po').
Il perché lo spiega molto bene e in poche righe, sulla propria pagina Facebook, Paolo Cardenà, il cui blog (da cui è tratta anche l'immagine qui accanto) consiglio a tutti caldamente.


In questo scenario (cui si aggiunge la sempre maggiore ostilità dei Paesi del Nord a politiche di QE da parte della BCE, stante sia la sofferenza del sistema pensionistico tedesco in un ambiente di tassi prossimo allo zero, sia la incipiente inflazione nella parte core della UE: vedi qui), le alternative per il governo sono poche e comportano tutte l'utilizzo della leva fiscale.
Che, a sua volta, provocherà non soltanto ulteriore deflazione, ma anche un altro peggioramento della situazione del sistema bancario, messo non tanto bene (come detto sopra). La frase di Bagnai a inizio post dovrebbe ricordare che se oggi ci troviamo con le pezze in determinate zone dei calzoni è soprattutto perché Monti ci ha tanto liberato, come titolò un altro giornale che, ci auguriamo, sparirà presto e definitivamente dalle edicole.


La spirale, che appare inarrestabile, può essere fermata soltanto al di fuori delle regole europee. Oppure sarà la catastrofe. Per questo non sono del tutto sicuro che Renzi - nonostante tutta la propaganda che sta mettendo in piedi - auspichi davvero di vincere il referendum (cosa che pure, forse, succederà), né di restare in sella in caso di no. Come nei migliori casi di eterogenesi dei fini, la bocciatura della riforma potrebbe essere il suo modo per salvarsi dall'abisso.

Qualcuno l'uscita dall'Euro (o la dissoluzione dell'Euro) - che, ripeto, è ormai imminente, diciamo nel 2017 - la dovrà gestire e non sarà una passeggiata.

Non è detto che il nocchiero di questa traversata sia anche colui che se ne avvantaggerà politicamente, nel medio periodo.

venerdì 16 settembre 2016

La devastazione bancaria europea

Montepaschi resta al centro dell'attenzione per la nomina ad Amministratore Delegato di Marco Morelli. A scandalizzare sono per lo più le modalità con cui è maturata la designazione: prima, Viola è giubilato da Padoan, su incarico di Renzi, per compiacere JP Morgan, che ormai più che garantire un aumento di capitale dispone della banca (o del governo?) come fosse cosa propria; quindi, l'individuazione di Morelli da parte di una società di cacciatori di teste, che chissà quanto ha incassato per fare la foglia di fico a disposizioni venute da ben altri lidi. Morelli, uomo di punta in Italia e in Europa di Merrill Lynch, ma già Vice Direttore Generale di Intesa Sanpaolo e ancora prima a JP Morgan Europa e quindi a proprio a Mps.
Non si è fatto mancare niente, il nuovo Amministratore Delegato. Ha comprato Antonveneta, ha rimediato anche una bella multa da Banca d'Italia.
Quello che è passato un po' più sotto silenzio è il ruolo del personaggio all'epoca bella di Mussari, l'uomo nero del Monte. Morelli, oltre a essere Vice Direttore Generale, è stato a lungo anche Amministratore Delegato di Mps Capital Services, cioè il soggetto giuridico del gruppo che erogava credito alle imprese.
Che erogava credito. Alle imprese. Credito - alle - imprese.
Comunque, mentre succede tutto questo, Atlante - che sarà una operazione di sistema ma intanto si fa gli affari suoi - ha stanziato un mezzo miliardino per ricapitalizzare la Popolare di Vicenza, in modo da permettere alla banca di vendere quasi 2 miliardi di sofferenze a 25 centesimi.
Il che fa molto pensare.
Se la Popolare di Vicenza vende le sofferenze a 25 centesimi, è credibile che Mps le venda a 35, come previsto dal piano talmente sponsorizzato da Viola da essere mandato via con ignominia? E se mezzo miliardo di Atlante se ne va in Veneto, con che cosa le compra Penati le tranche mezzanine del Monte? Oppure crede ancora di fare 3 miliardi di commitment?
Dunque, la cessione delle sofferenze non è più così sicura.
L'aumento, invece, è slittato.
A "dopo il referendum", indipendentemente da quando si tenga.
In questo modo, tutte le banche di affari americane hanno un autunno intero per ricattarci.
Tante volte non bastasse Fitch...
... o un ambasciatore.
Va da sé che si tratta di previsioni con lo stesso grado di attendibilità di quelle che presagivano le cavallette e un paio di glaciazioni, in caso di Brexit, nel Regno Unito (il cui attuale ottimo stato di salute sta dando molto phastidio a più di un sé dicente intellettuale).


Sempre nello Stivale, mentre Montepaschi si avvita su se stessa, è rimandata di giorno in giorno (ora siamo a fine settembre) la vendita delle 4 good bank nate dal vergognoso decreto di fine anno del nostro beneamato governo.
Queste banche sono talmente buone che le poche offerte ricevute in passato sono state rifiutate perché troppo basse, mentre ora - almeno secondo quanto si legge sulla stampa - vi sarebbe sì un interesse di BPER e di UBI, ma condizionato a una riduzione del prezzo in caso di "scoperta" di nuove sofferenze, alla certezza di aver "mano libera" per la riduzione del personale, alla prestazione di una garanzia statale tramite CDP.
Poi ramazziamo anche la stanza, per dirla col poeta.
Al solito, non mi sembra peregrino ipotizzare l'intervento del Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi, che dopo tutte queste operazioni (a partire da quella di Cesena) evidentemente non potrà garantire più nulla.

Dice: certo che in Italia il sistema bancario va maluccio... Ma negli altri Paesi? Tralasciamo la Grecia o il Portogallo (che rappresenta una clamorosa mina vagante di cui nessuno però, chissà perché, parla): come va nell'Europa core?

Nel resto d'Europa va malissimo. Il sistema bancario è tutto al collasso. E perché? Perché per tenere appiccicata alla meglio una moneta che si sgretola ogni giorno di più si è condannato un intero Continente alla stagnazione economica, oltre che alla completa stasi finanziaria (grazie ai tassi a zero).

La Germania, ora che è cambiata la linea editoriale e per non essere costretti a dire che l'Euro non funziona si è comunque autorizzati a parlar male del padrone tedesco, è da tempo all'onore delle cronache.

Siccome tutte e due stanno molto male - Deutsche Bank per gli enormi rischi finanziari e legali presi, Commerzbank per la compressione degli utili dovuta alla politica dei tassi nulli - ovviamente si pensa di risolvere la questione con una bella fusione.
Poi siccome la migliore difesa è l'attacco, ecco la stoccata alla BCE...
...forse rea di non aver aperto, come qualche mese fa, una linea ELA a favore di DBK, in modo da poter tranquillizzare i mercati.
Ma non finisce qui.
Prendo spunto da un interessantissimo articolo tradotto da voci dall'estero, che nota come “Deutsche Bank stia cercando di vendere almeno un miliardo di crediti [su sei totali] per alleggerire la propria esposizione verso un settore, [quello dei crediti commerciali marittimi], i cui creditori stanno finendo sotto scrutinio sempre più attento da parte della Banca Centrale Europea".
Perché? Semplice.
Il commercio mondiale langue. Di conseguenza, le spedizioni marittime vanno maluccio. Le banche esposte, soprattutto quelle tedesche, avendo margini sempre più risicati per la demenziale politica dei tassi zero, rischiano di andare a gambe all'aria.


Ma se Deutsche Bank sta male, a Brema stanno pure peggio. La Landesbank di lì, è esposta verso lo shipping in maniera imbarazzante ed ha necessità di una significativa ricapitalizzazione. Per tale motivo, circa un mesetto fa il Ministro delle Finanze di Brema aveva disinvoltamente dichiarato che la banca avrebbe beneficiato di una cospicua iniezione di denari freschi, da parte non solo del principale azionista (la banca NordLB), ma anche degli altri soci, pubblici: la città di Brema, l’associazione delle casse di risparmio della Renania Settentrionale-Westfalia, nonché lo Stato della Bassa Sassonia.
I mercati hanno reagito bene. A Bruxelles hanno fatto uno sbadiglio e una scrollata di spalle. Unicuique suum.
Poi è successo qualcosa. "Si sarà svegliata la Vestager!", direte voi. Ovviamente no, si tratta solo di beghe politiche interne. Copio pari pari il sopra citato articolo di ZeroHedge: "in un articolo... del giornale tedesco Handelsblatt, intitolato 'Gli aumenti di capitale per le Landesbank in difficoltà sono discutibili', è scritto che 'i crediti deteriorati verso il settore delle spedizioni hanno creato grosse difficoltà alla Landesbank di Brema, e la banca non è più in grado di sopravvivere senza l’aiuto del governo, ma al momento attuale un’iniezione diretta di capitale da parte dello Stato della Bassa Sassonia appare improbabile'... Secondo il presidente della Bassa Sassonia, Stephen Weil, 'un aumento di capitale da parte dello Stato e da parte della città di Brema in favore della banca in difficoltà è, al momento, irrealistico... Il metodo classico, cioè che i partner attuali forniscano essi stessi il capitale necessario, non sembra funzionare'... L’improvvisa caduta della Landesbank di Brema dalle grazie del bail-out sembra l’ultimo atto di un conflitto politico, perché, come nota Handelsblatt, Weil stava rispondendo ai commenti del suo collega Carsten Sieling (socialdemocratico) che escludeva un supporto di capitale per la Landesbank di Brema...".
Non tutto è perduto, però. L'amico americano, con il consueto pragmatismo di quel popolo, continua infatti l'articolo con una fine analisi politologica e istituzionale sul funzionamento del sistema dell'Unione Europea: "a dire il vero è possibile che una soluzione si trovi. La Merkel dovrebbe concedere il salvataggio tramite bail-out non solo alla Landesbank di Brema, ma anche a una banca italiana, dato che le due andrebbero mano nella mano".
A meno che, per compiacere gli elettori teutonici, drogati da vent'anni di bugie e propaganda, Angela non decida di sacrificare anche "una dei loro".


In Germania, no. In Italia, no. In Portogallo, no. In Grecia, Dio ci liberi. porteremo i soldi in Svizzera. Sì, ecco...
Secondo i principali analisti finanziari, UBS, Credit Suisse e Julius Baer si trovano tutti al centro della c.d. "tempesta perfetta".
I clienti stanno progressivamente riducendo i propri rischi, scelgono prodotti con margine più basso e continuano nel deleveraging dei loro portafogli, i tassi sono molti bassi, i ricavi ricorrenti pertanto si assottigliano fortemente.
A questo si aggiunga che sia Julius Baer, sia soprattutto Credit Suisse, hanno sviluppato piani piuttosto aggressivi di ampliamento, andando ad incidere pure sul livello dei costi.
Che ora, inevitabilmente, dovranno essere tagliati. Con lacrime e sangue.


Anche nel Regno Unito, dove - nonostante l'invasione delle cavallette e due glaciazioni una di seguito all'altra a causa del voto sulla Brexit - l'economia va piuttosto bene, qualche problemino finanziario, dopo la crisi terrificante di qualche anno fa, anche oggi si inizia a porre.
Intanto, ci sono i soliti problemi legali, connessi al fatto che si tratta pur sempre di banche anglosassoni, che come si sa hanno nello Statuto una deroga espressa al rispetto delle leggi nazionali (sono o non sono cross-border?). Poi ci sono Paesi che possono imporsi un minimo, e altri che devono accettare il fatto, senza fiatare. Ma questo è un altro discorso.
(Non solo anglosassoni, ovviamente...
...).
Tuttavia, lì il problema maggiore pare essere stato creato dalla Banca d'Inghilterra, che ha di recente avviato un massiccio programma di acquisto di bond corporate denominati in sterline (10 miliardi massimo). Se l'operazione ha permesso alle imprese - prima fra tutte Vodafone - di emettere titoli a prezzi particolarmente bassi, è possibile che, anche nel breve termine, deprima a tal punto i rendimenti obbligazionari da mettere in difficoltà il margine di interesse sia le banche, sia degli altri operatori finanziari (fondi pensione in primis).
La BOE giustamente copia la BCE. E crea la medesima situazione insostenibile. Il che, tutto sommato, riconcilia con l'idea che in fondo l'economia è davvero una scienza.

Ovviamente, per chi l'applica con onestà intellettuale.