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mercoledì 4 gennaio 2017

Mps: un po' di chiarezza sull'aumento di capitale

Il D.L. n. 237 del 2016, al capo II, disciplina eventuali "interventi di rafforzamento patrimoniale" delle banche, cioè - nella pratica - di Mps.
Si tratta di un Decreto Legge, che dovrà dunque essere convertito entro febbraio, non tanto con le modifiche che vorrà il Parlamento (la cui sovranità è ormai inesistente), quanto con quelle che saranno imposte dalla Commissione UE.

Vista la sciatteria normativa che contraddistingue il testo, temo anzi che sarà l'occasione, per la burocrazia dell'Unione, di assestare un terrificante ceffone al governo italiano in generale ed a Padoan in particolare (che ultimamente, in particolare per colpa di Renzi, non ha rispettato le promesse fatte prima del referendum ai propri partner).
Ad andarci di mezzo, presumo, coloro che, in queste ore, stanno festeggiando un testo di legge che disattende, in toto, la disciplina comunitaria in materia di ricapitalizzazione bancaria nel rispetto delle norme sugli aiuti di Stato.
Se così non fosse, l'Unione Bancaria sarebbe morta e sepolta. Lo spero, ma ne dubito.

I. Premessa: breve riassunto del D.L. n. 237 del 2016

Il D.L. pone, per l'applicabilità del Capo II, una condizione oggettiva ed alcune soggettive.
Il Mef può - entro fine 2017- sottoscrivere nuove azioni o acquistare azioni già in circolazione di banche italiane, ma solo "al fine di evitare o porre rimedio a una grave perturbazione dell'economia e preservare la stabilità finanziaria", e comunque a condizioni di mercato, senza favorire l'emittente.
Dal punto di vista delle condizioni soggettive, invece, la banca:
- deve aver tentato di ricapitalizzarsi sul mercato, senza successo;
non deve aver compiuto irregolarità tali da giustificare la revoca dell'autorizzazione all'esercizio della propria attività,
- non deve aver subito o rischiare di subire "perdite patrimoniali di eccezionale gravità", tali da privarla "dell'intero patrimonio o di un importo significativo del patrimonio",
- non deve essere insolvente neppure prospetticamente.
In tutti questi casi, infatti, l'Istituto si considera in dissesto, e si impone la procedura di bail-in
Infine, la banca coinvolta in una ricapitalizzazione statale non deve diluire ulteriormente il proprio capitale, staccando dividendi, ricomprando azioni proprie o titoli ibridi, acquisendo nuove partecipazioni, e così via (art. 47, Comunicazione Commissione CE sulle banche del 31 luglio 2013).
Qui si pone il primo problemino.
Le Autorità di Vigilanza stanno conducendo una nuova ispezione dentro Mps, per cui - in caso in cui sia richiesta la ricontabilizzazione a sofferenze di notevoli quantità di incagli - il fabbisogno della banca potrebbe essere molto più elevato di quello calcolato sulla base degli stress test dello scorso luglio (5 miliardi di capitale, ovvero 8,8 considerando anche la sostituzione degli ibridi i quali, trasformati in capitale, non garantiscono più una quota aggiuntiva di fondi propri nel calcolo del Total Capital Ratio di Montepaschi).
Non solo: l'introduzione delle regole sulla risoluzione di cui alla Direttiva BRRD ed il mancato intervento dello Stato nei mesi scorsi, unitamente ai timori che 20 milioni di Euro non siano assolutamente sufficienti a mettere in sicurezza il sistema, hanno provocato una significativa emorragia di depositi da Mps, emorragia che - immagino - non terminerà qui.
Non vi è dunque alcuna certezza che, da qui a febbraio, Mps sia ancora prospetticamente solvibile.
A questo problema dovrebbe rispondere il Capo I del D.L. n. 237 del 2016: "al fine di evitare o porre rimedio a una grave perturbazione dell'economia e preservare la stabilità finanziaria... il Mef è autorizzato, fino al 30 giugno 2017 (cioè, in pratica, fino al termine della GACS), a concedere la garanzia dello Stato su passività delle banche italiane..." (art. 1, c. 1).
Tuttavia, anche in questo caso le condizionalità sono molte, tra cui l'impossibilità di concedere la garanzia - di norma - a passività che superino i fondi propri della banca a fini di vigilanza (Mps dovrebbe rastrellarne una quindicina entro un paio di mesi).
Poniamo comunque che tutte le condizioni di cui sopra siano rispettate. Il procedimento di ricapitalizzazione impone un'istanza della banca coinvolta al Mef, alla BCE e alla Banca d'Italia(art. 15), cui fa seguito la fissazione entro due mesi, da parte della BCE, dell'ammontare della ricapitalizzazione (art. 16).
A questo punto (art. 18), il Mef - d'intesa con Banca d'Italia - pubblica due D.M., l'uno con cui si dispone "l'applicazione delle misure di ripartizione degli oneri", cioè il burden sharing, l'altro con cui si regolano i prezzi e le modalità di sottoscrizione delle nuove azioni. Il primo D.M., tuttavia, presuppone una "positiva decisione della Commissione europea sulla compatibilità dell'intervento con il quadro normativo dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato applicabile alle misure di ricapitalizzazione delle banche nel contesto della crisi finanziaria".
E qui sta il punto vero.
Il D.L. n. 237 del 2016, è compatibile con la legislazione europea?

II. Ulteriore premessa: modalità di applicazione del burden sharing al caso Montepaschi

L'art. 22, c. 2, del D.L. n. 237 prevede l'ormai consueta "cascata" nella ripartizione dei costi di salvataggio di una banca. In primo luogo, si ha la "conversione, in tutto o in parte, in azioni ordinarie di nuova emissione... degli strumenti di capitale aggiuntivo di classe 1..." (cioè gli ibridi tipo Fresh), quindi - "ove la misura... non sia sufficiente" - la "conversione in tutto o in parte, in azioni ordinarie di nuova emissione... degli strumenti e prestiti computabili come elementi di classe 2..." (cioè i subordinati), infine - sempre soltanto qualora ve ne sia bisogno - la "conversione... degli [altri] strumenti e... prestiti... il cui diritto al rimborso del capitale è contrattualmente subordinato al soddisfacimento dei diritti di tutti [gli altri] creditori...". Vi è infine la clausola di salvaguardia prevista dalla stessa BRRD: "nessun titolare degli strumenti e prestiti... [può] ricevere, tenuto conto dell'incremento patrimoniale conseguito dall'Emittente per effetto dell'intervento dello Stato, un trattamento peggiore rispetto a quello che riceverebbe in caso di liquidazione dell'Emittente, assumendo che essa avvenga senza supporto pubblico".
Tutto bene fin qui.
Il punto è però che la disposizione non affronta la questione fondamentale, rinviata ad apposito allegato tecnico. E cioè: quale valore avranno le azioni di nuova emissione oggetto della conversione? O, da altro punto di vista: a quante azioni di Mps avranno diritto coloro che si vedranno convertire i propri subordinati? La domanda si interseca con un'altra: a quale valore saranno concambiati i subordinati stessi? Al nominale? Al mercato?
La scelta del legislatore è nel senso di proteggere il più possibile i creditori di Mps (ancorché, come vedremo, molto male). Tuttavia, è innegabile, che proprio per questo motivo, è anche assolutamente confliggente con le disposizioni comunitarie.
Vediamo perché.
Iniziamo dal fondo: ai sensi dell'art. 23, "il valore economico reale da attribuire alle passività... emesse" da Mps è fissato  - per legge - pari o al 75% o al 100% del loro valore nominale, con esclusione del Fresh, prezzato al 18% del nominale. In sostanza, si tratta di un premio, rispetto ai correnti valori di mercato, tra il 50% ed il 100% (non a caso, i subordinati di altre banche "chiacchierate", tipo Carige, hanno segnato incrementi spettacolari negli ultimi giorni). Chi ha comprato bond da risparmiatori presi dal panico, magari intorno alla data del referendum costituzionale (presentata da Renzi e dai giornaloni come una specie di Armageddon), potrà dunque immeritatamente godere di una cospicua plusvalenza, anche in caso di trend ribassista piuttosto significativo sull'azione post aumento di capitale.
Ora, questa disposizione - oltre a rischiare di portare a risultati paradossali quando non del tutto iniqui, soprattutto laddove si verificassero casi in cui potrebbe rimanere non del tutto fugato il dubbio di utilizzo di notizie riservate - pare soprattutto in contrasto, tra l'altro, proprio con la Comunicazione sulle banche della Commissione del luglio 2013, espressamente richiamata dal D.L., dal momento che integra - per via normativa - una sorta di deflusso di fondi propri, vietata ai sensi dei punti 47 e 48 della citata Comunicazione.
Non solo: ai sensi dell'art. 19, c. 2, "entro 60 giorni dalla... pubblicazione del D.M...., il Ministero, in caso di transazione tra l'Emittente... e i [nuovi] azionisti..., può acquistare le [nuove] azioni... se ricorrono cumulativamente le seguenti condizioni: a) la transazione è volta a porre fine o prevenire una lite avente a oggetto la commercializzazione degli strumenti coinvolti nell'applicazione delle misure di ripartizione degli oneri... con esclusione di quelli acquistati da controparti qualificate...; b) gli azionisti non sono controparti qualificate...; c) la transazione prevede che l'Emittente acquisti dagli azionisti in nome e per conto del Ministero le azioni... e che questi ricevano dall'Emittente, come corrispettivo, obbligazioni non subordinate emesse alla pari dall'Emittente o da società del suo gruppo, per un valore nominale pari al prezzo corrisposto dal Ministero..., [aventi] durata comparabile alla vita residua degli strumenti e prestiti oggetto di conversione e rendimento in linea con quello delle obbligazioni non subordinate emesse dall'Emittente aventi analoghe caratteristiche..."
Tradotto: gli obbligazionisti retail che assumano di non aver avuto sufficiente contezza dei rischi insiti negli strumenti acquistati (in particolare, i 2 miliardi di Euro di Tier 2 emessi al momento dell'acquisto di Antonveneta) se li vedranno scambiati in obbligazioni senior, garantite dallo Stato, aventi scadenza 2018, tasso in linea con gli attuali standard di mercato, nominale pari a quello del subordinato stesso, al netto degli haircut di cui all'art. 23.
Notare che non si prende in considerazione, in alcun modo, la fondatezza della lite. In sostanza, più che di condivisione degli oneri si tratta di appropriazione dei guadagni (eventualmente - in caso di corso non significativamente rialzista dell'azione nei mesi successivi - a spese del contribuente).
Questo per quanto riguarda i bond holders.
Ma anche i vecchi azionisti non sono messi male.
L'Allegato al D.L. 237 del 2016 prevede infatti una complessa formula per la determinazione del prezzo di emissione delle nuove azioni, complessa formula che però, come per magia, nel caso in cui l'aumento di capitale superi di 10 volte la capitalizzazione di borsa dell'emittente (come, secondo le indiscrezioni di stampa, è il caso di Mps) si semplifica di molto: le nuove azioni saranno infatti emesse ad un prezzo pari alla media dei prezzi di chiusura delle vecchie azioni nelle trenta sedute di borsa precedenti al D.M. di cui all'art. 18 del Decreto Legge.
A oggi, se ho fatto i conti correttamente, circa 21 Euro, cioè più o meno il prezzo di chiusura del 16 dicembre e quasi il 40% in più dell'ultimi dato disponibile, del 22 dicembre (da questa data a oggi, il FTSE MIB settoriale banche ha fatto poco più del 2%). Poniamo anche che abbia fatto qualche errore di calcolo ed abbia ragione Equita SIM a stimare un valore dell'azione di 17,4 Euro, il discorso cambia poco: si tratterebbe comunque di un aumento a premio (non a sconto) del 16%.
Se poi si considera che il valore di borsa delle vecchie azioni Mps, fin quando è stato quotato, incorporava anche il fair value della tranche junior degli NPL che sarebbe stata assegnata gratuitamente ai soci, si ha l'esatta misura di quanto poco diluitivo (rispetto alle attese, cioè in termini relativi) sia l'aumento disegnato dal governo.
Al di là del caso concreto, poi, vi è l'ulteriore assurdità di una formula che prevede un fattore di sconto significativo, per le azioni di nuova emissione, rispetto al prezzo di borsa delle azioni già in circolazione, il quale tuttavia, oltre a non avere alcuna giustificazione teorica per quanto attiene la sua determinazione, a un certo punto addirittura si azzera per legge, senza possibilità di attestarsi a valori intermedi.

III. In soldoni. Cosa succederà poi.

Chiaro fin qui? Spero di sì.

Primo problema.
La richiesta di ricapitalizzazione statale deve passare per la preventiva "positiva decisione della Commissione europea sulla compatibilità dell'intervento con il quadro normativo dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato applicabile alle... banche nel contesto della crisi finanziaria".
Quanto sopra, invece, è a mio avviso assolutamente in contrasto con la disciplina prevista dalla Commissione UE sin dal 2013 perché:
(i) non comporta alcuna perdita ulteriore per i vecchi azionisti rispetto a un "comune" aumento di capitale, anzi prevede un meccanismo di emissione delle nuove azioni a "premio" che di fatto permette un guadagno implicito a favore degli attuali soci, indipendentemente dai corsi di borsa del Monte dopo l'aumento;
(ii) è sostanzialmente premiale per tutti gli obbligazionisti subordinati, i quali patiranno il maggior prezzo delle azioni di nuova emissione (v. sopra) ma potranno contare su valori di conversione dei loro bond significativamente superiore ai corsi di mercato degli stessi;
(iii) il regime ulteriormente premiale di cui all'art. 19 per i possessori retail di titoli Tier 2 è giustificato dal fatto che gli stessi siano stati venduti in violazione delle norme a protezione degli investitori non specializzati, ma non impone - prima della sua attivazione - alcuna verifica della fondatezza di eventuali lagnanze da parte del singolo bond-holder.
Dunque, le cose sono due: o la Commissione impone una riscrittura in peius del D.L., oppure l'Unione Bancaria finisce qui. Poiché una delle due soluzioni è palesemente impossibile nelle condizioni date, si verificherà di necessità l'altra. Forse tu non pensavi ch'io loico fossi!

Secondo problema.
Il bond retail da oltre 2 miliardi è stato emesso da Mps nel 2008 e, da quella data, è passato di mano innumerevoli volte. Ora, obiettività vorrebbe che la clientela indennizzabile fosse quella in possesso del titolo al 12 giugno 2014 (data di entrata in vigore della normativa BRRD) così come previsto per i bond-holder di Banca Etruria.
Chi ha acquistato dopo da altri privati, ancorché non operatore professionale, ben sapeva in quale contesto si sarebbe mosso. Per non parlare poi di chi magari ha comprato a 50 centesimi a ridosso del referendum del 4 dicembre e che ora pregusta una succosa plusvalenza determinata soltanto dalla modifica in corsa del contesto normativo.
Ma il meccanismo sopra descritto implica, chiaramente, che le obbligazioni senior di nuova emissione siano attribuite al possessore attuale del bond subordinato. Per cui, delle due l'una: o saranno ammessi alla procedura soltanto possessori di "vecchia data" che non hanno ceduto il titolo, con buona pace di coloro che, presi dal panico, lo hanno svenduto un mese fa; oppure saranno ammessi tutti i retail attualmente in possesso dei subordinati, per cui chi lo ha svenduto un mese fa non solo subirà il danno, ma dovrà anche assistere alla beffa.

IV. Conclusione

Il solito pasticciaccio, le cui colpe affondano nel passato di tanti governi, ma che soprattutto devono essere imputate a chi ha sottoscritto gli accordi sull'Unione Bancaria (Letta e Saccomanni) ed a chi li ha resi effettivi nell'ordinamento dall'oggi al domani (Renzi e Padoan).
Della demenzialità di questo atteggiamento, in un contesto come quello italiano in cui i risparmiatori sono da sempre - al contrario che in altri Paesi - detentori di titoli bancari, è stato denunciato da Alberto Bagnai e da Claudio Borghi già anni or sono.
Oggi, meglio mai che tardi, si aggiunge anche Zingales, evidentemente infine di ritorno dagli Stati Uniti.


A questo post manca un ulteriore paragrafo, relativo alla cessione delle sofferenze. Di Atlante, come si vede, non si parla di più: si fanno addirittura tre ipotesi, ivi compresa una bad bank come quella più volte già vietataci dalla UE. Per ora però mi fermo qui: è talmente palloso quello che ho scritto che mi sono annoiato da solo.

Finirà, per forza, molto male (in attesa di Unicredit, Carige, e su su per li rami fino a Intesa, che pensa di essere al riparo dalla burrasca, ma sbaglia).

domenica 11 dicembre 2016

Montepaschi, l'ESM e la patrimoniale che verrà

Mi ero ripromesso di non parlare più del Monte dei Paschi, non perché non ne abbia voglia, ma semplicemente perché - pensavo - tutto era già stato detto. Che la cessione delle sofferenze in blocco ad Atlante ed il conseguente aumento di capitale da 5 miliardi di Euro (il piano Viola o, meglio, il piano Dimon, per intendersi) fosse cosa impraticabile era chiaro a tutti. Che qualunque possibilità non di risolvere, ma quantomeno di puntellare la banca passasse dalla conversione in azioni dei subordinati, era ugualmente intuibile dalle persone di buona volontà.


Chi, poi, aveva qualche competenza specifica, poteva addirittura arrischiarsi a prevedere le modalità di massima di questa conversione, e - probabilmente - azzeccarci (al netto dello stupro delle norme Mifid e della violenza psicologica ai disgraziati bond-holder).


Però c'è una questione importante da puntualizzare. E cioè che la stessa consapevolezza era anche in alcuni membri del governo, il Ministro Padoan in primis, i quali avevano già pronto, quest'estate, il decreto che probabilmente licenzieranno nei prossimi giorni.
Scrive Dagospia: "a dare il colpo di grazie sulle aspettative di Piercarlo Padoan di arrivare a Palazzo Chigi ci ha pensato Mario Draghi. La scelta della Bce di non concedere ulteriore tempo all'aumento di capitale del Montepaschi diventa una colpa per il ministro dell’Economia. Sebbene lui abbia fatta soltanto il prestanome di Renzi. Nei corridoi di via XX settembre era nota a tutti l'idea del ministro di intervenire con il sostegno pubblico per Mps. Ma a stopparlo è sempre stato il premierino, che aveva stretto un patto di ferro con Jamie Dimon, CEO di JpMorgan, e con Claudio Costamagna che lo aveva accompagnato a Palazzo Chigi".
Il suddetto premierino, nel frattempo, concedeva interviste situazioniste tipo questa.
Ora, a mio avviso la domanda fondamentale è: perché?
Perché Renzi - che è diventato premier quando già Montepaschi aveva un significativo problema di sofferenze, problema che lui ha peraltro contribuire ad aggravare in modo molto significativo introducendo il bail-in nel nostro Paese e dando degli NPL delle quattro banche risolte a dicembre una valutazione particolarmente bassa - ha deciso di ignorare i messaggi chiari del suo più importante ministro economico, affidandosi invece a un piano di salvataggio che sicuramente non avrebbe salvato nessuno (escluso il conto economico di chi glielo proponeva)?
Ognuno ha la sua risposta e io non pretendo di avere la verità in tasca. Ma, secondo me, la soluzione sta nella tempistica. Il bubbone, guarda caso, esplode subito dopo il referendum.
E questo succede, a mio avviso, perché Mps avrebbe dovuto rappresentare, nella strategia renziana, il bastone per il "sì" alla sua orrenda riforma costituzionale. La solita, vecchia, arcinota tecnica della paura: dei mercati, del bail-in, dell'ignoto, di qualsiasi cosa diversa dalle rassicuranti parole del premier ripetute urbi et orbi da tutti i canali televisivi. Detto in altri termini: da anni Mps è moribondo; Renzi l'ha scientemente ucciso per sfruttare a fine elettorali il lutto dei parenti.
Mi pare sintomatico che, fallito il tentativo di sfruttare il terrore delle folle (come nel Regno Unito, come negli Stati Uniti), il PD ripieghi su un patetico e grottesco piano B, secondo il quale tutto sarebbe andato bene (per noi), se anche il referendum fosse andato bene (per loro).
Ma... se nel quadro di una strategia politica si individua un "bastone", è probabile che non troppo lontano vi sia anche una carota.
L'articolo sopra citato di Dagospia continua: "era noto a tutti che i conti italiani fossero fuori linea. Ma Padoan aveva messo sul piatto della bilancia il suo nome e la sua parola per garantire che, una volta passato (e vinto) il referendum, il governo avrebbe introdotto i correttivi necessari durante l’esame della manovra al Senato. Renzi, però, ha pensato bene di dimettersi... Il risultato che la Commissione sta interpretando come il ministro dell’Economia non sia più in grado di rispettare la parola data. Per fair-play hanno chiesto che le correzioni dei conti pubblici su deficit e debito vengano prese entro marzo...".
Non so se è chiaro.
La legge di bilancio approvata da Renzi era uno specchietto per le allodole e le mancette elettorali erano destinate a sparire. Fortunatamente, l'aggravarsi del quadro politico e le dimissioni del premier hanno portato all'approvazione del testo così com'era, senza tante modifiche (peggiorative).
Come al solito, il ragazzo di Rignano aveva promesso senza voler, programmaticamente, mantenere; ed è paradossale che, per fare il gioco delle tre carte, contasse di utilizzare la seconda lettura di quel Senato che, a parole, voleva abolire (il tutto, va da sé, per obbedire supinamente a quella UE che, a parole, voleva combattere).

Basterebbe questo.
Ma qualcosa ancora stona.
Possibile che, veramente, gli occhiuti commissari europei si limitino a un rimbrottino e che se ne riparli, forse, a marzo?
L'altro giorno, ci siamo svegliati con lo scoop della Stampa
poi smentito un po' da tutti, compresi l'ESM e il Ministero dell'Economia.
Per tutta la mattina, onestamente sono stato nel panico. L'unica cosa che, a mente fredda, obiettivamente stonava di tutta la storia, oltre alla clamorosa incompetenza economica del giornalista che aveva firmato l'articolo, era la cifra irrisoria richiesta all'ESM.
Quindici miliardi, meno dell'1% del PIL. Quindici miliardi...
Magicamente, nelle ore successive, questi numeri iniziano a ripresentarmisi, sempre più spesso. Il 5 dicembre sono uscite le "pagelle" dell'Eurogruppo (quelle a cui si riferiva Dagospia nell'articolo citato sopra).
Come al solito, all'Italia spetta un cicchetto: "siamo d'accordo con la valutazione della Commissione secondo cui il bilancio è a rischio di non conformità... Prendiamo atto che secondo l'ultima valutazione della Commissione, lo sforzo strutturale dell'Italia nel 2017, per quanto riguarda la politica fiscale, impatterà per -0,5% del PIL, mentre è richiesto + 0,6% del PIL... Su questa base, sarebbero necessarie significative misure aggiuntive. Notiamo anche che una valutazione ex post delle linee esecutive del bilancio, che comprendono i costi aggiuntivi legati alla crisi dei rifugiati, le misure di sicurezza e i costi derivanti dai recenti terremoti, potrebbe permettere all'Italia di avere una minore, ancorché comunque significativa, deviazione dal percorso di avvicinamento al suo obiettivo a medio termine. Invitiamo pertanto l'Italia ad adottare le misure necessarie onde garantire che il bilancio 2017 sia compatibile con le norme del Patto di Stabilità e Crescita di natura preventiva. Il livello elevato del debito in Italia rimane un motivo di preoccupazione. Ricordiamo l'impegno dell'Italia ad utilizzare, nel 2017, entrate impreviste o risparmi di spesa imprevisti e intensificare gli sforzi in tema di privatizzazioni per portare il rapporto debito/PIL lungo un percorso discendente...".
Da -0,5% a +0,6% fa poco più di un punto di PIL. Per l'appunto, 15 miliardi di Euro mal contati. Ecco, allora, che non può che nascere un dubbio, anzi una consapevolezza.

I soldi all'ESM non servono per salvare Mps. Anzi, il salvataggio di Mps, o di qualche altra banca, serve per mascherare la richiesta dell'Unione Europea non soltanto, come al solito, di procedere sul solco delle privatizzazioni (che certo non risolvono alcunché a livello di bilancio, né migliorano la vita delle persone, ma in compenso ingrassano le tasche di chi si assicura i business più redditizi... a proposito: ora il business più redditizio rimasto in Italia è la sanità, gestita per lo più dalle Regioni... fate voi i collegamenti), ma anche o di tagliare selvaggiamente lo Stato sociale (che è la stessa cosa che privatizzare, ma i burocrati europei hanno tempo anche per cercare sinonimi) e, soprattutto, di introdurre nuove tasse.
L'idea è, questa volta, di non dare la colpa all'Europa, né ai tedeschi, ma a quegli zotici di italiani che hanno votato "no" al referendum. 

Qui c'è già tutto il programma del Governo Gentiloni. Allentamento della tensione sulle banche (fino a Basilea IV, quando salteranno definitivamente in aria e con loro l'Euro), cessione di qualche altro gioiello di famiglia (tanto questo è l'uomo che ha ceduto il mare più pescoso di Italia alla Francia), inasprimento della tassazione sugli immobili (via nuovo catasto) e sulle successioni (con l'applauso dei liberal imbecilli), se non bastasse patrimoniale.

Poi, un Paese impoverito, stanco, impaurito, probabilmente preda di tensioni sociali esorbitanti, andrà a votare.

martedì 15 novembre 2016

L'Euro finisce!

Alberto Bagnai ha da tempo dimostrato che l'Euro finirà ad esito di una terrificante crisi bancaria (il post completo lo potete leggere qui).
"Il botto finale potrebbe effettivamente presentarsi sotto forma di crisi bancaria in un paese grande... In termini finanziari il paese più suscettibile di innescare una crisi risolutiva resta l'Italia, per il semplice fatto che è, fra i grandi, il paese nel quale la qualità del credito si è deteriorata di più e più rapidamente... Dopo la botta del 2009 (inevitabile, data l'entità del crollo statunitense) il governo italiano, come quello spagnolo e quello francese, erano riusciti ad arginare la situazione. Fra 2008 e 2009 c'è uno scalino nella deteriorazione dei crediti erogati, ma fra 2009 e 2010 la situazione sostanzialmente si stabilizza. Dal 2011, però, con l'arrivo di Monti liberatore, per noi è una catastrofe...".

BENE. SECONDO ME, CI SIAMO.

Qualche mese fa, sulla scorte di quella lezione, avevo azzardato una previsione di massima.
Le cose sono andate per un verso più lentamente (il referendum si terrà a dicembre), per un altro più velocemente (la crisi di Montepaschi). Il che, però, crea una peculiarissima convergenza: la (auspicabile) crisi politica, la (più o meno) connessa crisi del debito pubblico e la (terribile) crisi bancaria potrebbero verificarsi tra fine 2016 e inizio 2017, tutte insieme.

La crisi bancaria
Montepaschi deve cedere 27 miliardi di sofferenze ad un prezzo di circa 9 miliardi. Una parte, per un controvalore di un miliardo e mezzo (la tranche mezzanine), se la dovrebbe comprare Atlante; un'altra (la tranche junior), più o meno per lo stesso controvalore, sarà regalata agli azionisti attuali della Banca; il resto, press'a poco 5 miliardi, sarà ceduta sul mercato, previo ottenimento della GACS e rimborso di un prestito ponte da parte di JP Morgan.
Per coprire gli interessi e le commissioni dovute all'Istituto americano, nonché le minusvalenze derivanti dalla cessione delle sofferenze a prezzo inferiore a quello di bilancio, e per ricostituire il capitale richiesto dalla Vigilanza europea, Montepaschi - tra dicembre 2016 e giugno 2017 - lancerà un aumento di capitale da 5 miliardi.
Il mercato tutto questi soldi non è disposto a darli.
Per questo, le alternative sono soltanto due: o gli attuali obbligazionisti subordinati (compresi i piccoli risparmiatori cui furono affibbiati più di 2 miliardi di upper Tier 2 al tempo dell'acquisto di Antonveneta) convertono almeno una metà degli oltre 4 miliardi di obbligazioni in loro possesso e, nel frattempo, il fondo del Qatar accetta di fare da anchor investor per almeno un paio di miliardi, oppure il Consorzio di garanzia si sfila e si va al bail-in.
In pratica: o burden sharing e svendita all'estero, o bail-in vero e proprio.
(Ricordo che qatarioti non sono samaritani. Si copriranno, come fatto con Barclay's. Ricordo anche che l'art. 2358, c.c., non è stato ancora abrogato).
Stamattina, per dire, si leggevano amenità di questo genere.
La lista, per chi fosse interessato, è questa (al netto - per il momento - del Fresh II, strumento talmente purulento che neppure la Banca riesce a capire cosa farne).


Poi c'è Unicredit, che deve vendere Pekao, Pioneer e una ventina di miliardi di sofferenze, poi trovare tra i 10 e i 15 miliardi per l'aumento di capitale (di cui una buona metà cash).
Miliardi che, anche in questo caso, il mercato non è disposto a sborsare.
Al contrario che per Mps, però, Unicredit ha già il cavaliere bianco. Si tratta di Société Générale, che (Antitrust permettendo) ne farà un sol boccone.
Un'altra società francese che entra a gamba tesa nel mercato italiano, come Axa per Generali (indipendentemente dalle smentite), come Vivendi per Mediaset e Telecom, come - in passato - Lactalis per la risanata Parmalat. Quando qualcuno parla di Euro 1 ed Euro 2, magari il secondo con i Paesi del Sud compresa la Francia, faccia un pensierino su queste dinamiche.
Non finisce qui.
Capitolo 4 banche oggetto di risoluzione lo scorso dicembre: è passato un anno ed è chiaro che le famose good bank non valgono assolutamente nulla. I geni che hanno pensato il bail-in, infatti, fra i tanti errori commessi, hanno aggiunto anche l'idea che il cliente buggerato da un Istituto potesse continuare a servircisi, soltanto perché qualcuno aggiunge un "nuova" all'insegna.

Del Veneto non ne parliamo: l'unica idea per salvare due banche fallite è fonderle insieme. In modo da fare un botto ancora più grosso. Meravigliose le parole - quasi poesia - di un giornale economico che di crisi se ne intende: "certo è che occorre fare presto [è una fissa: N.d.R.]. La Bce è in pressing, e così ha fatto anche nel corso di un incontro avvenuto la scorsa settimana con Alessandro Penati. Nessuna indicazione specifica in termini di strategie, ma Francoforte preme perché vuole evitare il rischio di «zombie-bank» [rischio...: N.d.R.]. Da qua la richiesta, a valle di alcune ispezioni sui crediti delle due banche, di ulteriori accantonamenti sugli Npl, che potrebbero comportare 2 miliardi circa di nuove provision [in realtà, saranno poco poco 2 miliardi e mezzo: N.d.R.], con effetti pesanti sul capitale delle due banche. Il problema sarebbe stato dettagliato anche nella bozza di lettera SREP inviata a fine settembre ad entrambi gli istituti, che si sono messe subito al ragionare sul da farsi. Certo è che le due banche sarebbero costrette a una ricapitalizzazione, anche se non è chiaro con quali capitali".
No, non è chiaro per niente.
Nel frattempo, quello che inizia a essere piuttosto chiaro è che nessuno, dico nessuno, è più al sicuro.
Tralascio le frattaglie: la Popolare di Bari che a breve si trasformerà in S.p.A. bruciando i risparmi di chissà quanti azionisti, la Popolare di Marostica che - grazie ad anni di falsi in bilancio - sta trascinando in un gorgo senza fondo la bolzanina Volksbank (anche questa in procinto di diventare una S.p.A.), la Sparkasse di Bolzano che - dopo aver dovuto effettuare un aumento da 270 milioni di euro - ha intentato un’azione di responsabilità contro i vecchi amministratori, e così via.
In sostanza. Il nostro sistema bancario è al collasso (e i presumo minori requisiti SREP che saranno diffusi a fine mese non credo cambieranno la situazione).

Crisi politico-finanziaria
Premetto che, secondo me, la risalita dello spread non ha nulla a che vedere con le vicende politiche italiane, se non che - così come accaduto prima della Brexit e della elezione di Trump - agiscono sui mercati certe "manine" il cui interesse è essenzialmente quello di seminare il panico (senza capire che la maggior parte delle persone, ormai, di soldi da parte non ne hanno più, e comunque quando vota è così esasperata che se ne sbatte).
Il nuovo project fear è già partito.
(Questo collabora con IBL. Per dire).
Ma, diciamo, è nato morto.

Tuttavia, indipendentemente dal risultato del referendum (anche e forse soprattutto se - come inizio a temere - vincerà il sì), la situazione dei conti pubblici italiani andrà sicuramente a deteriorarsi nei prossimi mesi, indipendentemente dal fatto che - come pare - la Commissione Europea (chi ha voglia, si può leggere il documento) decida o meno di riporre l'austerità tra i ferri vecchi (almeno per un po').
Il perché lo spiega molto bene e in poche righe, sulla propria pagina Facebook, Paolo Cardenà, il cui blog (da cui è tratta anche l'immagine qui accanto) consiglio a tutti caldamente.


In questo scenario (cui si aggiunge la sempre maggiore ostilità dei Paesi del Nord a politiche di QE da parte della BCE, stante sia la sofferenza del sistema pensionistico tedesco in un ambiente di tassi prossimo allo zero, sia la incipiente inflazione nella parte core della UE: vedi qui), le alternative per il governo sono poche e comportano tutte l'utilizzo della leva fiscale.
Che, a sua volta, provocherà non soltanto ulteriore deflazione, ma anche un altro peggioramento della situazione del sistema bancario, messo non tanto bene (come detto sopra). La frase di Bagnai a inizio post dovrebbe ricordare che se oggi ci troviamo con le pezze in determinate zone dei calzoni è soprattutto perché Monti ci ha tanto liberato, come titolò un altro giornale che, ci auguriamo, sparirà presto e definitivamente dalle edicole.


La spirale, che appare inarrestabile, può essere fermata soltanto al di fuori delle regole europee. Oppure sarà la catastrofe. Per questo non sono del tutto sicuro che Renzi - nonostante tutta la propaganda che sta mettendo in piedi - auspichi davvero di vincere il referendum (cosa che pure, forse, succederà), né di restare in sella in caso di no. Come nei migliori casi di eterogenesi dei fini, la bocciatura della riforma potrebbe essere il suo modo per salvarsi dall'abisso.

Qualcuno l'uscita dall'Euro (o la dissoluzione dell'Euro) - che, ripeto, è ormai imminente, diciamo nel 2017 - la dovrà gestire e non sarà una passeggiata.

Non è detto che il nocchiero di questa traversata sia anche colui che se ne avvantaggerà politicamente, nel medio periodo.

domenica 28 agosto 2016

Esopo spiega presente e futuro dell'UE

Χερσαιος μυς μακη μοιρα βατραχω εφιλιωθη. Ο δε βατραχος κακως βουλευσαμενος τον ποδα του μυος τω εαυτου ποδι συνεδησε. Και πρωτον μεν επι της χωρας ηλθον σιτον δειπνησοντες επειτα δε τω χειλει της λιμνης πλησιαντες, ο μεν βατραχος τον μυν εις το βαθος κατηγεν, αυτον βρυαζων τω υδατι και το βρεκεκεκεξ ανακραζων. Ο δε αθλιος μυς τω υδατι φυσηθΘεις ετεθνηκει· επεπλει δε τω ποδι του βατραχου συνδεδεμενος. Ικτινος δε τουτον ιδων τοις ονυξιν ηρπασεν· βατραχος δε δεσμωτης επηκολουθει, δειπνον και αυτος τω ικτινω γενομενος. Οτι, καν νεκρος η τις ισχυει προς αμυναν η γαρ θεια δικη εφορα παντα και το ισον αποδιδωσι ζυγοστατουσα.

Traduco per chi ritiene che la scuola serva solo per addestrare al lavoro ed i licei durino anche troppo (con gli altri mi scuso per non saper mettere gli accenti sulle lettere greche).
Un topo di terra, per cattiva sorte, aveva fatto amicizia con una rana. La rana, malintenzionata, legò il piede del topo al proprio. Dapprima se ne andarono sulla terra per mangiar grano; successivamente, avvicinatisi al bordo di uno stagno, la rana trascinò dentro verso il fondo il topo, mentre essa sguazzava nell'acqua e gracidava. Invece il topo, sventurato, morì annegato; tuttavia galleggiava, perché era legato al piede della rana. Dunque un nibbio, quando lo vide, lo afferrò con gli artigli: la rana, legata, gli tenne dietro, divenuta anch'ella pasto per il nibbio. Anche se uno è morto, ha la possibilità di vendicarsi: la giustizia divina vede ogni cosa e restituisce, per ricompensa, pan per focaccia.

lunedì 11 luglio 2016

Montepaschi #1

Le banche italiane sono ancora, nel loro complesso, banche commerciali seppure despecializzate (nonostante che in Italia la tanto oggi vituperata, ma all'epoca magnificata, banca universale sia arrivata con sei anni di anticipo sugli stessi Stati Uniti, grazie - neanche a dirlo - alla solita Direttiva Europea). In altri termini, guadagnano prestando denaro. Se questi istituti si trovano ad operare in un contesto di deflazione, in cui gli investimenti sono sempre procrastinati e gli spread sul credito sono ridotti quasi a zero, è impensabile che facciano profitti. Non facendo profitti, tendono a erodere capitale e, quindi, a dover ridurre gli impieghi per rispettare i parametri di Basilea (è quello che i banchieri chiamano deleveraging), soprattutto quando le condizioni economiche non permettono di lanciare significativi aumenti di capitale. Ridurre gli impieghi, d'altronde, è un modo simpatico per dire che si chiede il rientro, spesso anche immediato, di posizioni debitorie di imprenditori solvibili. Con due conseguenze: la prima, che gli impieghi che restano a bilancio sono spesso quelli più problematici; la seconda, assai più grave, che si crei significativa tensione finanziaria in capo a imprese altrimenti sane, col rischio che anche queste entrino in una spirale che porta, se non alla chiusura, al ridimensionamento.
Se dunque si parla dei problemi delle banche in Italia (ma lo stesso discorso vale per il resto d'Europa) non si può eludere la questione dell'Euro e dell'Unione Economica e Monetaria, che - imponendo all'economia reale una perniciosa austerità e immettendo nel sistema finanziario un flusso abnorme di denaro a tasso negativo - ha scatenato e tuttora alimenta questa difficile congiuntura. Altrimenti, sarebbe come se un medico lungamente ci intrattenesse sulla febbre di nostro figlio, ma si guardasse bene dal dire da cosa è derivata (non dico che non accada; dico però che, quando accade, il medico passa almeno un brutto quarto d'ora).
Il nostro medico si chiama, nella fattispecie, Alessandro Di Battista, già esperto di microcredito congolese e viaggi in America Latina, oggi uomo immagine del Movimento 5 stelle, il quale - in un video molto cliccato - con fare da attore consumato (molto simile, in questo, al suo mentore Beppe) ci ha illustrato i danni perpetrati a Mps da Mussari e tutti i suoi sodali del PD.



Ora, quello che dice Di Battista è, nella sostanza, corretto (anche se confonde prestiti e sponsorizzazioni, ma insomma tutto fa brodo). Mussari era assolutamente inadeguato a ricoprire il ruolo che aveva? Assolutamente sì. Il PD ha utilizzato, negli ultimi anni, Banca Mps per i propri scopi, fregandosene di una sana e prudente gestione? Verissimo. Il Patto del Nazareno è nato a Siena col nome di Groviglio armonioso? Ci si può scommettere.
Il problema è che Di Battista, però, non parla delle questioni veramente cruciali: la rigidità di cambio imposta con l'UEM, la "distruzione della domanda interna" voluta da Monti, una crisi di debito privato curata come una crisi di debito pubblico. Questa è la discussione fra il sullodato Senatore e Alberto Bagnai. La differenza (in termini di perspicuità e di chiarezza) delle argomentazioni di quest'ultimo rispetto a quelle di Dibba è molto chiara.



Bene. Questo sia detto per le generali.
Veniamo ora al caso specifico di Montepaschi e cerchiamo di vedere se il frame #HaStatoMussari (tipico di parapolitici e pseudogiornalisti senesi) oppure #HaStatoPD intendendo quel PD (portato avanti da simpatici oppositori gatekeepers) sia in qualche modo fondato.
Il grafico relativo al trend percentuale di sofferenze, incagli e altri crediti deteriorati mi sembra abbastanza eloquente.


Ancora meglio, se ci limitiamo al trend percentuale dei crediti deteriorati lordi.


Come si vede, al netto di un piccolo "scalino" tra 2007 e 2009, dovuto all'incorporazione di Antonveneta in Montepaschi, è dopo il 2011, cioè dopo la "cura Monti", che il problema dei crediti problematici di Mps esplode. Ricordo che Mussari ha lasciato la Banca nel 2012. Dunque #HaStato anche Profumo, o Viola, a volerla mettere da questo punto di vista.
Aggiungo una questione che ho accennato sopra. Il trend sopra rappresentato indica valori percentuali. L'incremento, spettacolare fra 2011 e 2014, dell'incidenza percentuale dei crediti problematici deriva anche dalla riduzione dello stock degli impieghi del Monte dei Paschi negli stessi anni, determinata appunto dalla scarsa redditività della banca (del sistema bancario) sopra ricordata.
Sulla questione ritornerò. Per ora basti il grafico.


Mi sembra inoltre interessante notare come la situazione di Mps sia particolarmente grave (anche, ci mancherebbe, per reiterati episodi di mala gestio), ma si situi all'interno di un trend che è quello dell'intero sistema finanziario italiano. In altri termini, se Montepaschi è la pecora nera, è anche perché il pastore ha contribuito a renderle tutte grigie.


Il problema, dunque, non è la sponsorizzazione al Circolo Tennis di Orbetello, né che "sulle banche ci mangiano" (chi?, come?, boh), ma che il sistema produttivo del nostro Paese è stato travolto dal cataclisma del governo Monti e dei due successivi, tutti volti a comprimere la domanda interna, a flessibilizzare il lavoro, a ridurre i salari.
Cataclisma che, ovviamente, non deriva da una psicopatologia dell'ex Presidente del Consiglio, ma dal fatto che, quando non si può svalutare la moneta (perché la moneta è una per tutti, come i tre moschettieri), per forza di cosa si svaluta il lavoro (© Bagnai).
Ciò detto, mi sembra evidente che i crediti deteriorati di Montepaschi erano uno sproposito - per dire - anche nel 2014, ma nessuno se ne interessava.
Tutti distratti? In parte sì, ma non solo. Il panico - anche borsistico - si è infatti diffuso soltanto tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016.
Guarda un po', proprio quando da un lato il nostro governo - in accordo con le autorità europee - ha deciso di valutare gli NPL al 20% e non al 40% come sono normalmente valutati nei bilanci bancari, e dall'altro sono entrate in vigore le nuove regole sul bail-in. Che si sarebbe trattato di un mix letale, non era difficile accorgersene. Né per gli addetti ai lavori, né per gli altri. In seguito, con una serie di letterine definite dagli analisti random (e dai non analisti ad minchiam), la BCE ha ancor di più drammatizzato il problema, pretendendo standard anche di copertura uguali per tutti gli istituti, senza badare al caso concreto.
Ma questa questione, così delicata, vale un altro post.


Nel frattempo, iniziano ad uscire indiscrezioni a raffica sul presunto "salvataggio".
In sostanza, Atlant(id)e si comprerebbe - anche grazie alla "leva" della GACS e a "risorse aggiuntive", pare un paio di miliardi, immessi da CDP e da SGA (di cui prima o poi dovremo parlare, è veramente una storia edificante, quasi un apologo) - quasi 28 miliardi di sofferenze lorde di Montepaschi, cioè 9 miliardi e 600 milioni netti, a un prezzo pari a circa il 28% del loro nominale.
Poiché attualmente il tasso di coverage degli NPL di Mps è al 63% (che è come dire che i medesimi NPL sono valutati in bilancio al 37%), la banca dovrebbe portare in bilancio - nella migliore delle ipotesi - un miliardino e mezzo di perdite. Secondo Il Messaggero, tuttavia, l'acquisto potrebbe anche avvenire a prezzi di bilancio, laddove circa 3/4 delle sofferenze potessero accedere alla GACS in quanto di classe senior (mi pare uno sproposito, ma se lo dicono loro...): in questo caso si tratterebbe per Atlante di negoziare un prestito ponte di 6 o 7 miliardi di Euro, che vuoi che sia. Pare che JP Morgan sia già in pole position (sì, sì, quella JP Morgan).
Comunque, per ovviare alla questione di eventuali perdite, si ventila come molto probabile l'emissione di un "Padoan Bond", o di qualcosa di simile (in sostanza, un coco bond), sottoscritto dallo Stato, per - sempre si presume - 3 o 4 miliardi. Il fatto che proprio un annetto fa Mps abbia ripagato proprio al Tesoro una obbligazione analoga è, va da sé, del tutto casuale. Come è casuale che, con la restituzione di quella obbligazione, venissero meno i tetti fissati in accordo con l'UE alle retribuzioni di amministratori e manager. Alcuni giornali, stamattina, parlavano addirittura di un aumento di capitale, in parte sottoscritto dallo stesso Atlante, in parte garantito dalle banche (le solite: Citi, JP Morgan...). Vedremo.
Comunque, come in ogni favola che si rispetti, alla fine arriva il principe azzurro.
UBI.
Sì, UBI. Si possono fare i conti più disparati, ma penso che a chiunque mastica della faccenda sia evidente che, da un'aggregazione di questo genere, anche dopo la cessione degli NPL di Montepaschi ad Atlante, l'acquirente ne uscirebbe: (i) con rapporti fra sofferenze e impieghi leggermente peggiori degli attuali, o comunque sicuramente non migliori; (ii) con un ammanco di capitale tra i 2 e i 3 miliardi (assumendo che Montepaschi sia pagata zero, cioè quanto vale attualmente).
Ci mette lo Stato anche quelli?


Leggo stamani questo post, davvero molto bello chiaro e ben scritto, che espone un grafico illuminante sulla questione.


E tanto basti.

martedì 17 maggio 2016

Brexit

I giornali sono meravigliosi.
Prendiamo la Brexit. Ti fermi ai titoli oppure alle prime venti righe dell'articolo (anche perché, se continui, rischi gravi disfunzioni epatiche) e ti fai l'idea che, se la Gran Bretagna esce dall'Unione Europea (o dall'Euro, se sei presidente del consiglio), arriveranno le sette piaghe di Albione: crisi economica, cancro e il risveglio di Godzilla.
Alcuni pacati editoriali:
Ovviamente, il problema maggiore tra quelli di cui sopra è quello dei calciatori. Abramovich e gli sceicchi del Manchester City sono allarmatissimi.
Anche i politici hanno mostrato grande onestà intellettuale.
Poi c'è la questione voli low cost, le cui tariffe - in caso Brexit - potrebbero allo stesso tempo aumentare, o diminuire, o aumentare in futuro. Conseguenza, ovviamente, l'apertura di un buco spazio-temporale che risucchierebbe la terra.

Il lettore medio si prende paura e si schiera compatto con la finanza continentale (soprattutto se è moderato), quello un po' più scafato resta basito da tanta cialtroneria, ma finisce lì.

Poi però a volte capita di leggere qualche altra riga e allora la verità, almeno qualche brandello di verità, viene fuori. Sì, perché la verità è come l'acqua: puoi cercare di canalizzarla, di impermeabilizzare, ma poi quella una crepa, un passaggio li trova sempre, e ti ritrovi daccapo, con la sorgente che testarda zampilla. Non potest civitas abscondi supra montem posita, neque accendunt lucernam et ponunt eam sub modio.
In una lunga intervista di Italia Oggi, ci dice Massimiliano Danusso, partner di Bonelli Erede, che "la questione più importante è... legata al problema della libertà di stabilimento, considerato che i cittadini UE potrebbero, quanto meno momentaneamente, dover richiedere e ottenere permessi di lavoro e visti per potersi trasferire e lavorare nel Regno Unito...".
Ma senti.
Dunque le multinazionali con base a Londra - per pura filantropia e amicalità anglosassone: le basse imposte sulle società sono un dettaglio - sono preoccupate in particolare di non poter fare scouting a prezzo di saldo in mezza Europa (indovinate quale metà), questione che (legittimamente) esse si pongono, ma che, al britannico medio, credo importi il giusto.
Non solo.
"Importanti ricadute sono attese anche sul fronte del diritto finanziario", ivi compreso "il tema dell'impatto che Brexit porterebbe sulla normativa approvata di recente in materia di resolution bancaria [che sarebbe il bail-in: N.d.R.], dato che gli istituti inglesi non sarebbero più soggetti a quella normativa con significativo vantaggio competitivo sui concorrenti europei".
Ma... ma... ma... Come... come... come...? ((c) del "bocconiano pentito" Fabio Dragoni)
Quindi il bail-in penalizza gli istituti che lo applicano? Ma davvero? E io che ricordavo che invece doveva stabilizzare i sistemi finanziari.
E invece pare proprio che il problema della Brexit - dal punto di vista finanziario - sia più un problema per chi resta, piuttosto che per chi se ne va.
Ma non finisce qui.
In mezzo alla solita teoria di "impatti regolatori", "difficoltà nella libera circolazione degli avvocati", perdita di centralità nei lodi arbitrali di contratti internazionali (cosa che mi sembra probabile: per esempio, le cause relative ai prossimi derivati OTC saranno tutte deferite a giudici del Bozambo), conseguenze negative sul mercato azionario, la valuta e la futura crescita economica tutto insieme (questo lo deve aver detto un legale ancora fautore del gold standard, presumo), e così via sclerando, ecco che viene fuori un terzo tema piuttosto serio.
"Al di là del tema del referendum, i rischi sono legati all'effetto a catena che si potrebbe generare nel Vecchio Continente. I rischi sono grandi per il nostro Paese nel caso in cui fosse il primo passo verso il disgregamento dell'Unione, commenta Dante De Benedetti, partner di MDBA". Il quale - dopo questa considerazione un tantino poco democratica (perché, parliamoci chiaro, il significato recondito è che la Brexit è pericolosa perché potrebbe far vedere agli altri schiavi, ancora un po'  tenuti a freno dallo schiacciamento della Grecia la scorsa estate, che invece liberarsi è possibile) - ha comunque un sussulto di sincerità: "l'eventuale scioglimento della UE, infatti, potrebbe portare a situazione difficili da gestire... Nell'ipotesi in cui la fine della UE portasse invece a un rilancio dell'economia... le conseguente potrebbero essere virtuose, portando a... una ripresa degli investimenti dei fondi di private equity per la rinnovata liquidità".
Bontà sua.

Ricapitoliamo.
Ecco i terribili danni alla Perfida Albione della Brexit: minor competizione sul mercato del lavoro (cioè stipendi più alti); maggior competitività delle banche inglesi sul mercato finanziario (solo molto parzialmente compensato da un probabile reflusso di alcune SGR verso il Lussemburgo); possibile ripresa economica.
Piaghe bibliche proprio.
Poi, in ultimo ma non da ultimo (si parla di Gran Bretagna, d'altronde), c'è il punto focale, che è un punto (non economico, bensì) tutto politico.
Chi sta fuori, comanda il gioco: verso l'Europa, ma soprattutto oltre l'Europa (ogni riferimento al TTIP non è assolutamente casuale).
Matteo NON vuole uscire.

domenica 20 marzo 2016

L'ipostatizzazione dell'Euro (un paio di domande a Salvati)

Ho letto l'articolo di Michele Salvati sul corriere on line di giovedì ed ho deciso di scrivere le brevi considerazioni che seguono. Le ho inviate al Corriere, sperando in una risposta che non credo arriverà. Dunque le ripubblico anche qui, con qualche aggiunta di contorno (tra parentesi). Anche se, con poche righe, c'è già chi ha risposto meglio di me.

Il messaggio dell'articolo è molto chiaro: in un contesto di deflazione globale (causato principalmente dal rallentamento della Cina e dal calo del prezzo del petrolio), la crescita dei Paesi occidentali dovrebbe passare per un rinnovato stimolo della domanda interna; tale opzione è pero resa difficile negli USA dalla sperequata distribuzione dei redditi, impossibile nella UE per la politica mercantilista dei Paesi del Nord e della Germania in particolare. Pertanto, le uniche politiche contro la deflazione sono quelle, di natura monetaria, portate avanti dalla BCE, con risultati molto limitati; se fallissero, resterebbe soltanto la mossa disperata della helicopter money (per cui v. sotto!, N.d.R.).
In questo quadro, il governo italiano persegue tre obiettivi: la permanenza dell'Italia nell'Eurozona, la richiesta all'UE di maggiori margini di manovra in tema di bilancio pubblico, una "accelerazione delle politiche strutturali per rendere il nostro Paese più efficiente nel comparto pubblico e più competitivo in quello privato".
Salvati sposa le linee di azione, ma ritiene che, rispetto alla terza, non si faccia abbastanza. A suo avviso,  per "mettere al riparo il Paese dal pericolo di attacchi speculativi cui l'espone il suo enorme debito pubblico" sarebbe necessaria una sostanziosa patrimoniale una tantum. Infatti, "ai detentori dei titoli del nostro debito non interessa che gli italiani siano ricchi, vogliono essere ragionevolmente sicuri che quei titoli verranno ripagati". Per l'efficientamento del privato - posto che la produttività "stagna da venti anni", le esportazioni "tengono a malapena il passo delle importazioni" e la disoccupazione è molto elevata - l'unica ricetta applicabile (non potendo svalutare la moneta, dato che abbiamo l'Euro) è quella di una riduzione dei salari nominali.

Salvati è un economista e un giurista. Ma queste cose le pubblica sul Corriere al fine, immagino, di renderle fruibili al cittadino medio, come me. Dunque, spetta al cittadino medio chiedere spiegazioni di quello che ha scritto... "a rime baciate", per usare l'espressione di un altro economista. I professionisti risponderanno se vogliono, e in modo ben diverso da me.
Prendo per buona la ricostruzione delle cause della deflazione (anche se, per dire, il prezzo del petrolio è stato anche più basso dell'attuale per tutta la seconda metà degli anni Novanta ed agli stessi livelli di oggi almeno fino al 2005) e delle supposte intenzioni del nostro governo (io il nostro premier proprio non lo capisco, dunque non mi azzardo a proporre opzioni diverse).
Voglio invece concentrarmi su un punto diverso, cioè la tendenza di un certo giornalismo a descrivere determinate dinamiche non come il prodotto di scelte (legislative ed economiche) di per sé transeunti (in altri termini: modificabili), ma come dati di fatto, dunque immutabili. Vincoli esterni, si legge spesso. Dice Salvati: siccome il nostro debito pubblico è molto elevato (primo dato di fatto), e siccome questo debito deve essere acquistato sui mercati (secondo dato di fatto), saremmo obbligati a riaffermare la solvibilità dell'Italia attraverso - diciamo - una "patrimoniale dimostrativa" (conseguenza necessaria).
Ora, il secondo "dato di fatto" non è una catastrofe naturale o un ineluttabile fenomeno fisico, è semplicemente una scelta politica sedimentatasi negli ultimi trent'anni, prima col "divorzio" fra Tesoro e Banca d'Italia (che ha cancellato l'obbligo della Banca centrale a garantire il collocamento integrale in asta dei Titoli di Stato), quindi con i Trattati europei, che hanno espressamente vietato alla BCE "qualsiasi... forma di facilitazione creditizia... alle amministrazioni statali..., così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito..." (art. 123 del TFUE).
Prima del 1981, la frase di Salvati sarebbe suonata in modo molto diverso: siccome il nostro debito, per la parte non acquistata in asta, è garantito dalla Banca d'Italia, la solvibilità dell'Italia è ipso facto assicurata. Noto di passaggio che questa proposizione si tradurrebbe in altre lingue non europee, per esempio in giapponese, con infinità maggior facilità di quella originale.
Date certe premesse, si impongono necessariamente certe conclusioni (almeno così dicono in prima liceo), il punto è che l'Autore quelle premesse non solo non le spiega, ma neppure le enuncia.
Se la rinuncia, da parte dell'Italia, alla propria sovranità monetaria può comportare per i cittadini, fra le altre cose, sacrifici economici significativi (come una patrimoniale), dovrebbero essere chiari i vantaggi che riequilibrino - o, meglio, superino - gli svantaggi di questa rinuncia. Salvati non dice nulla.
Di solito, nei talk-show (sì, perché io - come, credo, ogni persona che non è un economista professionale - non conosco alcun saggio, o articolo, che spieghi con precisione l'utilità di far parte dell'UEM), nei talk-show, dicevo, le motivazioni sono tre: fuori dall'Euro c'è l'inflazione, fuori dall'Euro la rata del mutuo andrebbe alle stelle, fuori dall'Euro saremmo commercialmente schiacciati. Ora: aver paura dell'inflazione nel bel mezzo di una deflazione non sembra proprio un ragionamento coerente; le rate del mutuo normalmente sono agganciate all'Euribor, cioè a un tasso interbancario a livello europeo che dunque reagisce solo molto parzialmente alle vicende italiane; se la Svezia o l'Islanda si muovono autonomamente sui mercati internazionali con discreti risultati, probabilmente lo potrebbe fare anche il nostro Paese.
Dunque ci deve essere dell'altro. Ma cosa? Non sarebbe il caso di informare meglio i cittadini come me? Mica per altro, ma per un minimo di rispetto della democrazia.

(Secondo noti disfattisti la domanda di cui sopra apparirebbe leggermente retorica...
Ecco).

Secondo, la questione della competitività del settore privato.
Non sono sicuro di aver capito il pensiero dell'Autore, che mi pare voglia ridurre la disoccupazione mediante la deflazione salariale.

(Ah... a proposito... la situazione ad oggi è questa.
Andiamo avanti...).

Comunque, anche in questo caso, Salvati parte da un postulato che è tale soltanto da vent'anni: non possiamo svalutare la moneta, quindi dobbiamo svalutare il lavoro. Quello che invece non spiega è cosa vieti di rigirare la frase: siccome non vogliamo svalutare il lavoro - anzi: siccome è contrario a Costituzione svalutare il lavoro - ripristiniamo le condizioni per svalutare la moneta.
Perché no? Cosa può succedere che non sia già successo? Anche qui, di solito si sentono una serie di argomentazioni che, a dirla tutta, vere argomentazioni non sono (il peggio è qui).
Il bank run? Eppure non mi sembra che la Grecia sia uscita dall'Euro (tralasciando il fatto che certe fosche descrizioni si basano sull'assunto che non sia possibile istituire nuovamente un controllo sui capitali: di nuovo, una costatazione di fatto trasformata in un dato di fatto). L'inflazione? Magari! Anche se certe previsione paiono sinceramente un po' catastrofiche. La perdita di potere di acquisto delle merci estere? O mio Dio, se usciamo dall'Euro saremo costretti a compare un po' più italiano! L'Italia che ripaga i creditori stranieri con moneta svalutata. Più che un problema per noi, forse questo è un grosso problema per gli altri.
Dunque, anche qui, ci deve essere dell'altro.
Lo ripeto: secondo me nell'articolo di Salvati manca proprio questo. Il "resto". Il mio stipendio è stato ridotto del 40% in due anni dall'azienda dove lavoro. Penso di avere diritto a conoscerne i motivi. Di più: penso di avere il diritto a capire quali sono i vantaggi per la collettività, tali da rendere giusto un sacrificio così alto per me e per la mia famiglia.

Mi piacerebbe avere una risposta. In mancanza, concluderò quello che temo. Che chi ci doveva rappresentare, in realtà ci ha traditi.

sabato 27 febbraio 2016

Le banche gongolano (tutti gli altri piangono)

Un paio di giorni fa ha fatto molto scalpore, giustamente, lo scoop del Fatto Quotidiano riguardo alla prevista deroga a favore delle banche, mediante apposito Decreto legislativo di recepimento dell'ennesima direttiva europea (nel caso di specie: la dir. 2014/17/UE), al divieto del c.d. "patto commissorio" (art. 2744, c.c.).
In sostanza, una volta che il Decreto sarà entrato in vigore, l'Istituto creditore ipotecario o pignoratizio potrà impossessarsi - senza alcuna procedura esecutiva - del bene ipotecato o pignorato (cioè, traducendo, di casa vostra). Ecco il testo del nuovo art. 120-quinquiesdecies del Testo Unico Bancario (o TUB: cioè il D. Lgs. n. 385 del 1993): "Le parti del contratto [notoriamente sullo stesso piano: N.d.R.] possono convenire espressamente, al momento della conclusione del contratto di credito [cioè del mutuo: N.d.R.] o successivamente [cioè da ora in poi, anche sui mutui che avete già acceso da chissà quando: N.d.R.], che in caso di inadempimento del consumatore [cioè vostro: N.d.R.] la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale [casa vostra: N.d.R.] o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta[no] l'estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all'eccedenza. Il valore del bene immobile oggetto della garanzia è stimato da un perito scelto dalle parti di comune accordo con una perizia successiva all'inadempimento...".
Per inadempimento, come giustamente nota Il Fatto, si intende il ritardato pagamento di sette rate anche non consecutive (per l'esattezza, per l'art. 40, c. 2, TUB "la banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive", intendendosi per "ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centoottantesimo giorno dalla scadenza della rata").
Ciò premesso, vorrei prendere spunto dalla faccenda per fare alcune considerazioni (oltre ovviamente quella che si tratta di una norma indegna di un Paese civile, tanto da derogare - non a caso - a un principio giuridico che vanta circa 1.700 anni di vita. Ma tanto, ormai, il diritto romano è stato spazzato via dall'aggressività anglosassone).

Come detto, si tratta di una norma odiosa, ma che si incardina in tutto un processo legislativo volto ad aggredire, con la maggior facilità possibile, il patrimonio del debitore. Il tutto, come sempre, per ridurre l'annoso problema delle sofferenze bancarie (NPL, per quelli fichi).

Con un corollario non da poco: e cioè che per favorire le banche si sfavoriscono sia i debitori, in questo caso persone fisiche che hanno magari fatto il mutuo per acquistare un'abitazione, e che dunque dovrebbero essere soggetti deboli particolarmente meritevoli di maggior tutela, sia anche gli altri creditori, che non sono istituti finanziari (i quali sono spesso, a loro volta, piccolo imprenditori in gravi difficoltà).

Un po' di esempi, per ricostruire il quadro.
In principio fu l'art. 4, D. Lgs. n. 170 del 2004 (Decreto ovviamente redatto per venire incontro ad alcune direttive europee, ça va sans dire), relativo ai "contratti di garanzia finanziaria" tra banche o tra banche e imprese (o altri enti giuridici).
Già le "definizioni" contenute nel primo articolo del decreto distruggevano più di un millennio di cultura giuridica: tra i contratti di garanzia finanziaria si annoverano infatti "il contratto di pegno o il contratto di cessione del credito o di trasferimento della proprietà di attività finanziarie con funzione di garanzia, ivi compreso il contratto di pronti contro termine, e qualsiasi altro contratto di garanzia reale avente ad oggetto attività finanziarie e volto a garantire l'adempimento di obbligazioni finanziarie". In sostanza - visto che tra le "attività finanziarie" è compreso anche il denaro - si confondono in un colpo solo il deposito irregolare, il mutuo e il pegno.
Ma non basta, perché il sullodato art. 4 dispone che, "al verificarsi di un evento determinante l'escussione della garanzia, il creditore pignoratizio ha facoltà, anche in caso di apertura di una procedura di risanamento o di liquidazione, di procedere... alla vendita delle attività finanziarie oggetto del pegno, trattenendo il corrispettivo a soddisfacimento del proprio credito, fino a concorrenza del valore dell'obbligazione finanziaria garantita", ovvero "all'appropriazione delle attività finanziarie oggetto del pegno, diverse dal contante, fino a concorrenza del valore dell'obbligazione finanziaria garantita", ovvero ancora "all'utilizzo del contante oggetto della garanzia per estinguere l'obbligazione finanziaria garantita".
Anche in questo caso, con tanti saluti al divieto di patto commissorio.
Come si vede, lo schema è lo stesso della "nuova" disposizioni scoperta dal Fatto Quotidiano; secondo il buon vecchio metodo Juncker, una decina di anni è stata provata sulle imprese (relativamente ai pegni mobiliari), oggi viene estesa ai comuni cittadini (in merito a ipoteche sulle loro abitazioni).
Si tratta, come si vede, di un processo in divenire.
Che, però, ha una forte accelerazione sotto l'ultimo governo. Ma non è colpa di Matteo, poverino... è piuttosto un "fattore ambientale", come mi ha molto giustamente spiegato Patrizia Grilli (che da ultimo potete trovare qui), più precisamente il famoso
In altri termini, questo:
Chi fosse interessato alle illuminanti parole di Serra anche su corruzione, debito pubblico, privatizzazioni e così via vaneggiando, può leggere qui.
Per tutti gli altri, veniamo dunque al presente renziano, e precisamente al D.L. n. 83 del 2015, il quale agisce - appunto - su due binari: quello delle esecuzioni e quelle delle procedure fallimentari.
Dal primo punto di vista, si velocizzano le procedure per i pignoramenti immobiliari, il valore degli immobili è sganciato dalla rendita catastale per ragguagliarsi al valore di mercato. gli acquirenti possono entrare in possesso del bene pur versando il prezzo a rate (purché presentino apposita fideiussione). C'è anche solito regalino riguardante la deducibilità delle perdite delle banche: nella fattispecie, le svalutazioni su crediti e le perdite su crediti di Enti creditizi e finanziari divengono deducibili, ai fini Ires e ai fini Irap, tutte nell'anno di rilevazione contabile e non in cinque esercizi, come in precedenza.
Soprattutto, è introdotto l'art. 2929-bis c.c., ai sensi del quale il creditore, ove si ritenga pregiudicato da una donazione o da un fondo patrimoniale o da un trust o da qualsiasi altro vincolo di destinazione, può iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cioè di una revocatoria). Ai terzi, è concessa solo l'opposizione all'esecuzione, con motivi circoscritti all'effettiva esistenza del supposto pregiudizio e la conoscenza, in capo al debitore, del pregiudizio medesimo. 

In questo modo, però, si verifica una significativa lesione del diritto di difesa non solo del suddetto debitore, ma anche del terzo che abbia eventualmente ricevuto i beni (per intendersi: normalmente i figli, o i nipoti del debitore). Anche qui, con buona pace dello Stato di diritto.

La norma, non a caso, è stata interpretata così...
Anche le modifiche alle disposizioni fallimentari (fortissimamente richieste dall'Europa: ce lo hanno spiegato i professori della Luiss qui) vanno ancora nel senso di "aiutare" i creditori finanziari (sia pure, in questo caso, nel rispetto dei diritti degli altri). L'accordo di ristrutturazione dei debiti può infatti essere concluso con il parere positivo del 75% dei creditori finanziari, se questi rappresentano almeno la metà dell’indebitamento, fermo l’integrale pagamento dei creditori non finanziari.

Sempre a proposito di esecuzioni (queste procedure di altri tempi, che chissà perché vorrebbero a certe condizioni proteggere le ragioni anche dei debitori, questi esseri abietti che hanno avuto l'ardire di non rimborsare un prestito), va ricordato anche l'art. 1, L. n. 44 del 2015, che ha modificato l'art. 11-quaterdecies del D.L. n. 203 del 2005, avente ad oggetto il prestito vitalizio ipotecario (ringrazio Marco Maria Ricci per lo spunto). Già l'istituto in sé comporta quel non so che di estorsivo nei confronti degli anziani (banche e finanziarie possono concedere finanziamenti a medio e lungo termine, con capitalizzazione annuale di interessi e di spese, ivi compreso l'anatocismo, riservati a persone fisiche con età superiore a sessanta anni compiuti, il cui rimborso integrale in un'unica soluzione può essere richiesto al momento della morte del soggetto finanziato ovvero qualora vengano trasferiti, in tutto o in parte, la proprietà o altri diritti reali o di godimento sull'immobile in garanzia)
Ma la cosa migliore deve ancora venire: "i finanziamenti... sono garantiti da ipoteca di primo grado su immobili residenziali... Qualora il finanziamento non sia integralmente rimborsato entro dodici mesi..., il finanziatore vende l'immobile ad un valore pari a quello di mercato, determinato da un perito indipendente incaricato dal finanziatore, utilizzando le somme ricavate dalla vendita per estinguere il credito vantato...".
Sembra la norma che la Boschina ha presentato alla Camera, vero? Praticamente è la stessa, provata prima sui vecchi, poi estesa ai giovani (un po' come le medicine, quando non si sa ancora se fanno bene o male. Qui però si sa).

Infine, ecco arrivare il D.L. n. 18 del 2016 il quale - oltre che devastare il mondo delle BCC e normare il topolino della GACS (partorito dalla montagna della bad bank) - prevede il pagamento dell'imposta di registro e delle imposte ipocatastali in misura fissa (cioè 300 Euro, invece dell'11% del valore, come accade nel caso di "normale" cessione), purché "l'acquirente dichiari che intende trasferirli entro due anni".
Lo capite? (Di tutta la faccenda ne abbiamo parlato qui e qui).
Comunque, traduzione in italiano: le banche che acquistano gli immobili oggetto di esecuzioni da loro stesse iniziate possono non pagare imposte, se poi valorizzano il bene e lo cedono di nuovo (si immagina, anche con relativa plusvalenza) entro due anni.

Al solito, gli altri si attacchino. Ce lo chiede o non ce lo chiede l'Europa?

E siamo di nuovo al punto di partenza.
Resta un ultimo, amaro commento.

L'impressione è quella di essere in un enorme gioco della (non) OCA, in cui i cittadini italiani perdono sempre: la rigidità di cambio portata dall'Euro impone recuperi di competitività mediante svalutazione del lavoro e depressione della domanda interna, pena esplosione della bilancia dei pagamenti dei Paesi della periferia; la riduzione della domanda interna comporta evidenti sofferenze alle imprese, soprattutto a quelle che non possono esportare i propri prodotti; le imprese, in crisi, e le famiglie, in crisi, non restituiscono i finanziamenti alle banche, che dunque riducono l'offerta di credito, aggravando tali crisi; le sofferenze, in questo modo, aumentano in modo esponenziale; per ridurre queste sofferenze, si introducono norme che, seppure accelerano - in un primo momento - il recupero dei crediti (con effetti sugli utili che gli analisti stimano attorno al 4%, fino al 10% per Mps o altre aziende bancarie con seri problemi di NPL), nel medio periodo impongono nuovi sacrifici a famiglie e imprese, con scontato ritorno al punto di partenza.

Juncker (ora) ci abbraccia e sorride. Noi, ovviamente, ricambiamo...