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mercoledì 15 luglio 2020

Autostrade for dummies

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza sulla questione Autostrade, in modo da uscire dal teatro delle dichiarazioni roboanti (con i 5 stelle che - per iperbole - hanno oscurato non soltanto il PD, ma anche veri e propri pesi massimi dell'autocompiacimento come Conte e Renzi) per limitarsi ai fatti come almeno appaiono oggi.

Aspi (sigla di Autostrade per l'Italia S.p.A.) è la società concessionaria autostradale - quella cioè che ha sottoscritto la Convenzione col Ministero - ed è controllata all’88,06% da Atlantia, holding industriale con varie partecipazioni, quotata in borsa, di cui i Benetton posseggono - tramite una loro ulteriore sub-holding - il 30,25%. Il restante capitale di Aspi è detenuto dal fondo cinese Silk Road (5,00%) e da una controllata di Allianz (6,94%).


Quanto ad Atlantia, invece, gli altri soci forti sono un fondo sovrano di Singapore (8,3%), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,9%) e due partner finanziari (Lazard e HSBC, entrambi con quote attorno al 5%.


L’accordo col governo prevede un aumento di capitale di Aspi tale per cui Cassa Depositi e Prestiti (CDP) avrà circa il 33% di Aspi stessa. In questo modo Atlantia scenderà prima a circa il 59% di Aspi e poi, cedendo a investitori istituzionali - per lo più ancora lo Stato, a quel che par di capire: Fondo F2i, o Poste - un'ulteriore quota del 22%, si attesterà a circa il 37% (di conseguenza, la famiglia Benetton avrà, in via mediata, l'11% di Autostrade). “In questo modo la famiglia Benetton non potrà più eleggere un membro in C.d.A.”, come dicono i giornali, è ovviamente una sciocchezza finché Atlantia resterà come tale in Aspi. Solo quando le azioni di Aspi di proprietà di Atlantia – tramite scissione della holding contestuale alla quotazione in borsa di Autostrade – saranno attribuite direttamente agli attuali azionisti di quest’ultima, allora i Benetton usciranno dalla stanza dei bottoni (ma, a seconda delle condizioni politiche future, non mi stupirebbe di vederli rientrare dalla finestra di un patto di sindacato).

L'accordo prevede anche alcuni punti ulteriori, che potremmo definire di blanda giustizia sociale:
  • i proventi dell’operazione di scissione o di vendita delle azioni di Aspi non saranno utilizzati da Atlantia per pagare dividendi ai propri azionisti (in che termini sia strutturata la clausola, e per quanto tempo valga, non mi è dato sapere);
  • misure compensative per il crollo del ponte di Genova, a esclusivo carico di Aspi (e non di Atlantia), per complessivi 3,4 miliardi di euro;
  • la modifica della convenzione unica tra Aspi e Ministero, al fine di adeguarla a quanto previsto nel Decreto Milleproroghe (riduzione delle tariffe, revoca più facile, ecc.).
Ciò premesso, considerando l'indebitamento di Aspi (8.392 miliardi di euro, tra debiti verso le banche e bond a medio e lungo termine), l’aumento di capitale di CDP, più che come revoca della concessione, mi pare che assuma i contorni di un salvataggio di una impresa che, anche a causa lock-down, è in grave (ancorché temporanea) tensione finanziaria. Se poi questo salvataggio vada a favore dei lavoratori e dei creditori (banche e fondi, per intendersi), oppure anche (o soprattutto) a favore di Atlantia, dipende dal prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni. Ad oggi, si parla di un valore post-money di Aspi di circa 9 miliardi, con un incasso, pertanto, per Atlantia di circa 2 miliardi di euro, nonché l'accollo integrale in capo ai nuovi soci del debito di Autostrade (ivi compresi i 5 miliardi garantiti da Atlantia).

Uscire da un crollo epocale e 43 morti con 600 milioni di Euro, il 10% di Autostrade e tanti problemucci legali in meno, mi pare un buon affare. Quello che è chiaro fin da ora è che, sia come sia, lo Stato pagha soldi freschi per gestire ciò che sarebbe già suo e che, tanto per cominciare, Atlantia ieri ha aumentato di un quarto il proprio valore (facendo felici sia i propri azionisti, Benetton compresi, sia eventuali speculatori, più o meno informati ovviamente).

mercoledì 3 giugno 2020

Le Fondazioni di origine bancaria: un dibattito surreale

Fondazione Cariplo
I Signori delle città, di Alessandro di Nunzio e Diego Gandolfo, è un libro profondamente sbagliato. Dispiace, perché il punto di partenza è assolutamente corretto: i patrimoni delle fondazioni di origine bancaria (f.o.b.) sono patrimoni pubblici e, pertanto, non possono essere amministrati con logiche strettamente private da singoli individui o da conventicole che si rinnovano continuamente per cooptazione. Purtroppo, se si può convenire con la diagnosi (al netto di un completo fraintendimento dei problemi del sistema bancario italiano, di alcuni non secondari cedimenti al grillismo degli stipendi d'oro, di qualche passaggio a oggettivo rischio querela), non si può assolutamente concordare con la cura proposta. Pensare di risolvere il problema della gestione delle f.o.b. con misure burocratiche, ad esempio sottoponendole al controllo dell'Anac è, prima che assolutamente inefficiente, soprattutto inutile, perché si limita ad assicurare una generica parità di trattamento nella gestione degli appalti o, in taluni casi (ma non nella maggior parte), della scelta dei beneficiari delle erogazioni. Ci sarebbe bisogno di ben altro.
Di cosa, dirò però alla fine di questo breve intervento.
Compagnia di San Paolo
È da un paio di mesi, infatti, che si sta sviluppando sulle f.o.b. un dibattito interessante, ancorché a tratti surreale. Tito Boeri e Luigi Guiso, in un articolo sulla Voce.info, hanno proposto alle fondazioni di impegnare la totalità del loro patrimonio "a garanzia per contrarre direttamente prestiti sul mercato... oppure come complemento alle garanzie offerte dallo stato per la concessione dei prestiti bancari", così da "finanziare realisticamente fino a 120 miliardi di investimenti per contribuire al salvataggio del tessuto economico, sociale e sanitario del paese". Le fondazioni bancarie, in questo modo, ovvierebbero al tradimento della loro missione, poiché - nate per svolgere attività di utilità sociale - hanno in realtà svolto ruoli centrali nella governance delle banche. Chi non voglia accedere alla tesi dell'incomprensione, da parte di professori di chiara fama, della differenza fra provvista e scopi erogativi, potrebbe forse più convenientemente concludere che il senso profondo del ragionamento degli autori dell'articoletto stia nell'ovvia circostanza che, laddove le f.o.b. fallissero, certamente cesserebbero di avere interessenze nelle banche. Uno dei loro tanti corifei, spesso distintosi in passato per solerzia nella distruzione della coscienza democratica del popolo italiano, su Repubblica, si è spinto oltre, parlando di una "natura pubblicistica è rafforzata dai meccanismi di designazione dei vertici, in larga misura prerogativa degli enti locali".
A Boeri & co. (cui non è chiaro che la costituzione di un fondo come quello proposto cozzerebbe contro le principali norme della Legge Ciampi: art. 3, c. 2, e art. 5, c. 1, D. Lgs. n. 153 del 1999) ha risposto "a rime baciate" il molto presidente e poco emerito Guzzetti prima lo scorso 18 maggio in una lunga intervista, quindi in un ulteriore intervento ancora su Repubblica: "il risultato di una tale operazione è distruggere i patrimonio delle f.o.b.", di cui "verrà meno la ragione di esistere". Quanto alla tesi "pubblicistica" di Rizzo, ulteriore levata di scudi, con tanto di richiamo alla sciagurata sentenza n. 301 della Corte Costituzionale ("persone giuridiche private, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale"), e fine dei giochi.
Fondazione Mps
Ecco, a chi scrive il dibattito fra Rizzo e Guzzetti pare il frutto di speculari (e forse interessati) fraintendimenti. Dire che "il patrimonio [delle f.o.b.] non appartiene alla collettività, intendendo che si tratti di un patrimonio pubblico, ma ai cittadini... dei territori di elezioni" delle diverse fondazioni non solo presuppone una visione anacronistica dello Stato come soggetto terzo rispetto ai cittadini (e non come ordinamento giuridico all'interno del quale quei cittadini operano, per sé considerati oppure ordinati in altri ordinamenti, variamente collegati a quello statuale), ma soprattutto denota un arroccamento nei particolarismi contrario non solo allo spirito, ma anche alla norma (art. 2, art. 5) della nostra Carta Costituzionale. Ugualmente, dire che gli organi delle f.o.b. sono nominati dalle amministrazioni locali è segno di una certa ignoranza, tanto più sorprendente in chi ha costruito le sue fortune sull'allontanamento della politica da qualsiasi ambito della società.
Torniamo allora al punto di partenza.
La cura per le f.o.b. non è un'altra circolare Anac che stabilisca qualche soglia per gli appalti gestiti dalle fondazioni, come se davvero il problema della loro gestione sia qualche favore spartitorio, la cura vera sta proprio in quello che Rizzo pensa che già esista e che invece manca, cioè l'inserimento delle fondazioni di origine bancaria entro il circuito democratico attraverso un collegamento standardizzato fra organi di amministrazione degli enti e luoghi di formazione dell'indirizzo politico (in senso molto ampio). Il punto non è l'appalto per le pulizie della sede o per la ristrutturazione del palazzo storico, né può essere la loro devoluzione una tantum a favore del sistema imprenditoriale; il punto è un controllo popolare degli indirizzi strategici di lungo periodo. Né le sentenze scritte dal prof. Zagrebelsky - in quel periodo di antiberlusconismo militante - paiono insuperabili rispetto a una legge ben scritta, che riveda completamente il volto di questo enti così spesso deturpati. Se poi fosse necessario abolire l'art. 118, c. 4, Cost., nessuno se ne darebbe pena.

giovedì 28 maggio 2020

Due parole due sul Recovery Fund e sulla sua pericolosità

Due parole sul Recovery Fund (anche detto, nel linguaggio aulico della Commissione, Next Generation EU, quadro generale entro cui si situa una costellazione di misure in cui la "parte del leone" è demandata alla Recovery and Resilience Facility, circa 560 miliardi di prestiti e contributi a fondo perduto, così perduto che devono essere rigorosamente rendicontati e comunque in cambio delle solite riforme secondo il consueto sistema del Semestre europeo).
Non voglio entrare né nei "numeri" né nelle tecnicalità della proposta della Commissione. Per comprendere quanto sia conveniente basta ascoltare Borghi, o leggere gli articoli di Liturri o almeno i tweet di Zanni, che ne hanno parlato prima e meglio di come potrei fare io. Una considerazione, tuttavia, la vorrei comunque aggiungere.
Il Recovery and Resilience Facility (RRF) si differenzia dalla proposta Borghi & Bagnai (emissioni di titoli di Stato nazionali acquistati dalla BCE) o da quella Tabellini & Giavazzi (emissione di Eurobond, eventualmente perpetui, acquistati dalla BCE) perché comporta un finanziamento sul mercato e, dunque, una restituzione dei fondi agli investitori ancorché con scadenze molto lunghe. Pertano impone, logicamente, un'espansione del bilancio della UE sia tramite entrate proprie ulteriori (leggi: nuove tasse europee) sia tramite incremento dei trasferimento dagli Stati membri (che, a loro volta, imporranno nuove tasse nazionali per coprire la spesa).
(Classifica dei Paesi beneficiari del RRF)
Cosa significa questo? Significa imboccare la strada per una sempre maggiore armonizzazione di uno dei pochissimi settori ancora a competenza nazionale, cioè quello fiscale; significa, in altri termini, una ulteriore cessione di sovranità in un campo cruciale tanto quanto il governo della moneta (con cui è insolubilmente legato: ask Karlsruhe, ultima tappa di una linea interpretativa del diritto ben analizzata, per esempio, da Chessa). Et pour cause, visto che da un lato il meccanismo potrebbe comportare un parziale trasferimento di fondi da un Paese membro ad altri.
Ora, questa ulteriore cessione di sovranità si tradurrà in una ancor più pressante compressione dello spazio (anche giuridico) per politiche nazionali non si dice keynesiane, ma quantomeno anticicliche, con effetti probabilmente più profondi e certamente più duraturi di quelli che si avrebbero avuti con una adesione al MES, senza (presumibilmente) alcun vantaggio neppure dal punto di vista di una riduzione dei casi di dumping fiscale presenti nella UE (le sconce trattative sui rebates mi paiono un indizio assai chiaro, in effetti).
Timeo Danaos et dona ferentes. Speriamo che le poche voci libere di questo Paese non facciano la fine di Laocoonte. Speriamo che l'Italia non faccia, definitivamente, la fine di Troia.

martedì 5 maggio 2020

Sulla pronuncia della Corte Costituzionale tedesca - post espresso

"The ECB Governing Council’s Decision of 4 March 2015 (EU) 2015/774 and the subsequent Decisions (EU) 2015/2101, (EU) 2015/2464, (EU) 2016/702 and (EU) 2017/100 must be qualified as ultra vires acts, despite the CJEU’s judgment to the contrary, [because] ... the Federal Constitutional Court must respect the decision of the CJEU, even when it adopts a view against which weighty arguments could be made, [only] as long as the CJEU applies recognised methodological principles and the decision it renders is not arbitrary from an objective perspective".
"La decisione del Consiglio direttivo della BCE del 4 marzo 2015 (UE) 2015/774 e le successive decisioni (UE) 2015/2101, (UE) 2015/2464, (UE) 2016/702 e (UE) 2017/100 devono essere qualificate come atti viziati da eccesso di potere, nonostante la sentenza contraria della CGUE, [in considerazione del fatto che] ... la Corte costituzionale federale deve rispettare la decisione della CGUE, anche quando adotta un'opinione contro la quale potrebbero essere sollevati argomenti pesanti, [soltanto] a condizione che la CGUE si applichi principi metodologici riconosciuti e la decisione che prende non sia arbitraria da una prospettiva oggettiva".

In altri termini, il PSPP sarebbe in contrasto (non con, o non soltanto con, l'ordinamento tedesco, bensì in primo luogo) con il diritto dell'Unione Europea. Immerso in un mare di parole, mi pare questo l'unico punto veramente dirimente della pronuncia della Corte di Karlsruhe, perché di fatto apre una ferita profonda non tanto rispetto al principio dell'indipendenza della BCE, almeno formalmente salvaguardato, quanto piuttosto rispetto al ruolo che tradizionalmente è stato attribuito alla Corte di Giustizia UE nel quadro dell'architettura dei Trattati.

Per restare all'ambito italiano, già C. Cost. n. 113 del 1985 riconosceva alle sentenze interpretative della CGCE (ivi comprese quelle rese in sede di procedura di infrazione: cfr. C. Cost., n. 389 del 1989), il rango di fonte di diritto, così che le statuizioni e i principi da esse ricavabili si sarebbero integrate con le singole norme interpretate o anche con l'ordinamento nel suo complesso, assumendo un significato cogente. Secondo Cass. pen. n. 13810 del 2008, il giudice nazionale "deve attenersi alla conclusione vincolante resa dalla Corte di Giustizia che ha il ruolo di qualificato interprete del diritto comunitario di cui definisce autoritariamente il significato con la conseguenza che una sentenza interpretativa di una norma si incorpora nella stessa e ne integra il precetto con immediata efficacia (v. per tutte sentenze Corte Cost. 13/1985, 389/1989, 168/1991; Cass. sez. 3, 1.7.1999 n. 9983, Valentini)". E ciò perché, "l'interpretazione del diritto comunitario della Corte di Giustizia ha efficacia vincolante per tutte le autorità (giurisdizionali o amministrative) degli Stati membri anche ultra partes".

È evidente che questo ruolo di unico inteprete del diritto dell'Unione è, nell'ottica della Corte di Giustizia, il riflesso della primauté del diritto europeo su quello interno (Simmenthal, 9 marzo 1978, C-106/77; F.lli Costanzo, 22 giugno 1989, C-103/88), ma il principio svolge un ruolo fondamentale anche nel quadro della teoria degli ordinamenti distinti ma coordinati (si veda la notissima C. Cost. n. 170 del 1984, sentenza La Pergola). Se viene meno l'idea che la CGUE sia l'unico custode della intepretazione dei Trattati - e chi scrive lo auspica - viene meno anche l'applicazione uniforme dei Trattati medesimi e, in ultimo, la stessa efficacia diretta delle norme dell'Unione nei diversi ordinamenti (secondo una linea sempre meno federalista e sempre più interstatale, si potrebbe aggiungere). Ben diversa (eppure con risultati assai più significativi, fino all'improvvida riforma Bonafede) era stata la strategia della Corte Costituzionale italiana nel caso Taricco, che per raggiungere il proprio scopo non si era scontrata direttamente con al CGUE, ma ne aveva provocato una seconda pronuncia interpretativa volta a "tarare" la precedente (resa su domanda del GUP di Cuneo: per la ricostruzione dei fatti cfr. questo articolo) sulle richieste dei giudici nazionali di maggiore conformità alla Costituzione Repubblicana.

Ma questo era diritto, quello tedesco politica. Non a caso un altro passaggio significativo del comunicato stampa tira in ballo il MES: "in particular, the PSPP could have the same effects as financial assistance instruments pursuant to Art. 12 et seq. ESM Treaty" ("in particolare, il PSPP potrebbe avere effetti analoghi a quelli degli sttumenti di assistenza finanziaria ai sensi degli artt. 12 ss. del Trattato MES, [ma senza le relative stringenti condizionalità]"). Non che all'Italia cambi molto, visto che da mesi è chiaro che al MES accederemo, in ogni caso; tuttavia lo scontro cieco e furioso fra Corti supreme potrebbe avere effetti molto diversi da quelli auspicati dai protagonisti, ed anche da quello che potrebbe apparire più probabile oggi.

venerdì 17 aprile 2020

La politica del gregge

Ora basta. Nel momento della necessità ci siamo stretti attorno alle Istituzioni, per aiutare - nei limiti del possibile - ospedali sull'orlo del collasso e medici cui lo Stato ha saputo dare grandi pacche sulle spalle, ma non camici e mascherine abbiamo accettato due mesi di quarantena. Ma ora, di fronte ad una sempre più penetrante compressione delle libertà costituzionali, di circolazione, di culto, di impresa, di parola, cui si aggiunge una progressiva estromissione del Parlamento dalla funzione legislativa ed una frantumazione di quella di indirizzo dal governo in una congerie di organismi extra ordinem, il più delle volte rivestiti di nomignoli stranieri, non si può più stare a guardare.
Non voglio ripercorrere qui tutte le forzature all'assetto costituzionale che questo esecutivo, spesso addirittura attraverso atti amministrativi, si è concesso a causa, o con l'occasione, dell'epidemia di Coronavirus, poiché c'è stato chi lo ha fatto prima e assai meglio di me (giudici costituzionali, giuristi, magistrati e avvocati); voglio soltanto rimarcare un punto che è, a mio avviso, particolarmente significativo, perché dà ragione del percorso che ha reso possibile questa deriva e rappresenta uno dei semi avvelenati che potrebbero ulteriormente germogliare in futuro: il rappprto fra libertà di circolazione di cui all'art. 16, Cost. (e, più in generale, libertà personale ex art. 13, Cost.) e tutela della salute (art. 32, Cost.).
In passato, infatti, la dottrina compatta ha riscontrato nell'art. 13, Cost. il primo (e non solo per posizione) dei diritti fondamentali della persona, e nell'art 16, Cost. una sua particolare declinazione, giungendo pertanto a limitare rigorosamente le accettabili "limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità". Secondo Mortati, "occorrono... delle precisazioni circa l'ambito da assegnare alla  norma: ciò che porta a distinguere le ipotesi di malattie lesive solo della sanità di chi ne è colpito da quelle relative a morbi infettivi o contagiosi. Se le prime non consentono interventi coattivi..., le seconde invece non potrebbero in nessun caso rimanere ad essi sottratti". Il che significa - tralasciando il richiamo fermo del costituente al necessario intervento giurisdizionale a tutela del singolo - che le limitazioni cui fa riferimento la Carta sono quelle che riguardano il singolo malato (o una comunità di malati) e non la generalità delle persone sane. Non a caso ormai da due mesi utilizziamo a sproposito il termine "quarantena" e ci prepariamo, nella più completa tranquillità pare, a vedere la nostra privacy travolta da un generalizzato braccialetto elettronico sottoforma di app.
Da dove deriva dunque questo cambio di rotta?
Evidentemente da quell'ingenuo scientismo positivistico che ha fatto facilmente breccia non solo nel senso comune, ma anche nell'elaborazione giuridica, secondo il quale le magnifiche sorti e progressive della medicina potrebbero (dovrebbero?) non solo ritardare quasi indefinitamente la morte (attraverso il farmaco), ma addirittura prevenire la malattia (attraverso la moderna pozione magica, somministrata sottoforma di vaccino).
Si tratta del ribaltamento dei valori proprio dell'ideologia vaccinale dell'immunità di gregge: lo Stato non ritiene più di dover tutelare le persone fragili, per esempio perché anziane, attraverso politiche attive saldamente ancorate ai diritti costituzionalmente garantiti (per dire, abbassando l'età per la pensione di vecchiaia, così da evitare agli ultrasessantenni di stare a continuo contatto con una grande quantità di persone), bensì conculcando le libertà (i diritti fondamentali!) dei sani, il gregge che - in quanto astrattamente passibile di malattia - è perciò stesso immediatamente considerato malato, ove non sia intervenuta a monte la panacea in una siringa. O anche solo conculcando i diritti fondamentali di chi si ritiene di voler proteggere: perché l'idea demente di obbligare a un'ulteriore quaratena forzosa gli ultrasettantenni stride in maniera sorprendente con il diritto (individuale) negativo alla salute.
Questo percorso è chiarissimo nella sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Lorenzin, secondo cui l'obbligatorietà dei trattamenti vaccinali (con le conseguenti sanzioni draconiane previste) è giustificato dalla "duplice garanzia, sul piano formale, della riserva di legge in materia di trattamenti sanitari imposti e, sul piano sostanziale, del rispetto in tutti i casi dei «limiti imposti dal rispetto della persona umana», a propria volta riflesso del fondamentale principio personalista (art. 2 Cost.)". Senonché l'argomento prova troppo, perché proprio il principio personalistico non permette di espandere il contenuto dei "doveri" oltre un limite tale che svuoterebbe i relativi "diritti" di "quella autonomia da cui traggono la loro caratteristica" (ancora Mortati).
Checché ne dica la Corte, non c'è alcun dovere a essere gregge. Forse è l'ora di tornare uomini.

sabato 11 aprile 2020

La strategia dell'esasperazione

Il prof. Angelo Ventrone ha proposto di ribattezzare la "Strategia della tensione" con l'espressione "Strategia della paura". C'è del vero in entrambe le formule, che hanno il minimo comune denominatore nell'idea di una destabilizzazione dell’ordine pubblico al fine di ristabilire l’ordine politico in chiave strettamente autoritaria; il quid pluris di quella di Ventrone è la sottolineatura della valenza del terrorismo non più come strumento per mostrare la propria forza e colpire il nemico, ma come strumento per condizionare l’opinione pubblica.
Nel quadro di questa linea interpretativa, il prof. Ventrone, in una recente intervista, propone alcune osservazioni interessanti: gli ideologi della strategia della paura "avevano i mezzi e le conoscenze tecniche per manipolare [l'opinione pubblica]. Soprattutto a livello emotivo e psicologico. La paura di morire, l'istinto di sopravvivenza, sono stati d'animo sui quali è più facile lavorare... Si immaginarono l’organismo sociale come se fosse aggredito da un virus, quello comunista. Divenne importante intervenire sull'intero organismo sociale, non bastava più asportare solo la parte malata. E si studiarono due modi per intervenire, con termini che all'epoca usavano gli attori della strategia della tensione. Quello dei vaccini o delle contro-infezioni, cioè una dose controllata di veleno per costringere l’organismo a rendersi conto del pericolo e a produrre gli anticorpi".
La criminalizzazione dei movimenti di lotta è il prodotto della creazione di una società "ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura..., che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare [qualsiasi] politica [purché] si annunci ansiolitica", che "addita all'opinione pubblica" i "piantagrane contrari al blocco d'ordine, pardon, alla concordia nazionale" (cito Wu Ming, non dico altro).

Stasera è la sera dell'attacco del Presidente Conte alle opposizioni, senza contraddittorio e sul servizio pubblico. Un gesto che è la discesa di un ulteriore gradino verso la completa torsione autoritaria della nostra democrazia, lungo una scala ormai lunghissima. Basti ricordare la sostituzione dei politici con i tecnici, prima in situazioni più o meno realmente emergenziali, poi come stabile modus operandi per i ministeri chiave di esecutivi non graditi, infine - notizia freschissima - come poteri surrogati rispetto a quelli costituzionalmente previsti; la parallela delegittimazione della classe politica, prima tutta accumunata nello stigma della "casta" e della "cricca" e posta sotto tutela della magistratura a partire da Tangentopoli, poi vilipesa tramite la sostituzione della competenza specifica con l'incompetenza generale, secondo il principio per cui uno varrebbe uno e invece finisce che uno vale l'altro; da ultimo, le proposte di legge non annunciate, i testi in commissione modificati dopo la loro approvazione, il Parlamento ignorato.
Manca l'ultimo passo, che deve tenere conto che in Italia abbiamo ormai gli anticorpi per rispondere a qualsiasi avventura dal sapore sud-americano. Qui bisogna essere più dolci. Bruto è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore. Se negli Anni Settanta la strategia della tensione aveva l'obiettivo di sterilizzare il pericolo comunista in funzione di una consolidamento conservatore in senso filo-atlantico, oggi pare dunque profilarsi una nuova strategia, tesa a marginalizzare i partiti sovranisti (absit iniuria verbis) nel quadro di una stabile subordinazione dell'Italia al progetto unionista germanocentrico.
Potremmo definirla la Strategia dell'esasperazione.

Il piano del PD (del PD: i 5 stelle sono solo interessati a mantenere lo stipendio da parlamentari fino alla fine della legislatura) è chiarissimo. Non permettere allo Stato italiano di sovvenire in alcun modo lavoratori e imprese in questa catastrofe economica, da aggravare prolungando, per quanto possibile, la quarantena imposta a colpi di Decreti del Presidente del Consiglio.
I cittadini dovranno superare la crisi con i propri risparmi, ciascuno secondo le proprie possibilità: altro che proposte, la patrimoniale, nei fatti, c'è già. La classe media verrà sospinta verso la povertà, i poveri avranno difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, gli asset italiani drenati verso Francia (in primo luogo) e Germania (a seguire). La rabbia, esponenzialmente incrementata da questa reclusione forzata, esploderà in gesti spontaneistici e isolati, ma utili per ridurre ulteriormente gli spazi del dibattito democratico. E, per chiarezza, in modo non immediatamente controvertibile.
Si comincerà ovviamente dai social: la "Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network" (ma non in TV o sui giornali, si noti) presto perderà qualsiasi riferimento alla pandemia, per diventare un protagonista della censura e della repressione del dissenso. Poi chissà, si continueranno a impedire gli assembramenti, soprattutto per evitare proteste quando, attraverso l'adesione al MES (quello vero), finalmente le elezioni saranno ridotte a meri ludi cartacei. È dai tempi di Carlo VIII, in fondo, che le fazioni italiane non prevalgono per i loro meriti, ma per gli appoggi internazionali. A cosa porti questa carità pelosa ce lo ha insegnato il Manzoni dell'Adelchi, ma il Manzoni - come la storia - insegna molto, ma non ha più scolari (soprattutto in epoca di lezioni via web).
Si finirà con un mutamento addirittura antropologico: il distanziamento sociale al posto della socializzazione, lo smart working al posto della fabbrica o dell'ufficio come luogo anche aggregativo, il commercio elettronico al posto dell'esercizio di prossimità, il denaro elettronico al posto di quello cartaceo. Un mondo di pervasivo controllo, a prova di click.

Un ultimo punto, non secondario. Se tutto questo sarà possibile (e lo sarà, a meno di tanta fortuna e di una nostra diuturna, attenta, disciplinata, instancabile spinta a Claudio Borghi e Alberto Bagnai, senza i quali oggi anche chi scrive ancora continuerebbe a informarsi guardando il Tg1, ed a Matteo Salvini, che ha avuto il merito storico, storico!, di dare loro una tribuna nazionale) sarà grazie alla mutazione antropologica dell'uomo moderno.
La scristianizzazione della società, la perdita del senso di eterno che è propria del mistero della Resurrezione, hanno portato l'uomo a una tale angoscia verso la morte da rimuoverne completamente la presenza, nel linguaggio, nel quotidiano, nei comportamenti dei giovani che rischiano volontariamente la vita. In questo contesto l'ingenuo scientismo positivistico ha fatto facilmente breccia, dando l'illusione che la medicina potesse non solo ritardare quasi indefinitamente la morte, ma addirittura prevenire qualsiasi malattia attraverso neppure il farmaco, ma la pozione magica somministrata sotto forma di vaccino. Ora però siamo al redde rationem. Di fronte all'impotenza - peggio: di fronte alla gravissima impreparazione planetaria - innanzi al Coronavirus, l'uomo subitaneamente nudo della sua corazza di certezze scientiste è attanagliato dal terrore ed accetta perciò ogni limitazione alla propria libertà, al proprio diritto di movimento, in una parola: alla propria vita.
Questo senso di smarrimento produce poi una pulsione infantilistica (esiste una pagina Facebook, a quanto pare non satirica, che si chiama "Le bimbe di Conte") alla ricerca dell'uomo forte: da questo punto l'immagine del condottiero integerrimo, quasi aspro, costruita da Casalino a colpi di conferenze stampa in prime time e di pubblicità a tappeto su FB è perfetta. Il bravo bambino è quello che segue le regole dei genitori, che non li tradisce, che è sincero e trasparente: ecco allora lo spettacolo abominevole delle delazioni, delle gogne social, delle telefonate alle forze dell'ordine perché magari una mamma e un bambino prendono mezz'ora d'aria.
Queste persone appoggeranno sempre e comunque la Strategia dell'esasperazione, almeno finché anche in loro l'esasperazione non avrà il sopravvento sulla paura. E pian piano questo disgraziato Paese si spaccherà in due in modo irreversibile e Dio solo sa cosa succederà.

Ma la Storia si ricorderà di lei, prof. Conte. E prima della Storia noi, che non lasceremo cadere la memoria di ciò che sta accadendo.

domenica 29 dicembre 2019

Quando si prescriverà Bonafede?

Dunque il primo gennaio dovrebbe entrare veramente in vigore la riforma Bonafede della prescrizione in materia penale.
Quello che nessuno pensava possibile, sta invece per succedere, complice un governo che - pur di galleggiare - accetta tutti i diktat del proteiforme ma sempreverde partito delle manette (ve la ricordare La Rete di Orlando e Dalla Chiesa? E poi l'Italia dei Valori di Di Pietro? I 5 stelle sono gli eredi naturali di questi movimenti). Di un partito che, sia detto per incidens, nella sua diuturna lotta contro la verità e l'onestà intellettuale ha il coraggio di attaccare chi si oppone alla riforma definendolo un mariuolo che non vuol farsi processare, che si attacca a cavilli e eccezioni, come se le eccezioni processuali non fossero proprio la principale garanzia del diritto di difesa e trovino spesso spazio grazie alla sciatteria di chi dovrebbe amministrare con competenza e puntualità la giustizia.
In Grecia i Colonnelli, appena giunti al potere, eliminarono gli ordini degli avvocati.

Di cosa si tratta?

La L. n. 3 del 2019 ha modificato gli artt. 158, 159 e 160, c.p., peraltro già toccati dalla riforma Cirielli prima (correva l'anno 2005) e dalla riforma Orlando poi (L. n. 103 del 2017). Se l'impianto generale delle disposizioni è rimasto lo stesso, una novità rivoluzionaria riguarda il profilo (centrale) del decorso del termine di prescrizione del reato, oggetto di modifiche sia sul lato del dies a quo sia, soprattutto, su quello del dies ad quem.
Quanto alla determinazione del dies a quo, la novella reintroduce la disciplina - abrogata dalla Legge Cirielli - che fa decorrere la prescrizione del reato continuato dal momento in cui è cessata la continuazione, col bel risultato di rendere un istituto, che dovrebbe ispirarsi al principio del favor rei, uno strumento del giudice - per di più discrezionale - per allungare i termini prescrizionali.
Ma è in merito al dies ad quem che la riforma mostra il suo lato più repressivo: il termine è infatti anticipato (tra l'altro surrettiziamente, attraverso l'introduzione di una ipotesi di sospensione del corso dela prescrizione nell'art. 159, c.p., anziché mediante una modifica dell'art. 158, c.p.) dalla pronuncia della sentenza definitiva di condanna (dopo la quale, già adesso, la prescrizione non corre più) alla pronuncia della sentenza di primo grado.
In sostanza, siccome un processo su quattro in Appello si prescrive, Bonafede ha semplicemente pensato di eliminare la prescrizione dal secondo grado di giudizio. Con una riforma abborracciata, confusionaria, sbagliata e incostituzionale. In perfetto stile grillino.

Perché la disciplina è tecnicamente sbagliata?

In effetti, la nuova prescrizione - che entrerà in vigore senza alcuna norma transitoria, secondo un costume particolarmente apprezzato dagli operatori del diritto inaugurato su larga scala, guarda tu i caso, da Renzi con il Jobs Act e con l'anticipazione del Bail-in poi - non solo con ongi probabilità on funzionerà ma, se applicata, rischierà di creare enormi problemi di applicazione intertemporale.
In Italia la prescrizione è un istituto di diritto sostanziale e non processuale, pertanto la nuova disciplina - sfavorevole all'imputato - non sarà applicabile per i reati compiuti (non: per i processi iniziati) prima del 1° gennaio 2020, giusta l'ordinanza della Corte costituzionale n. 24 del 2017 (caso Taricco: vedi cosa ne abbiamo scritto qui); per quanto diremo in seguito, dunque, ci sono altissime probabilità che questo pastrocchio non entri mai effettivamente in vigore.
Ma se anche, tra tre o quattro anni, nessuno avesse ancora fatto giustizia di questo obbrobrio, si porrà immediatamente la questione della disciplina applicabile ai reati compiuti nel 2019: se infatti, da un lato, la riforma non era ancora in vigore nell'anno appena trascorso, purtuttavia era ben conoscibile dopo l'approvazione della L. n. 3 del 2019, sicché l'imputato non potrà invocare l’esigenza - costituzionalmente garantita - di vedersi assicurata la prevedibilità della legge penale più sfavorevole.
Mi avete seguito? No? Non vi preoccupate. Non mi ha seguito neppure il Guardasigilli.

Perché la disciplina è incostituzionale?

Ma la norma non solo è scritta con i piedi, o con altre parti del corpo comunque diverse sia dalle mani che dalla testa; è anche clamorosamente incostituzionale (nonostante i tentativi acribatici di difesa da parte di penalisti anche di chiara fama, come Gian Luigi Gatta).
Facilmente si può ricordare l'art. 111, c. 2, Cost., ai sensi del quale "la legge assicura la ragionevole durata" del processo, o l’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, secondo cui "ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale".
Ma non ci vuole troppo sforzo neanche perc vedere il contrasto col principio di presunzione di innocenza (la prescrizione si blocca dopo la pronuncia di primo grado anche in caso di assoluzione dell'imputato), col diritto di difesa (che verrrebbe vanificato in caso di processo tenuto artatamente in vita, senza addivenire ad alcuna conclusione) e alla finalità rieducativa della pena (che richiede logicamente un collegamento temporale fra reato e punizione).
Per dirla con l'avv. Valerio Donato, "punire dopo un lasso di tempo notevole, come vorrebbe l’abolizione della prescrizione, non solo non è utile ma è addirittura dannoso. Il colpevole infatti sarà una persona completamente diversa da quella che ha commesso l’illecito (vanificando quindi la funzione rieducativa della pena) e/o avrà potuto continuare a delinquere (vanificando quindi la funzione special preventiva della pena) e nelle persone offese il ricordo del torto subito sarà stato dimenticato (riaprendo quindi ferite ormai curate). Il reo inoltre avrà enormi difficoltà a difendersi avendo perso ogni possibilità di dimostrare la propria innocenza".
Tuttavia, la Corte Costituzionale e la Corte EDU ci hanno abituato alle più straordinarie trasformazioni a seconda della convenienza contingente di coloro da cui dovrebbero essere indipendenti; dunque magari riusciranno, con la stessa penna, a ritenere inumano il "fine pena mai" per i mafiosi accertati, ma assolutamente accettabile il "fine processo mai" per i comuni cittadini.
Anche in questo caso, dunque, come per tante altre controverse materie (l'obbligo vaccinale, le norme sul fine vita, ecc.), non dev'essere cercato un giudice a Berlino, ma un legislatore in Parlamento.
Le norme sbagliate non si impugnano, si aboliscono.

Perché la disciplina è politicamente aberrante?

In effetti, anche volendo astrarre dalla lacerazione che la nuova prescrizione porterebbe al sistema giuridico nel suo complesso, resta un'enorme questione politica che non può essere ignorata. Sono infatti almeno 25 anni che la lotta politica passa per la via giudiziaria: se mettiamo insieme l'obbligatorietà dell'azione penale (che, in un sistema con risorse fate e pubblici ministeri che non hanno doti soprannaturali, è sinonimo di arbitrarietà dell'azione penale: si veda qui a proposito della c.d. "Circolare Pignatone"), la sostanziale irresponsabilità dei singoli magistrati (che ai sensi dell'art. 101, c. 2, Cost., sono soggetti soltanto alla legge, la quale - come noto - spesso non ha molta voce in capitolo), il nodo gordiano che ancora avviluppa magistratura requirente e giudicante, derive ideologiche alla Patronaggio, si capisce che il pericolo derivante dalla riforma Bonafede non è solo per il singolo cittadino (che sarebbe già troppo), ma per la stessa democrazia.
Il tutto, poi, è reso ancora più drammatico dal fatto che, nell'immaginario collettivo, essere iscritti nel registro degli indagati o - peggio - ricevere un avviso di garanzia corrisponde a una sentenza definitiva di condanna. Con la consguenza che la cancellazione della prescrizione (soprattutto in caso di sentenza di condanna in primo grado) può aprire le porte a una specie di ergatsolo a piede libero in attesa dei successivi gradi di giudizio (che, eventualmente, potrebbero non esserci mai).
Un collega di chi scrive si trova, per esempio, a vivere la seguente edificante vicenda.
A seguito di alcuni fatti avvenuti nel 2007, con grande celerità, nel maggio 2012, ha saputo di una richiesta di rinvio a giudizio avanzata da un solerte PM senese. Siccome i fatti in questione erano ancora troppo freschi, il GIP ha pensato di far passare un altro po' di tempo: la decisione di andare a processo infatti è di aprile 2013. Inizia il dibattimento, anzi: tenta di iniziare. Tra gli imputati ci sono anche cittadini stranieri, per cui ci vogliono un paio d'anni a capire come fare in modo che le notifiche non siano radicalmente nulle (o sbagliate, o tardive, o chessò io). Prima udienza dibattimentale: 26 marzo 2015 (anzi: no; siccome è cambiato il presidente del collegio, a ottobre si ricomincia da capo). Il 26 settembre 2017, finalmente, dopo dieci anni, di cui cinque di processo, il PM chiede la condanna di sette indagati per il reato di “falso”. Nel frattempo, gli imputati sono stati sottoposti per anni alla gogna di media, blog e discorsi da bar.
Il 17 ottobre 2017 il collegio giudicate ha dichiarato l’assoluzione di tutti gli imputati con formula piena. In questi giorni, la Procura ha ricorso in Appello. Le imputazioni si prescriveranno, gli imputati usciranno da un incubo, i solerti magistrati senesi potranno dire di aver, quantomeno, pareggiato. I discorsi dei ben informati continueranno, imperterriti.

Perché anche la proposta del PD non risolve il problema.

Il piccolo fatto di cronaca sopra riportato aiuta a capire perché anche le recenti proposte di "mediazione" del PD non risolvano il problema. Tralasciando la proposta di questi giorni, per lo più dettata da disperazione, di sospendere la prescrizione "ma solo per un pochino", bisogna concentrarsi sull'altra - più concreta - secondo cui alla riforma Bonafede andrebbe accompagnata una più ampia riforma della giustizia che imponga tempi certi ai processi, una volta iniziati.
"Secondo i dati del Ministero della Giustizia, nel 2017 la durata media del processo penale è stata nel giudizio di appello pari a 901 giorni (due anni e mezzo!) mentre, nel giudizio di primo grado, ha oscillato tra i 707 giorni in caso di rito collegiale e i 534 giorni in caso di rito monocratico. Che il nostro sistema della giustizia penale debba fronteggiare un serio problema di lentezza del processo è confermato dall’ultimo report della Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia (CEPJ), costituita nell’ambito del Consiglio d’Europa. Il giudizio penale di primo grado dura in Italia più che in ogni altro paese (la media europea è di 138 giorni). Il giudizio penale d’appello solo a Malta dura di più, a fronte di una media europea di 143 giorni" (così Gatta, citato sopra).
Ora, come si è visto, la durata del processo è solo una parte del problema, essendo non meno grave la durata abnorme delle indagini preliminari (che possono arrivare a due anni dall'iscrizione nel registro degli indagati). Inoltre rendere più celere il processo a parità di pianta organica (visto che i vincoli dell'Unione Europea, madre di parto e di voler matrigna, non ci impongono di assumere altri giudici, né di costruire nuovi tribunali) potrebbe significare, alla fin fine, una riduzione dei concreti spazi di difesa, facendo rientrare dalla finestra ciò che si vorrebbe far uscire dalla porta.
E poi, far riformare la giustizia penale al PD è come chiedere a Mastro Titta una legge per l'abolizione della pena di morte.