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martedì 30 gennaio 2018

Votare Borghi contro Padoan per dare una svolta alla politica italiana

A Siena, come al solito, vanno di moda i sepolcri imbiancati. La formula, che richiama tristi episodi di una quarantina di anni or sono, è quella secondo cui Padoan non può certo essere votato (per questi motivi e questi motivi), ma neanche gli altri candidati devono essere presi in considerazione.
Non sarebbero big: cosa significhi una frase del genere, visto che il centro-destra nell'uninominale candida addirittura il responsabile economico della Lega, nonché consigliere regionale più votato alle ultime elezioni, sembrerebbe un mistero.
In realtà, la spiegazione di tali contorcimenti logici va ricercata nel male atavico di questa meravigliosa e disgraziata città, cioè l'incapacità di molti dei suoi cittadini di rendersi conto di avere in mano un cannocchiale, ma di utilizzarlo regolarmente al contrario.
Allora può succedere facilmente che anche il miglior candidato alle elezioni nazionali, se può tirare la volata ad un aspirante sindaco inviso a questo o quel suggeritore politico, deve essere azzoppato. Se poi quel candidato è della Lega e si chiama Borghi, cioè non è nato sulle lastre, allora anàtema! Come se a Siena, negli ultimi vent'anni, tra i protagonisti politici ci fosse stato anche solo un senese uno.
Andiamo al punto, per una volta, vi prego.
Comprendete che l'elezione di questo o quel sindaco potrà forse incidere sulle piccole carriere di qualcuno, o potrà vellicare il senso di vendetta di qualche altro, ma non cambierà di certo le sorti di Siena, né dei suoi figli... dei nostri figli. Le sorti della Banca si decidono altrove (e la candidatura di Padoan, al di là delle dietrologie, è un chiaro ricatto, visto che si tratta di eleggere chi, domani, potrebbe decidere dove fissare la direzione generale del Monte, o se farne uno spezzatino da offrire ai migliori offerenti), quel che resta della Fondazione (suicidatasi nel 2011 in spregio al suo stesso Statuto, mentre le sentinelle della senesità erano in altre faccende affaccendate) non lo sa - evidentemente - gestire nessuno.
I vostri figli, i miei figli, potranno continuare a vivere in questa città - bella e dannata -, potranno continuare a vivere in Italia, soltanto in caso di un cambio radicale di classe dirigente a livello nazionale. Finché il potere resterà in mano a patetici turbo-liberisti proni ai dettami dell'UE, asserviti ai desiderata tedeschi e francesi, incapaci di comprendere che uno Stato non è una famiglia che deve comprare lo scooter, il nostro Paese è condannato ad una lenta ma inesorabile involuzione.
Dire: non voto Padoan ma neppure Borghi (a meno di non pensare di poter seriamente votare il trader da newsletter grillino - d'altronde a Firenze e Orvieto il M5s ha candidato piddini DOC - o il Mancuso di Libero e Uguali) significa - in una provincia rossa come la nostra - di fatto schierarsi per la conservazione.
Il PD deve essere distrutto, deve cioè prendere meno del 20% a livello nazionale. Punto. Tutte le altre chiacchiere stanno a zero.
Pensateci. Vi supplico.

martedì 9 gennaio 2018

La nuova normalità europea, cioè la fine della democrazia

Per una volta torno all'antico e rispolvero il blog. Per certe quisquilie un po' pedanti, non mi pare il caso di imbrattare Il Format.
Nei mesi scorsi, a proposito dei poteri del governo Gentiloni, si è letto la qualunque: addirittura, si è visto un accademico, il prof. Bin (quando un professore diventa renziano, immediatamente dimentica qualsiasi senso della misura), scagliarsi addirittura contro un semplice quanto incomprensibile articolo del Fatto Quotidiano.
Niente di male, anche perché il timore sotteso a quelle polemiche - l'approvazione "a camere sciolte" dello ius soli - era evidentemente rivolto ad una circostanza assolutamente irrealizzabile. Di recente, però, la questione si è riproposta sotto un punto di vista più inquietante.


In sostanza, qualora il risultato elettorale non fosse chiaro, ma nel complesso non favorevole alle forze europeiste (in pratica, se ci fosse una vittoria del centrodestra con un ottimo risultato della Lega), l'establishment - auspice o complice il Presidente della Repubblica - potrebbe seriamente ripiegare sul tentativo di creare uno stallo alla formazione di un nuovo governo, lasciando così l'esecutivo in mano a Gentiloni.
Vale dunque la pena di fare un po' di chiarezza sulle norme rilevanti.

Primo: ai sensi dell'art. 61, Cost., "le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti" e "la prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni" (nel nostro caso, il 24 marzo). "Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti", le quali "possono essere convocate [anche] per la conversione dei decreti-legge" (art. 77, c. 2, Cost.). Dunque, le Camere - ancorché sciolte - fino a convocazione delle nuove agiscono in regime di prorogatio con poteri che, se non pieni salvo il limite di cui all'art. 85, c. 3, Cost. (tesi di Balladore Pallieri), neppure sono quelli della mera ordinaria amministrazione (Mortati), dovendosi piuttosto sposare una teoria intermedia, che faccia leva su un concetto ampio di tale "ordinaria amministrazione", oltre che sulle situazioni di "urgenza" (Paladin, Elia). Caso tipico: il riesame di leggi rinviate dal Capo dello Stato (si ricorda la vicenda che vide su fronti opposti il Parlamento del 1992 e l'allora Presidente Cossiga).

Secondo: anche il governo in carica al momento dello scioglimento delle Camere parrebbe restare in carica con poteri (sostanzialmente) pieni. Ad esempio, ai sensi delle stesse disposizioni costituzionali, può emanare decreti legge, mentre - secondo la prevalente dottrina - può chiedere alla Corte dei conti la "registrazione con riserva" (cosa per esempio preclusa a un governo sfiduciato). D'altronde, non si può pensare che non valga per il governo in carica al momento dello scioglimento delle Camere quel che vale per il governo in attesa di fiducia, i cui pieni poteri sono stati per esempio riconosciuti da Cons. Stato, 4 luglio 1956, n. 713 (per una analisi critica della questione, Paladin, Diritto costituzionale, Padova, 1995, 386 ss.). Proprio per ovviare a questa circostanza, vissuta in passato come un "inconveniente", è maturata la passi costituzionale per cui il Presidente del Consiglio, allo scioglimento delle Camere, debba presentarsi dimissionario al Presidente della Repubblica, che lo "invita a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti". Queste dimissioni sono ritenute da alcuni costituzionalisti opportune, da altri obbligatorie; nessuno, però, prende neppure in considerazione il caso che non vi siano (cfr. Mazzoni Honorati, Lezioni di diritto parlamentare, Torino, 1997, 82). Invece Gentiloni non si è dimesso, per cui il riferimento agli "affari correnti" è, nel suo caso, del tutto incongruo; la pienezza dei poteri, sia pure in eversione del sistema costituzionale come si è consolidato nel periodo repubblicano, mi pare difficilmente contestabile. Il che, ovviamente, non vieta che comunichi le dimissioni davanti alle nuove Camere appena riunite, secondo una prassi che parte della dottrina ritiene non solo corretta, ma addirittura costituzionalmente dovuta (Biscaretti di Ruffia).

Terzo: il prof. Bin dà un po' troppo per scontato che il governo già in carica si presenti alle Camere per la fiducia entro 10 giorni dalla loro convocazione, facendo interpretazione estensiva dell'art. 94, c. 3, Cost. (cosa comunque accaduta, per onore di verità, almeno una volta: nel 1948, col governo De Gasperi). Alla tesi di Bin si potrebbe infatti obiettare che: (i) in punto di diritto, la disposizione è in realtà pensata per i nuovi governi guidati da un presidente incaricato, non per un esecutivo preesistente, il quale - dunque - ha già ottenuto la fiducia, ancorché dalle precedenti Camere (si veda p.e. Pizzorusso, Sistema istituzionale del diritto pubblico italiano, Napoli, 1992, 213; la questione non è espressamente trattata neppure in Bin - Pitruzzella, Diritto costituzionale, Torino, 2003, 155); (ii) in punto di fatto, se è chiaro che il governo che non ottiene la fiducia debba dimettersi (arg. ex art. 94, c. 3), c'è incertezza tra i costituzionalisti sia sulla sanzione da comminare al governo che non si presenti nei termini alle Camere, sia su quale soggetto debba comminare questa sanzione (presumibilmente, proprio il Presidente della Repubblica che, nel caso di specie, potrebbe rimanere silente e inerte).

In conclusione. La "nuova normalità europea" - quella del Belgio, della Spagna, dell'Olanda, della Germania - potrebbe essere davvero importata anche in Italia. Un nuovo passo verso lo svuotamento di questo simulacro di democrazia: se nella legislatura appena terminata i partiti hanno appoggiato "governi del Presidente" al di fuori di un effettivo mandato popolare, nella prossima il mandato popolare (cioè il risultato elettorale) potrebbe semplicemente essere ignorato per un lungo lasso di tempo. Il risultato non potrebbe che essere un'ulteriore disaffezione degli elettori, con aumento continuo dell'astensione. Una ulteriore esternalità "positiva", cioè, per chi ritiene la democrazia "un rischio".

D'altronde, come chiosò Mario Draghi proprio alla vigilia delle elezioni di cinque anni fa, indipendente dal risultato resta attivo il "pilota automatico"...

mercoledì 11 ottobre 2017

Il non-paper di Schäuble che (forse) aprirà gli occhi alle anime belle di un'altra UE

(Commenti tra parentesi in corsivo: testo originale o aggiunte mie).
(Un non-paper sarebbe un testo non ufficiale da far circolare informalmente. Che sia pubblicato è abbastanza fuori luogo).
(Il testo originale è qui).


In parallelo al mantenimento dell'unità dell'UE 27, è indispensabile migliorare la governance a breve, medio e lungo termine dell'UEM, seguendo i seguenti tre principi fondamentali: (1) dobbiamo tenere uniti responsabilità fiscale e controllo, onde evitare il rischio morale (moral hazard); (2) abbiamo bisogno di strumenti migliori per promuovere l'attuazione delle riforme strutturali; (3) abbiamo bisogno di "funzioni di stabilizzazione" credibili per affrontare shock globali o interni.

(1) Responsabilità fiscale e controllo fiscale devono stare per forza uniti, a qualunque costo (whatever it takes). Dal lato istituzionale, ci sono due modi possibili per garantire questa simmetria: o trasferiamo spazi di sovranità nazionale e controllo delle regole fiscali a livello europeo (il c.d. "Ministro delle finanze dell'Euro"), unitamente ad una maggiore legittimità democratica (cosa che richiederebbe, certamente, modifiche dei Trattati UE, perché fosse credibile). Oppure troviamo un accordo su una soluzione intergovernativa. Finché vi è scarsa disponibilità a cambiamenti dei Trattati, dobbiamo seguire un approccio pragmatico, in due passi distinti: prima una soluzione intergovernativa, che sarà poi successivamente recepita nel diritto comunitario.
Il meccanismo europeo di stabilità (ESM) è il mezzo giusto per una soluzione intergovernativa. L'ESM ha dimostrato la sua validità sin da quando è stato istituito nel 2012. Esso incarna il principio di fornire solidarietà in cambio di sane finanze pubbliche. L'ESM ha un sistema di gestione delle crisi ben sviluppato con una serie di strumenti e una significativa capacità finanziaria a sua disposizione. Strumenti e denaro sono pronti per la funzione fondamentale dell'ESM, vale a dire fornire un sostegno finanziario temporaneo sotto stretta condizionalità (per le riforme).
L'ESM, per diventare un Fondo Monetario Europeo, deve dedicare più risorse ad una migliore prevenzione delle crisi: il fondo, tuttavia, non ha ancora un mandato per la prevenzione delle crisi o per ridurne i rischi in una fase precoce. È quindi importante espandere il radar dell'ESM e dare ad esso un ruolo più forte in termini di monitoraggio dei rischi-Paese. L'obiettivo è individuare, in collaborazione con altre Istituzioni, i rischi per la stabilità per e negli Stati membri dell'Area Euro in modo più efficace e in una fase antecedente rispetto a quanto non sia successo in passato, nonché monitorare tali rischi affinché possano essere ridotti dagli stessi Paesi interessati. Le consultazioni di cui all'articolo IV del FMI potrebbero servire da modello per questo nuovo ruolo.
Tale ruolo per l'ESM dovrebbe includere anche il monitoraggio sull'osservanza degli obblighi degli Stati membri ai sensi del c.d. Fiscal Compact adottato nel 2012. L'ESM potrebbe essere gradualmente dotato di un ruolo più forte e neutrale per quanto riguarda il monitoraggio del "Patto di stabilità e crescita". Dare all'ESM anche compiti di monitoraggio completo in merito al rispetto del Fiscal Compact e delle norme fiscali europee renderebbe necessaria una modifica sia del Fiscal Compact, sia del trattato istitutivo dell'ESM.
Questo secondo mandato, del tutto nuovo, dell'ESM dovrebbe includere un prevedibile meccanismo di ristrutturazione del debito per garantire una equa ripartizione degli oneri tra l'ESM ed i creditori privati. La ratio è: in futuro, gli investitori privati ​​beneficerebbero di migliori informazioni in merito al rischio-Paese, che sarebbero fornite proprio dall'ESM. Logicamente, gli investitori privati dovrebbero dunque contribuire anche qualora, a differenza delle aspettative, un Paese si venga a trovare in difficoltà e richieda nuovamente l'assistenza dell'ESM.
Oltre alle nuove funzioni relative all'analisi (della situazione macroeconomica), l'ESM dovrebbe pertanto assumersi anche la responsabilità per il futuro processo di ristrutturazione del debito e il suo coordinamento. L'obiettivo importante è quello di fornire al settore privato i principi chiari e prevedibili in anticipo, per evitare soluzioni ad hoc.
I seguenti elementi dovrebbero essere inseriti nel Trattato ESM: a) la posticipazione automatica delle scadenze dei Titoli di Stato nel caso in cui sia stato concesso un programma ESM; b) l'obbligo di effettuare una ristrutturazione completa del debito se ciò è necessario per garantire la sostenibilità del debito; c) al fine di prevenire resistenze, una modifica delle "azioni collettive" già introdotte, verso il principio della "single limb aggregation" (cioè un sistema per cui basta solo voto per la ristrutturazione dell'intero debito, senza necessità di ulteriori votazioni sulle singole serie di obbligazioni).
Per quanto riguarda l'Unione bancaria, è necessaria un'ulteriore significativa riduzione del rischio, anche in merito al trattamento regolamentare dei Titoli di Stato. Le proposte correnti per la riduzione dei rischi devono essere rese più stringenti. Soltanto su questa base l'ESM potrebbe svolgere un ruolo di back-stop finanziando procedure di risoluzione bancarie. Se, alla fine della discussione in corso, decidiamo di dare all'ESM un mandato colto allo svolgimento di una funzione di back-stop sotto forma di linea di credito per il SRF (single resolution fund), sarà necessaria anche in questo caso una modifica al Trattato ESM. Ciò perché il Trattato ESM, nella sua forma attuale, prevede solo l'assistenza a sostegno degli Stati membri, non anche a sostegno di altre istituzioni, come il SRF.
J.-C. Juncker ha invero proposto di utilizzare in alternativa il bilancio dell'UE per la costituzione di un back-stop. In questo contesto vi è una vasta gamma di domande aperte. Se un tale back-stop venisse creato all'intero dell'ESM, dovrebbe essere accantonato a tale scopo un importo di circa 55 miliardi di Euro (= livello obiettivo del SRF). In questo quadro, tuttavia, sembra ragionevole effettuare, parallelamente alla creazione di questo nuovo strumento, una revisione critica del sistema di "ricapitalizzazione diretta delle banche", uno strumento già esistente ma meno pratico e molto più rischioso (60 miliardi di Euro sono accantonati nell'ESM, a tale fine). Considerando la questione in modo globale, dobbiamo essere aperti per eliminare lo strumento di ricapitalizzazione diretta delle banche.
Scenari e piani più ambiziosi per l'ESM e le sue capacità finanziarie, sia per quanto riguarda l'eventuale ruolo di back-stop aggiuntivo rispetto al controverso Schema Europeo di Assicurazione dei Depositi (cioè l'EDIS), sia in merito all'attribuzione di una nuova capacità fiscale da utilizzare come meccanismo per trasferimenti all'interno dell'Eurozona, rischierebbero di imporre all'ESM uno sforzo superiore alle sue capacità, oltre ad andare contro il suo scopo fondamentale di salvataggio (bail-out) dei Paesi in gravi difficoltà.

(2) Per quanto riguarda l'attuazione delle riforme strutturali, dobbiamo aumentare la responsabilità dei Paesi interessati. Le riforme strutturali sono necessarie per modernizzare le economie, affinché queste si aggancino al resto dell'Eurozona e agli sviluppi globali. Mutualizzare i problemi esistenti o futuri, invece di affrontarli di petto, finirebbe solo per creare una Unione Monetaria (UEM) indebolita nel suo complesso.
Le riforme strutturali potrebbero essere costose a breve termine. Dovremmo quindi esaminare modi per incentivare le riforme. Abbiamo bisogno di ulteriore capacità fiscale intergovernativa? Non necessariamente. Il bilancio dell'UE è in fase di revisione e comunque i Membri dovrebbero contribuire in futuro a compensare le minori entrate determinate dalla Brexit. Di conseguenza, c'è una certa leva per impostare nuove e solide priorità rispetto al budget futuro, affinché possa anche sostenere l'Area dell'Euro.
La Commissione ha presentato interessanti proposte per migliorare il bilancio dell'UE. A questo proposito dovremmo esaminare se i contributi futuri degli Stati membri dell'UEM al bilancio dell'Unione Europea possano essere meglio collegati alle riforme strutturali nell'Area dell'Euro, sulla base delle "Raccomandazioni specifiche per il Paese" (CSR, country specific recommendation) della Commissione. Questo approccio - basato su un bilancio dell'Unione Europea e sulle CSR - dovrebbe, rispetto ad ogni altro tipo di approccio intergovernativo, garantire un importante ruolo alla Commissione e consentire una politica integrata dell'Unione europea, collegando il coordinamento delle politiche (Semestre Europeo e CSR) con le politiche di coesione (fondi strutturali) ed il bilancio dell'UE. Seguendo il discorso di J.-C. Juncker, questo approccio potrebbe preparare un "nucleo stabile" attorno cui costruire un bilancio della Zona dell'Euro. Una volta stabilito questo nucleo, il bilancio dovrebbe evolvere ulteriormente , sulla base di solidi finanziamento e ricavi propri.

(3) Per quanto riguarda la funzione di stabilizzazione (del ciclo economico), dobbiamo utilizzare meglio gli stabilizzatori automatici nazionali per assorbire gli shock. La flessibilità delle regole fiscali interne esiste esattamente per consentire a questi "stabilizzatori" di lavorare. Prerequisito per questo è ovviamente che gli Stati membri creino il necessario spazio fiscale per le manovre, rispettando i loro obiettivi di bilancio. L'idea degli obiettivi di bilancio a medio termine (MTO, medium term budgetary objectives) è proprio quella di costruire dei buffer per l'assorbimento degli shock.
Il FMI ha ragione di concludere - nella consultazione sul proprio art. IV - che le regole fiscali europee sono divenute purtroppo troppo complesse e poco prevedibili. È per questo che dobbiamo sviluppare ulteriormente queste regole, facendo in modo che la "regola del debito" si ponga almeno sullo stesso piano della "regola del deficit". Finché il debito nazionale si pone in un percorso di riduzione, i disavanzi nazionali potrebbero essere trattati in modo flessibile.
Una funzione di stabilizzazione macroeconomica, ad es. attraverso una nuova capacità fiscale o un'assicurazione contro la disoccupazione, non è economicamente necessaria per un'Unione monetaria stabile. La spesa pubblica contro-ciclica è sempre in ritardo rispetto alle necessità e un'assicurazione contro la disoccupazione in tutta l'Area dell'Euro dovrebbe affrontare livelli di reddito molto diversi nelle varie regioni. I nostri Stati con un sistema di welfare molto sviluppato fanno una grande differenza rispetto alla situazione degli Stati Uniti: lavorano infatti come stabilizzatori automatici significativi, sempre che il singolo Stato membro interessato abbia opportuni margini di bilancio (MTO).
Oltre a ciò, dobbiamo guardare più approfonditamente al Mercato Unico dell'UE 27. Un Mercato Unico più flessibile sarebbe in grado di assorbire meglio gli shock, in particolare quelli che colpiscono singoli Stati membri (cosiddetti shock asimmetrici). Le banche - in una vera unione bancaria e del mercato dei capitali - possono mantenere i loro livelli di impieghi anche se uno Stato membro è in crisi, poiché le banche possono lavorare in modo migliore a livello transfrontaliero e sono sorvegliate a livello comunitario. E una migliore mobilità dei lavoratori (migration) all'interno dell'UE 27 potrebbe offrire possibilità molto più concrete per mantenere la disoccupazione - soprattutto giovanile - sotto controllo in caso di crisi.
La diminuzione della convergenza fra i Paesi è spesso dovuta ai fattori strutturali nazionali e non può essere superata attraverso una maggiore capacità fiscale. Una nuova funzione di stabilizzazione mediante una "capacità fiscale dell'Euro" (si tratta dei c.d. Eurobond) permetterebbe solo di "comprare tempo" e porterebbe a ripetere gli errori nazionali del passato. Sarebbe molto più efficiente sostenere le riforme per aumentare la resilienza attraverso un efficace coordinamento delle politiche e in futuro attraverso un bilancio UE ben ridisegnato (vedi sopra).
La mutualizzazione del debito creerebbe incentivi sbagliati, solleverebbe fondamentali questioni legali e, quindi, metterebbe in pericolo la stabilità dell'intera Area dell'Euro. Qualunque sia il nome futuro: per delle "obbligazioni europee" o "titoli di debito sovrano europei" (alcuni li chiamerebbero  "nuovi Eurobond") non esiste alcuna domanda sul mercato. Dobbiamo essere in grado di creare stabilità reale attraverso riforme, non attraverso ingegneria finanziaria complessa e costosa.

martedì 20 giugno 2017

Terrorismo e strategia della tensione, oggi

"Improvvisamente i partiti ed il Parlamento hanno avvertito
che potevano essere scavalcati.
La sola alternativa che si è delineata nei confronti
del vuoto di potere conseguente
ad una rinuncia del centrosinistra,
è stata quella di un governo di emergenza,
affidato a personalità cosiddette eminenti, a tecnici,
a servitori disinteressati dello Stato che, nella realtà del Paese qual è,
sarebbe stato il governo delle destre,
con un contenuto fascistico-agrario-industriale,
nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito"
(Nenni, 1964).


(Il post è la rielaborazione, in forma più ampia, di questo articolo uscito su Il Format. Per una tragica ironia della sorte, lo pubblico proprio la sera dell'ennesimo attentato, forse fallito).


Dopo l'attentato di Manchester (nel quale 22 ragazzi hanno perso insensatamente la vita e che ha necessitato una non rudimentale organizzazione) e quello di Londra (che pare più "fatto in casa", ancorché da tre persone coscienti e ben motivate) molti hanno iniziato a interrogarsi sulla specificità di questo crescente terrorismo di matrice islamica, volto a colpire, indiscriminatamente, le persone comuni in luoghi non particolarmente simbolici, col chiaro fine di seminare panico e ansia nella popolazione. Panico e ansia, per di più, che in qualche modo finirà con ogni probabilità anche per ripercuotersi sulle elezioni che si terranno domani.
In effetti, rispetto all'esperienza dell’Ira (il cui fine - l’indipendenza dell’Irlanda del Nord - non era revocabile in dubbio) questi attacchi non solo mancano di evidenti obiettivi strategici (a meno di non voler vedere in questi atti un tentativo di realizzazione di una jihad permanente in Europa), ma si contrappongono alle bombe nordirlandesi anche per quanto riguarda le relative vittime. Le operazioni, anche sanguinose, dell'Ira, erano infatti rivolte ad obiettivi economici e militari (a fronte invece di rappresaglie protestanti spesso indiscriminate) quando non addirittura politici (notissimo il tentativo di omicidio di Margaret Thatcher del 12 ottobre 1984, richiamato nel tweet).
Qui cosa abbiamo, invece, almeno a voler credere ai giornali? Lupi solitari, musulmani della porta accanto radicalizzatisi (ammesso che questa parola abbia un senso compiuto), qualche pazzo, e così via. Unico collante, sempre secondo i media, la religione professata.
Un quadro di questo genere, comunque la si voglia pensare, più che ai movimenti terroristici europei di matrice indipendentista fa pensare agli episodi stragisti che hanno insanguinato l'Italia negli anni Settanta. Episodi stragisti che sono apparsi alla Commissione Pellegrino "come il frutto, se non di un disegno criminoso unico, certo di un contesto unitario", la cui designazione sintetica, a livello storiografico, va sotto il nome di "Strategia della tensione".
Certo, una differenza sostanziale esiste: lo stragismo si caratterizzava per la premeditata vaghezza di mandanti ed esecutori materiali (ancora oggi Piazza Fontana e l'attentato all'Italicus sono misteri insoluti, Piazza della Loggia si dibatte fra processi e condanne e assoluzioni), quando non addirittura per il tentativo di indirizzare le indagini verso avversari politici (come nel caso della bomba, esplosa troppo presto, che Nico Azzi stava sistemando, copia di Lotta Continua in tasca, sul treno Torino-Roma; la stessa strage di Piazza della Loggia in cui - se quel giorno non fosse piovuto - sarebbero probabilmente morti esponenti delle forze dell'ordine e non manifestanti), mentre il terrorismo islamico rivendica orgogliosamente i propri sé dicenti "martiri" (che anzi spesso - da buoni cittadini - fanno la cortesia alle forze dell'ordine ed ai giornalisti amici di lasciare i propri documenti in bella mostra, in modo da essere subito riconosciuti). Ma l'indeterminatezza dei bersagli e l'oscurità dei fini è la stessa. D'altronde, anche il ben più riconoscibile e "selettivo" terrorismo di sinistra ha conosciuto sin dall'inizio una certa dose di infiltrazione ed etero-direzione (per alcuni non estranea neppure alla ideazione o, quanto meno, alla gestione del sequestro Moro), secondo modalità che oggi paiono replicarsi proprio nell'ambito del c.d. terrorismo islamico.
Ma in che costa si sostanziava, all'epoca, quel "contesto unitario" di cui parla la Commissione Pellegrino? Probabilmente nel tentativo (portato avanti da gruppi di pressione, ma anche da apparati dello Stato e da rappresentanti di Potenze straniere) non già di rovesciare l'ordinamento esistente, bensì di limitarlo, in qualche modo torcerlo rispetto ai suoi fini originari, ridurne il potenziale riformista a favore di specifici blocchi sociali. Tentativo, peraltro, da attuare attraverso due binari paralleli: la paura da un lato, la minaccia autoritaria dall'altro (quella del "tintinnare di sciabole" del 1964, che aveva portato alla prima crisi del centrosinistra, poi superata - sia pure a prezzo di un affievolimento della spinta innovatrice iniziale - a partire dalle costatazioni di Nenni sopra riportate; quella del Golpe Borghese, il cui contrordine - determinato, si dice, dal venir della disponibilità dell'Arma dei Carabinieri e dalla volontà statunitense di non assicurare un appoggio risolutivo all'operazione - era probabilmente previsto sin da principio).
Non a caso, scrive ancora la Commissione Pellegrino, "le analogie più inquietanti che legano i vari episodi è rappresentata da un comportamento di alcuni apparati statali qualificabile se non proprio come connivente [con i gruppi eversivi] quanto meno come tatticamente armistiziale”, volto alla insorgenza di "un clima di forte tensione politica, tale da giustificare l'intervento miliare o, quanto meno, una forte richiesta sociale d’ordine e di involuzione autoritaria delle Istituzioni" e della stampa. Un esempio in questo senso è il noto Piano di rinascita democratica della P2, il quale parte dalla costatazione della crisi irrimediabile della Democrazia Cristiana - problema la cui soluzione si rintraccia nella creazione di due nuovi movimenti politici, uno social-laburista e l'altro liberal-moderato o conservatore, in grado di catalizzare, a destra e a sinistra della DC. le aree moderate che stentatamente convivono all'interno del partito impegnandosi in una lotta interna esiziale - per poi estendersi a una revisione del sistema politico-statale muovendo da una visione fortemente economicistica della società, che relega in un angolo la politica, i cui rappresentanti hanno necessità di una garanzia che non gli viene dalla legittimazione, ma dai rappresentanti delle élites, attribuendogli un ruolo di strumento di mediazione tanto ineliminabile quanto sgradito e quindi relegato in una posizione fortemente marginale e in buona sostanza appena tollerato per conservare il carattere democratico del sistema.
Certo, io non ho alcuna prova di una logica armistiziale (o anche semplicemente di regime di tolleranza) fra terrorismo e apparati di sicurezza, però mi guardo intorno, ed i puntini da unire sono talmente fitti che il disegno si vede subito, solo a non volere essere ciechi.
A fructibus eorum cognoscetis eos. 
"Quando è troppo è troppo!”, ha tuonato Theresa May, che non ha perso tempo sia a chiedere ai giganti del web “azioni concrete” per arginare quello che lei definisce “l’odio” che si propagherebbe nella rete, sia ad annunciare un inasprimento delle misure repressive nei confronti di tutti i reati (anche i reati minori) in qualche modo legati al terrorismo. Cioè, a chiedere una censura soft delle piattaforme su internet e imporre una significativa riduzione della privacy dei propri cittadini.

Nel frattempo, in Francia, non soltanto non è stato ancora revocato lo stato di emergenza inaugurato dopo la strage di Nizza (cosa, che, peraltro, non impedisce di concedere il porto d'armi a un signore che assiduamente frequenta noti gruppi terroristici), ma anzi pare che - presto - quello che ora è un regime eccezionale possa diventare la più pura normalità.
Dall'altro lato, questa specie di guerra permanente a bassa intensità, sottospecie domestica del conflitto orwelliano, permette di propagandare in modo accattivante la nuova frontiera della dominazione leuropea, cioè a dire la creazione di un esercito leuropeo (che - come l'Euro ha permesso alla Germania di governare tutte le banche centrali dei Paesi membri - così permetta alla stessa Germania di mettere le mani sui codici nucleari francesi).
L'Italia non è stata ancora toccata dal fenomeno fondamentalista, et pour cause come in sostanza ammette il Presidente del Consiglio connettendo l'approvazione della legge sullo ius soli (ma lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto per quanto attiene la gestione dell'emergenza immigrazione) e la sicurezza interna.


Tuttavia, i primi frutti di questo nuovo "clima" si iniziano ad intravedere anche da noi, al di là delle pagliacciate di quella che indegnamente è la Terza Carica dello Stato. Mentre infuriava proprio la battaglia sullo ius soli, zitto zitto il Governo ha portato a casa una terrificante riforma del sistema penale, la cui punta di diamante è la liceità delle “intercettazioni di comunicazioni o conversazioni tra presenti mediante immissione di captatori informatici in dispositivi elettronici portatili”, già ribattezzati trojan di Stato. Per chi non lo sapesse, i trojan sono malware che, una volta installati di nascosto su un PC, uno smartphone o un tablet permettono di gestire il dispositivo da remoto. Nel caso di specie, permettono di attivare, all'insaputa dell'utente, il microfono, o la videocamera, e registrare conversazioni che si penserebbero private.
Ovviamente, in caso di reati gravi, cioè i reati di mafia e - guarda un po' - di terrorismo, ma anche per tutta una'altra serie di reati per cui sono previste le "comuni" intercettazioni. Tra questi, per dire, il reato di minacce.
"La guerra... non ha per oggetto la vittoria sull'Eurasia o sull'Asia orientale, ma la conservazione dell'ordinamento sociale".

giovedì 15 giugno 2017

No allo ius soli

La questione della cittadinanza ha, per quanto mi riguarda, una sua importanza anche affettiva: da giovane studente del primo anno di giurisprudenza, mi fu affidata proprio sulla (allora) recente riforma una breve tesina. Testo non indimenticabile, ma per me ovviamente importante. In effetti, l'acquisto e la perdita della cittadinanza italiana sono regolati dalla L. n. 91 del 1992, come specificata da due regolamenti di esecuzione, uno del 1993 e uno del 1994. La Legge la potete trovare qui, ma un ottimo sunto è presente anche sul sito della Farnesina.
In linea di massima, sono italiani coloro il cui padre o madre hanno cittadinanza italiana: si tratta del c.d. ius sanguinis, già presente nella legge previgente (giolittiana, poi rivista in epoca fascista). Il principio è talmente fondante che acquistano di diritto la cittadinanza italiana anche coloro che, pur nati all'estero, possano dimostrare di possedere un avo italiano (purché questo, o i suoi discendenti, non abbiano rinunciato al passaporto del nostro Paese).
Stabilito il criterio di fondo, vi sono poi una serie significativa di eccezioni. Queste sono le principali: (i) i casi di applicazione dell'opposto principio dello ius soli, in particolare ai bambino con genitori sconosciuti o apolidi; (ii) il matrimonio o l'unione civile con cittadino italiano, decorso un determinato periodo di tempo (a seconda che la famiglia sia stabilita in Italia o all'estero, ovvero che ci siano o meno figli), salvi specifici motivi ostativi (essenzialmente condanne penali a reati di una certa gravità); (iii) la residenza in Italia per un periodo continuativo di 10 anni (3 anni per lo straniero nato in Italia e ivi residente; 4 per il cittadino comunitario) o l'aver prestato anche all'estero servizio per lo Stato italiano per almeno 5 anni; (iv) leggi speciali, a favore dei residenti a Fiume, in Istria e Dalmazia, nella zona B di Trieste, ecc..
Il minore straniero, in generale, acquista la cittadinanza qualora l'acquistino i suoi genitori. Così diviene cittadino italiano il minore straniero adottato da una famiglia con un coniuge italiano, o riconosciuto figlio di un cittadino italiano a mezzo di sentenza giudiziale, o ancora il cui padre o la cui madre siano naturalizzati italiani. Ma non solo: ai sensi dell'art. 4, c. 2, L. n. 91 del 1992, "lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data".
Una legge equilibrata, che da un lato riconosce la specificità della Nazione italiana, una d'arme, di lingua, di altare, dall'altro prende atto della necessaria apertura all'altro da sé, nei casi in cui siffatta scelta sia ragionevolmente fondata. Soprattutto, già prevede di dare la cittadinanza a chi è nato in Italia e vi ha risieduto fino alla maggiore età.
Per questo, certe prese di posizioni appaiono, francamente, mere forzature pre-elettorali.
Ma questo è il solo punto di arrivo. E, tutto sommato, se anche vi fosse uno stop (cosa di cui dubito), per il PD non sarebbe un grosso problema. Sì perché, come al solito, come per esempio successo con il TTIP e il CETA, i giornali e l'opinione pubblica si concentrano sul bersaglio grosso ed ignorano colpevolmente quello più piccolo, ma forse per questo più pericoloso. Si tratta della Legge 7 aprile 2017, n. 47, recante "Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati".
Cosa dice questa legge?
Molto in breve, che i "minori stranieri non accompagnati" (cioè tutti gli infra-diciottenni non aventi cittadinanza italiana o dell'UE che si trovano per qualsiasi causa nel territorio dello Stato - quindi anche in quanto clandestini - privi di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili) non possono essere respinti alla frontiera né, successivamente, espulsi, salvo apposito provvedimento del Tribunale per i minorenni e "a condizione comunque che il provvedimento stesso non comporti un rischio di danni gravi per il minore”.
Con due punti molto discutibili.
Primo: che l'età è accertata in via principale attraverso un documento anagrafico (che, evidentemente, non c'è mai), quindi, eventualmente, mediante complicatissimi accertamenti sanitari (su richiesta della Procura della Repubblica, previa informativa al diretto interessato in lingua a lui nota, con l'ausilio del Mediatore culturale), infine per presunzione.
Per presunzione, cioè sulla parola di robusti giovanotti che dimostrano tranquillamente venticinque anni, ma ne dichiarano diciassette e mezzo. Cosa che ovviamente, alla lunga, finirà per ritorcersi contro i più indifesi, cioè i veri bambini giunti in Italia e abbandonati.


Secondo: il permesso di soggiorno per minore età nei confronti dei minori stranieri non accompagnati, indipendentemente dalle modalità del loro arrivo, si converte quasi automaticamente in un comune permesso di soggiorno al raggiungimento della maggiore età.
Il che, poi, porta a un ulteriore problema.
Ferme restando le condizioni previste dalla legge in materia di reddito minimo e di possesso di un alloggio, in linea di principio la normativa italiana prevede l’ingresso nel nostro Paese a fini di ricongiungimento dei familiari di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia.
Arrivo come clandestino diciottenne.
Compio diciotto anni e ricevo un permesso di soggiorno ad esempio per lavoro.
Chiamo tutta la famiglia in Italia.
Fine della storia.
In una situazione come questa - così diversa, ad esempio, dagli Stati Uniti, dove il principio dello ius soli da un lato di inserisce nel quadro di una popolazione geneticamente multiculturale, che non possiede le peculiarità storiche, linguistiche, religiose delle Nazioni europee, e che comunque è temperata da una normativa strettissima in materia di immigrazione - la legge in approvazione al Senato è assolutamente deleteria.
Vediamo il testo.
Ai sensi dell'art. 1, "è cittadino per nascita... chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all'art. 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 [cioè coloro che hanno da almeno 5 anni il permesso di soggiorno in Italia, N.d.R.]", su richiesta di uno dei genitori entro la maggiore età del bambino o di quest'ultimo, entro due anni dalla raggiunta maggiore età.
Ma non basta. "Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo...".
Cioè, chiunque.
Ancora. "La cittadinanza italiana può essere concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell'interno... allo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale".
Ovviamente, per rendere il tutto ancora più facile, si considera residente anche chi ha trascorso all'estero fino a 90 giorni annui medi su 3 anni, e non più di 6 mesi in un anno.
Regole stringentissime...
Da queste disposizioni possiamo trarre alcune considerazioni. La prima: che Gentiloni, col suo fare flemmatico, con la sua condiscendenza a non apparire troppo in TV e non strombazzare le proprie idee ai quattro venti (al contrario del Bulletto di Rignano), sta facendo quasi più danni del triennio Renzi a Palazzo Chigi. L'approvazione a colpi di fiducia di una vergognosa riforma del diritto e del processo penale ne è un esempio lampante.
Lo ius soli è in questo senso uno snodo fondamentale.
La seconda: che - qualora la legge sia approvata - qualsiasi partito appena decente deve immediatamente impegnarsi a raccogliere firme per l'abrogazione referendaria delle nuove norme (lasciando magari vigente il caso del bambino nato in Italia da stranieri con regolare permesso di soggiorno) e/o inserire nel proprio programma elettorale la loro cancellazione una volta insediato il nuovo Parlamento.
Oppure ci lasciamo tranquillamente assimilare e del nostro retaggio non rimarrà nulla.

giovedì 1 giugno 2017

I voucher-zombi (ritorno al passato)

Ritorno sulla questione della resurrezione dei voucher in modo maggiormente analitico, dopo averne recentemente parlato su Il Format. Intanto facendo ammenda del titolo dell'articolo, nel senso che effettivamente i buoni-lavoro sono stati resuscitati, ma - si spera - non per rimanere nella gloria, bensì soltanto come un segno (non della vittoria della vita sulla morta ma, assai più prosaicamente, della vittoria del capitale sul lavoro nella lotta di classe) che non oblitera la comunque inevitabile corruzione del sepolcro. Più che a Nostro Signore, in sostanza, auspico che assomiglino a Lazzaro, rispetto al quale mi restano assai meno simpatici.
Comunque, sia come sia, nonostante le rassicurazioni dei proponenti il famigerato emendamento, ecco che i voucher si ripropongono (come la peperonata). Ma sono diversi!, dicono dalla regia, un po' come quei mariti che spendono lo stipendio al bar o alle slot machine e poi - dopo essere stati buttati fuori di casa - tornano con la coda fra le gambe, assicurando di aver perso il pelo, e anche il vizio. Ovviamente mentendo: passa qualche giorno e il vizio si riaffaccia, fino alla successiva scenata familiare (il lettore non avrà difficoltà ad immaginare Susanna Camusso nella veste di moglie inviperita, pronta a brandire nuovamente - a mo' di mattarello - il referendum abrogativo).
Si tratterebbe dell'ennesima stucchevole presa in giro del popolo italiano, tutto sommato neppure troppo interessante, se non permettesse qualche riflessione più ampia di natura giuridica, sulla quale vale la pena soffermarsi.

I.a. Vincolatività del referendum abrogativo

Il primo punto da prendere in considerazione attiene alla vincolatività del referendum abrogativo. La questione, nei suoi termini generali, è molto chiara: se la Costituzione dispone l'abrogazione di una legge nel caso di pronunciamento in questo senso della maggioranza del corpo elettorale (sia pure con le forme ed i limiti di cui all'art. 75), evidentemente la riproposizione di norme identiche a quelle oggetto di consultazione popolare, magari dopo un breve lasso di tempo rispetto alla consultazione medesima, porterebbe a una censura di incostituzionalità della nuova disciplina.
Trattasi di un caso di scuola, che tuttavia si è presentato nella in relazione a disposizioni in materia di affidamento diretto di pubblici servizi locali. In particolare, l'art. 4, D.L. 13 agosto 2011, n. 138 riproponeva - a distanza di meno di un mese dalla pubblicazione del decreto dichiarativo dell'avvenuta cancellazione! - una norma oggetto di abrogazione referendaria (cioè l'art. 23-bis, D.L. n. 112 del 2008), oltre a "parti significative" delle norme di attuazione della medesima (D.P.R. 7 settembre 2010, n. 168), recando anzi "una disciplina che rende ancor più limitate le ipotesi di affidamento diretto e, in particolare, di gestione in house di quasi tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica, in violazione del divieto di riproposizione della disciplina formale e sostanziale oggetto di abrogazione referendaria, di cui all'art. 75 Cost....".
La sentenza n. 199 del 2012 della Corte Costituzionale l'ha annullata, riproponendo un principio fondamentale che non può essere messo in dubbio nonostante la lunga teoria di referendum i cui risultati sono stati del tutto disattesi dal legislatore. Si è trattato spesso, infatti, di norme che difficilmente avrebbero potuto essere oggetto di un contenzioso attraverso il quale sollevare ricorso incidentale alla Corte (si pensi al finanziamento pubblico dei partiti, o al clamoroso caso del Ministero dell'Agricoltura). I giudici, infatti, che nella sentenza qui in commento hanno riconosciuto la sussistenza di "un conflitto di attribuzioni fra Stato e Regioni", hanno in passato recisamente negato la possibilità di riconoscere un "conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato" tra i promotori di un referendum "tradito" da un lato, e la Camera e il Senato dall'altro (v. sentenza n. 9 del 1997).
Ma la pronuncia del 2012 non si ferma qui. Ci si legge infatti: "un simile vincolo derivante dall'abrogazione referendaria [cioè l'incostituzionalità di una disciplina analoga o peggiorativa rispetto alla volontà popolare espressa nel referendum] si giustifica, alla luce di una interpretazione unitaria della trama costituzionale ed in una prospettiva di integrazione degli strumenti di democrazia diretta nel sistema di democrazia rappresentativa delineato dal dettato costituzionale, al solo fine di impedire che l’esito della consultazione popolare, che costituisce esercizio di quanto previsto dall'art. 75 Cost., venga posto nel nulla e che ne venga vanificato l'effetto utile, senza che si sia determinato, successivamente all'abrogazione, alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto".
Una norma che reintroduce una disposizione abrogata via referendum non è, dunque, sempre illegittima. Tale circostanza è infatti plausibile se: (1) sono mutate le circostanze di fatto; (2) è mutato il quadro politico.
A cosa si faccia riferimento quando si tira in ballo un mutamento delle circostanze di fatto è abbastanza evidente. Ma cosa vuol dire "mutamento del quadro politico"? Scrive Giampietro Ferri: "il fatto che, nel corso della XVI legislatura, dopo l’abrogazione referendaria, vi sia stato un cambiamento della maggioranza governativa e che ciononostante la Corte abbia negato che siano avvenuti mutamenti del quadro politico dovrebbe portare a escludere che la giurisprudenza costituzionale faccia dipendere il mutamento del quadro politico dalle vicende riguardanti la maggioranza di Governo. Si potrebbe ipotizzare allora che tale mutamento debba essere collegato a una trasformazione del sistema politico, con la nascita e l’affermazione di nuove forze politiche, il che sembrerebbe però eccessivo. Più convincente appare l’interpretazione secondo la quale la Corte richiederebbe implicitamente un intervento del corpo elettorale: intervento che, rinnovando e restituendo la piena rappresentatività al Parlamento, potrebbe giustificare l’approvazione di una legge contrastante con l'esito referendario". In altri termini, per ribaltare un referendum basterebbe il lavacro delle elezioni.
Io credo invece che sia come minimo necessario che da quelle elezioni escano vincenti una o più formazioni politiche che hanno espressamente inserito, nel loro programma di governo, la reintroduzione della norma in questione. Pena, la durata infra-quinquennale di qualsiasi decisione referendaria.

I.b. Il caso dei voucher

Il caso dei voucher, tuttavia, è assai differente. Il referendum abrogativo - che sarebbe stato vinto a man bassa dalla CGIL - non si è infatti tenuto perché lo stesso Governo ha cancellato le norme oggetto della consultazione popolare.
Si può quindi concludere che, nel caso di specie, la giurisprudenza della Corte sopra richiamata non si applica, trattandosi di fattispecie del tutto differente? Si può, in altri termini, pensare che un governo possa tranquillamente cancellare qualsiasi disposizione oggetto di referendum salvo poi reintrodurla identica una volta che il referendum è stato cancellato?
A mio avviso, l'interpretazione sostanziale e sistematica della Corte Costituzionale nelle sentenze sopra succintamente citate conduce a ritenere applicabile, in via analogica, anche al caso dell'abrogazione e reintroduzione dei voucher (ove le due discipline siano effettivamente sovrapponibili) i principi della sentenza n. 199 del 2012, con tutte le conseguenze del caso. E ciò per l'evidente limite per cui non è possibile immaginare una "riviviscenza" (non solo della disposizione oggetto del referendum ma anche) del referendum stesso.
Ciò premesso, il problema si fa tuttavia più complesso nel momento in cui si tenti di immaginare modalità concrete per attivare il sindacato della Corte la quale - non essendovi nel caso di specie diritti regionali lesi - può essere adita soltanto incidentalmente nel quadro di un previo contenzioso di natura civile o penale.
Ma quale? L'unica ipotesi che mi viene in mente è quella di un prestatore che - "assunto" da una impresa con questo nuovo "contratto di prestazione occasionale" - sostenga la nullità dello stesso e chieda al giudice di ricostruire il rapporto esistente fra le parti in termini costituzionalmente coerenti, magari entro lo schema della subordinazione.
Sinceramente mi sembra una strada impervia, per non dire addirittura improponibile. Io, però, se fossi responsabile di un'impresa, questo nuovo "contratto" aspetterei un po', prima di usarlo...

II. I voucher vecchi e nuovi

Dunque vediamo più da vicino questo art. 54-bis che si vorrebbe introdurre nella legge di conversione del disegno di legge n. 50 del 2017, quello cioè con cui - sotto il falso nome di decreto a favore delle popolazioni colpite dal sisma del Centro Italia - il Duca Conte Gentiloni ha redatto la leuropea sui conti di primavera (sulle cui nefandezze si è detto qui e qui). Che c'entrano i voucher con disposizioni in materia di Iva? Nulla di nulla, così come è assurdo che disposizioni come quelle in parola siano analizzate dalla Commissione Bilancio e non dalla Commissione Lavoro. Ma sono tali e tante le sconcezze, che queste quisquilie non le nota più nessuno.
D'altronde, nella stessa legge di conversione è spuntato fuori anche un articolo di interpretazione autentica delle disposizioni che hanno condotto il Tar a bocciare le nomine dei direttori dei principali musei italiani da parte del Ministro Franceschini, in modo da mettere una pezza all'ignobile spettacolo della settimana scorsa. Pezza che, come sempre accade, è assai peggiore del buco.
Vabbè, lasciamo perdere e torniamo all'emendamento.

II.a. La mancanza di un inquadramento dogmatico coerente

Il comma 1 definisce il concetto di "prestazione occasionale" che può essere "acquisita" a certe condizioni. Qui si riscontra subito un problema grave.
L'occasionalità è infatti commisurata soltanto all'ammontare dei compensi percepiti dal prestatore, sia quelli rivenienti dal singolo committente, sia in complessivo nell'anno solare. Al comma 20 si aggiunge poi un altro limite quantitativo, quello delle 280 ore annue (non mi pronuncio sulla tecnica legislativa a dir poco bizzarra). Certo, rispetto ai vecchi voucher le soglie sono più basse (5.000 Euro per committente, che divengono 6.666 nel caso di prestatori appartenenti a determinate categorie svantaggiate; 2.500 Euro per prestatore), ma l'errore di fondo - la mancanza di una definizione contenutistica della prestazione occasionale - resta pari pari il medesimo.
In questo quadro, è meritorio il tentativo di qualificare come "contratto" il rapporto che si instaura fra le parti. Tentativo che, però, comporta una serie di problemi ricostruttivi dell'istituto quasi impossibili da risolvere.
Primo: uno stesso rapporto è, in alcuni casi, qualificato come contratto, mentre in altri resta al di fuori dello schema contrattuale, come accadeva con i precedenti voucher. Ai sensi comma 6, infatti, "alle prestazioni di cui al presente articolo possono fare ricorso: (a) le persone fisiche, non nell'esercizio dell'attività professionale o d'impresa, per il ricorso a prestazioni occasionali mediante il Libretto Famiglia di cui al comma 10; (b) gli altri utilizzatori, nei limiti di cui al comma 14, per l'acquisizione di prestazioni di lavoro mediante il contratto di prestazione occasionale di cui al comma 13.
Dunque, il singolo cittadino che ha bisogno di una colf, di un giardiniere, di una baby sitter o di una badante, dell'insegnante che impartisce ripetizioni, acquista tramite il sito dell'Inps un carnet prepagato di buoni-lavoro da 10 Euro, pomposamente ribattezzato "Libretto di famiglia", e lo spende via via che gode delle prestazioni. Al pagamento del prestatore pensa l'Istituto di previdenza, che - attenzione! - è informato dal committente "entro il giorno 3 del mese successivo allo svolgimento della prestazione" (commi da 10 a 12).
Di contro, un'impresa che vuole utilizzare i voucher deve concludere un "contratto di prestazione occasionale", cioè un contratto "mediante il quale un utilizzatore... acquisisce, con modalità semplificate, prestazioni di lavoro occasionali o saltuarie di ridotta entità...". Cosa voglia dire una disposizione di questo tipo, mi è ignoto, come mi è ignoto il senso del comma 20, secondo cui, "in caso di superamento... [dei limiti quantitativi delle prestazioni richiedibili al singolo prestatore], il relativo rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato..." Cioè: una "cosa" che non è sicuramente un rapporto di lavoro (nel caso del "Libretto di famiglia": Circ. Inps n. 88/2009 e Circ. n. 17/2010) oppure che è bensì un rapporto di lavoro, ma "semplificato", diviene - mediante una trasformazione ex lege a carattere sanzionatorio - il più stabile dei contratti giuslavoristici, cioè il contratto (i) subordinato (ii) a tempo pieno (iii) indeterminato. Una follia (lo stesso art. 2, c. 1, D. Lgs. n. 81 del 2015 era stato meno tranchant nel prescrivere - in modo comunque molto confuso - che, "a far data dal 1° gennaio 2016, si  applica  la  disciplina  del rapporto di lavoro subordinato anche a [determinati] rapporti  di  collaborazione").
Queste, diciamo, stravaganze si ripercuotono anche nella disciplina dei commi 2 e 3. Da un lato il prestatore ha i contributi versati alla Gestione separata, come un collaboratore coordinato e continuativo (o come un "vecchio" collaboratore a progetto), ma ha diritto "al riposo giornaliero, alle pause e ai riposi settimanali secondo quanto previsto... [dal] decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66" (cioè il decreto che fissa le norme di base in materia di orario di lavoro, concetto - anche questo - proprio della sola subordinazione).
Dal punto di vista dogmatico, un pastrocchio.

II.b. Le "maglie larghe" del sistema anti-frode

Che ci sia bisogno di uno strumento che permetta di pagare, in modo fiscalmente corretto, ma senza troppe complicazioni, prestatori che svolgono funzioni residuali e saltuarie (giardinieri, baby sitter, insegnanti che danno ripetizioni) è indubbio. Quello che si è imputato ai voucher, con sempre maggior forza, era la loro utilizzabilità negli ambiti più disparati, sostanzialmente in frode alle altre disposizioni di legge (il caso dell'autotrasportatore a voucher è celebre).
Le cose non sono sempre state così, ne ho parlato diffusamente qui. In breve, i buoni-lavoro nascono con gli artt. 70 e ss. del D. Lgs. n. 276 del 2003 (Legge Biagi), per remunerare le "prestazioni occasionali di tipo accessorio" svolti da "soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne" (disoccupati, casalinghe, studenti, pensionati, disabili, extracomunitari: art. 71), quindi (tra il 2004 e il 2008) sono estesi all'agricoltura (per vendemmie, raccolta di pomodori e olive, ecc.) e quindi a "qualsiasi settore produttivo il sabato e la domenica e durante i periodi di vacanza da parte di giovani con meno di venticinque anni di età". Successivamente si dà la possibilità di utilizzare i voucher anche agli enti locali, mentre nel 2010 sono aggiunti fra i possibili fruitori cassaintegrati, iscritti a liste di mobilità, lavoratori a part-time ed è stato eliminato il massimale di giornate lavorabili presso un solo committente. Poi, arriva la Fornero che riscrive l'istituto e lo snatura. Dal 2012 è "lavoro accessorio" quello "di natura meramente occasionale" che "non dà luogo... a compensi superiori a 5.000 Euro" annui (di cui non più di 2.000 da uno stesso committente). Se i voucheristi sono cassintegrati o in liste di mobilità o ricevono l'assegno di disoccupazione, il limite massimo percepibile nell'anno è di 3.000 Euro. Punto. I voucher possono essere utilizzati da chiunque, imprenditore o meno, con limitazioni risibili (sono vietati in caso di appalto e limitati in agricoltura).
Detto in professorese: "il lavoro accessorio non è più relegato ad ipotesi marginali, ma - del tutto affrancato dalla vocazione sociale e di politica attiva che lo animava - costituisce modalità ordinaria per la regolazione di tutti i rapporti di lavoro" (Bollani, La nuova disciplina del lavoro occasionale di tipo accessorio, in AA.VV. (a cura di), Previdenza, mercato, lavoro, competitività, Torino, 2008, 404); pertanto "la natura occasionale ed accessoria della prestazione - e dunque la legittimità del ricorso al lavoro accessorio - deve essere valutata... in base all'unico criterio quantitativo di 5.000 Euro nel corso dell'anno solare" (Putrignano, in Argomenti Dir. Lav., 2014, 3, 811).
Renzi si è limitato ad alzare la soglia a 7.000 Euro ed a specificare che la percezione dei voucher non dà diritto all'assegno di disoccupazione.
Per ridurre l'abuso dei voucher, il comma 14 dispone che "è vietato il ricorso al contratto di prestazione occasionale: (a) da parte degli utilizzatori che hanno alle proprie dipendenze più di cinque lavoratori subordinati a tempo indeterminato; (b) da parte delle imprese del settore agricolo, salvo che per le attività lavorative rese da [determinati] soggetti...; (c) da parte delle imprese dell'edilizia...; (d) nell'ambito dell'esecuzione di appalti di opere o servizi".
Ora, non è pensabile che chi ha scritto l'emendamento non sappia che fare riferimento alle "imprese con non più di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato" significhi di fatto estendere l’utilizzo dei voucher anche a moltissime aziende che – tramite altre forme di lavoro precario, a partire dal tempo determinato (i cui limiti quantitativi non si applicano a tutta una congerie di ipotesi specificamente normate all'art. 23 del D. Lgs. n. 81 del 2015, uno dei principali decreti attuativi del Jobs Act) – in realtà impiegano un numero maggiore di lavoratori. Significa, cioè, permettere alla maggioranza delle aziende italiane di utilizzare anche i nuovi voucher, esattamente come usavano ed abusavano dei vecchi (per una diversa interpretazione, leggi qui).
Ma c'è anche di peggio. Premesso che a pagare effettivamente il prestatore è l'Inps (il comma 19 ha cura di specificare che i costi del bonifico sono a carico del percipiente...), rimborsato mediante apposita piattaforma informatica o F24, al fine di permettere l'individuazione degli aventi diritto alla riscossione, ai sensi del comma 17, "l'utilizzatore è tenuto a trasmettere almeno un'ora prima dell'inizio della prestazione... una dichiarazione contenente, tra l'altro..., a) i dati anagrafici e identificativi del prestatore; b) il luogo di svolgimento della prestazione; c) l'oggetto della prestazione; d) la data e l'ora di inizio e di termine della prestazione...". Tuttavia (comma 18), "nel caso in cui la prestazione lavorativa non abbia luogo, l'utilizzatore è tenuto a comunicare... la revoca della dichiarazione trasmessa all'INPS entro i tre giorni successivi al giorno programmato di svolgimento della prestazione...".
In sostanza, non vi sarà modo di punire chi, dopo aver fatto svolgere una prestazione a voucher, preso atto dei mancati controlli da parte degli organi preposti, paghi in nero il prestatore e cancelli, con una semplice telefonata all'Inps, la richiesta fatta.
Sempre che uno - soprattutto se trattasi di impresa - voglia davvero perdere tempo con questo farraginoso meccanismo di prenotazione. Infatti, "in caso di violazione dell'obbligo di comunicazione di cui al comma 17... si applica la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da Euro 500 a Euro 2.500 per ogni prestazione lavorativa giornaliera per cui risulta accertata la violazione".
Sai che paura.
Dice: eh, ma tu vai sempre a pensare male.
Vero. Però noto che quando si tratta di evitare l'evasione del comune cittadino, lo Stato le pensa proprio tutte. Senza entrare in argomento, la kafkiana ritenuta alla fonte sui redditi da locazione turistiche, nonché le disposizioni di molte leggi regionali (v. p.e. l'art. 70 della L.R. Toscana n. 86 del 2016) volte a censire i proprietari di seconde case in città o al mare, sono esempi concreti.
Monumenti - insieme ai voucher, insieme a mille altre norme che questo governo ed i precedenti sfornano a getto continuo - alla vergogna normativa.

lunedì 22 maggio 2017

Bad bank alla spagnola?

Attorno a Mps ed alle due banche venete si sta giocando una partita piuttosto cinica. Sono di ieri le ultime dichiarazioni di Danièle Nouy, la laureata in giurisprudenza e scienze politiche a capo del Meccanismo di vigilanza unico sulle banche, secondo cui nell'Eurozona "ci sono tre categorie di banche: quelle che stanno andando piuttosto bene, quelle che non vanno tanto bene ma si impegnano, con coraggio, a risolvere i loro problemi e poi ci sono altre che in qualche modo negano la realtà e dovranno cambiare per migliorare". Il riferimento non è per nulla casuale: "anche di recente... abbiamo avuto esempi di banche che hanno venduto sofferenze e che si sono rivolte al mercato per chiedere capitale aggiuntivo" (per esempio Unicredit col progetto FINO).
L'uscita di cui sopra segue di pochi giorni una ancora più dirompente, ancorché relegata nelle pagine economiche dei quotidiani e del tutto ignorata dai telegiornali: "gli stress test dell'EBA su cui si è basato il calcolo dell'ammanco di capitale di Mps non comprendevano una preventiva asset quality review", cosa che "apre una discussione aggiuntiva onde indagare se le perdite subite siano realmente coperte da soldi privati".
Non so se è chiaro. La signora sta dicendo che la "ricapitalizzazione precauzionale" da parte dello Stato, quella per intendersi che sacrifica soltanto gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati della banca, è utilizzabile soltanto qualora l'istituto sia solvibile ed abbia ripianato le perdite pregresse con il sacrificio di soci e obbligazionisti cosa non così scontata.
Il perché è presto detto: le sofferenze di Mps potrebbero essere superiori a quelle contabilizzate, ed avere un minore valore: prima degli stress test dello scorso anno, infatti, la BCE non ha portato a termine una convincente ispezione degli attivi (l'ispezione si è infatti conclusa a febbraio 2017).
Ma i soldi dello Stato non solo non possono ripianare gli ammanchi di capitale pregressi (potendo soltanto, in pratica, colmare il gap tra il capitale minimo previsto dalla vigilanza per gli istituti e quello prudenziale richiesto al singolo soggetto vigilato), ma neppure le perdite future, ove prevedibili. In pratica, i soldi dello Stato non possono essere utilizzati neppure a copertura delle minusvalenze derivanti dalla cessione degli NPL (cessione, tra parentesi, richiesta dalla stessa BCE), a quelle dovranno bastare il capitale attuale e le obbligazioni convertite in azioni (il che può anche spiegare i motivi per cui la medesima BCE pare voler cedere, almeno in parte, alle richieste della DG Comp e fare un po' di "sconto" al governo).
Per sbloccare la trattativa in tempi brevissimi, riciccia a Siena il Fondo Atlanta, che insieme a Fortress e Fonspa dovrebbe a breve produrre un'offerta non vincolante per l'acquisto di uno stock molto significativo di NPL, impegnandosi soprattutto sulle tranche junior mezzanine. Lo dico chiaramente: a me questa notizia puzza. Dove trovi i soldi Atlante, è un mistero. Non sono sicuro che Fonspa abbia le capacità finanziarie per entrare in una operazione del genere. Fortress ha concluso da pochi mesi un'operazione impegnativa con Unicredit.
In questo contesto, non stona la precisazione della trimestrale 2017 di Montepaschi, redatta sì con criteri di continuità aziendale, ma che avverte come tale continuità sia sottoposta a "taluni elementi di rilevante incertezza", che potrebbero anche pregiudicarla. E le incertezze riguardano appunto "l'ottenimento delle autorizzazioni necessarie per l’accesso alla misura di Ricapitalizzazione precauzionale che presuppone l’approvazione del Piano di Ristrutturazione", "i possibili impatti… sulla valutazione di solvibilità" dell’ispezione della BCE sul portafoglio crediti, "l'esecuzione delle azioni previste dal Piano di Ristrutturazione".
Morale della favola, anche nel caso in cui l'intervento di Atlante si verifichi, della soluzione definitiva non se ne parla prima dell'estate. Nel frattempo Mps perde denaro, e la situazione si aggrava. Se le obbligazioni senior sono ancora sospese e, soprattutto, se nessuno ne parla, un motivo forse ci sarà.
Fortuna vuole che Mps sia, probabilmente, ancora too big to fail. Così non è, però, per Popolare di Vicenza e Veneto Banca, per le quale si inizia apertamente a parlare di bail-in.
Anche in questo caso, il problema principale sono gli NPL, quasi 19 miliardi di Euro - di cui quasi 10 miliardi di sofferenze - contabilizzati a circa 40c. Come per Mps, la perdita conseguente alla cessione non può essere coperta dallo Stato, devono pensarci i privati. Pare dunque che la Commissione sia orientata - ferma restando la richiesta di ricapitalizzazione della BCE di 6 miliardi e 400 milioni - a imporre al governo italiano di versare un miliardo in meno (3 miliardi e 700 milioni) ed ai privati un miliardo in più (2 miliardi e 700 milioni, di cui 1 miliardo messo da Atlante e 700 milioni rivenienti dalla conversione di bond subordinati).
Tra l'altro, il sistema è concepito come una specie di gioco dell'oca al contrario, in cui le pedine si ritrovano sempre al via. I sistemi interni di valutazione dei rischi delle principali banche, infatti, calcolano infatti il rischio di perdita sui finanziamenti in caso di fallimento della controparte a partire dai dati storici dei recuperi. Una cessione significativa di NPL a prezzi molto bassi (cosa che con ogni probabilità succederà sia a Mps, sia alle venete) renderebbe tutti gli impieghi “più rischiosi”, anche quelli in bonis, con conseguente riduzione del CET1 (che, come noto, al denominatore ha gli impieghi ponderati per il rischio). E questo è talmente vero da spingere i Consigli di Amministrazione a ricercare soluzioni molto complesse, quando non del tutto fantasiose.

Nonostante la fiducia che sprizza da tutti i C.d.A. e dalle pagine dei giornali, a mio avviso - per quel che conta - la situazione è molto grave.  Ma ancora più grave è il sospetto che questi istituti (ma soprattutto i loro dipendenti ed i risparmiatori che vi hanno investito i loro risparmi) siano delle pedine di un gioco più grande. Il gioco della Commissione, che vuole spingere l'Italia - dopo la mancata costituzione di una bad bank europea - a realizzare una bad bank nazionale (di cui ho parlato diffusamente qui e qui).
Senonché, questa bad bank - per non violare le disposizioni che vietano gli Aiuti di Stato - dovrebbe acquistare le sofferenze degli Istituti italiani a prezzi non di molto superiori a quelli di mercato, quindi cartolarizzarli e piazzarli sul mercato (si spera, a questo giro, non al retail). Il gioco potrebbe funzionare, se non fosse per il problema della valutazione della congruità del prezzo di cessione degli NPL, per cui il nocciolo della questione è in realtà proprio sulle modalità per rendere gli NPL delle banche più appetibili e, dunque, più "costosi" (cioè, se la si vuole vedere dal lato opposto, meno minusvalenti). Il problema non si pone evidentemente per le tranche senior della cartolarizzazione (quelle che includono crediti problematici, ma di "più facile" recupero), che possono essere oggetto di garanzia statale (ricorderete la GACS), bensì per quelle junior e mezzanine.
L'esperienza fallimentare di Atlante discendeva proprio da questo problema. Il Piano JP Morgan su Mps prevedeva proprio l'acquisto a prezzi importanti dalla tranche mezzanine degli NPL.
Comunque, cosa ci propone la Commissione? Di rendere ancora più veloci le procedure di recupero dei crediti. Cioè di buttare più velocemente fuori di casa i mutuanti morosi e fuori dai capannoni gli artigiani in ritardo con le rate. Ah, però.
Sinceramente, a me non dispiacerebbe stamparmi il nuovo art. 2929-bis c.c., il D.L. 18/2016 (di cui ho parlato qui), il nuovo art. 40 del Testo Unico Bancario, il D.L. 59/2016, farne un piccolo fascicolo arrotolato e batterlo sul muso di quei quattro burocrati dementi come si fa coi cagnolini piccoli, ancora poco educati.
Questi palliativi, in una situazione come quella italiana, in cui le banche - eccetto pochissime eccezioni - non riescono più a sostenere i margini a causa di troppe sofferenze e di una forbice dei tassi praticamente azzerata, non conducono a niente.
Anzi, a una cosa conducono, e cioè alla costituzione di una bad bank alla spagnola, in cui le terrificanti perdite degli Istituti sono coperti sì con soldi pubblici, ma non statali, cioè tramite intervento del MES, e con le condizionalità imposte dal MES, c'est-à-dire con la Troika.
In Spagna hanno usato una quarantina di miliardi. Press'a poco quello di cui avremmo bisogno noi.
In Spagna hanno anche la disoccupazione al 20%. Press'a poco quella che avremo noi