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lunedì 21 gennaio 2019

Gli Inutili Intelligenti

C'erano una volta gli Utili Idioti. Che l'espressione sia stata coniata da Lenin, o Stalin, o - più probabilmente - negli Stati Uniti, la sua icastica semplicità l'ha resa un punto fermo di qualsiasi polemica politica. Ultimamente, però, gli Utili Idioti sono passati di moda; forse a causa della crisi dei partiti di massa, o forse per la disintermediazione imposta dai social, o ancora per un certo clima post-ideologico che è la cifra di questa sedicente modernità,. O magari per colpa del buco dell'ozono, chissà.
Ora una nuova falange di volenterosi si affaccia sulla scena politica: gli Inutili Intelligenti (II per gli amici). Dove la parola "intelligente" sta essenzialmente per "fuuuurbo".
Chi sono costoro? Se gli Utili Idioti - anche noti come "compagni di strada" (per gli amici) o "fiancheggiatori" (per i nemici) - sono naturali avversari di un partito o un movimento che, talvolta per ottusità, altre volte per idealismo o più prosaicamente per denaro, ne sostengono ugualmente le fortune, al contrario gli Inutili Intelligenti sono coloro che - talvolta per ambizione personale, spesso per un'ipertrofia patologica dell'ego - si ingegnano a mettere i bastoni fra le ruote a chi, bene o male, si sta impegnando per i loro interessi.
Brutta bestia, l'ambizione. Anche perché è sempre incinta (come la madre degli II) di un cucciolo ancora peggiore: la critica distruttiva. D'altronde, diceva un filosofo americano (o il bigliettino dei Baci Perugina, non ricordo), fare a pezzi è il lavoro di chi non sa costruire. Ecco allora stormi interi di benintenzionati che non riescono neppure a raccogliere le firme in provincia di Chieti discettare a social unificati non solo su come si fondi e gestisca un partito, ma anche su chi ne possa o debba far parte, e su quali siano le uniche alleanze accettabili (ove ve ne siano). Il tutto, partendo da analisi del reale già vecchie nell'Ottocento, o già sconfitte più volte, e senza appello, dalla Storia (il più delle volte sotto forma di bombe a grappolo in centri cittadini).
Hanno capito ogni cosa, loro. Da prima degli altri, loro. Molto meglio degli altri, loro. E giù link a filmati più lunghi della Corazzata Potëmkin (versione fantozziana).

Comunque, gli II di questo tipo (gli II di tipo 1, diciamo) sono strani, un po' pesanti, umorali più di un'attrice sotto metanfetamina, ma tutto sommato non particolarmente fastidiosi e del tutto innocui. Non fastidiosi, perché hanno la buona creanza, dopo non più di un paio di interazioni su Twitter, o su Facebook, di andare nel panico bloccandoti senza appello; innocui, perché hanno programmi talmente dogmatici e rituali talmente esoterici, da risultare più simili a sette, che a partiti. E una setta di massa non si è mai vista (a parte i Neocatecumenali, ma lasciamo perdere).
Gli II di tipo 2, gli egolatri, invece... 
Certamente ciascuno di noi è un insieme unico di aspirazioni, idee, pregiudizi, interessi, per cui non vi sarà persona i cui comportamenti, o le cui parole, ci andranno del tutto a genio. Spesso, anzi, neppure noi stessi ci andiamo a genio, non del tutto almeno (anche se ci perdoniamo molto più volentieri). La situazione si fa ancora più complicata, considerando che ciò che ciascuno di noi interpreta quello che fanno e dicono gli altri secondo il proprio io, in un caleidoscopio di congetture quasi pirandelliano.
Non si può piacere, o dispiacere, a tutti. Altrimenti non ci sarebbe neppure bisogno della democrazia. Il problema si crea quando qualcuno attacca chi, in fondo, la pensa come lui e - soprattutto - cerca di difenderne gli interessi, soltanto per riaffermare il proprio io. Per dire: sono più bravo. E, così facendo, cade in trappoloni che neppure un bambino.
Ecco allora che basta che un ex attore semiprofessionista inventi una specie di lista dal nome tautologico, "siamo europei", per vedere tutto un florilegio via Twitter di prese di posizione fermissime. "Io non sono europeo!", e giù analisi storiche, geografiche, cultural-religione, antropologiche, cosmologico-sapienziali. Bravi, sapete un sacco di cose. Ma non capite la cosa principale: che individuare un (gruppo) antagonista serve proprio a cementare il proprio gruppo, che ora più che mai appare sfilacciato, in difficoltà, senza una bussola. Invece di stare sempre su internet, leggetevi almeno Il Signore delle mosche!

E questo giochino, ben noto a tutti coloro che hanno fatto almeno la prima elementare, riesce tanto meglio ove ci sia chi- proprio come gli II di tipo 2 - per gusto di differenziazione si arrocca su posizioni fragili, quando non francamente insostenibili. Quando invece basterebbe dire la verità e tutto finirebbe immediatamente.

Mistero su come si possa non capire che si tratta della stessa tecnica che ha portato alla grande frattura sull'obbligo vaccinale. Anche in quel caso - nonostante gli appelli di alcuni e addirittura i saggi di altri - invece di sottolineare con fermezza il tentativo di inquinare il piano politico con qualcosa di differente ed assolutamente inconferente (nel caso sopra, il piano sociologico e culturale; qui, quello chimico-epidemiologico) col duplice fine di elidere la discrezionalità (che è l'essenza stessa della politica) a favore di una oggettiva tecnicalità del tutto mitologica, e di permettere allo Stato di appropriarsi dei corpi dei proprio cittadini (a partire da quelli dei più indifesi), si è preferito - da parte di alcuni - buttarla in caciara, con analisi sbagliate, terrorismi inutili, antiscientismi che sono l'immagine uguale e contraria del vetero-positivismo burionoide.
Gli II di tipo 2, peraltro, hanno anche una pericolosa mutazione genetica. Sono quelli affetti da sindrome del bagno occupato, per cui anche quel che il governo fa di buono non conta, perché non è fatto abbastanza in fretta. Non siamo ancora usciti dall'Euro! Non abbiamo ancora spezzato le reni a Macron! Non abbiamo neppure soggiogato la Kamčatka!
Poi magari, a volte, sobriamente, qualcuno un po' si incazza.

Gli Utili Idioti - ancorché idioti - erano, appunto, utili.
Gli Inutili Intelligenti, invece, sono, appunto, una terribile zavorra.


Ah, poi ci sono quelli che cercano piccole ripicche per questioni personali.
Su di essi cali il silenzio.

martedì 8 gennaio 2019

Su Carige il PD, more solito, confonde la merda con la cioccolata

Ieri sera, con un breve decreto legge, il governo ha messo in sicurezza Banca Carige, recentemente posta in amministrazione straordinaria dalla Banca Centrale Europea. La banca potrà così accedere alla garanzia dello Stato sulle passività di nuova emissione e - nel caso, remoto, in cui ve ne fosse necessità - ad una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale tipo quella di Mps.
Appresa la notizia, il sodalizio comico Renzi & Marattin hanno subito fatto fuoco e fiamme: Di Maio e Salvini si comportano come il PD, dovrebbero vergognarsi!

Consentiamo volentieri che comportarsi come il PD sia sempre motivo di vergogna, ma - nella fattispecie - il dinamico duo non ha colto propriamente nel segno. Per essere più precisi: ha confuso la merda con la cioccolata.


Punto primo.
La Direttiva BRRD, quella cioè che ha introdotto le regole sul bail-in, è stata approvata quando al governo c'era il PD, nella fattispecie Enrico Letta (che la rivendicava come un successo). Prendersela ora con chi la deve applicare, cercando di sminarne le parti più pericolose, farebbe sorridere, se non fosse un atto di clamorosa disonestà intellettuale. D'altronde, anche il primo Matteo Renzi apprezzava l'innovazione, se è vero - come è vero - che anziché far intervenire il Fondo Interbancario per salvare quattro piccole banche del centro Italia preferì emanare un Decreto ad hoc e procedere al primo burden sharing della storia repubblicana (la spiegazione di Banca d'Italia, secondo cui furono gli Istituti a non "trovare la provvista necessaria", appartiene al regno del fantasy).
Lo stesso dicasi dell'altro successo dei governi PD, l'Unione bancaria, che tanto piaceva all'allora Ministro Saccomanni.

A questo proposito è bene ricordare che "Unione bancaria" significa due cose, la prima delle quali è "vigilanza unica demandata alla Bce", la quale, come ben sottolinea Giuseppe Liturri in questo articolo, una volta "subentrata agli organismi nazionali nella supervisione di oltre cento istituti significativi" ha immediatamente imposto l'eliminazione, a tappe forzare e "a qualsiasi costo, degli Npl [cioè delle sofferenze, N.d.R.] dai bilanci bancari". Sebbene Bankitalia avesse "più volte evidenziato i danni prodotti ai bilanci bancari da tali dismissioni a tappe forzate e le sue perplessità sulla effettiva necessità di ridurre così in fretta gli Npl", non c'è stato nulla da fare: "la Signora Nouy è stata irremovibile: vendere tutto ed in fretta", anche in un Paese, come l'Italia, "investito dalla recessione più grave dal dopoguerra".
Nell'articolo di Liturri, per amor di chiarezza, si evidenzia anche chi abbia guadagnato da questa scelta, ma penso che sia chiaro già così. Semmai, può essere utile ricordare la riforma delle Banche di credito cooperativo voluta da Renzi, che consegna anche queste piccole realtà, mani e piedi, alla Vigilanza di Francoforte, e la controriforma della Lega che ha quanto meno ridotto, per quanto possibile, quest'ulteriore pericolo. Dunque il PD è colpevole anche per la situazione di Carige perché - da Monti a Gentiloni - ha concorso a scrivere (o quanto meno ha avallato) le regole che hanno portato a tutti i disastri bancari italiani: stretta fiscale (soprattutto sotto Monti) à crisi dell'immobiliare e aumento dei fallimenti à incremento esponenziale di incagli e sofferenze à nuove regole per la "pulizia" dei bilanci della Bce à ammanchi di capitale regolamentare à crisi (con annessa fuga dei correntisti) à intervento statale (burden sharing o bail-in).

Punto secondo.
Quando Renzi e Marattin, e dietro di loro le migliori menti del PD renziano (immediatamente riprese dal Sole24Ore, che come al solito si distingue per terzietà nel panorama dell'informazione), strepitano che il decreto del governo giallo-verde è uguale a quello di Gentiloni, dicono - come spesso accade, d'altronde - una cosa non del tutto vera (cioè: falsa).

Quanto meno allo stato attuale, nel caso di Carige il Ministero del Tesoro non versa un euro, ma si limita ad una garanzia per permettere alla banca di ritrovare liquidità, messa a dura prova dall'uscita di correntisti impauriti proprio dalle regole approvate, nel passato, dal PD, prima in Europa e poi in Italia.
burden sharing di Banca Etruria (Boschi bank) e delle Venete hanno bruciato i risparmi dei soci e degli obbligazionisti subordinati (mietendo anche vittime, in senso proprio, non figurato). Qui nessun obbligazionista subirà perdite, perché i subordinati sono in mano al Fondo Interbancario e - al contrario di quanto scrivono, per piacere di terrorismo (non si sa se antigovernativo o a fini di clickbait), giornaloni e siti "specializzati" - certamente non saranno intaccate le obbligazioni senior (o, al massimo, saranno oggetto di integrale rimborso secondo lo schema usato per l'upper Tier 2 di Mps in mano alla clientela retail).
Tre delle "quattro banche" sono state regalate, una volta ripulite, a UBI, mentre Intesa, per prendersi la parte sana di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, ha addirittura ricevuto una dote di qualche miliardo di Euro (qualche miliardo di Euro) di soldi pubblici e ampia manleva per eventuali cause intentate da creditori ed azionisti delle banche liquidate. Ricordiamo tutti la figura di palta del più volte citato Marattin, poi sbugiardato dall'Istituto europeo di statistica, che tentava di dimostrare che quei soldi non fossero "debito pubblico".

Al contrario, è presumibile che Carige non debba essere oggetto di ricapitalizzazione precauzionale (e, se lo fosse, sarebbe di nuovo per l'urgenza di cedere - prima di essere messa sul mercato - una somma importante di Npl a SGA). In questo caso, Di Maio è stato molto chiaro, nessun regalo ai banchieri che socializzano le perdite e privatizzano i profitti: la banca si nazionalizza.
Come Mps, direte voi.
Sì, come Mps. Che, tuttavia, resta certamente la peggior macchia sul curriculum di Padoan (sul curriculum di Renzi stendiamo pietoso velo). L'analisi della crisi (probabilmente irreversibile) in cui tuttora si dibatte il Monte dei Paschi non può prescindere dalla clamorosa inerzia del governo PD, durata addirittura un anno!, una volta che era divenuto chiaro a tutti cosa stava accadendo.
Mentre qualunque quisque de populo si accorgeva che l'aumento di capitale necessario alla banca non sarebbe andato in porto...


... e Renzi si dava alla manipolazione del mercato parlando di "banca risanata" e di "ottimo affare"...

...Padoan stava a guardare una fuoriuscita di liquidità calcolata dalla stessa Mps in circa 20 miliardi di euro in un anno. Un colpo da KO. Una storia italiana dal 1472, di cui gli ultimi dieci di immane sofferenza, giunge al termine.

Quando parlano i piddini, a vergognarsi, ormai, è solo la verità.

mercoledì 2 gennaio 2019

Le scemenze degli atei semi-devoti - episodio I (Natale)

Non c'è cosa più gradita ai non cristiani che discettare di ciò che non conoscono o non comprendono (Piergiorgio Odifreddi è il sommo sacerdote di questo secondo gruppo), cioè del Vangelo; da sempre, ma soprattutto ultimamente, visto che anche il Pontefice - per non parlare di molti Vescovi a lui vicini e dei così detti "preti di frontiera" - pare incentivare questa pratica un po' umiliante. Ciò nonostante, soprattutto in considerazione della gravità delle ultime aberrazioni che mi sono giunte sotto gli occhi, qualche parola di verità mi sembra giusto spenderla.
Cominciamo con una considerazione preliminare, che - prima di certi articoli - si sarebbe potuta ritenere piuttosto ovvia. I Vangeli canonici non sono biografie di Gesù, almeno nel senso moderno della parola "biografia", ma sono testi con specifiche preoccupazioni teologiche (Gv 20,30-31: "molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome"). Non a caso nella Bibbia cristiana sono entrati i resoconti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, non anche il Diatessaron di Taziano.

Ciò comporta che quando leggiamo una pericope, i possibili piani di lettura sono almeno tre: quello che Gesù intendeva dire in una determinata circostanza (astraendo, qui, dalla differenza - tipica di qualsiasi testo biografico o storico antico - fra i c.d. ipsissima verba Iesu e la c.d. ipsissima vox), quello che l'evangelista intendeva dire riportando quella determinata circostanza (senza entrare, in questa sede, nelle querelle sul processo di formazione dei quattro Vangeli canonici), quello che quei determinati fatti possono dire oggi a noi.
Paradossalmente, gli atei che discettano di cristianesimo (di cattolicesimo, in particolare) confondono tutti e tre i piani, in un pot-pourri così ingenuo da far sorridere anche la più conservatrice beghina, e nel far questo stilano una inesistente vita Iesu al cui confronto il già ricordato testo di Taziano appare un capolavoro di metodo storico-critico.
Leggiamo allora le profonde riflessioni di "Manginobrioches", il cui nom de plume dimostra tutto l'acume e il senso dell'umorismo riscontrabili nell'articolo. Che si qualifica come una specie di lettera aperta a "sovranisti, leghisti e fascisti" (termini che, a parere della redattrice di cotanto testo, sono evidentemente sinonimi) con l'aggravante di aver fatto un presepe con le normali statuine (magari addirittura di ceramica!) invece che con barconi, spazzatura e amenità simili.

L'incipit è illuminante. Caro scarto dell'umanità (parafraso per una migliore intelligenza del testo), "sappi che la Natività, così come essa è tramandata... è un racconto di povertà, accoglienza negata, rivalsa degli ultimi del mondo. E' [sic, N.d.R.] perfettamente inutile che tu sottolinei che la Sacra Famiglia... tecnicamente non era profuga o rifugiata (anche se lo sarebbe stata appena poco dopo, in Egitto): è una famiglia nullatenente con un bambino appena nato respinta da tutti, e riconosciuta solo da altri ultimi della Terra, esattamente come loro".
In qualità di "sovranista, leghista e fascista" mi sento di rispondere "a rime baciate" (giusto per citare un altro demente che ha fatto così tanto male a questo martoriato Paese).
La Natività tutto è meno che un racconto di povertà. Non vi sono indizi per definire la famiglia di Gesù povera (Meier 2001, pp. 286 ss.), e anzi si potrebbero leggere nei Vangeli - se la cosa avesse un senso - anche affermazioni di segno opposto (Giuseppe era un artigiano - cfr. Mt 13,55 - e non un contadino a giornata, o un mendicante, o un membro di altre categorie marginali; la tunica di Gesù - cfr. Gv 19,23 - il cui significato è ovviamente quello di introdurre la citazione scritturistica - è piuttosto lussuosa; ecc.). Ma, soprattutto, parlare di "povertà" o "ricchezza" nel mondo palestinese antico è scorretto, dovendosi piuttosto riferirsi alle categorie della "inclusione" o della "esclusione" sociale. E Gesù ha vissuto gli anni nascosti perfettamente integrato, per poi scegliere - col suo ministero tutto rivolto agli ‘anawîm (mendicanti, peccatori, vedove, bambini) - la marginalità.
Non è neanche un racconto di accoglienza negata, anzi è l'esatto opposto. Mi auguro che, nel XXI secolo, il racconto lucano non sia ancora letto a partire dalle strofe di "Tu scendi dalle stelle", ma che si comprenda che Luca - tutto teso a sottolineare la nascita di Gesù "nella mangiatoia" - dia forma al proprio racconto spiegando (o congetturando) che una partoriente certamente non avrebbe potuto alloggiare con altri pii ebrei, in quanto impura, e che il posto migliore per far nascere un bambino, nelle condizioni igienico-sanitarie dell'epoca, era certamente una stalla, ben riscaldata dagli animali. Ma l'intenzione dell'evangelista, invero, è un'altra (completamente opposta alla profondissima lettura della altrettanto colta giornalista: v. Brown 2002, p. 568): con la scena di Lc 2,1-20 si vuole evidenziare come la nascita del Salvatore abbia abrogato Is 1,3 (LXX: "il bue conosce il suo padrone; e l'asino conosce la mangiatoia del suo signore; ma Israele non mi ha conosciuto; il mio popolo non mi ha compreso"). Considerazione che - per inciso - fa strame anche della paccottiglia pseudo-colta che si legge sempre nelle imminenze del Natale.
Meno che mai ha a che fare con profughi o rifugiati. Di nuovo, qui si confondono storia, teologia e cronaca. Tuttavia è inutile sottolineare come l'Egitto (e per Egitto si intendeva anche l'attuale Striscia di Gaza, per dire) facesse parte dell'Impero Romano esattamente come la Palestina, o come la Sacra Famiglia sia tornata - appena possibile - nel proprio Paese; né mi pare il caso di notare la sottile differenza fra chi scappa da un pericolo mortale e chi invece migra per quelli che, con un certo sociologismo d'accatto, si definiscono "motivi economici". I punti fondamentali sono due: il primo, che Luca situa la casa di Giuseppe e Maria a Nazareth e spiega la nascita di Gesù a Betlemme attraverso il riferimento al censimento di Augusto, mentre Matteo situa la causa della Sacra Famiglia a Betlemme e inserisce lo spostamento a Nazareth nel quadro del racconto della fuga in Egitto; il secondo, logico corollario del primo, che il fondamento del racconto della fuga in Egitto non è (soltanto) storico, bensì teologico, volto a inquadrare la nascita del Messia all'interno della Storia Sacra di Israele attraverso il riecheggiare continuo di citazioni veterotestamentarie, come - tra le altre - l'oracolo di Balaam (Num 24,17), le profezie del Trito-Isaia (Is 60,6), soprattutto la storia di Mosè (Gnilka 1990, p. 103).
Anche l'idea che Gesù sia stato riconosciuto solo dagli ultimi è un peculiare caso di memoria selettiva (o di ignoranza, o di malafede). Certamente nel Vangelo di Luca l'epifania di Gesù è rivolta principalmente agli ultimi (i pastori), ma la pericope di significato parallelo nel Vangelo di Matteo è ben diversa: ad adorare Gesù sono i Magi, rappresentanti di tutti i popoli della Terra (che si prostrano davanti al Salvatore: dal generale al particolare, con movimento antitetico rispetto a quello della globalizzazione cui Manginobrioches si riferisce). I doni che portano sono fastosi: oro, incenso e mirra. Ovviamente hanno un significato simbolico - Gesù è sacerdote, re e profeta, che si è immolato una volta per sempre in remissione dei peccati -, ma anche alle menti semplici dovrebbero far comprendere che qui gli "ultimi" c'entrano assai poco. Anche perché, se solo questi atei semi-devoti si sforzassero di andare oltre pagina 2 dei Vangeli, scoprirebbero come tutto il ministero di Gesù sia rivolto proprio ai diseredati, ai peccatori, ai "malati", nel quadro di quell'urgenza escatologica che è riassunta dalla proclamazione della βασιλεία (regno di Dio).

Dalle idiozie del primo paragrafo discendono quelle del secondo: "quindi, mio caro vidimatore di passaporti di Giuseppe e Maria [dovete ridere, N.d.R.], mio caro controllore trionfante dell'anagrafe di Betlemme... [e qui ci sarebbe da piangere, considerando che in Luca la Sacra Famiglia va appunto a farsi censire, N.d.R.], sappi che la Natività, come la giri e come la volti, è esattamente la messa in scena di quello che tu, ferocemente, combatti ogni giorno: l'invasione dei Gesù Bambini...".
No, amica mia, la Natività è il supremo atto di amore di Dio, il Verbo increato che si fa carne, l'eternità (grazie a cui tutto sussiste) che si fa un unico puntino nel tempo. Il kairos. Le invasioni non c'entrano proprio nulla. Né il messaggio - il κήρυγμα, direbbe San Paolo - del Vangelo è quello di restare umani; no, il messaggio, all'opposto, è quello di diventare umani, cioè riconoscere nell'uomo la scintilla del Divino grazie al sacrificio di Gesù sulla croce (Fil 2,6 ss.). La croce, vanto di ogni cristiano (Gal 6,14), grande scandalo degli atei semi-devoti, a cui i racconti dell'infanzia rimandano in ogni loro riga, senza la quale si rischia di trasformare l'Incarnazione nella fiera dei buoni sentimenti progressisti un tanto al chilo.

Tutte le persone - di qualsiasi razza, religione, colore, credo politico - hanno uguale dignità di figli di Dio in Cristo. Conscio di questo, il Cristiano deve agire, per quanto nelle sue possibilità, onde garantire a tutti le migliori condizioni di vita possibili. Nell'Ultimo Giorno, ciascuno di noi sarà giudicato sulla base di ciò che ha fatto per "questi piccoli" (Mt 25,40). Ma questo non significa né che i lontani debbano essere preferiti ai prossimi, né che i fenomeni debbano essere governati per garantire la prosperità e la sicurezza, né che il rispetto possa diventare prevaricazione, né che il pericolo dell'assimilazione possa permettere di evitare qualsiasi forma di integrazione, né - soprattutto - che non si possa (anzi: si debba) rispondere con durezza nei confronti di chi specula sulla vita di innocenti per lucro, brama di potere, o inconfessabili interessi geopolitici.
Ed anche nei confronti di chi, con sprezzo della sensibilità religiosa di milioni di persone, si permette di piegare il Natale ai propri interessi di bottega (ed a una scarsa vena argomentativa).


Per chi fosse interessato (certamente non Manginobrioches), i testi citati sono i seguenti:
Brown (2002), La nascita del Messia, 2a ed., Assisi, 2002.
Gnilka (1990), Commentario teologico al Vangelo di Matteo, vol. I, Brescia, 1990.
Meier (2001), Un ebreo marginale, vol. I, Brescia, 2001.


giovedì 22 novembre 2018

Qualche considerazione sul "nuovo" Padrenostro di un cattolico disorientato

Chi scrive queste righe non è un esperto teologo, ma un semplice cattolico che - come spesso gli accade durante questo pontificato - è rimasto sconcertato dalle decisioni dell'Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana. A leggere i giornali, infatti, i Vescovi italiani - auspice Papa Francesco - avrebbero approvato "una rinnovata edizione del Messale Romano..., che prevede la modifica di una discussa espressione contenuta nella formulazione" del Padrenostro. Non più "non indurci in tentazione", bensì "non abbandonarci alla tentazione". E ciò perché "Dio, per Bergoglio, non è un tentatore. Quello semmai è Satana".

Giusto, tutto bene, se non fosse che la nuova traduzione non pare, almeno a chi scrive, in alcun modo giustificabile dal punto di vista grammaticale. Infatti il testo di Matteo recita: "μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν", dove il verbo εἰσφέρω ha certamente diversi significati, ma tutti collegati al portare, o trasportare, fisicamente qualcosa o qualcuno verso, o dentro, un determinato luogo, al massimo incontro a qualcun altro. Ora, è ben possibile che in certi contesti il verbo acquisisca occasionalmente significati traslati, ma lo slittamento semantico non può evidentemente essere tale da giungere a significare "abbandonare", neppure nel greco incerto della koinè.


Semmai, qualche considerazione si potrebbe fare sulla parola πειρασμός, che - nel quadro dei Vangeli sinottici - prende normalmente il senso di "tentazione", ma il cui significato fondamentale significa piuttosto "prova". Dunque, l'espressione di Gesù nel Padrenostro di Matteo, proprio a volerla attualizzare, potrebbe forse essere meglio tradotta con "non metterci alla prova" o "non farci entrare nella prova".

Chi scrive non sa se questa traduzione alternativa possa essere di gradimento per i Vescovi italiani, ma ritiene che abbia un suo significato pregnante - se non teologico - quantomeno letterario nel quadro del Vangelo di Matteo (e dei Sinottici in genere). Dice infatti Gesù nel Getsemani (Mt 26,41): "continuate a vegliare e pregare per non entrare nella prova" (in greco: "γρηγορεῖτε καὶ προσεύχεσθε, ἵνα μὴ εἰσέλθητε εἰς πειρασμόν"): qui il verbo εἰσφέρω, che presuppone l'attività di un agente, è sostituito dal verbo εἰσέρχομαι (entrare), che presuppone l'attività del soggetto, ma la differenza è in fondo assai meno percepibile di quanto appaia a prima vista, se si considera che, secondo le parole del Cristo, l'unico modo per "non entrare" nella "prova" (o nella "tentazione") è quello di vegliare e pregare Dio perché tenga lontana tale eventualità. D'altronde, nella medesima pericope, Gesù chiede espressamente al Padre di "allontanare da lui quel calice".

Certamente è Satana che tenta l'uomo: soprattutto nel Vangelo di Luca questo è molto chiaro, sia nel noto episodio delle tentazioni nel deserto, sia nell'episodio del Getsemani, dove espressamente si parla di Gesù che entra in una "lotta" (ἀγωνία) col Diavolo. Ma è altrettanto chiaro che è proprio in questi casi che Dio non ci abbandona, anzi ci sta vicino come non mai, e che la tentazione può essere respinta non già con le nostre forze, ma solo con l'intervento attivo del Padre. Se è vero che "in Marco l'autore implicito, in Luca esplicito della tentazione [nel deserto e nel Getsemani] è Satana che lotta con Gesù" e che "l'aspetto più importante è pero è il coinvolgimento di Dio... che permette questa grande lotta", ovviamente affinché "suo Figlio possa risultarne vincitore" (Brown, La morte del Messia, Brescia, 1999, 194), è pure vero che l'uomo "prega Dio che le cose non vadano oltre certi limiti", poiché "egli sa che Dio lo guida ed è presente anche se egli incappa nella tentazione". In quest'ottica, "intendere ciò soltanto come un permettere di entrare nella tentazione toglie vigore al testo" del Padrenostro (Gnilka, Il Vangelo di Matteo, Brescia, 1990, 338-339).

Dio non tenta, tenta Satana: vero, se si interpreta la "tentazione" come occasione diretta di compiere il male. Ma Dio mette alla "prova", in modo misterioso, tutti i giorni nelle difficoltà della vita di ognuno ("il Signore mette alla prova giusti ed empi": Sal 11,5). In queste prove, tuttavia, è sempre accanto a noi, e noi lo preghiamo che ci aiuti quando possibile a scansarle, altrimenti a superarle. Né si può concludere diversamente dal grido di abbandono di Gesù sulla croce di Mt 27,46 ("Elì, Elì, lema sabachtani?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"). Matteo, che sa che il Dio Figlio si è sempre affidato a Dio Padre lungo la sua esperienza terrena, può infatti ritrarre Gesù nella disperazione che cita Sal 22(21),2 perché già ha conosciuto Gesù glorificato che realizza Sal 22(21), 25.28-30 ("egli non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d'aiuto, lo ha esaudito... Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli. Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui...").

martedì 30 ottobre 2018

Per la lingua italiana

Come si sa, l'attacco ad hominem è l'argomento di chi non ha argomenti. Lo stesso dicasi dell'invettiva non corroborata da fatti concreti. Tuttavia, anche in questa specialità, c'è chi eccelle rispetto alla media, con tweet il più delle volte tanto livorosi quanto malamente scritti.

Se alle offese è bene non rispondere (secondo il vecchio adagio toscano che una bocca zitta ne azzitta cento), le sgrammaticature e i solecismi non possono passare sotto silenzio, se si vuole un po' di bene a questa disgraziata lingua che è l'italiano. Mi sono allora permesso di notare il misto di pedanteria e sciatteria insieme che promana dall'inutile barbarismo "misintepretare".

Siccome ho ricevuto un certo numero di risposte piccate, mi sembra giusto chiarire un po' il mio pensiero in materia.
Il principale legato della speculazione filosofica e religiosa dell'ellenismo cristiano è probabilmente il concetto che il pensiero si fa parola (lògos, verbum) e la parola si fa creazione (posto che noi attingiamo alla realtà tramite le nostre categorie gnoseologiche):
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
E ancora:
Credo in un solo Signore...: Dio da Dio, Luce da Luce..., generato, non creato..., per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Parlare male implica pertanto, in primo luogo, pensare male e, in ultima analisi, non possedere gli strumenti per una corretta interpretazione del reale. "Le parole sono importanti!", diceva il personaggio di un film di una qualche profondità.


Fra le innumerevoli maniere per parlare male quella di utilizzare barbarismi grezzi, inutili, sorpassati ancor prima di essere nati è una delle peggiori, perché non solo ferisce quell'organismo fragilissimo e meraviglioso che è la lingua italiana, ma dimostrandosi una non richiesta piaggeria nei confronti della lingua del Paese dominante e della sua élite (l'anonimo manzoniano utilizzava "qualche eleganza spagnola seminata qua e là") denuncia provincialismo e, da ultimo, una resa incondizionata alla dominazione (culturale?) dello straniero.

"Eh, però...", diranno i miei 2,5 lettori, "la lingua è un sistema vivo, che come tale nasce, evolve, eventualmente muore". Giusto, ma importare termini avulsi dalla sua traduzione ne certifica un inaridimento, non certo uno sviluppo; la lingua evolve con le invenzioni dannunziane (tramezzino, scudetto, velivolo), non certo con i calchi pedestri. "Eh, però...", continueranno, "i barbarismi sono sempre esistiti. Come ieri dicemmo magazzino e oggi diciamo computer, domani diremo misinterpretare" (o decade per decennio, ironico per paradossale e così via). No, cari miei. In primo luogo, perché se ha senso utilizzare un termine straniero ove non ve ne sia uno, italiano, altrettanto acconcio, è invece del tutto assurdo sostituire un anglicismo orrendo a una parola bellissima come "fraintendere"; secondariamente - last but not least, direbbe il prof. Bisin - perché in molti casi le parole altrui "naturalizzate" nella nostra lingua sono lasciti di dominazioni ed io, dai danti causa di certi personaggi, non voglio farmi dominare, né domani né mai.

domenica 15 luglio 2018

Arrivederci

Lo Smemorato va in quiescenza per un po'.
L'ultimo post - che è anche il primo di una nuova serie - inaugura il nuovo blog "Di Sana Costituzione".
Arrivederci (lì).

martedì 10 luglio 2018

La morte della democrazia - 1 / La scienza non è democratica, la Costituzione sì (?)

A un osservatore superficiale del dibattito politico italiano potrebbe apparire quanto meno illogico, se non addirittura incomprensibile, la circostanza per cui, il più delle volte, i più accaniti sostenitori dell'Unione Europea e delle sue fondamenta liberiste (a partire dal dogma della concorrenza e del divieto di Aiuti di Stato) si accompagnino da un lato ai pasdaran degli obblighi vaccinali imposti per legge e dall'altro alle frange estreme del mondo no borderLo Stato minimo che si sposa con lo Stato etico che si accompagna all'assenza di Stato.
Qualche riflessione in più, al contrario, mostra come questa convergenza di interessi - o di obiettivi - si presenti quasi come necessaria, laddove si consideri che il liberismo fondante l'UE presuppone tra l'altro (a monte) l'assoluta mobilità del fattore lavoro, la quale a sua volta può essere ottenuta soltanto dissolvendo nel meticciato etnico ma soprattutto culturale le specifiche tradizioni dei popoli europei, e comporta (a valle) l'asservimento della persona alle esigenze del mercato, il quale - lungi dall'essere limitato dallo Stato - ha trovato nello Stato un potente veicolo promozionale, soprattutto nel (de)formare la mente dei più piccoli.

"I bambini devono capire che quel che vuole lo Stato vale più di quel che vuole il papà o la mamma", ha scritto - con qualche sgrammaticatura - Ferdinando Camon in un articolo recentemente rilanciato dai social. Che è come dire: "abbiamo l'opportunità inaudita di plasmare la volontà dei bambini - ma anche dei ragazzi e, a certe condizioni, degli adulti - mediante messaggi pre-determinati per il tramite di specifici canali dello Stato". Primo fra tutti, ovviamente, la scuola.

La base teorica che sorregge l'intero fascio di opzioni teoriche (e di interessi) sopra descritto - il quale è stato ottimamente descritto sotto il nomen di "ordoliberismo" da Luciano Barra Caracciolo sia nel suo denso blog, sia nei suoi altrettanto densi libri (La Costituzione nella palude; Euro e, o?, democrazia costituzionale) - è rappresentata da un concetto tanto epistemologicamente ingenuo quanto politicamente pericoloso in quanto intimamente antidemocratico. Quello della "scienza", di cui si è occupato fra i tanti Il Pedante sia sul proprio sito (in particolare, qui) sia in un recente, interessantissimo saggio ("La crisi narrata").

Se la scienza - che, spesso, in questa visione un po' manichea delle cose è un tutt'uno concettuale con la tecnica - può dare risposte oggettive, in termini di massimizzazione dell'utilità comune, a qualsiasi problema, sia esso di politica economica, o inerente la salute pubblica, o attinente ai flussi migratori (le posizioni di Boeri, da questo punto di vista, sono illuminanti), e così via esemplificando, si deve concludere da un lato che non vi è più alcuno spazio operativo per il principio democratico (che pre-suppone una certa discrezionalità politica in merito alle concrete modalità di risoluzione dei conflitti di interesse) e, dall'altro, che il bene del singolo - laddove tale bene abbia una sua dimensione sociale - non può che subordinarsi al bene comune (inteso come massimizzazione paretiana dei "beni" di tutti e di ciascuno).
Né il proliferare dei c.d. "diritti civili" incrina questa ragionamento, ove si consideri che la maggior parte di tali diritti si pongono dal punto di vista dell'individuo-consumatore (rispetto al quale si confonde l'orizzonte delle aspirazioni con quello dei diritti) e non dell'individuo-cittadino (rispetto al quale ad un "diritto" corrisponde, normalmente, un altrui "dovere").

Su tutto questo - rispetto a cui, come accennato, molto è già stato detto (per il lato economico, si rimanda ovviamente al blog del prof. Bagnai e ai suoi due saggi divulgativi: Il tramonto dell'Euro e L'Italia può farcela) e di cui in questo post, e nei prossimi che si pensano come capitoli distinti di un medesimo discorso, si cercherà di fare un compendio (non scevro, crederei, di qualche piccola originalità) - ritorneremo più approfonditamente.
Quello che mi interessa sottolineare è come quest'opzione politica (che potremmo definire, per semplicità, burionismo - dal nome del virologo che asserisce, rimanendo serio, che "la scienza non è democratica" -, o monacellismo - dal nome del noto economista, secondo cui "la marea che sentiamo salire è quella di chi non sa ballare [cioè non ha specifiche competenze tecniche, cioè, in ultima analisi, non la pensa come lui, N.d.R.], e pretende che si spenga la musica. Ma questa musica è ineludibile, è una dato della realtà" -) appaia francamente totalitaria.
Già abbozzata da Alessandro Rosina in un livoroso articolo contro i "vecchi" che hanno votato per la Brexit (e che, essendo presumibilmente destinati a morire prima dei "giovani", non avrebbero dovuto avere voce in capitolo; si raccomanda all'Autore un rapido ripasso dell'Ecclesiaste), queste teoria ha probabilmente raggiunto la sua più chiara formulazione nel pensiero di uno (sconosciuto allo scrivente) analista finanziario, secondo cui "electoral vote should be weighted for logical and cultural skills in order to wipe out populism". Qui c'è tutto: limitazione del diritto di voto, tentativo - un po' cialtrone - di instaurazione di una non meglio definita "Dittatura degli intelligenti", creazione di un nesso teleologico spurio fra mezzi (indubitabilmente cattivi) e obiettivi (asseritamente buoni: eliminazione del populismo)

Nihil sub sole novi, per carità.
Platone (Repubblica, 562.b): "...la tirannide nasce dalla democrazia allo stesso modo in cui questa nasce dall'oligarchia... Quando una città democratica, assetata di libertà, viene ad essere retta da cattivi coppieri, si ubriaca di libertà pura oltre il dovuto e perseguita i suoi governanti, a meno che non siano del tutto remissivi e non concedano molta libertà, accusandoli di essere scellerati e oligarchici...".
Pseudo Senofonte (La Costituzione degli Ateniesi, 6): "si potrebbe sostenere che non avrebbero dovuto consentire a tutti di parlare e di decidere liberamente, ma solo agli uomini più capaci e più dotati... Se infatti esprimessero il proprio parere e assumessero decisioni persone di qualità, sarebbe un vantaggio per le persone uguali a loro...".
Polibio (Storie, VI 4,6-10): "si deve dunque ritenere che esistano sei forme di governo, cioè le tre che tutti ammettono..., e tre simili a queste, cioè la tirannide, l’oligarchia, l’oclocrazia... Quando [la democrazia] a sua  volta diventa colpevole di illegalità e violenze [cioè non fa gli interessi degli aristocratici, N.d.R.], con il trascorrere del tempo si forma l’oclocrazia".
Aristofane (Cavalieri, Prologo): "noi due s'ha per padrone uno zotico strano, un mangia-fave irascibile: Popolo pniciano, vecchiettino bisbetico e sordastro. Questi, lo scorso mese, comperò un servo, il conciapelli Paflagone, furbo e calunniatore quanti altri mai. Costui, capite le debolezze del vecchio..., si fece sotto al padrone, e cominciò a lisciarlo, adularlo, raggirarlo con limbelli di cuoio putrefatto. E gli diceva: «Discussa appena una sola causa, oh Popolo, fa' il bagno, sgrana, succhia, rodi, intasca i tre oboli. Vuoi che t'ammannisca la cena?» Ed arraffato ciò che aveva apparecchiato qualcuno di noi, se ne faceva bello col padrone, il Paflagone! Non solo: quando ebbi impastata in una pila quella pizza spartana, questo fior di birba mi mise in mezzo, me la prese, e offrì lui quello che impastato avevo io! E noi ci scaccia, e non lascia che altri serva il padrone; e mentre questi pranza, gli sta vicino, e scaccia... gli oratori con una sferza di cuoio; e gli recita degli oracoli: il vecchio ne va in estasi! Quando poi te lo vede incitrullito, fa il suo mestiere; e a furia di menzogne calunnia quei di casa; e poi la frusta tocca a noialtri!...".

Quello che a me pare nuovo è invece la quasi totale assenza di anticorpi, giuridici e sociali, rispetto a queste prese di posizione. In altri termini, mi sembra che non sia più sufficiente  dimostrare che i Trattati UE sono incompatibili con la nostra Costituzione, dovendosi piuttosto indagare, a livello storico e giuridico, come questa forma estrema di ordoliberismo sia potuta penetrare nel nostro Paese permeandone le Istituzioni, finanche la Corte Costituzionale.

Nei prossimi post si cercherà allora di dimostrare come l'attuale contesto istituzionale sia il prodotto di una serie continua di micro-cambiamenti sia normativi sia lessicali (uno dei meno indagati, ma dei più tipici, è quello del mito della "neutralità", di cui così spesso si ammanta Sergio Mattarella) che hanno permeato, modificandolo profondamente e dall'interno, il sistema, attraverso due ferite aperte nel tessuto costituzionale sano: l'una, originaria, rappresentata dall'art. 11, Cost., la seconda, successiva, determinata dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001.
Questi cambiamenti hanno, in sostanza, obliterato le più intime fondamenta della Carta del 1948, e cioè il principio personalista (art. 2: "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sa personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale"), che  logicamente comporta il principio di uguaglianza sostanziale (art. 3, c. 2), e il principio lavorista (artt. 1 e 4). Baluardi contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ridotti miseramente a ruderi, offerti in sacrificio sull'altare della concorrenza e del mercato.
Si tenterà infine di dare qualche soluzione per cauterizzare queste ferite, consci che i tentativi meramente interpretativi de iure condito, ancorché eleganti, ancorché meritori, peccano tuttavia di astrattezza, e di scarso utilizzo del principio di realtà. Solo un intervento serio e profondo de iure condendo, accompagnato dalla riaffermazione di un sistema valoriale condiviso, potrà invertire la rotta.
Vaste programme!