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giovedì 22 novembre 2018

Qualche considerazione sul "nuovo" Padrenostro di un cattolico disorientato

Chi scrive queste righe non è un esperto teologo, ma un semplice cattolico che - come spesso gli accade durante questo pontificato - è rimasto sconcertato dalle decisioni dell'Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana. A leggere i giornali, infatti, i Vescovi italiani - auspice Papa Francesco - avrebbero approvato "una rinnovata edizione del Messale Romano..., che prevede la modifica di una discussa espressione contenuta nella formulazione" del Padrenostro. Non più "non indurci in tentazione", bensì "non abbandonarci alla tentazione". E ciò perché "Dio, per Bergoglio, non è un tentatore. Quello semmai è Satana".

Giusto, tutto bene, se non fosse che la nuova traduzione non pare, almeno a chi scrive, in alcun modo giustificabile dal punto di vista grammaticale. Infatti il testo di Matteo recita: "μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν", dove il verbo εἰσφέρω ha certamente diversi significati, ma tutti collegati al portare, o trasportare, fisicamente qualcosa o qualcuno verso, o dentro, un determinato luogo, al massimo incontro a qualcun altro. Ora, è ben possibile che in certi contesti il verbo acquisisca occasionalmente significati traslati, ma lo slittamento semantico non può evidentemente essere tale da giungere a significare "abbandonare", neppure nel greco incerto della koinè.


Semmai, qualche considerazione si potrebbe fare sulla parola πειρασμός, che - nel quadro dei Vangeli sinottici - prende normalmente il senso di "tentazione", ma il cui significato fondamentale significa piuttosto "prova". Dunque, l'espressione di Gesù nel Padrenostro di Matteo, proprio a volerla attualizzare, potrebbe forse essere meglio tradotta con "non metterci alla prova" o "non farci entrare nella prova".

Chi scrive non sa se questa traduzione alternativa possa essere di gradimento per i Vescovi italiani, ma ritiene che abbia un suo significato pregnante - se non teologico - quantomeno letterario nel quadro del Vangelo di Matteo (e dei Sinottici in genere). Dice infatti Gesù nel Getsemani (Mt 26,41): "continuate a vegliare e pregare per non entrare nella prova" (in greco: "γρηγορεῖτε καὶ προσεύχεσθε, ἵνα μὴ εἰσέλθητε εἰς πειρασμόν"): qui il verbo εἰσφέρω, che presuppone l'attività di un agente, è sostituito dal verbo εἰσέρχομαι (entrare), che presuppone l'attività del soggetto, ma la differenza è in fondo assai meno percepibile di quanto appaia a prima vista, se si considera che, secondo le parole del Cristo, l'unico modo per "non entrare" nella "prova" (o nella "tentazione") è quello di vegliare e pregare Dio perché tenga lontana tale eventualità. D'altronde, nella medesima pericope, Gesù chiede espressamente al Padre di "allontanare da lui quel calice".

Certamente è Satana che tenta l'uomo: soprattutto nel Vangelo di Luca questo è molto chiaro, sia nel noto episodio delle tentazioni nel deserto, sia nell'episodio del Getsemani, dove espressamente si parla di Gesù che entra in una "lotta" (ἀγωνία) col Diavolo. Ma è altrettanto chiaro che è proprio in questi casi che Dio non ci abbandona, anzi ci sta vicino come non mai, e che la tentazione può essere respinta non già con le nostre forze, ma solo con l'intervento attivo del Padre. Se è vero che "in Marco l'autore implicito, in Luca esplicito della tentazione [nel deserto e nel Getsemani] è Satana che lotta con Gesù" e che "l'aspetto più importante è pero è il coinvolgimento di Dio... che permette questa grande lotta", ovviamente affinché "suo Figlio possa risultarne vincitore" (Brown, La morte del Messia, Brescia, 1999, 194), è pure vero che l'uomo "prega Dio che le cose non vadano oltre certi limiti", poiché "egli sa che Dio lo guida ed è presente anche se egli incappa nella tentazione". In quest'ottica, "intendere ciò soltanto come un permettere di entrare nella tentazione toglie vigore al testo" del Padrenostro (Gnilka, Il Vangelo di Matteo, Brescia, 1990, 338-339).

Dio non tenta, tenta Satana: vero, se si interpreta la "tentazione" come occasione diretta di compiere il male. Ma Dio mette alla "prova", in modo misterioso, tutti i giorni nelle difficoltà della vita di ognuno ("il Signore mette alla prova giusti ed empi": Sal 11,5). In queste prove, tuttavia, è sempre accanto a noi, e noi lo preghiamo che ci aiuti quando possibile a scansarle, altrimenti a superarle. Né si può concludere diversamente dal grido di abbandono di Gesù sulla croce di Mt 27,46 ("Elì, Elì, lema sabachtani?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"). Matteo, che sa che il Dio Figlio si è sempre affidato a Dio Padre lungo la sua esperienza terrena, può infatti ritrarre Gesù nella disperazione che cita Sal 22(21),2 perché già ha conosciuto Gesù glorificato che realizza Sal 22(21), 25.28-30 ("egli non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d'aiuto, lo ha esaudito... Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli. Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui...").

martedì 30 ottobre 2018

Per la lingua italiana

Come si sa, l'attacco ad hominem è l'argomento di chi non ha argomenti. Lo stesso dicasi dell'invettiva non corroborata da fatti concreti. Tuttavia, anche in questa specialità, c'è chi eccelle rispetto alla media, con tweet il più delle volte tanto livorosi quanto malamente scritti.

Se alle offese è bene non rispondere (secondo il vecchio adagio toscano che una bocca zitta ne azzitta cento), le sgrammaticature e i solecismi non possono passare sotto silenzio, se si vuole un po' di bene a questa disgraziata lingua che è l'italiano. Mi sono allora permesso di notare il misto di pedanteria e sciatteria insieme che promana dall'inutile barbarismo "misintepretare".

Siccome ho ricevuto un certo numero di risposte piccate, mi sembra giusto chiarire un po' il mio pensiero in materia.
Il principale legato della speculazione filosofica e religiosa dell'ellenismo cristiano è probabilmente il concetto che il pensiero si fa parola (lògos, verbum) e la parola si fa creazione (posto che noi attingiamo alla realtà tramite le nostre categorie gnoseologiche):
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
E ancora:
Credo in un solo Signore...: Dio da Dio, Luce da Luce..., generato, non creato..., per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Parlare male implica pertanto, in primo luogo, pensare male e, in ultima analisi, non possedere gli strumenti per una corretta interpretazione del reale. "Le parole sono importanti!", diceva il personaggio di un film di una qualche profondità.


Fra le innumerevoli maniere per parlare male quella di utilizzare barbarismi grezzi, inutili, sorpassati ancor prima di essere nati è una delle peggiori, perché non solo ferisce quell'organismo fragilissimo e meraviglioso che è la lingua italiana, ma dimostrandosi una non richiesta piaggeria nei confronti della lingua del Paese dominante e della sua élite (l'anonimo manzoniano utilizzava "qualche eleganza spagnola seminata qua e là") denuncia provincialismo e, da ultimo, una resa incondizionata alla dominazione (culturale?) dello straniero.

"Eh, però...", diranno i miei 2,5 lettori, "la lingua è un sistema vivo, che come tale nasce, evolve, eventualmente muore". Giusto, ma importare termini avulsi dalla sua traduzione ne certifica un inaridimento, non certo uno sviluppo; la lingua evolve con le invenzioni dannunziane (tramezzino, scudetto, velivolo), non certo con i calchi pedestri. "Eh, però...", continueranno, "i barbarismi sono sempre esistiti. Come ieri dicemmo magazzino e oggi diciamo computer, domani diremo misinterpretare" (o decade per decennio, ironico per paradossale e così via). No, cari miei. In primo luogo, perché se ha senso utilizzare un termine straniero ove non ve ne sia uno, italiano, altrettanto acconcio, è invece del tutto assurdo sostituire un anglicismo orrendo a una parola bellissima come "fraintendere"; secondariamente - last but not least, direbbe il prof. Bisin - perché in molti casi le parole altrui "naturalizzate" nella nostra lingua sono lasciti di dominazioni ed io, dai danti causa di certi personaggi, non voglio farmi dominare, né domani né mai.

domenica 15 luglio 2018

Arrivederci

Lo Smemorato va in quiescenza per un po'.
L'ultimo post - che è anche il primo di una nuova serie - inaugura il nuovo blog "Di Sana Costituzione".
Arrivederci (lì).

martedì 10 luglio 2018

La morte della democrazia - 1 / La scienza non è democratica, la Costituzione sì (?)

A un osservatore superficiale del dibattito politico italiano potrebbe apparire quanto meno illogico, se non addirittura incomprensibile, la circostanza per cui, il più delle volte, i più accaniti sostenitori dell'Unione Europea e delle sue fondamenta liberiste (a partire dal dogma della concorrenza e del divieto di Aiuti di Stato) si accompagnino da un lato ai pasdaran degli obblighi vaccinali imposti per legge e dall'altro alle frange estreme del mondo no borderLo Stato minimo che si sposa con lo Stato etico che si accompagna all'assenza di Stato.
Qualche riflessione in più, al contrario, mostra come questa convergenza di interessi - o di obiettivi - si presenti quasi come necessaria, laddove si consideri che il liberismo fondante l'UE presuppone tra l'altro (a monte) l'assoluta mobilità del fattore lavoro, la quale a sua volta può essere ottenuta soltanto dissolvendo nel meticciato etnico ma soprattutto culturale le specifiche tradizioni dei popoli europei, e comporta (a valle) l'asservimento della persona alle esigenze del mercato, il quale - lungi dall'essere limitato dallo Stato - ha trovato nello Stato un potente veicolo promozionale, soprattutto nel (de)formare la mente dei più piccoli.

"I bambini devono capire che quel che vuole lo Stato vale più di quel che vuole il papà o la mamma", ha scritto - con qualche sgrammaticatura - Ferdinando Camon in un articolo recentemente rilanciato dai social. Che è come dire: "abbiamo l'opportunità inaudita di plasmare la volontà dei bambini - ma anche dei ragazzi e, a certe condizioni, degli adulti - mediante messaggi pre-determinati per il tramite di specifici canali dello Stato". Primo fra tutti, ovviamente, la scuola.

La base teorica che sorregge l'intero fascio di opzioni teoriche (e di interessi) sopra descritto - il quale è stato ottimamente descritto sotto il nomen di "ordoliberismo" da Luciano Barra Caracciolo sia nel suo denso blog, sia nei suoi altrettanto densi libri (La Costituzione nella palude; Euro e, o?, democrazia costituzionale) - è rappresentata da un concetto tanto epistemologicamente ingenuo quanto politicamente pericoloso in quanto intimamente antidemocratico. Quello della "scienza", di cui si è occupato fra i tanti Il Pedante sia sul proprio sito (in particolare, qui) sia in un recente, interessantissimo saggio ("La crisi narrata").

Se la scienza - che, spesso, in questa visione un po' manichea delle cose è un tutt'uno concettuale con la tecnica - può dare risposte oggettive, in termini di massimizzazione dell'utilità comune, a qualsiasi problema, sia esso di politica economica, o inerente la salute pubblica, o attinente ai flussi migratori (le posizioni di Boeri, da questo punto di vista, sono illuminanti), e così via esemplificando, si deve concludere da un lato che non vi è più alcuno spazio operativo per il principio democratico (che pre-suppone una certa discrezionalità politica in merito alle concrete modalità di risoluzione dei conflitti di interesse) e, dall'altro, che il bene del singolo - laddove tale bene abbia una sua dimensione sociale - non può che subordinarsi al bene comune (inteso come massimizzazione paretiana dei "beni" di tutti e di ciascuno).
Né il proliferare dei c.d. "diritti civili" incrina questa ragionamento, ove si consideri che la maggior parte di tali diritti si pongono dal punto di vista dell'individuo-consumatore (rispetto al quale si confonde l'orizzonte delle aspirazioni con quello dei diritti) e non dell'individuo-cittadino (rispetto al quale ad un "diritto" corrisponde, normalmente, un altrui "dovere").

Su tutto questo - rispetto a cui, come accennato, molto è già stato detto (per il lato economico, si rimanda ovviamente al blog del prof. Bagnai e ai suoi due saggi divulgativi: Il tramonto dell'Euro e L'Italia può farcela) e di cui in questo post, e nei prossimi che si pensano come capitoli distinti di un medesimo discorso, si cercherà di fare un compendio (non scevro, crederei, di qualche piccola originalità) - ritorneremo più approfonditamente.
Quello che mi interessa sottolineare è come quest'opzione politica (che potremmo definire, per semplicità, burionismo - dal nome del virologo che asserisce, rimanendo serio, che "la scienza non è democratica" -, o monacellismo - dal nome del noto economista, secondo cui "la marea che sentiamo salire è quella di chi non sa ballare [cioè non ha specifiche competenze tecniche, cioè, in ultima analisi, non la pensa come lui, N.d.R.], e pretende che si spenga la musica. Ma questa musica è ineludibile, è una dato della realtà" -) appaia francamente totalitaria.
Già abbozzata da Alessandro Rosina in un livoroso articolo contro i "vecchi" che hanno votato per la Brexit (e che, essendo presumibilmente destinati a morire prima dei "giovani", non avrebbero dovuto avere voce in capitolo; si raccomanda all'Autore un rapido ripasso dell'Ecclesiaste), queste teoria ha probabilmente raggiunto la sua più chiara formulazione nel pensiero di uno (sconosciuto allo scrivente) analista finanziario, secondo cui "electoral vote should be weighted for logical and cultural skills in order to wipe out populism". Qui c'è tutto: limitazione del diritto di voto, tentativo - un po' cialtrone - di instaurazione di una non meglio definita "Dittatura degli intelligenti", creazione di un nesso teleologico spurio fra mezzi (indubitabilmente cattivi) e obiettivi (asseritamente buoni: eliminazione del populismo)

Nihil sub sole novi, per carità.
Platone (Repubblica, 562.b): "...la tirannide nasce dalla democrazia allo stesso modo in cui questa nasce dall'oligarchia... Quando una città democratica, assetata di libertà, viene ad essere retta da cattivi coppieri, si ubriaca di libertà pura oltre il dovuto e perseguita i suoi governanti, a meno che non siano del tutto remissivi e non concedano molta libertà, accusandoli di essere scellerati e oligarchici...".
Pseudo Senofonte (La Costituzione degli Ateniesi, 6): "si potrebbe sostenere che non avrebbero dovuto consentire a tutti di parlare e di decidere liberamente, ma solo agli uomini più capaci e più dotati... Se infatti esprimessero il proprio parere e assumessero decisioni persone di qualità, sarebbe un vantaggio per le persone uguali a loro...".
Polibio (Storie, VI 4,6-10): "si deve dunque ritenere che esistano sei forme di governo, cioè le tre che tutti ammettono..., e tre simili a queste, cioè la tirannide, l’oligarchia, l’oclocrazia... Quando [la democrazia] a sua  volta diventa colpevole di illegalità e violenze [cioè non fa gli interessi degli aristocratici, N.d.R.], con il trascorrere del tempo si forma l’oclocrazia".
Aristofane (Cavalieri, Prologo): "noi due s'ha per padrone uno zotico strano, un mangia-fave irascibile: Popolo pniciano, vecchiettino bisbetico e sordastro. Questi, lo scorso mese, comperò un servo, il conciapelli Paflagone, furbo e calunniatore quanti altri mai. Costui, capite le debolezze del vecchio..., si fece sotto al padrone, e cominciò a lisciarlo, adularlo, raggirarlo con limbelli di cuoio putrefatto. E gli diceva: «Discussa appena una sola causa, oh Popolo, fa' il bagno, sgrana, succhia, rodi, intasca i tre oboli. Vuoi che t'ammannisca la cena?» Ed arraffato ciò che aveva apparecchiato qualcuno di noi, se ne faceva bello col padrone, il Paflagone! Non solo: quando ebbi impastata in una pila quella pizza spartana, questo fior di birba mi mise in mezzo, me la prese, e offrì lui quello che impastato avevo io! E noi ci scaccia, e non lascia che altri serva il padrone; e mentre questi pranza, gli sta vicino, e scaccia... gli oratori con una sferza di cuoio; e gli recita degli oracoli: il vecchio ne va in estasi! Quando poi te lo vede incitrullito, fa il suo mestiere; e a furia di menzogne calunnia quei di casa; e poi la frusta tocca a noialtri!...".

Quello che a me pare nuovo è invece la quasi totale assenza di anticorpi, giuridici e sociali, rispetto a queste prese di posizione. In altri termini, mi sembra che non sia più sufficiente  dimostrare che i Trattati UE sono incompatibili con la nostra Costituzione, dovendosi piuttosto indagare, a livello storico e giuridico, come questa forma estrema di ordoliberismo sia potuta penetrare nel nostro Paese permeandone le Istituzioni, finanche la Corte Costituzionale.

Nei prossimi post si cercherà allora di dimostrare come l'attuale contesto istituzionale sia il prodotto di una serie continua di micro-cambiamenti sia normativi sia lessicali (uno dei meno indagati, ma dei più tipici, è quello del mito della "neutralità", di cui così spesso si ammanta Sergio Mattarella) che hanno permeato, modificandolo profondamente e dall'interno, il sistema, attraverso due ferite aperte nel tessuto costituzionale sano: l'una, originaria, rappresentata dall'art. 11, Cost., la seconda, successiva, determinata dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001.
Questi cambiamenti hanno, in sostanza, obliterato le più intime fondamenta della Carta del 1948, e cioè il principio personalista (art. 2: "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sa personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale"), che  logicamente comporta il principio di uguaglianza sostanziale (art. 3, c. 2), e il principio lavorista (artt. 1 e 4). Baluardi contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ridotti miseramente a ruderi, offerti in sacrificio sull'altare della concorrenza e del mercato.
Si tenterà infine di dare qualche soluzione per cauterizzare queste ferite, consci che i tentativi meramente interpretativi de iure condito, ancorché eleganti, ancorché meritori, peccano tuttavia di astrattezza, e di scarso utilizzo del principio di realtà. Solo un intervento serio e profondo de iure condendo, accompagnato dalla riaffermazione di un sistema valoriale condiviso, potrà invertire la rotta.
Vaste programme!

sabato 2 giugno 2018

Nell'interesse esclusivo della Nazione

Oggi il Presidente del Consiglio e i ministri hanno giurato pronunciando la formula di rito: "giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione".
L'interesse esclusivo della Nazione. Cioè del popolo italiano come gruppo di donne e uomini che hanno coscienza della propria comunanza di origine, di lingua, di storia, di cultura.

Atteggiamento molto diverso da questo.

E anche da questo.

Nonché assolutamente incompatibile con questo.


Dalla teoria alla prassi, d'altronde, è un attimo.

Riconosciamo volentieri che i Francesi sono comunque persone riconoscenti.
(Tra gli Italiani cui è stata conferita la Legion d'Onore, si ricordano ad esempio, oltre stilisti nani e ballerine: Giacomo Acerbo, sì proprio quello; Emma Bonino; Massimo D'Alema; Mario D'Urso; Dario Franceschini; Enrico Letta; Giovanna Melandri, politica italiana; Giuliano Pisapia; Stefania Prestigiacomo).
Ma noi, molto di più. Tanto di più, da far sì che se ne accorgessero anche al Corriere.

Senza tralasciare l'evergreen. Il Settore bancario.




Ora la musica è cambiata. Forse è per questo che il PD oggi è inopinatamente sceso in piazza, brandendo quella Costituzione che il 4 dicembre 2016 ha pervicacemente tentato di modificare. Ora l'accozzaglia è al governo; a loro resta solo - come ben ha evidenziato Alessandro Greco - di sventolare la bandiera tedesca penosamente nascosta dietro lo straccetto blu stellato. 

mercoledì 16 maggio 2018

La notte di Siena, dove tutti i candidati sono neri

In un precedente intervento ho cercato di evidenziare come la giusta condanna alle politiche del PD senese e nazionale degli ultimi decenni non possa e non debba comportare né una subordinazione della politica a logiche neo-liberali (fuori la politica dalle banche o, addirittura, fuori la politica da tutti i meccanismi economici), né una distinzione manichea fra il "brutto" del passato ed il "bello" del futuro quale che esso sia, una specie di notte in cui tutti i gatti sono neri e, quindi, possono accordarsi in assoluta libertà, indipendentemente dai programmi.
Oggi mi sembra opportuno tornare in tema, sia per ribadire che la storia dell'ultimo ventennio di questo Paese dimostra la necessità di maggiore intervento pubblico, non di disimpegno degli Enti locali in base al principio (tutto liberista) della scarsità delle risorse; sia per mostrare certe cattive idee siano penetrate trasversalmente nelle dichiarazioni di tutti i candidati.
A partire dall'attuale Sindaco, il quale mena vanto soltanto del presunto risanamento del bilancio comunale, cioè del drenaggio di risorse dai privati cittadini a favore dell'ente pubblico (quando, invece, dovrebbe essere quest'ultimo ad arricchire i propri amministrati, quanto meno sotto forma di servizi dal valore superiore alle tasse esatte). Fino - spiace dirlo - al principale sfidante, il quale oggi, tra un bicchiere di birra Heineken e l'altro, ha dichiarato a mezzo stampa che la rinascita di Siena passerà dalle start-up e dal project financing.
Avete idea di cosa sia il project financing? E quale sia il suo sostrato ideologico? C'è chi lo ha spiegato molto bene; per chi avesse poco tempo, provvedo io a ricapitolare. In sostanza: l'Ente pubblico non ha le risorse per realizzare una infrastruttura che, dunque, è costruita da un soggetto privato previo finanziamento bancario. Il soggetto bancario rientra dell'investimento grazie ai flussi di cassa generati dalla gestione del servizi, lucra il proprio profitto e restituisce (con gli interessi) il finanziamento alla banca. La domanda sorge spontanea: "se la redditività attesa di un servizio è tale da indurre un operatore privato a investire, perché non dovrebbe a fortiori garantire la sostenibilità per il pubblico che non ci lucra? (...) Se in assenza di capitale iniziale le banche concedono credito all'operatore privato ritenendo l'attività finanziariamente sicura, perché non dovrebbero concederlo al pubblico per la stessa attività?".
La peculiarità del project financing è però quella per cui, se l'Ente pubblico chiaramente ci rimette, il cittadino ci rimette ancora di più. Poniamo il caso che il Comune di Siena voglia costruire una vera piscina (invece di ristrutturare quelle, orrende, esistenti, salvo farle nuovamente crollare appena inaugurate) e che il costo di 2.000.000 Euro. Se la costruzione viene pagata direttamente dall'Ente, questo potrebbe rientrare dell'investimento in 20 anni incassando dagli utenti 100.000 Euro all'anno; ma se la costruzione è affidata a un terzo, che prende un mutuo bancario di 1.000.000 di Euro al 5% e vuole lucrare un guadagno del 40% in 20 anni, il risultato è che i flussi di cassa annui (cioè le spese per gli utenti) arrivano a 170.000 Euro all'anno.
Lasciamo perdere il riferimento alle start-up, che rappresentano uno dei principali segnali semantici di mancanza di politica industriale.
Pensare di creare occupazione su un territorio non con azioni mirate e coordinate che creino un ambiente favorevole alla nascita di nuove imprese e alla crescita di quelle esistenti, a partire da un più facile accesso al credito, ad una sburocratizzazione delle procedure, ad una riduzione delle imposte, soprattutto quelle indirette, bensì rimettendosi al genio - necessariamente limitato - di questo o di quel giovane illuminato che, nel garage di casa propria, o anche in un piccolo laboratorio di TLS, pone le basi per una nuova Microsoft (o per una nuova Sanofi), significa avere un approccio microeconomico necessariamente destinato al fallimento.
Che, però, nell'ottica del politico, ha un vantaggio: scarica questo fallimento sulle spalle del giovane che non si è fatto da sé, che non ce l'ha fatta, presentato come un perdente e non, invece, come una persona che non è stata aiutata dallo Stato di cui è cittadino.
Non è importante cambiare partito. O fare l'analisi del curriculum di tutti i candidati, per vedere chi è più puro dei puri (in attesa di chi ti epura), Sarebbe più importante cambiare paradigma rispetto ad anni di politiche fallimentari del PD (per conto di Bruxelles).
Non pare questa, però, la strada intrapresa.

lunedì 16 aprile 2018

Qualche riflessione su Siena e il suo groviglio

Siena è, incontestabilmente, la città del "groviglio armonioso", cioè, per alcuni, di un coacervo "di enti, istituzioni, associazioni, uomini che ha fatto nascere il Monte dei Paschi; il Santa Maria della Scala e poi il policlinico delle Scotte; l’ateneo e l’università per stranieri; che ha sostenuto e sostiene la Mens Sana verso i traguardi nazionali ed europei e il Siena verso la serie A"; per altri, di "un intreccio politico-finanziario-istituzionale-culturale" in cui "legami di amicizia, di convenienza politica, di convenienza lavorativa e  di mutuo soccorso tra gli… appartenenti" determina(va) negativamente "la vita sociale e collettiva" della città.

La riflessione su cosa è avvenuto a Siena negli ultimi dieci anni, così polarizzata tra questi due estremi, rischia di condurre o all'acritica archiviazione di uno dei più incredibili fallimenti politico-istituzionali del Dopoguerra, o – all'opposto – alla tentazione di gettare il bambino con l’acqua sporca. Per questo, conscio di avventurarmi su un terreno più che minato, propongo alcune osservazioni di chi di quelle vicende è stato spettatore abbastanza distaccato, vergin di servo encomio e di codardo oltraggio si potrebbe dire.

Contestualizzo la mia posizione. Nel celeberrimo "articolo delle lucciole", un incredibile coacervo di intuizioni profetiche ed errori di valutazione marchiani, Pier Paolo Pasolini definisce il regime democristiano fino al Sessantotto come “la pura e semplice continuazione del regime fascista”; e l’assimilazione, probabilmente senza che l’autore ne avesse piena contezza, avviene non solo sul piano della “tradizionalità” dei valori di riferimento della Democrazia Cristiana, ma anche su quello, politico-economico, del mantenimento ed anzi rafforzamento di quello che Eugenio Scalfari descrive come "il circuito perverso tra DC, aziende di Stato e governo" (v. F. Dezzani).

Lo sviluppo industriale (ma anche politico) italiano del Dopoguerra è passato proprio da questo "circuito". E la parabola del Monte dei Paschi, pur con la sua specificità derivante dalle modalità di nomina dei suoi organi, non differisce sensibilmente dal quadro di insieme. Non a caso, la prima stagione di privatizzazioni, che ha interessato anche il Monte, corrisponde a quella dell’azzeramento della classe dirigente precedente mediante l’inchiesta di Mani Pulite.

Il problema del groviglio, così considerato, non è pertanto un problema di collegamento fra potere politico e istituzioni finanziarie, economiche e culturali, bensì di mancanza di trasparenza in tale collegamento laddove non vi sia, o venga meno, la linearità del circuito democratico. È, in sostanza, la questione dell’alternanza – quella che, a livello nazionale, per primo si pose Aldo Moro – e, in subordine, della efficacia del controllo dell’opinione pubblica tramite il processo elettorale; una questione di politica, non di troppa politica. Chi reagisce brandendo la vulgata neo-liberista, secondo cui l’indirizzo politico deve restare fuori dalle banche, dalle università, dalle aziende partecipate, o pensando a ulteriori privatizzazioni, o idolatrando banche ed autorità indipendenti (cioè legibus solutae), reagisce a mio avviso in modo sbagliato, controproducente e intimamente contraddittorio. "Quando una scuola economica, come quella attualmente predominante…, si sforza di 'sterilizzare' e marginalizzare la politica, siamo [pur sempre] di fronte a un atto politico" (A. Zambrini).

D'altronde, quand'è che il "sistema" inizia concretamente a sfilacciarsi? Quando il Monte diviene una S.p.A., quando all'interno del Gruppo le entità si moltiplicano divenendo sempre più opache, quando le nomine nel C.d.A. sono rimesse alla Fondazione, soggetto formalmente autonomo in realtà feudo di un partito, o di una fazione di un partito. Quando fra indirizzo politico e indirizzo economico si crea una frattura, così che il secondo possa agevolmente fagocitare il primo. Storie simili si potrebbero raccontare per Poste, Telecom, Finmeccanica (Leonardo), e così via.

Questa chiave di lettura aiuta, secondo me, a spiegare in modo convincente anche il disastro senese dell’ultimo decennio. L'acquisto di Antonveneta è la risposta, sbagliata, a un problema concreto, cioè la contendibilità del Monte dei Paschi derivante dal mutato contesto normativo nella seconda metà degli anni Novanta. Dalla privatizzazione, che ha reso l'Ente pubblico una società per azioni. Dal nuovo T.U. bancario, che ha drasticamente la discrezionalità di Banca d'Italia in materia di assetti proprietari delle banche. Soprattutto, dalla liberalizzazione della circolazione dei capitali nell'Unione Europea, che permette ai colossi europei di affacciarsi sul mercato italiano (dando il via a quel processo di concentrazione cui è stato affibbiato il nomignolo di risiko bancario). Tutte scelte che portano il marchio di una certa parte della DC prima e dei governi di centro-sinistra poi, degli Andreatta, dei Prodi, dei Ciampi, dei padri nobili di quel PD ultra-europeista che ancora avvelena la politica italiana.

Una classe dirigente locale all'altezza dei suoi compiti avrebbe tuttavia dovuto comprendere che, venuto meno l'ordinamento sezionale precedente, il mantenimento di un arcigno controllo del Monte a Siena era di fatto impossibile, agendo di conseguenza. Secondo due possibili direttrici alternative: la cessione integrale della partecipazione nella banca, per concentrarsi sulle enormi potenzialità economiche della Fondazione come volano di sviluppo post-bancario; oppure, il mantenimento di una quota piccola ma significativa, da utilizzare in sinergia con altri soggetti per assicurare un controllo de facto della stessa. L’operazione Antonveneta, per le modalità con cui è stata condotta, andava in senso completamente opposto; la folle decisione della Fondazione si indebitarsi nel 2011 per seguire l'ennesimo aumento di capitale, lo stesso. Di questo i dirigenti del PD senese sono storicamente colpevoli senza possibilità di appello.

Se dunque vi è una certezza in vista delle prossime amministrative, è una certezza tutta negativa: "codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". In positivo, si può solo sperare che queste elezioni siano il punto di inizio di un percorso di alternanza e di dialettica fra posizioni effettivamente differenti in merito alle modalità di sviluppo di Siena e del suo territorio. Perché questo accada, tuttavia, servono tre pre-condizioni difficilmente attuabili.

In primo luogo, sarebbe necessario che alla politica (anche) locale fosse ridato uno spazio effettivo di manovra, al di fuori dei "patti di stabilità", della compressione delle risorse, delle manovre su personale e partecipate. C’è stato chi, nel Partito Democratico, ha accusato il sindaco Valentini di essere un "ragioniere" (il che è vero), senza tuttavia interrogarsi sui motivi ultimi di questa attitudine, sulle pastoie all'azione politica che sono poste dall'Unione Economica e Monetaria, dalle norme del Fiscal Compact, dal pareggio di bilancio entrato come una metastasi nel corpo dell’art. 81 della Costituzione: tutte decisioni cui quel partito ha dato la sua entusiastica adesione.

Secondariamente, dovremmo riappropriarci di un più realistico concetto di democrazia, al di fuori delle mistificazioni del "politicamente corretto". Per conservare "lo stato e la città in pace", senza che se ne abbia Santa Caterina, non serve infatti "attendere al bene comune" invece che "al ben particolare" (S. Caterina da Siena, lettera CCLXVIII), per il semplice fatto che un "bene comune", inteso come "bene di tutti", non esiste, trattandosi - di norma - di un artificio retorico che sottintende il "bene della classe dominante" (non a caso – per restare in ambito cattolico – l’elaborazione del concetto da parte di S. Tommaso nei Dieci libri sull'Etica Nicomachea trova ultimamente consonanze col pensiero delle élites globaliste e transnazionali). Al contrario, lo "stato e la città" hanno pace se tutte le Istituzioni (anche l'Università, anche la Fondazione) si fanno luogo di dialogo fra soggetti esponenziali delle rivendicazioni delle diverse classi sociali, in vista di una sintesi – sempre dinamica e che non  può prescindere dai risultati elettorali – delle stesse. Questo, in passato, la sinistra lo sapeva; da ultimo è invece (consapevolmente?) caduta nella trappola (v. Michéa).

Va da sé che quanto precede pre-suppone che la stampa dia all'opinione pubblica gli strumenti necessari per costruire posizioni anche antitetiche, ma consapevoli. Senza girarci intorno: la stampa, a Siena in particolare ma in Italia in generale, non è "un" problema, è "il" problema. Che può certo essere attenuato dalle risorse della rete (i blog, Facebook, Twitter, non a caso sotto attacco prima con la patetica scusa delle fake news, ora con lo scandalo di Cambridge Analytica), ma non risolto. Io, in materia, non ho soluzioni, soprattutto laddove si consideri che un giornale ha sempre un costo e, pertanto, invariabilmente un editore. Il quale, a sua volta, ha i sui interessi e i suoi spin doctor di riferimento (v. Giacché, La Fabbrica del falso; Foa, Gli stregoni della notizia). Certamente, la pluralità di mezzi di informazione e di testate per ciascuno di essi aiuta la polifonia, ma non garantisce l’obiettività; anzi, forse in questo momento vi è maggiore apertura a Siena che su fogli e televisioni nazionali, la cui credibilità ha raggiunto il suo minimo storico.

Che il 2018 porti a Siena una compiuta democrazia dell’alternanza.