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sabato 2 giugno 2018

Nell'interesse esclusivo della Nazione

Oggi il Presidente del Consiglio e i ministri hanno giurato pronunciando la formula di rito: "giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione".
L'interesse esclusivo della Nazione. Cioè del popolo italiano come gruppo di donne e uomini che hanno coscienza della propria comunanza di origine, di lingua, di storia, di cultura.

Atteggiamento molto diverso da questo.

E anche da questo.

Nonché assolutamente incompatibile con questo.


Dalla teoria alla prassi, d'altronde, è un attimo.

Riconosciamo volentieri che i Francesi sono comunque persone riconoscenti.
(Tra gli Italiani cui è stata conferita la Legion d'Onore, si ricordano ad esempio, oltre stilisti nani e ballerine: Giacomo Acerbo, sì proprio quello; Emma Bonino; Massimo D'Alema; Mario D'Urso; Dario Franceschini; Enrico Letta; Giovanna Melandri, politica italiana; Giuliano Pisapia; Stefania Prestigiacomo).
Ma noi, molto di più. Tanto di più, da far sì che se ne accorgessero anche al Corriere.

Senza tralasciare l'evergreen. Il Settore bancario.




Ora la musica è cambiata. Forse è per questo che il PD oggi è inopinatamente sceso in piazza, brandendo quella Costituzione che il 4 dicembre 2016 ha pervicacemente tentato di modificare. Ora l'accozzaglia è al governo; a loro resta solo - come ben ha evidenziato Alessandro Greco - di sventolare la bandiera tedesca penosamente nascosta dietro lo straccetto blu stellato. 

mercoledì 16 maggio 2018

La notte di Siena, dove tutti i candidati sono neri

In un precedente intervento ho cercato di evidenziare come la giusta condanna alle politiche del PD senese e nazionale degli ultimi decenni non possa e non debba comportare né una subordinazione della politica a logiche neo-liberali (fuori la politica dalle banche o, addirittura, fuori la politica da tutti i meccanismi economici), né una distinzione manichea fra il "brutto" del passato ed il "bello" del futuro quale che esso sia, una specie di notte in cui tutti i gatti sono neri e, quindi, possono accordarsi in assoluta libertà, indipendentemente dai programmi.
Oggi mi sembra opportuno tornare in tema, sia per ribadire che la storia dell'ultimo ventennio di questo Paese dimostra la necessità di maggiore intervento pubblico, non di disimpegno degli Enti locali in base al principio (tutto liberista) della scarsità delle risorse; sia per mostrare certe cattive idee siano penetrate trasversalmente nelle dichiarazioni di tutti i candidati.
A partire dall'attuale Sindaco, il quale mena vanto soltanto del presunto risanamento del bilancio comunale, cioè del drenaggio di risorse dai privati cittadini a favore dell'ente pubblico (quando, invece, dovrebbe essere quest'ultimo ad arricchire i propri amministrati, quanto meno sotto forma di servizi dal valore superiore alle tasse esatte). Fino - spiace dirlo - al principale sfidante, il quale oggi, tra un bicchiere di birra Heineken e l'altro, ha dichiarato a mezzo stampa che la rinascita di Siena passerà dalle start-up e dal project financing.
Avete idea di cosa sia il project financing? E quale sia il suo sostrato ideologico? C'è chi lo ha spiegato molto bene; per chi avesse poco tempo, provvedo io a ricapitolare. In sostanza: l'Ente pubblico non ha le risorse per realizzare una infrastruttura che, dunque, è costruita da un soggetto privato previo finanziamento bancario. Il soggetto bancario rientra dell'investimento grazie ai flussi di cassa generati dalla gestione del servizi, lucra il proprio profitto e restituisce (con gli interessi) il finanziamento alla banca. La domanda sorge spontanea: "se la redditività attesa di un servizio è tale da indurre un operatore privato a investire, perché non dovrebbe a fortiori garantire la sostenibilità per il pubblico che non ci lucra? (...) Se in assenza di capitale iniziale le banche concedono credito all'operatore privato ritenendo l'attività finanziariamente sicura, perché non dovrebbero concederlo al pubblico per la stessa attività?".
La peculiarità del project financing è però quella per cui, se l'Ente pubblico chiaramente ci rimette, il cittadino ci rimette ancora di più. Poniamo il caso che il Comune di Siena voglia costruire una vera piscina (invece di ristrutturare quelle, orrende, esistenti, salvo farle nuovamente crollare appena inaugurate) e che il costo di 2.000.000 Euro. Se la costruzione viene pagata direttamente dall'Ente, questo potrebbe rientrare dell'investimento in 20 anni incassando dagli utenti 100.000 Euro all'anno; ma se la costruzione è affidata a un terzo, che prende un mutuo bancario di 1.000.000 di Euro al 5% e vuole lucrare un guadagno del 40% in 20 anni, il risultato è che i flussi di cassa annui (cioè le spese per gli utenti) arrivano a 170.000 Euro all'anno.
Lasciamo perdere il riferimento alle start-up, che rappresentano uno dei principali segnali semantici di mancanza di politica industriale.
Pensare di creare occupazione su un territorio non con azioni mirate e coordinate che creino un ambiente favorevole alla nascita di nuove imprese e alla crescita di quelle esistenti, a partire da un più facile accesso al credito, ad una sburocratizzazione delle procedure, ad una riduzione delle imposte, soprattutto quelle indirette, bensì rimettendosi al genio - necessariamente limitato - di questo o di quel giovane illuminato che, nel garage di casa propria, o anche in un piccolo laboratorio di TLS, pone le basi per una nuova Microsoft (o per una nuova Sanofi), significa avere un approccio microeconomico necessariamente destinato al fallimento.
Che, però, nell'ottica del politico, ha un vantaggio: scarica questo fallimento sulle spalle del giovane che non si è fatto da sé, che non ce l'ha fatta, presentato come un perdente e non, invece, come una persona che non è stata aiutata dallo Stato di cui è cittadino.
Non è importante cambiare partito. O fare l'analisi del curriculum di tutti i candidati, per vedere chi è più puro dei puri (in attesa di chi ti epura), Sarebbe più importante cambiare paradigma rispetto ad anni di politiche fallimentari del PD (per conto di Bruxelles).
Non pare questa, però, la strada intrapresa.

lunedì 16 aprile 2018

Qualche riflessione su Siena e il suo groviglio

Siena è, incontestabilmente, la città del "groviglio armonioso", cioè, per alcuni, di un coacervo "di enti, istituzioni, associazioni, uomini che ha fatto nascere il Monte dei Paschi; il Santa Maria della Scala e poi il policlinico delle Scotte; l’ateneo e l’università per stranieri; che ha sostenuto e sostiene la Mens Sana verso i traguardi nazionali ed europei e il Siena verso la serie A"; per altri, di "un intreccio politico-finanziario-istituzionale-culturale" in cui "legami di amicizia, di convenienza politica, di convenienza lavorativa e  di mutuo soccorso tra gli… appartenenti" determina(va) negativamente "la vita sociale e collettiva" della città.

La riflessione su cosa è avvenuto a Siena negli ultimi dieci anni, così polarizzata tra questi due estremi, rischia di condurre o all'acritica archiviazione di uno dei più incredibili fallimenti politico-istituzionali del Dopoguerra, o – all'opposto – alla tentazione di gettare il bambino con l’acqua sporca. Per questo, conscio di avventurarmi su un terreno più che minato, propongo alcune osservazioni di chi di quelle vicende è stato spettatore abbastanza distaccato, vergin di servo encomio e di codardo oltraggio si potrebbe dire.

Contestualizzo la mia posizione. Nel celeberrimo "articolo delle lucciole", un incredibile coacervo di intuizioni profetiche ed errori di valutazione marchiani, Pier Paolo Pasolini definisce il regime democristiano fino al Sessantotto come “la pura e semplice continuazione del regime fascista”; e l’assimilazione, probabilmente senza che l’autore ne avesse piena contezza, avviene non solo sul piano della “tradizionalità” dei valori di riferimento della Democrazia Cristiana, ma anche su quello, politico-economico, del mantenimento ed anzi rafforzamento di quello che Eugenio Scalfari descrive come "il circuito perverso tra DC, aziende di Stato e governo" (v. F. Dezzani).

Lo sviluppo industriale (ma anche politico) italiano del Dopoguerra è passato proprio da questo "circuito". E la parabola del Monte dei Paschi, pur con la sua specificità derivante dalle modalità di nomina dei suoi organi, non differisce sensibilmente dal quadro di insieme. Non a caso, la prima stagione di privatizzazioni, che ha interessato anche il Monte, corrisponde a quella dell’azzeramento della classe dirigente precedente mediante l’inchiesta di Mani Pulite.

Il problema del groviglio, così considerato, non è pertanto un problema di collegamento fra potere politico e istituzioni finanziarie, economiche e culturali, bensì di mancanza di trasparenza in tale collegamento laddove non vi sia, o venga meno, la linearità del circuito democratico. È, in sostanza, la questione dell’alternanza – quella che, a livello nazionale, per primo si pose Aldo Moro – e, in subordine, della efficacia del controllo dell’opinione pubblica tramite il processo elettorale; una questione di politica, non di troppa politica. Chi reagisce brandendo la vulgata neo-liberista, secondo cui l’indirizzo politico deve restare fuori dalle banche, dalle università, dalle aziende partecipate, o pensando a ulteriori privatizzazioni, o idolatrando banche ed autorità indipendenti (cioè legibus solutae), reagisce a mio avviso in modo sbagliato, controproducente e intimamente contraddittorio. "Quando una scuola economica, come quella attualmente predominante…, si sforza di 'sterilizzare' e marginalizzare la politica, siamo [pur sempre] di fronte a un atto politico" (A. Zambrini).

D'altronde, quand'è che il "sistema" inizia concretamente a sfilacciarsi? Quando il Monte diviene una S.p.A., quando all'interno del Gruppo le entità si moltiplicano divenendo sempre più opache, quando le nomine nel C.d.A. sono rimesse alla Fondazione, soggetto formalmente autonomo in realtà feudo di un partito, o di una fazione di un partito. Quando fra indirizzo politico e indirizzo economico si crea una frattura, così che il secondo possa agevolmente fagocitare il primo. Storie simili si potrebbero raccontare per Poste, Telecom, Finmeccanica (Leonardo), e così via.

Questa chiave di lettura aiuta, secondo me, a spiegare in modo convincente anche il disastro senese dell’ultimo decennio. L'acquisto di Antonveneta è la risposta, sbagliata, a un problema concreto, cioè la contendibilità del Monte dei Paschi derivante dal mutato contesto normativo nella seconda metà degli anni Novanta. Dalla privatizzazione, che ha reso l'Ente pubblico una società per azioni. Dal nuovo T.U. bancario, che ha drasticamente la discrezionalità di Banca d'Italia in materia di assetti proprietari delle banche. Soprattutto, dalla liberalizzazione della circolazione dei capitali nell'Unione Europea, che permette ai colossi europei di affacciarsi sul mercato italiano (dando il via a quel processo di concentrazione cui è stato affibbiato il nomignolo di risiko bancario). Tutte scelte che portano il marchio di una certa parte della DC prima e dei governi di centro-sinistra poi, degli Andreatta, dei Prodi, dei Ciampi, dei padri nobili di quel PD ultra-europeista che ancora avvelena la politica italiana.

Una classe dirigente locale all'altezza dei suoi compiti avrebbe tuttavia dovuto comprendere che, venuto meno l'ordinamento sezionale precedente, il mantenimento di un arcigno controllo del Monte a Siena era di fatto impossibile, agendo di conseguenza. Secondo due possibili direttrici alternative: la cessione integrale della partecipazione nella banca, per concentrarsi sulle enormi potenzialità economiche della Fondazione come volano di sviluppo post-bancario; oppure, il mantenimento di una quota piccola ma significativa, da utilizzare in sinergia con altri soggetti per assicurare un controllo de facto della stessa. L’operazione Antonveneta, per le modalità con cui è stata condotta, andava in senso completamente opposto; la folle decisione della Fondazione si indebitarsi nel 2011 per seguire l'ennesimo aumento di capitale, lo stesso. Di questo i dirigenti del PD senese sono storicamente colpevoli senza possibilità di appello.

Se dunque vi è una certezza in vista delle prossime amministrative, è una certezza tutta negativa: "codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". In positivo, si può solo sperare che queste elezioni siano il punto di inizio di un percorso di alternanza e di dialettica fra posizioni effettivamente differenti in merito alle modalità di sviluppo di Siena e del suo territorio. Perché questo accada, tuttavia, servono tre pre-condizioni difficilmente attuabili.

In primo luogo, sarebbe necessario che alla politica (anche) locale fosse ridato uno spazio effettivo di manovra, al di fuori dei "patti di stabilità", della compressione delle risorse, delle manovre su personale e partecipate. C’è stato chi, nel Partito Democratico, ha accusato il sindaco Valentini di essere un "ragioniere" (il che è vero), senza tuttavia interrogarsi sui motivi ultimi di questa attitudine, sulle pastoie all'azione politica che sono poste dall'Unione Economica e Monetaria, dalle norme del Fiscal Compact, dal pareggio di bilancio entrato come una metastasi nel corpo dell’art. 81 della Costituzione: tutte decisioni cui quel partito ha dato la sua entusiastica adesione.

Secondariamente, dovremmo riappropriarci di un più realistico concetto di democrazia, al di fuori delle mistificazioni del "politicamente corretto". Per conservare "lo stato e la città in pace", senza che se ne abbia Santa Caterina, non serve infatti "attendere al bene comune" invece che "al ben particolare" (S. Caterina da Siena, lettera CCLXVIII), per il semplice fatto che un "bene comune", inteso come "bene di tutti", non esiste, trattandosi - di norma - di un artificio retorico che sottintende il "bene della classe dominante" (non a caso – per restare in ambito cattolico – l’elaborazione del concetto da parte di S. Tommaso nei Dieci libri sull'Etica Nicomachea trova ultimamente consonanze col pensiero delle élites globaliste e transnazionali). Al contrario, lo "stato e la città" hanno pace se tutte le Istituzioni (anche l'Università, anche la Fondazione) si fanno luogo di dialogo fra soggetti esponenziali delle rivendicazioni delle diverse classi sociali, in vista di una sintesi – sempre dinamica e che non  può prescindere dai risultati elettorali – delle stesse. Questo, in passato, la sinistra lo sapeva; da ultimo è invece (consapevolmente?) caduta nella trappola (v. Michéa).

Va da sé che quanto precede pre-suppone che la stampa dia all'opinione pubblica gli strumenti necessari per costruire posizioni anche antitetiche, ma consapevoli. Senza girarci intorno: la stampa, a Siena in particolare ma in Italia in generale, non è "un" problema, è "il" problema. Che può certo essere attenuato dalle risorse della rete (i blog, Facebook, Twitter, non a caso sotto attacco prima con la patetica scusa delle fake news, ora con lo scandalo di Cambridge Analytica), ma non risolto. Io, in materia, non ho soluzioni, soprattutto laddove si consideri che un giornale ha sempre un costo e, pertanto, invariabilmente un editore. Il quale, a sua volta, ha i sui interessi e i suoi spin doctor di riferimento (v. Giacché, La Fabbrica del falso; Foa, Gli stregoni della notizia). Certamente, la pluralità di mezzi di informazione e di testate per ciascuno di essi aiuta la polifonia, ma non garantisce l’obiettività; anzi, forse in questo momento vi è maggiore apertura a Siena che su fogli e televisioni nazionali, la cui credibilità ha raggiunto il suo minimo storico.

Che il 2018 porti a Siena una compiuta democrazia dell’alternanza.

martedì 30 gennaio 2018

Votare Borghi contro Padoan per dare una svolta alla politica italiana

A Siena, come al solito, vanno di moda i sepolcri imbiancati. La formula, che richiama tristi episodi di una quarantina di anni or sono, è quella secondo cui Padoan non può certo essere votato (per questi motivi e questi motivi), ma neanche gli altri candidati devono essere presi in considerazione.
Non sarebbero big: cosa significhi una frase del genere, visto che il centro-destra nell'uninominale candida addirittura il responsabile economico della Lega, nonché consigliere regionale più votato alle ultime elezioni, sembrerebbe un mistero.
In realtà, la spiegazione di tali contorcimenti logici va ricercata nel male atavico di questa meravigliosa e disgraziata città, cioè l'incapacità di molti dei suoi cittadini di rendersi conto di avere in mano un cannocchiale, ma di utilizzarlo regolarmente al contrario.
Allora può succedere facilmente che anche il miglior candidato alle elezioni nazionali, se può tirare la volata ad un aspirante sindaco inviso a questo o quel suggeritore politico, deve essere azzoppato. Se poi quel candidato è della Lega e si chiama Borghi, cioè non è nato sulle lastre, allora anàtema! Come se a Siena, negli ultimi vent'anni, tra i protagonisti politici ci fosse stato anche solo un senese uno.
Andiamo al punto, per una volta, vi prego.
Comprendete che l'elezione di questo o quel sindaco potrà forse incidere sulle piccole carriere di qualcuno, o potrà vellicare il senso di vendetta di qualche altro, ma non cambierà di certo le sorti di Siena, né dei suoi figli... dei nostri figli. Le sorti della Banca si decidono altrove (e la candidatura di Padoan, al di là delle dietrologie, è un chiaro ricatto, visto che si tratta di eleggere chi, domani, potrebbe decidere dove fissare la direzione generale del Monte, o se farne uno spezzatino da offrire ai migliori offerenti), quel che resta della Fondazione (suicidatasi nel 2011 in spregio al suo stesso Statuto, mentre le sentinelle della senesità erano in altre faccende affaccendate) non lo sa - evidentemente - gestire nessuno.
I vostri figli, i miei figli, potranno continuare a vivere in questa città - bella e dannata -, potranno continuare a vivere in Italia, soltanto in caso di un cambio radicale di classe dirigente a livello nazionale. Finché il potere resterà in mano a patetici turbo-liberisti proni ai dettami dell'UE, asserviti ai desiderata tedeschi e francesi, incapaci di comprendere che uno Stato non è una famiglia che deve comprare lo scooter, il nostro Paese è condannato ad una lenta ma inesorabile involuzione.
Dire: non voto Padoan ma neppure Borghi (a meno di non pensare di poter seriamente votare il trader da newsletter grillino - d'altronde a Firenze e Orvieto il M5s ha candidato piddini DOC - o il Mancuso di Libero e Uguali) significa - in una provincia rossa come la nostra - di fatto schierarsi per la conservazione.
Il PD deve essere distrutto, deve cioè prendere meno del 20% a livello nazionale. Punto. Tutte le altre chiacchiere stanno a zero.
Pensateci. Vi supplico.

martedì 9 gennaio 2018

La nuova normalità europea, cioè la fine della democrazia

Per una volta torno all'antico e rispolvero il blog. Per certe quisquilie un po' pedanti, non mi pare il caso di imbrattare Il Format.
Nei mesi scorsi, a proposito dei poteri del governo Gentiloni, si è letto la qualunque: addirittura, si è visto un accademico, il prof. Bin (quando un professore diventa renziano, immediatamente dimentica qualsiasi senso della misura), scagliarsi addirittura contro un semplice quanto incomprensibile articolo del Fatto Quotidiano.
Niente di male, anche perché il timore sotteso a quelle polemiche - l'approvazione "a camere sciolte" dello ius soli - era evidentemente rivolto ad una circostanza assolutamente irrealizzabile. Di recente, però, la questione si è riproposta sotto un punto di vista più inquietante.


In sostanza, qualora il risultato elettorale non fosse chiaro, ma nel complesso non favorevole alle forze europeiste (in pratica, se ci fosse una vittoria del centrodestra con un ottimo risultato della Lega), l'establishment - auspice o complice il Presidente della Repubblica - potrebbe seriamente ripiegare sul tentativo di creare uno stallo alla formazione di un nuovo governo, lasciando così l'esecutivo in mano a Gentiloni.
Vale dunque la pena di fare un po' di chiarezza sulle norme rilevanti.

Primo: ai sensi dell'art. 61, Cost., "le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti" e "la prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni" (nel nostro caso, il 24 marzo). "Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti", le quali "possono essere convocate [anche] per la conversione dei decreti-legge" (art. 77, c. 2, Cost.). Dunque, le Camere - ancorché sciolte - fino a convocazione delle nuove agiscono in regime di prorogatio con poteri che, se non pieni salvo il limite di cui all'art. 85, c. 3, Cost. (tesi di Balladore Pallieri), neppure sono quelli della mera ordinaria amministrazione (Mortati), dovendosi piuttosto sposare una teoria intermedia, che faccia leva su un concetto ampio di tale "ordinaria amministrazione", oltre che sulle situazioni di "urgenza" (Paladin, Elia). Caso tipico: il riesame di leggi rinviate dal Capo dello Stato (si ricorda la vicenda che vide su fronti opposti il Parlamento del 1992 e l'allora Presidente Cossiga).

Secondo: anche il governo in carica al momento dello scioglimento delle Camere parrebbe restare in carica con poteri (sostanzialmente) pieni. Ad esempio, ai sensi delle stesse disposizioni costituzionali, può emanare decreti legge, mentre - secondo la prevalente dottrina - può chiedere alla Corte dei conti la "registrazione con riserva" (cosa per esempio preclusa a un governo sfiduciato). D'altronde, non si può pensare che non valga per il governo in carica al momento dello scioglimento delle Camere quel che vale per il governo in attesa di fiducia, i cui pieni poteri sono stati per esempio riconosciuti da Cons. Stato, 4 luglio 1956, n. 713 (per una analisi critica della questione, Paladin, Diritto costituzionale, Padova, 1995, 386 ss.). Proprio per ovviare a questa circostanza, vissuta in passato come un "inconveniente", è maturata la passi costituzionale per cui il Presidente del Consiglio, allo scioglimento delle Camere, debba presentarsi dimissionario al Presidente della Repubblica, che lo "invita a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti". Queste dimissioni sono ritenute da alcuni costituzionalisti opportune, da altri obbligatorie; nessuno, però, prende neppure in considerazione il caso che non vi siano (cfr. Mazzoni Honorati, Lezioni di diritto parlamentare, Torino, 1997, 82). Invece Gentiloni non si è dimesso, per cui il riferimento agli "affari correnti" è, nel suo caso, del tutto incongruo; la pienezza dei poteri, sia pure in eversione del sistema costituzionale come si è consolidato nel periodo repubblicano, mi pare difficilmente contestabile. Il che, ovviamente, non vieta che comunichi le dimissioni davanti alle nuove Camere appena riunite, secondo una prassi che parte della dottrina ritiene non solo corretta, ma addirittura costituzionalmente dovuta (Biscaretti di Ruffia).

Terzo: il prof. Bin dà un po' troppo per scontato che il governo già in carica si presenti alle Camere per la fiducia entro 10 giorni dalla loro convocazione, facendo interpretazione estensiva dell'art. 94, c. 3, Cost. (cosa comunque accaduta, per onore di verità, almeno una volta: nel 1948, col governo De Gasperi). Alla tesi di Bin si potrebbe infatti obiettare che: (i) in punto di diritto, la disposizione è in realtà pensata per i nuovi governi guidati da un presidente incaricato, non per un esecutivo preesistente, il quale - dunque - ha già ottenuto la fiducia, ancorché dalle precedenti Camere (si veda p.e. Pizzorusso, Sistema istituzionale del diritto pubblico italiano, Napoli, 1992, 213; la questione non è espressamente trattata neppure in Bin - Pitruzzella, Diritto costituzionale, Torino, 2003, 155); (ii) in punto di fatto, se è chiaro che il governo che non ottiene la fiducia debba dimettersi (arg. ex art. 94, c. 3), c'è incertezza tra i costituzionalisti sia sulla sanzione da comminare al governo che non si presenti nei termini alle Camere, sia su quale soggetto debba comminare questa sanzione (presumibilmente, proprio il Presidente della Repubblica che, nel caso di specie, potrebbe rimanere silente e inerte).

In conclusione. La "nuova normalità europea" - quella del Belgio, della Spagna, dell'Olanda, della Germania - potrebbe essere davvero importata anche in Italia. Un nuovo passo verso lo svuotamento di questo simulacro di democrazia: se nella legislatura appena terminata i partiti hanno appoggiato "governi del Presidente" al di fuori di un effettivo mandato popolare, nella prossima il mandato popolare (cioè il risultato elettorale) potrebbe semplicemente essere ignorato per un lungo lasso di tempo. Il risultato non potrebbe che essere un'ulteriore disaffezione degli elettori, con aumento continuo dell'astensione. Una ulteriore esternalità "positiva", cioè, per chi ritiene la democrazia "un rischio".

D'altronde, come chiosò Mario Draghi proprio alla vigilia delle elezioni di cinque anni fa, indipendente dal risultato resta attivo il "pilota automatico"...

mercoledì 11 ottobre 2017

Il non-paper di Schäuble che (forse) aprirà gli occhi alle anime belle di un'altra UE

(Commenti tra parentesi in corsivo: testo originale o aggiunte mie).
(Un non-paper sarebbe un testo non ufficiale da far circolare informalmente. Che sia pubblicato è abbastanza fuori luogo).
(Il testo originale è qui).


In parallelo al mantenimento dell'unità dell'UE 27, è indispensabile migliorare la governance a breve, medio e lungo termine dell'UEM, seguendo i seguenti tre principi fondamentali: (1) dobbiamo tenere uniti responsabilità fiscale e controllo, onde evitare il rischio morale (moral hazard); (2) abbiamo bisogno di strumenti migliori per promuovere l'attuazione delle riforme strutturali; (3) abbiamo bisogno di "funzioni di stabilizzazione" credibili per affrontare shock globali o interni.

(1) Responsabilità fiscale e controllo fiscale devono stare per forza uniti, a qualunque costo (whatever it takes). Dal lato istituzionale, ci sono due modi possibili per garantire questa simmetria: o trasferiamo spazi di sovranità nazionale e controllo delle regole fiscali a livello europeo (il c.d. "Ministro delle finanze dell'Euro"), unitamente ad una maggiore legittimità democratica (cosa che richiederebbe, certamente, modifiche dei Trattati UE, perché fosse credibile). Oppure troviamo un accordo su una soluzione intergovernativa. Finché vi è scarsa disponibilità a cambiamenti dei Trattati, dobbiamo seguire un approccio pragmatico, in due passi distinti: prima una soluzione intergovernativa, che sarà poi successivamente recepita nel diritto comunitario.
Il meccanismo europeo di stabilità (ESM) è il mezzo giusto per una soluzione intergovernativa. L'ESM ha dimostrato la sua validità sin da quando è stato istituito nel 2012. Esso incarna il principio di fornire solidarietà in cambio di sane finanze pubbliche. L'ESM ha un sistema di gestione delle crisi ben sviluppato con una serie di strumenti e una significativa capacità finanziaria a sua disposizione. Strumenti e denaro sono pronti per la funzione fondamentale dell'ESM, vale a dire fornire un sostegno finanziario temporaneo sotto stretta condizionalità (per le riforme).
L'ESM, per diventare un Fondo Monetario Europeo, deve dedicare più risorse ad una migliore prevenzione delle crisi: il fondo, tuttavia, non ha ancora un mandato per la prevenzione delle crisi o per ridurne i rischi in una fase precoce. È quindi importante espandere il radar dell'ESM e dare ad esso un ruolo più forte in termini di monitoraggio dei rischi-Paese. L'obiettivo è individuare, in collaborazione con altre Istituzioni, i rischi per la stabilità per e negli Stati membri dell'Area Euro in modo più efficace e in una fase antecedente rispetto a quanto non sia successo in passato, nonché monitorare tali rischi affinché possano essere ridotti dagli stessi Paesi interessati. Le consultazioni di cui all'articolo IV del FMI potrebbero servire da modello per questo nuovo ruolo.
Tale ruolo per l'ESM dovrebbe includere anche il monitoraggio sull'osservanza degli obblighi degli Stati membri ai sensi del c.d. Fiscal Compact adottato nel 2012. L'ESM potrebbe essere gradualmente dotato di un ruolo più forte e neutrale per quanto riguarda il monitoraggio del "Patto di stabilità e crescita". Dare all'ESM anche compiti di monitoraggio completo in merito al rispetto del Fiscal Compact e delle norme fiscali europee renderebbe necessaria una modifica sia del Fiscal Compact, sia del trattato istitutivo dell'ESM.
Questo secondo mandato, del tutto nuovo, dell'ESM dovrebbe includere un prevedibile meccanismo di ristrutturazione del debito per garantire una equa ripartizione degli oneri tra l'ESM ed i creditori privati. La ratio è: in futuro, gli investitori privati ​​beneficerebbero di migliori informazioni in merito al rischio-Paese, che sarebbero fornite proprio dall'ESM. Logicamente, gli investitori privati dovrebbero dunque contribuire anche qualora, a differenza delle aspettative, un Paese si venga a trovare in difficoltà e richieda nuovamente l'assistenza dell'ESM.
Oltre alle nuove funzioni relative all'analisi (della situazione macroeconomica), l'ESM dovrebbe pertanto assumersi anche la responsabilità per il futuro processo di ristrutturazione del debito e il suo coordinamento. L'obiettivo importante è quello di fornire al settore privato i principi chiari e prevedibili in anticipo, per evitare soluzioni ad hoc.
I seguenti elementi dovrebbero essere inseriti nel Trattato ESM: a) la posticipazione automatica delle scadenze dei Titoli di Stato nel caso in cui sia stato concesso un programma ESM; b) l'obbligo di effettuare una ristrutturazione completa del debito se ciò è necessario per garantire la sostenibilità del debito; c) al fine di prevenire resistenze, una modifica delle "azioni collettive" già introdotte, verso il principio della "single limb aggregation" (cioè un sistema per cui basta solo voto per la ristrutturazione dell'intero debito, senza necessità di ulteriori votazioni sulle singole serie di obbligazioni).
Per quanto riguarda l'Unione bancaria, è necessaria un'ulteriore significativa riduzione del rischio, anche in merito al trattamento regolamentare dei Titoli di Stato. Le proposte correnti per la riduzione dei rischi devono essere rese più stringenti. Soltanto su questa base l'ESM potrebbe svolgere un ruolo di back-stop finanziando procedure di risoluzione bancarie. Se, alla fine della discussione in corso, decidiamo di dare all'ESM un mandato colto allo svolgimento di una funzione di back-stop sotto forma di linea di credito per il SRF (single resolution fund), sarà necessaria anche in questo caso una modifica al Trattato ESM. Ciò perché il Trattato ESM, nella sua forma attuale, prevede solo l'assistenza a sostegno degli Stati membri, non anche a sostegno di altre istituzioni, come il SRF.
J.-C. Juncker ha invero proposto di utilizzare in alternativa il bilancio dell'UE per la costituzione di un back-stop. In questo contesto vi è una vasta gamma di domande aperte. Se un tale back-stop venisse creato all'intero dell'ESM, dovrebbe essere accantonato a tale scopo un importo di circa 55 miliardi di Euro (= livello obiettivo del SRF). In questo quadro, tuttavia, sembra ragionevole effettuare, parallelamente alla creazione di questo nuovo strumento, una revisione critica del sistema di "ricapitalizzazione diretta delle banche", uno strumento già esistente ma meno pratico e molto più rischioso (60 miliardi di Euro sono accantonati nell'ESM, a tale fine). Considerando la questione in modo globale, dobbiamo essere aperti per eliminare lo strumento di ricapitalizzazione diretta delle banche.
Scenari e piani più ambiziosi per l'ESM e le sue capacità finanziarie, sia per quanto riguarda l'eventuale ruolo di back-stop aggiuntivo rispetto al controverso Schema Europeo di Assicurazione dei Depositi (cioè l'EDIS), sia in merito all'attribuzione di una nuova capacità fiscale da utilizzare come meccanismo per trasferimenti all'interno dell'Eurozona, rischierebbero di imporre all'ESM uno sforzo superiore alle sue capacità, oltre ad andare contro il suo scopo fondamentale di salvataggio (bail-out) dei Paesi in gravi difficoltà.

(2) Per quanto riguarda l'attuazione delle riforme strutturali, dobbiamo aumentare la responsabilità dei Paesi interessati. Le riforme strutturali sono necessarie per modernizzare le economie, affinché queste si aggancino al resto dell'Eurozona e agli sviluppi globali. Mutualizzare i problemi esistenti o futuri, invece di affrontarli di petto, finirebbe solo per creare una Unione Monetaria (UEM) indebolita nel suo complesso.
Le riforme strutturali potrebbero essere costose a breve termine. Dovremmo quindi esaminare modi per incentivare le riforme. Abbiamo bisogno di ulteriore capacità fiscale intergovernativa? Non necessariamente. Il bilancio dell'UE è in fase di revisione e comunque i Membri dovrebbero contribuire in futuro a compensare le minori entrate determinate dalla Brexit. Di conseguenza, c'è una certa leva per impostare nuove e solide priorità rispetto al budget futuro, affinché possa anche sostenere l'Area dell'Euro.
La Commissione ha presentato interessanti proposte per migliorare il bilancio dell'UE. A questo proposito dovremmo esaminare se i contributi futuri degli Stati membri dell'UEM al bilancio dell'Unione Europea possano essere meglio collegati alle riforme strutturali nell'Area dell'Euro, sulla base delle "Raccomandazioni specifiche per il Paese" (CSR, country specific recommendation) della Commissione. Questo approccio - basato su un bilancio dell'Unione Europea e sulle CSR - dovrebbe, rispetto ad ogni altro tipo di approccio intergovernativo, garantire un importante ruolo alla Commissione e consentire una politica integrata dell'Unione europea, collegando il coordinamento delle politiche (Semestre Europeo e CSR) con le politiche di coesione (fondi strutturali) ed il bilancio dell'UE. Seguendo il discorso di J.-C. Juncker, questo approccio potrebbe preparare un "nucleo stabile" attorno cui costruire un bilancio della Zona dell'Euro. Una volta stabilito questo nucleo, il bilancio dovrebbe evolvere ulteriormente , sulla base di solidi finanziamento e ricavi propri.

(3) Per quanto riguarda la funzione di stabilizzazione (del ciclo economico), dobbiamo utilizzare meglio gli stabilizzatori automatici nazionali per assorbire gli shock. La flessibilità delle regole fiscali interne esiste esattamente per consentire a questi "stabilizzatori" di lavorare. Prerequisito per questo è ovviamente che gli Stati membri creino il necessario spazio fiscale per le manovre, rispettando i loro obiettivi di bilancio. L'idea degli obiettivi di bilancio a medio termine (MTO, medium term budgetary objectives) è proprio quella di costruire dei buffer per l'assorbimento degli shock.
Il FMI ha ragione di concludere - nella consultazione sul proprio art. IV - che le regole fiscali europee sono divenute purtroppo troppo complesse e poco prevedibili. È per questo che dobbiamo sviluppare ulteriormente queste regole, facendo in modo che la "regola del debito" si ponga almeno sullo stesso piano della "regola del deficit". Finché il debito nazionale si pone in un percorso di riduzione, i disavanzi nazionali potrebbero essere trattati in modo flessibile.
Una funzione di stabilizzazione macroeconomica, ad es. attraverso una nuova capacità fiscale o un'assicurazione contro la disoccupazione, non è economicamente necessaria per un'Unione monetaria stabile. La spesa pubblica contro-ciclica è sempre in ritardo rispetto alle necessità e un'assicurazione contro la disoccupazione in tutta l'Area dell'Euro dovrebbe affrontare livelli di reddito molto diversi nelle varie regioni. I nostri Stati con un sistema di welfare molto sviluppato fanno una grande differenza rispetto alla situazione degli Stati Uniti: lavorano infatti come stabilizzatori automatici significativi, sempre che il singolo Stato membro interessato abbia opportuni margini di bilancio (MTO).
Oltre a ciò, dobbiamo guardare più approfonditamente al Mercato Unico dell'UE 27. Un Mercato Unico più flessibile sarebbe in grado di assorbire meglio gli shock, in particolare quelli che colpiscono singoli Stati membri (cosiddetti shock asimmetrici). Le banche - in una vera unione bancaria e del mercato dei capitali - possono mantenere i loro livelli di impieghi anche se uno Stato membro è in crisi, poiché le banche possono lavorare in modo migliore a livello transfrontaliero e sono sorvegliate a livello comunitario. E una migliore mobilità dei lavoratori (migration) all'interno dell'UE 27 potrebbe offrire possibilità molto più concrete per mantenere la disoccupazione - soprattutto giovanile - sotto controllo in caso di crisi.
La diminuzione della convergenza fra i Paesi è spesso dovuta ai fattori strutturali nazionali e non può essere superata attraverso una maggiore capacità fiscale. Una nuova funzione di stabilizzazione mediante una "capacità fiscale dell'Euro" (si tratta dei c.d. Eurobond) permetterebbe solo di "comprare tempo" e porterebbe a ripetere gli errori nazionali del passato. Sarebbe molto più efficiente sostenere le riforme per aumentare la resilienza attraverso un efficace coordinamento delle politiche e in futuro attraverso un bilancio UE ben ridisegnato (vedi sopra).
La mutualizzazione del debito creerebbe incentivi sbagliati, solleverebbe fondamentali questioni legali e, quindi, metterebbe in pericolo la stabilità dell'intera Area dell'Euro. Qualunque sia il nome futuro: per delle "obbligazioni europee" o "titoli di debito sovrano europei" (alcuni li chiamerebbero  "nuovi Eurobond") non esiste alcuna domanda sul mercato. Dobbiamo essere in grado di creare stabilità reale attraverso riforme, non attraverso ingegneria finanziaria complessa e costosa.

martedì 20 giugno 2017

Terrorismo e strategia della tensione, oggi

"Improvvisamente i partiti ed il Parlamento hanno avvertito
che potevano essere scavalcati.
La sola alternativa che si è delineata nei confronti
del vuoto di potere conseguente
ad una rinuncia del centrosinistra,
è stata quella di un governo di emergenza,
affidato a personalità cosiddette eminenti, a tecnici,
a servitori disinteressati dello Stato che, nella realtà del Paese qual è,
sarebbe stato il governo delle destre,
con un contenuto fascistico-agrario-industriale,
nei cui confronti il ricordo del 1960 sarebbe impallidito"
(Nenni, 1964).


(Il post è la rielaborazione, in forma più ampia, di questo articolo uscito su Il Format. Per una tragica ironia della sorte, lo pubblico proprio la sera dell'ennesimo attentato, forse fallito).


Dopo l'attentato di Manchester (nel quale 22 ragazzi hanno perso insensatamente la vita e che ha necessitato una non rudimentale organizzazione) e quello di Londra (che pare più "fatto in casa", ancorché da tre persone coscienti e ben motivate) molti hanno iniziato a interrogarsi sulla specificità di questo crescente terrorismo di matrice islamica, volto a colpire, indiscriminatamente, le persone comuni in luoghi non particolarmente simbolici, col chiaro fine di seminare panico e ansia nella popolazione. Panico e ansia, per di più, che in qualche modo finirà con ogni probabilità anche per ripercuotersi sulle elezioni che si terranno domani.
In effetti, rispetto all'esperienza dell’Ira (il cui fine - l’indipendenza dell’Irlanda del Nord - non era revocabile in dubbio) questi attacchi non solo mancano di evidenti obiettivi strategici (a meno di non voler vedere in questi atti un tentativo di realizzazione di una jihad permanente in Europa), ma si contrappongono alle bombe nordirlandesi anche per quanto riguarda le relative vittime. Le operazioni, anche sanguinose, dell'Ira, erano infatti rivolte ad obiettivi economici e militari (a fronte invece di rappresaglie protestanti spesso indiscriminate) quando non addirittura politici (notissimo il tentativo di omicidio di Margaret Thatcher del 12 ottobre 1984, richiamato nel tweet).
Qui cosa abbiamo, invece, almeno a voler credere ai giornali? Lupi solitari, musulmani della porta accanto radicalizzatisi (ammesso che questa parola abbia un senso compiuto), qualche pazzo, e così via. Unico collante, sempre secondo i media, la religione professata.
Un quadro di questo genere, comunque la si voglia pensare, più che ai movimenti terroristici europei di matrice indipendentista fa pensare agli episodi stragisti che hanno insanguinato l'Italia negli anni Settanta. Episodi stragisti che sono apparsi alla Commissione Pellegrino "come il frutto, se non di un disegno criminoso unico, certo di un contesto unitario", la cui designazione sintetica, a livello storiografico, va sotto il nome di "Strategia della tensione".
Certo, una differenza sostanziale esiste: lo stragismo si caratterizzava per la premeditata vaghezza di mandanti ed esecutori materiali (ancora oggi Piazza Fontana e l'attentato all'Italicus sono misteri insoluti, Piazza della Loggia si dibatte fra processi e condanne e assoluzioni), quando non addirittura per il tentativo di indirizzare le indagini verso avversari politici (come nel caso della bomba, esplosa troppo presto, che Nico Azzi stava sistemando, copia di Lotta Continua in tasca, sul treno Torino-Roma; la stessa strage di Piazza della Loggia in cui - se quel giorno non fosse piovuto - sarebbero probabilmente morti esponenti delle forze dell'ordine e non manifestanti), mentre il terrorismo islamico rivendica orgogliosamente i propri sé dicenti "martiri" (che anzi spesso - da buoni cittadini - fanno la cortesia alle forze dell'ordine ed ai giornalisti amici di lasciare i propri documenti in bella mostra, in modo da essere subito riconosciuti). Ma l'indeterminatezza dei bersagli e l'oscurità dei fini è la stessa. D'altronde, anche il ben più riconoscibile e "selettivo" terrorismo di sinistra ha conosciuto sin dall'inizio una certa dose di infiltrazione ed etero-direzione (per alcuni non estranea neppure alla ideazione o, quanto meno, alla gestione del sequestro Moro), secondo modalità che oggi paiono replicarsi proprio nell'ambito del c.d. terrorismo islamico.
Ma in che costa si sostanziava, all'epoca, quel "contesto unitario" di cui parla la Commissione Pellegrino? Probabilmente nel tentativo (portato avanti da gruppi di pressione, ma anche da apparati dello Stato e da rappresentanti di Potenze straniere) non già di rovesciare l'ordinamento esistente, bensì di limitarlo, in qualche modo torcerlo rispetto ai suoi fini originari, ridurne il potenziale riformista a favore di specifici blocchi sociali. Tentativo, peraltro, da attuare attraverso due binari paralleli: la paura da un lato, la minaccia autoritaria dall'altro (quella del "tintinnare di sciabole" del 1964, che aveva portato alla prima crisi del centrosinistra, poi superata - sia pure a prezzo di un affievolimento della spinta innovatrice iniziale - a partire dalle costatazioni di Nenni sopra riportate; quella del Golpe Borghese, il cui contrordine - determinato, si dice, dal venir della disponibilità dell'Arma dei Carabinieri e dalla volontà statunitense di non assicurare un appoggio risolutivo all'operazione - era probabilmente previsto sin da principio).
Non a caso, scrive ancora la Commissione Pellegrino, "le analogie più inquietanti che legano i vari episodi è rappresentata da un comportamento di alcuni apparati statali qualificabile se non proprio come connivente [con i gruppi eversivi] quanto meno come tatticamente armistiziale”, volto alla insorgenza di "un clima di forte tensione politica, tale da giustificare l'intervento miliare o, quanto meno, una forte richiesta sociale d’ordine e di involuzione autoritaria delle Istituzioni" e della stampa. Un esempio in questo senso è il noto Piano di rinascita democratica della P2, il quale parte dalla costatazione della crisi irrimediabile della Democrazia Cristiana - problema la cui soluzione si rintraccia nella creazione di due nuovi movimenti politici, uno social-laburista e l'altro liberal-moderato o conservatore, in grado di catalizzare, a destra e a sinistra della DC. le aree moderate che stentatamente convivono all'interno del partito impegnandosi in una lotta interna esiziale - per poi estendersi a una revisione del sistema politico-statale muovendo da una visione fortemente economicistica della società, che relega in un angolo la politica, i cui rappresentanti hanno necessità di una garanzia che non gli viene dalla legittimazione, ma dai rappresentanti delle élites, attribuendogli un ruolo di strumento di mediazione tanto ineliminabile quanto sgradito e quindi relegato in una posizione fortemente marginale e in buona sostanza appena tollerato per conservare il carattere democratico del sistema.
Certo, io non ho alcuna prova di una logica armistiziale (o anche semplicemente di regime di tolleranza) fra terrorismo e apparati di sicurezza, però mi guardo intorno, ed i puntini da unire sono talmente fitti che il disegno si vede subito, solo a non volere essere ciechi.
A fructibus eorum cognoscetis eos. 
"Quando è troppo è troppo!”, ha tuonato Theresa May, che non ha perso tempo sia a chiedere ai giganti del web “azioni concrete” per arginare quello che lei definisce “l’odio” che si propagherebbe nella rete, sia ad annunciare un inasprimento delle misure repressive nei confronti di tutti i reati (anche i reati minori) in qualche modo legati al terrorismo. Cioè, a chiedere una censura soft delle piattaforme su internet e imporre una significativa riduzione della privacy dei propri cittadini.

Nel frattempo, in Francia, non soltanto non è stato ancora revocato lo stato di emergenza inaugurato dopo la strage di Nizza (cosa, che, peraltro, non impedisce di concedere il porto d'armi a un signore che assiduamente frequenta noti gruppi terroristici), ma anzi pare che - presto - quello che ora è un regime eccezionale possa diventare la più pura normalità.
Dall'altro lato, questa specie di guerra permanente a bassa intensità, sottospecie domestica del conflitto orwelliano, permette di propagandare in modo accattivante la nuova frontiera della dominazione leuropea, cioè a dire la creazione di un esercito leuropeo (che - come l'Euro ha permesso alla Germania di governare tutte le banche centrali dei Paesi membri - così permetta alla stessa Germania di mettere le mani sui codici nucleari francesi).
L'Italia non è stata ancora toccata dal fenomeno fondamentalista, et pour cause come in sostanza ammette il Presidente del Consiglio connettendo l'approvazione della legge sullo ius soli (ma lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto per quanto attiene la gestione dell'emergenza immigrazione) e la sicurezza interna.


Tuttavia, i primi frutti di questo nuovo "clima" si iniziano ad intravedere anche da noi, al di là delle pagliacciate di quella che indegnamente è la Terza Carica dello Stato. Mentre infuriava proprio la battaglia sullo ius soli, zitto zitto il Governo ha portato a casa una terrificante riforma del sistema penale, la cui punta di diamante è la liceità delle “intercettazioni di comunicazioni o conversazioni tra presenti mediante immissione di captatori informatici in dispositivi elettronici portatili”, già ribattezzati trojan di Stato. Per chi non lo sapesse, i trojan sono malware che, una volta installati di nascosto su un PC, uno smartphone o un tablet permettono di gestire il dispositivo da remoto. Nel caso di specie, permettono di attivare, all'insaputa dell'utente, il microfono, o la videocamera, e registrare conversazioni che si penserebbero private.
Ovviamente, in caso di reati gravi, cioè i reati di mafia e - guarda un po' - di terrorismo, ma anche per tutta una'altra serie di reati per cui sono previste le "comuni" intercettazioni. Tra questi, per dire, il reato di minacce.
"La guerra... non ha per oggetto la vittoria sull'Eurasia o sull'Asia orientale, ma la conservazione dell'ordinamento sociale".