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mercoledì 5 maggio 2021

Due parole due sul DDL Zan


Siccome ormai del DDL Zan parlano cani e porci, dico due parole anche io. L'ho anche letto, figurarsi.

L'articolato può essere diviso in due parti: una precettiva e una repressiva. Il dibattito si è concentrato più sulla seconda, quando invece è soprattutto la prima che deve essere rigettata come irricevibile.

I.

Iniziamo dalle norme penalistiche. In sostanza il disegno di legge mira ad ampliare il contenuto dei reati di propaganda e istigazione, nonché la relativa aggravante (già all'art. 3 della L. Reale-Mancino e ora agli artt. 604-bis e 604-ter, c.p.), anche alle discriminazioni fondate "sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità".

Pertanto, una valutazione in quest'ottica del DDL Zan si risolve in una valutazione, nel merito delle originarie norme incriminatrici, fermo restando che l'art. 4 del DDL - che tante polemiche ha sollevato - più che un tentativo volto alla penalizzazione di condotte lecite pare a chi scrive un pedestre tentativo di trasformare un reato di pericolo presunto in un reato di pericolo concreto (non sarebbero cioè le condotte "legittime" a divenire delittuose se "idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori" ma, al contrario, sarebbero le condotte "non [concretamente] idonee" a diventare, per ciò stesso, "legittime").

Ciò, presumibilmente, in ossequio al costante orientamento della Corte Costituzionale (e della CEDU) sin dalla sentenza n. 65 del 1970, che reinterpreta l'oggetto del reato di "apologia" alla stregua di una "istigazione indiretta".  La Corte, infatti, ha sempre cercato di "salvare" le tante fattispecie incriminatrici incidenti sulla libertà di pensiero e parola disseminate nel codice, valorizzandone i (più o meno reali) profili di offensività: è il caso p.e. della sent. n. 108 del 1974 sull'art. 415, c.p., in materia di "teorie della necessità del contrasto e della lotta tra le classi sociali" (tempi che vai, idee bandite che trovi).

Tuttavia, norme incriminatrici la cui lettera deve essere oggetto di lettura costituzionalmente orientata per essere compatibili con un sistema pluralistico sono in sé pericolose, perché permettono di essere intepretate per gli amici ed applicate contro i nemici. Non è un caso che la giurisprudenza sia molto divisa, tra intepretazioni formalistiche del dato letterale (Cassazione, nei confronti di un consigliere comunale che voleva guidare una protesta in un campo rom), posizioni teoricamente più vicine alle pronunce della Corte Costituzionalema ma in sostanza tali da annacquare il pericolo concreto fino a renderlo non molto distante da quello presunto (Cassazione, nei confronti di un sindaco che - in relazione all'omicidio di un tunisino pregiudicato - aveva giustificato il delitto), sentenze invece rispettose del principio pluralistico (molto casualmente, nei confronti di Erri De Luca, assolto dopo alcune dichiarazioni in relazione al TAV).

Da questo punto di vista, queste fattispecie delittuose - che, molto significativamente, proliferano nel duplice campo della "lotta" al terrorismo e della "lotta" all'odio, cioè in ambiti in cui il diritto penale è piegato alla "prevenzione" contro un più o meno esistente "nemico", anziché alla repressione dei reati - andrebbero puramente e semplicemente abrogate. Indipendentemente dal DDL Zan, che non è peggio - anzi - della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965) o della Decisione Quadro della UE su razzismo e xenofobia (2008).

II.

Tuttavia le disposizioni assolutamente irricevibili del DDL Zan sono altre. Si trratta, in particolare, dell'art. 1 e dell'art. 6, c. 3.

L'art. 1, infatti, dà - per la prima volta in Italia, a quel che mi consta - una definizione legale espressa di "genere" e di "identità di genere", in contrapposizione al "sesso" (biologico), a sua volta distinto dalla "identità sessuale".

Tutte nozioni già desunte dalla giurisprudenza sulla base di elaborazioni internazionali (si vedano le intepretazioni dell'art. 8 della CEDU) e fatte proprie dalla Corte costituzionale, che nella sent. n. 161 del 1985 ha ricondotto nell’alveo dei diritti inviolabili "il diritto di realizzare, nella vita di relazione, la propria identità sessuale" e nella sent. 180 del 2017 ha riconosciuto che l’acquisizione di una nuova identità di genere possa essere il risultato di un processo individuale che non postula la necessità di un intervento, purché la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale siano oggetto di accertamento anche tecnico in sede giudiziale.

Ma, certo, vedere asserzioni del genere in un testo di legge fa un effetto molto diverso.

Ancora peggio l'art. 6, c. 3, che "in occasione della" neoistituita "Giornata nazionale contro l'omofobia" ed altre fobie assortite prevede che "siano organizzate cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile" contro pregiudizi e discriminazioni, all'uopo coinvolgendo "le scuole nel rispetto del piano triennale dell'offerta formativa". In questo modo le aberrazioni del DDL Zan si saldano alle aberrazioni della "Buona scuola" renziana, ben descritte nel libro "Malascuola" di Elisabetta Frezza.

Non contenti di rendere penalmente illecita la polemica, anche aspra, sui temi della famiglia, dell'identità sessuale e di tutto ciò che vi gira intorno (matrimoni omosessuali, adozioni, utero in affitto o comunque si chiami al giorno d'oggi), i propugnatori del disegno di legge non resistono a una tentazione tipica di tutti i totalitarismi, andare a corrompere i bambini direttamente nelle scuole, fra una sessione di educazione sessuale e un vaccino, si immagina.

P.S.: dopo l'approvazione del DDL questo commento non potrà più essere scritto.

venerdì 11 dicembre 2020

Storie di ordinaria Covid

Spoiler: la morale non è gettare la croce addosso a chi, nel marasma del settore sanitario in particolare e di quello pubblico in generale, prova in qualche modo a fare il suo mestiere e anche più del suo mestiere. La morale è che forse è giunta l'ora di smettere di riempirsi la bocca con eccellenze che non esistono (più) e prendere serenamentre atto che il Covid non è, di per sé, un'emergenza, ma la situazione del SSN assolutamente sì.


È mercoledì 21 ottobre e, dopo una normale giornata di metà autunno, verso le nove di sera, una persona a me molto cara - che per comodità chiameremo Anna - è preda di un attacco di tosse stizzosa e insistente. La mattina successiva, giovedì 22 ottobre, dopo una notte in bianco anche per i dolori articolari sempre più forti, le entra pure un po' di febbre.

La diagnosi è bell'è fatta. Alle nove del mattino Anna, che ha settant'anni compiuti e dunque un po' di preoccupazione ce l'ha, entra al pronto soccorso di una ridente cittadina toscana. Visita, prelievo di sangue, RX torace e a mezzogiorno (sono passate solo tre ore, in una specie di tenda da campo di rara comodità) il tampone rinofaringeo. Risultato? Alle quattro del pomeriggio ancora ignoto, per cui Anna - che nel frattempo sta piuttosto male - firma per lasciare l'ospedale, riprende la propria auto e, con una certa difficoltà, se ne torna a casa. In mano ha solo il referto del pronto soccorso; rassicurazioni - ma che dico: spiegazioni - da parte di medici, infermieri, portantini, chi volete voi, zero. Un solo imperativo: barricarsi in casa e attendere gli eventi.

I risultati degli esami del sangue paiono incoraggianti, mentre il referto della RX al torace parla di una “accentuazione della trama interstiziale polmonare senza evidenza radiografica di lesioni addensanti a focolaio in atto a carico del parenchima polmonare esplorabile”. Diagnosi: bronchite. Si scoprirà poi che le cose non stanno proprio così. Dai e dai, si sono fatte quasi le sette e mezzo (siamo a dieci ore e mezzo dall'accesso al PS, per i precisini che vogliono tenere i conti): una telefona dall'ospedale informa Anna che il tampone è positivo (ma vedi un po') e che deve contattare subito il suo medico di base. Vista l'ora non proprio antelucana, Anna può giusto mandare un Whatsapp con la foto del referto del tampone. E preparasi a un'altra notte in bianco senza cure e da sola.

Il Covid è un po' come una sonata in cui agli alti e bassi della malattia si accompagnano solitudine e incertezza terapeutica, che ne rappresentano l'inquietante e perturbante basso continuo. Penso di non andare lontano dal vero, se dico che molti morti sono da mettere in conto all'abbandono, più che al virus in quanto tale.

Ad ogni modo, la mattina seguente il medico di base si fa vivo e ordina a Anna di assumere tachipirina (in anticipo sulle illuminanti linee guida del CTS), di acquistare subito saturimetro, termometro e macchinetta misura pressione, di fare tutte le misurazioni d'ordinanza tre volte al giorno e mandare i risultati per Whatsapp. Anna - che ha letto dei mirabolanti servizi della sanità e del volontariato toscani - telefona subito alla farmacia, che però risponde che - Covid o non Covid - non possono recapitare nulla a domicilio. Anna, allora, prova con la Croce Rossa, ma il centralinista non ne sa niente. Comunque, siccome è un tipo umile, le suggerisce di riprovare nel pomeriggio; chissà, magari nel frattempo è passato Babbo Natale. Anna non si dà per vinta, telefona alla badante di sua mamma novantasettenne e a metà mattinata finalmente ha tutto l'occorrente.

Ha anche la seconda lezione gratis della pandemia: quando sei malato, o sei in quarantena, se hai bisogno di qualcosa, hai sempre una persona su cui contare, cioè te stesso. Come dite?, anche quando non sei in quarantena? Sì, in effetti...

Nel frattempo anche la sullodata badante abbandona la truppa e si mette in auto-isolamento. Inizia così per la madre di Anna, che chiameremo per comodità Zita, una specie di malattia per procura, quasi peggiore della malattia della figlia. Per dieci giorni, infatti, si trova a gestire, da sola, una casa, a doversi lavare, farsi da mangiare, pulire spazzare dare lo straccio. Le due donne non riescono a trovare un'istituzione pubblica o un'associazione privata - una che sia una - che le possa aiutare. In oltre un mese di isolamento tombale, tipo i lebbrosi ai tempi di Ben Hur, l'unico contatto umano sarà, al di là del portoncino di casa, con gli uomini della netterzza urbana, che di tanto in tanto arrivano, vestiti tipo gli scienziati cattivi di ET, a prelevare i rifiuti.

Questo è il modo con cui il governo dei DPCM vuole salvare gli anziani, una vergogna che non sarà perdonata.

La giornata si chiude con la telefonata dell'USCA per le misure di isolamento domiciliare e il tracciamento delle persone incontrate da Anna nei tre giorni precedenti. Tutte messe in quarantena e tutte con tampone negativo. Il virus, come si sa, è infatti contagiosissimo. Anna, a dirla proprio tutta, avrebbe anche Immuni, che però riscuote presso le strutture sanitarie la stessa simpatia dell'aglio presso i vampiri. Il diktat è uno solo: mai caricare i codici, Dio ci scampi. 

Nei due giorni successivi, sabato e domenica, la tosse di Anna si fa sempre più insistente, le bruciano gli occhi, ha forti dolori a tutto il corpo, mal di testa, fatica a respirare per il naso completamente chiuso. L'USCA, contattata telefonicamente, insiste per la solita tachipirina o, proprio a esagerare, un ibuprofene. Fortunatamente interviene il medico di base, che richiede all'USCA almeno una visita domiciliare: siccome la dottoressa che si presenta sente "qualcosa" al torace, bontà sua prescrive tre (tre, eh) giorni di antibiotico. A sera, però, il medico di base rettifica la terapia: Zitromax fin quando ce ne sarà bisogno (ce ne sarà bisogno per un mese) e cortisone.

La situazione, frattanto, peggiora di giorno in giorno. Anna cerca di tenersi in contatto con l'USCA ma, a partire dal settimo giorno di malattia, non riesce più a parlare con nessuno. Il telefono squilla, squilla, ma all'altro capo nessuno risponde. Solo la settimana successiva - con la satuazione a 94 - riesce finalmente a farsi rispondere, salvo sentirsi dire che c'è chi satura anche a 90 e dunque non la faccia tanto lunga, che rischia di compromettere la salute di qualcuno. Sia chiaro, non è colpa degli operatori: i casi crescono di giorno in giorno, nell'ufficio sono pochi e l'educazione chi non ce l'ha non se la può dare. Quello che innervosisce sono più che altro le parate autocelebrative di Giani sui giornali, proprio durante quei drammatici giorni. 

Anna, che è sempre da sola a casa, cerca rifugio nelle telefonate agli amici, anche di vecchia data. Un ex compagno, medico, che fa parte della commissione tecnica Covid per il Piemonte, si interessa ovviamente al suo caso: quando scopre che in Toscana non c'è, in pratica, un protocollo regionale per le cure domiciliari cade dalle nuvole e allibisce quando capisce che ad Anna nessuno ha segnato l'eparina. Il medico di base, informato, pur controvoglia la segna, con grande senso di responsabilità.

Se Anna oggi è viva e, dopo oltre un mese di malattia si è finalmente negativizzata, probabilmente è perché si è imbattuta in un medico che ha derogato ai demenziali protocolli di cura domiciliare della Regione Toscana. Se la sua mamma è viva, è invece grazie a una straordinaria fibra e un ottimismo incrollabile di rivedere, prima o poi, la figlia. Nessuno, nessuno, le ha aiutate.

* * * * *

Lasciamo Anna alla sua lunga lotta col virus ed alla sua convalescenza e passiamo invece alla fase farsesca della vicenda.

Sono passate circa due settimane dall'iniizio della malattia. Il 5 novembre l'USCA telefona per fissare al giorno seguente il tampone di controllo, nonostante che Anna avesse ancora tutti i sintomi della malattia. Misteri della virologia e della burocrazia. La mattina di sabato 7 novembre si presentano, bardati come da ordinanza, due infermieri, che prendono il tampone e asseriscono che, in caso di nuovo positivo, si sarebbero fatti vivi entro le 24 ore successive. Domenica a pranzo Anna esulta: nonostante che non stia bene, evidentemente si è negativizzata! No. Semplicemente non ha, come al solito, telefonato nessuno: il referto appare su internet alle sei di sera e riporta ancora la positività.

In questa situazione (abbandono, saturazione bassa, malessere generale), martedì 10 novembre arriva a Anna una telefonata di SEI Toscana (la ditta che gestisce i rifiuti nella nostra meravigliosa Regione) per dirle che la USL ha comunicato il suo nominativo come nuovo caso! Anna, allibita anzichenò, prova sommessamente a far notare che è proprio SEI che da due settimane le si presenta alla porta di casa per ritirare la spazzatura. L'operatore prende atto, ma dura procedura sed procedura.

Il delirio burocratico-amministrativo tocca il suo apice fra giovedì 12 e venerdì 13. Prima giunge ad Anna una telefonata non identificata che le intima di recarsi, il giorno successivo, a fare il tampone presso il drive in cittadino. Anna fa presente di avere ancora tutti i sintomi e di avere qualche problema a guidare (oltre che a eventualmente spiegare alle forze dell'ordine perché si aggiri malata per le strade di una zona rossa), ma la voce anonima è categorica: "qui sta scritto così". Versione aggiornata del forse più noto vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.

Anna, a cui mancano le forze ma non il tempo, prova a telefonare allora alla struttura sanitaria per far cancellare l'assurdo appuntamento e ci riesce così bene che il giorno successivo, dopo cena, le arriva una PEC da parte dell'USL, il cui oggetto è già tutto un programma: "ATTESTAZIONE TERMINE ISOLAMENTO SANITARIO DA COVID-19". Che sarà? Anna apre e legge, con costernazione, di una sua presunta "AVVENUTA  GUARIGIONE CLINICA PER RISOLUZIONE DELLA SINTOMATOLOGIA CLINICA DA ALMENO 7 GIORNI". Se non fosse davvero molto tragico, sarebbe comico.

Anna si infastidisce leggermente e prova a contattare l'USCA, dieci quindici venti volte, ma non c'è nulla da fare. Per parlarci si deve rivolgere addirittura ai carabinieri: grazie ai buoni uffici del maresciallo, riceve una telefonata dal 118, che le consiglia, molto gentilmente, di restare in casa fino a futuro tapone negativo. Finalmente il 18 novembre, con grandissima difficoltà, Anna si reca a fare il nuovo tampone, che dà il sospirato esito negativo. Lei è fisicamente a pezzi, ma può iniziare a ridurre le medicine e vede la luce in fondo al tunnel. Resta solo da spiegare a SEI Toscana - meglio: ai mille operatori diversi del call center di SEI Toscana - che sebbene lei si sia negativizzata, i rifuiti dei giorni precedenti continuano ad essere potenzialmente infetti e, quindi, devono essere ritirati con attenzione. Alle ennesima telefonata, il colpo di genio, cioè - al solito - la minaccia di buttar tutto nel cassonetto sotto casa. Basta questo per far materializzare, per l'ultima volta, i marziani spazzini.

* * * * *

Anna, che continua ad avere male agli occhi e una tosse stizzosa, si reca infine dal pneumologo, il quale le dimostra che la "bronchite" diagnosticata al Pronto Soccorso era in realtà una bella polmonite interstiziale e le consiglia di ringraziare il coraggio del medico di base, che l'ha curata - prendendosi qualche responsabilità - in modo corretto (Zitromax + cortisone + eparina).

Poi aggiunge: "meno male che non si è fatta ricoverare signora! Sa, siamo pochi e stiamo andando in confusione". Ditelo a Giani e a Conte.

martedì 13 ottobre 2020

Acqua salata


Ricorderete i referendum “sull’acqua pubblica” del 2011
, in cui gli italiani votarono compattamente per l’abrogazione di alcune disposizioni che imponevano sia la privatizzazione della gestione del servizio idrico o comunque la sua gestione mediante società pubblico-private con capitale privato non inferiore al 40%, sia che il calcolo delle tariffe all’utenza tenesse conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Ad oggi la situazione in Toscana è però totalmente diversa da quella che ci si aspetterebbe, e chissà cosa ne penseranno i grillini del nuovo corso filo-piddino. Publiacqua – che gestisce il servizio in provincia di Firenze, Prato, Pistoia e parzialmente Arezzo – è partecipata al 40% da Acque Blu Fiorentine, detenuta a sua volta, per il 75%, da Acea. Acea, come è noto, è la multiutility di Roma, che ne detiene metà capitale, mentre il 30% è di proprietà di Suez (i.e. francese) e di Caltagirone, mentre la restante parte è in mano ai risparmiatori. Acquedotto del Fiora – attiva nelle province di Siena e Grosseto – è partecipata al 40% da Ombrone S.p.A., il cui principale azionista è, di nuovo, Acea. In provincia di Arezzo, dove agisce Nuove Acque, il socio privato (al 46%), che si chiama Intesa Aretina e che fu per un breve periodo alla ribalta delle cronache per aver finanziato una Leopolda, è controllato sia da Acea (tanto per cambiare) – che ha comprato da Iren, che si è disimpegnata in Toscana – sia direttamente da Suez. Poi c’è Acque S.p.A., a Pisa, Empoli, in Val d’Elsa, in cui il socio privato ABAB ha il 45%. Sorprendentemente, i soci di ABAB sono Acea Spa, Suez Italia Spa, Vianini Lavori e CTC (che è pure dentro Acque Blu).

Fa eccezione Gaia, che serve Massa e Lucca, interamente pubblica, mentre per quanto riguarda Publiacqua i Consigli comunali di Firenze e Prato hanno disdetti il patto parasociale con Acea, primo passo (pare) verso la gestione nuovamente pubblica delle reti idriche comunque dopo il 2024, anno in cui scade l’attuale concessione. Sì, perché mentre ci stracciamo le vesti per le proroghe a favore dei pericolosissimi gestori di bagnetti marittimi, qui abbiamo una concessione a Acquedotto del Fiora che scade nel 2032 e una a Nuove Acque che scade nel 2028. Per dire.


Non bastando tutto questo, con l’approvazione dei bilanci 2019 si è scoperchiato il vaso di Pandora. Nuove Acque ha distribuito ai soci 2.800.000 euro su un utile di 6.645.785 euro (cioè il 42% del totale), di cui 1.292.480 ai soci privati; Acquedotto del Fiora ha distribuito una cifra più modesta (e congrua, direi), 2.000.000 di euro su un utile di 13.657.744 euro (14,6%); Acque S.p.A., invece, a quel che mi risulta, non ha (ancora) distribuito alcunché per decisione del Comune di Pisa, a guida leghista, scatenando le ire del sindaco di San Giuliano, ovviamente piddino, che ipotizzava un dividendo complessivo di 5.800.000 euro. Poi però è intervenuto l'ormai mitologico comunicaro stampa di Publiacqua: "assecondando le richieste dei 45 comuni soci, le cui casse sono state pesantemente penalizzate dall'emergenza coronavirus, la società ha distribuito ai suoi azionisti - compreso il socio privato Acea che detiene il 40% - tutti i 37 milioni di euro di utile conseguito nel 2019". In pratica, per fare un piacere ai comuni del medio Valdarno, 14.911.510 euro pagati da cittadina toscani hanno preso la strada di Roma o di Parigi. Veramente un grande risultato. Ma non basta: la distribuzione è subordinata al rilascio di un finanziamento bancario di pari importo a una società che ha già un indebitamento verso le banche di circa 140 milioni di euro. Dove finiranno, e a carico di chi, i connessi oneri finanziari lascio immaginare.

Ora, è evidente che l’utile di un gestore del servizio idrico, per la parte non reinvestita nella attività, rappresenta una forma di “imposizione” nei confronti dei cittadini sotto forma di “tariffa troppo elevata”, ma se da un lato questa “imposizione” (per la quota parte di dividendi pagati ai Comuni) perde il connotato di “tassa” per assumere quello di “imposta” afferente comunque alla fiscalità generale dell’ente territoriale (sia pure con distorsioni per gestori che agiscono non solo in ambito sovra-comunale, ma addirittura ultra-provinciale), dall'altro essa (per la quota parte di dividendi pagati ai soci privati o comunque estranei al territitorio di riferimento) diviene una forma di remunerazione del capitale (o, meglio, una rendita di posizione monopolistica) difficilmente compatibile col risultato del referendum ricordato all’inizio.

Concludo con un'ultima considerazione che attiene all'incapacità toscana (in controtendenza con quanto successo in Emilia Romagna, Lombardia, Lazio) di creare una propria multi-utility veramente efficiente. La società ideale già esiste, Estra S.p.A., che però non è ancora andata oltre i proclami ("Estra si candida[va] a gestire anche acqua e rifiuti" già l'11 luglio 2018 sul Sole24Ore ed era "a disposizione per gestire il servizio idrico" anche il 22 marzo 2019). Su questo sarebbe necessario lavorare in modo approfondito e a 360 gradi, a partire dalla governance di Estra.

domenica 13 settembre 2020

Col favore delle tenebre

Abbiate la pazienza di seguire fino in fondo.

L'art. 17-bis, introdotto nel D.L. n. 76 del 2020 (il c.d. "semplificazioni") dalla relativa legge di conversione, stabilisce che, "al fine di semplificare il processo di riscossione degli enti locali, all’articolo 1, comma 791, lettera a), della legge 27 dicembre 2019, n. 160, dopo le parole: “nell’Anagrafe tributaria” sono inserite le seguenti: «ivi inclusi i dati e le informazioni di cui all’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605»”.

Chiaro e semplificante, no? Forse no. Proviamo a leggerlo andando a recuperare il comma 791 dell'unico articolo della finanziaria 2020: "al fine di facilitare le attività di riscossione degli enti [locali], si applicano le disposizioni seguenti in materia di accesso ai dati: a) ai fini della riscossione, anche coattiva, sono autorizzati ad accedere gratuitamente alle informazioni relative ai debitori presenti nell’Anagrafe tributaria, ivi inclusi i dati e le informazioni di cui all’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, gli enti e, per il tramite degli enti medesimi, i soggetti individuati ai sensi dell’articolo 52, comma 5, lettera b), del decreto legislativo n. 446 del 1997 e dell’articolo 1, comma 691, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, ai quali gli enti creditori hanno affidato il servizio di riscossione delle proprie entrate...".

Meglio? Insomma. Cerchiamo di sostiuire qualche ulteriore riferimento normativo: "al fine di facilitare le attività di riscossione degli enti [locali creditori], si applicano le disposizioni seguenti in materia di accesso ai dati: a) ai fini della riscossione, anche coattiva, gli enti e, per il tramite degli enti medesimi, i soggetti individuati ai sensi dell’articolo 52, comma 5, lettera b), del decreto legislativo n. 446 del 1997 e dell’articolo 1, comma 691, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, ai quali gli enti creditori hanno affidato il servizio di riscossione delle proprie entrate sono autorizzati ad accedere gratuitamente alle informazioni relative ai debitori presenti nell’Anagrafe tributaria, ivi inclusi i seguenti dati: i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con banche, posta e altri intermediari finanziari qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l'esistenza dei rapporti e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi; i dati anagrafici dei titolari e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi...".

Già è un po' più chiaro. Finiamo la via crucis (salto qualche passaggio per non tediare troppo il lettore): "al fine di facilitare le attività di riscossione degli enti [locali creditori], si applicano le disposizioni seguenti in materia di accesso ai dati: a) ai fini della riscossione, anche coattiva, gli enti [locali creditori] e, per il tramite degli enti medesimi, le aziende speciali e le società pubblico-private a prevalente capitale pubblico locale ..., ai quali gli enti creditori hanno affidato il servizio di riscossione delle proprie entrate, sono autorizzati ad accedere gratuitamente alle informazioni relative ai debitori presenti nell’Anagrafe tributaria, ivi inclusi i seguenti dati: i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con banche, posta e altri intermediari finanziari qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l'esistenza dei rapporti e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi; i dati anagrafici dei titolari e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi...".

Riscriviamo tutto in italiano: "per rendere più facile la riscossione coattiva dei tributi non pagati dai contribuenti, i Comuni e le Regioni - nonché le società concessionarie del servizio di riscossione - sono autorizzati, senza limitazioni né soggettive né procedurali, ad accedere all'anagrafe tributaria, ivi compresi i dati relativi ai conti correnti e a tutte le movimentazioni finanziarie di cittadini e imprese". Così lo capiscono tutti: in teoria, non ci sarà impiegato regionale o comunale che non possa, più o meno legittimamente, farci i conti in tasca.

Chiaro perché il governo va mandato velocissimamente a casa?

mercoledì 15 luglio 2020

Autostrade for dummies

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza sulla questione Autostrade, in modo da uscire dal teatro delle dichiarazioni roboanti (con i 5 stelle che - per iperbole - hanno oscurato non soltanto il PD, ma anche veri e propri pesi massimi dell'autocompiacimento come Conte e Renzi) per limitarsi ai fatti come almeno appaiono oggi.

Aspi (sigla di Autostrade per l'Italia S.p.A.) è la società concessionaria autostradale - quella cioè che ha sottoscritto la Convenzione col Ministero - ed è controllata all’88,06% da Atlantia, holding industriale con varie partecipazioni, quotata in borsa, di cui i Benetton posseggono - tramite una loro ulteriore sub-holding - il 30,25%. Il restante capitale di Aspi è detenuto dal fondo cinese Silk Road (5,00%) e da una controllata di Allianz (6,94%).


Quanto ad Atlantia, invece, gli altri soci forti sono un fondo sovrano di Singapore (8,3%), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,9%) e due partner finanziari (Lazard e HSBC, entrambi con quote attorno al 5%.


L’accordo col governo prevede un aumento di capitale di Aspi tale per cui Cassa Depositi e Prestiti (CDP) avrà circa il 33% di Aspi stessa. In questo modo Atlantia scenderà prima a circa il 59% di Aspi e poi, cedendo a investitori istituzionali - per lo più ancora lo Stato, a quel che par di capire: Fondo F2i, o Poste - un'ulteriore quota del 22%, si attesterà a circa il 37% (di conseguenza, la famiglia Benetton avrà, in via mediata, l'11% di Autostrade). “In questo modo la famiglia Benetton non potrà più eleggere un membro in C.d.A.”, come dicono i giornali, è ovviamente una sciocchezza finché Atlantia resterà come tale in Aspi. Solo quando le azioni di Aspi di proprietà di Atlantia – tramite scissione della holding contestuale alla quotazione in borsa di Autostrade – saranno attribuite direttamente agli attuali azionisti di quest’ultima, allora i Benetton usciranno dalla stanza dei bottoni (ma, a seconda delle condizioni politiche future, non mi stupirebbe di vederli rientrare dalla finestra di un patto di sindacato).

L'accordo prevede anche alcuni punti ulteriori, che potremmo definire di blanda giustizia sociale:
  • i proventi dell’operazione di scissione o di vendita delle azioni di Aspi non saranno utilizzati da Atlantia per pagare dividendi ai propri azionisti (in che termini sia strutturata la clausola, e per quanto tempo valga, non mi è dato sapere);
  • misure compensative per il crollo del ponte di Genova, a esclusivo carico di Aspi (e non di Atlantia), per complessivi 3,4 miliardi di euro;
  • la modifica della convenzione unica tra Aspi e Ministero, al fine di adeguarla a quanto previsto nel Decreto Milleproroghe (riduzione delle tariffe, revoca più facile, ecc.).
Ciò premesso, considerando l'indebitamento di Aspi (8.392 miliardi di euro, tra debiti verso le banche e bond a medio e lungo termine), l’aumento di capitale di CDP, più che come revoca della concessione, mi pare che assuma i contorni di un salvataggio di una impresa che, anche a causa lock-down, è in grave (ancorché temporanea) tensione finanziaria. Se poi questo salvataggio vada a favore dei lavoratori e dei creditori (banche e fondi, per intendersi), oppure anche (o soprattutto) a favore di Atlantia, dipende dal prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni. Ad oggi, si parla di un valore post-money di Aspi di circa 9 miliardi, con un incasso, pertanto, per Atlantia di circa 2 miliardi di euro, nonché l'accollo integrale in capo ai nuovi soci del debito di Autostrade (ivi compresi i 5 miliardi garantiti da Atlantia).

Uscire da un crollo epocale e 43 morti con 600 milioni di Euro, il 10% di Autostrade e tanti problemucci legali in meno, mi pare un buon affare. Quello che è chiaro fin da ora è che, sia come sia, lo Stato pagha soldi freschi per gestire ciò che sarebbe già suo e che, tanto per cominciare, Atlantia ieri ha aumentato di un quarto il proprio valore (facendo felici sia i propri azionisti, Benetton compresi, sia eventuali speculatori, più o meno informati ovviamente).

mercoledì 3 giugno 2020

Le Fondazioni di origine bancaria: un dibattito surreale

Fondazione Cariplo
I Signori delle città, di Alessandro di Nunzio e Diego Gandolfo, è un libro profondamente sbagliato. Dispiace, perché il punto di partenza è assolutamente corretto: i patrimoni delle fondazioni di origine bancaria (f.o.b.) sono patrimoni pubblici e, pertanto, non possono essere amministrati con logiche strettamente private da singoli individui o da conventicole che si rinnovano continuamente per cooptazione. Purtroppo, se si può convenire con la diagnosi (al netto di un completo fraintendimento dei problemi del sistema bancario italiano, di alcuni non secondari cedimenti al grillismo degli stipendi d'oro, di qualche passaggio a oggettivo rischio querela), non si può assolutamente concordare con la cura proposta. Pensare di risolvere il problema della gestione delle f.o.b. con misure burocratiche, ad esempio sottoponendole al controllo dell'Anac è, prima che assolutamente inefficiente, soprattutto inutile, perché si limita ad assicurare una generica parità di trattamento nella gestione degli appalti o, in taluni casi (ma non nella maggior parte), della scelta dei beneficiari delle erogazioni. Ci sarebbe bisogno di ben altro.
Di cosa, dirò però alla fine di questo breve intervento.
Compagnia di San Paolo
È da un paio di mesi, infatti, che si sta sviluppando sulle f.o.b. un dibattito interessante, ancorché a tratti surreale. Tito Boeri e Luigi Guiso, in un articolo sulla Voce.info, hanno proposto alle fondazioni di impegnare la totalità del loro patrimonio "a garanzia per contrarre direttamente prestiti sul mercato... oppure come complemento alle garanzie offerte dallo stato per la concessione dei prestiti bancari", così da "finanziare realisticamente fino a 120 miliardi di investimenti per contribuire al salvataggio del tessuto economico, sociale e sanitario del paese". Le fondazioni bancarie, in questo modo, ovvierebbero al tradimento della loro missione, poiché - nate per svolgere attività di utilità sociale - hanno in realtà svolto ruoli centrali nella governance delle banche. Chi non voglia accedere alla tesi dell'incomprensione, da parte di professori di chiara fama, della differenza fra provvista e scopi erogativi, potrebbe forse più convenientemente concludere che il senso profondo del ragionamento degli autori dell'articoletto stia nell'ovvia circostanza che, laddove le f.o.b. fallissero, certamente cesserebbero di avere interessenze nelle banche. Uno dei loro tanti corifei, spesso distintosi in passato per solerzia nella distruzione della coscienza democratica del popolo italiano, su Repubblica, si è spinto oltre, parlando di una "natura pubblicistica è rafforzata dai meccanismi di designazione dei vertici, in larga misura prerogativa degli enti locali".
A Boeri & co. (cui non è chiaro che la costituzione di un fondo come quello proposto cozzerebbe contro le principali norme della Legge Ciampi: art. 3, c. 2, e art. 5, c. 1, D. Lgs. n. 153 del 1999) ha risposto "a rime baciate" il molto presidente e poco emerito Guzzetti prima lo scorso 18 maggio in una lunga intervista, quindi in un ulteriore intervento ancora su Repubblica: "il risultato di una tale operazione è distruggere i patrimonio delle f.o.b.", di cui "verrà meno la ragione di esistere". Quanto alla tesi "pubblicistica" di Rizzo, ulteriore levata di scudi, con tanto di richiamo alla sciagurata sentenza n. 301 della Corte Costituzionale ("persone giuridiche private, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale"), e fine dei giochi.
Fondazione Mps
Ecco, a chi scrive il dibattito fra Rizzo e Guzzetti pare il frutto di speculari (e forse interessati) fraintendimenti. Dire che "il patrimonio [delle f.o.b.] non appartiene alla collettività, intendendo che si tratti di un patrimonio pubblico, ma ai cittadini... dei territori di elezioni" delle diverse fondazioni non solo presuppone una visione anacronistica dello Stato come soggetto terzo rispetto ai cittadini (e non come ordinamento giuridico all'interno del quale quei cittadini operano, per sé considerati oppure ordinati in altri ordinamenti, variamente collegati a quello statuale), ma soprattutto denota un arroccamento nei particolarismi contrario non solo allo spirito, ma anche alla norma (art. 2, art. 5) della nostra Carta Costituzionale. Ugualmente, dire che gli organi delle f.o.b. sono nominati dalle amministrazioni locali è segno di una certa ignoranza, tanto più sorprendente in chi ha costruito le sue fortune sull'allontanamento della politica da qualsiasi ambito della società.
Torniamo allora al punto di partenza.
La cura per le f.o.b. non è un'altra circolare Anac che stabilisca qualche soglia per gli appalti gestiti dalle fondazioni, come se davvero il problema della loro gestione sia qualche favore spartitorio, la cura vera sta proprio in quello che Rizzo pensa che già esista e che invece manca, cioè l'inserimento delle fondazioni di origine bancaria entro il circuito democratico attraverso un collegamento standardizzato fra organi di amministrazione degli enti e luoghi di formazione dell'indirizzo politico (in senso molto ampio). Il punto non è l'appalto per le pulizie della sede o per la ristrutturazione del palazzo storico, né può essere la loro devoluzione una tantum a favore del sistema imprenditoriale; il punto è un controllo popolare degli indirizzi strategici di lungo periodo. Né le sentenze scritte dal prof. Zagrebelsky - in quel periodo di antiberlusconismo militante - paiono insuperabili rispetto a una legge ben scritta, che riveda completamente il volto di questo enti così spesso deturpati. Se poi fosse necessario abolire l'art. 118, c. 4, Cost., nessuno se ne darebbe pena.

giovedì 28 maggio 2020

Due parole due sul Recovery Fund e sulla sua pericolosità

Due parole sul Recovery Fund (anche detto, nel linguaggio aulico della Commissione, Next Generation EU, quadro generale entro cui si situa una costellazione di misure in cui la "parte del leone" è demandata alla Recovery and Resilience Facility, circa 560 miliardi di prestiti e contributi a fondo perduto, così perduto che devono essere rigorosamente rendicontati e comunque in cambio delle solite riforme secondo il consueto sistema del Semestre europeo).
Non voglio entrare né nei "numeri" né nelle tecnicalità della proposta della Commissione. Per comprendere quanto sia conveniente basta ascoltare Borghi, o leggere gli articoli di Liturri o almeno i tweet di Zanni, che ne hanno parlato prima e meglio di come potrei fare io. Una considerazione, tuttavia, la vorrei comunque aggiungere.
Il Recovery and Resilience Facility (RRF) si differenzia dalla proposta Borghi & Bagnai (emissioni di titoli di Stato nazionali acquistati dalla BCE) o da quella Tabellini & Giavazzi (emissione di Eurobond, eventualmente perpetui, acquistati dalla BCE) perché comporta un finanziamento sul mercato e, dunque, una restituzione dei fondi agli investitori ancorché con scadenze molto lunghe. Pertano impone, logicamente, un'espansione del bilancio della UE sia tramite entrate proprie ulteriori (leggi: nuove tasse europee) sia tramite incremento dei trasferimento dagli Stati membri (che, a loro volta, imporranno nuove tasse nazionali per coprire la spesa).
(Classifica dei Paesi beneficiari del RRF)
Cosa significa questo? Significa imboccare la strada per una sempre maggiore armonizzazione di uno dei pochissimi settori ancora a competenza nazionale, cioè quello fiscale; significa, in altri termini, una ulteriore cessione di sovranità in un campo cruciale tanto quanto il governo della moneta (con cui è insolubilmente legato: ask Karlsruhe, ultima tappa di una linea interpretativa del diritto ben analizzata, per esempio, da Chessa). Et pour cause, visto che da un lato il meccanismo potrebbe comportare un parziale trasferimento di fondi da un Paese membro ad altri.
Ora, questa ulteriore cessione di sovranità si tradurrà in una ancor più pressante compressione dello spazio (anche giuridico) per politiche nazionali non si dice keynesiane, ma quantomeno anticicliche, con effetti probabilmente più profondi e certamente più duraturi di quelli che si avrebbero avuti con una adesione al MES, senza (presumibilmente) alcun vantaggio neppure dal punto di vista di una riduzione dei casi di dumping fiscale presenti nella UE (le sconce trattative sui rebates mi paiono un indizio assai chiaro, in effetti).
Timeo Danaos et dona ferentes. Speriamo che le poche voci libere di questo Paese non facciano la fine di Laocoonte. Speriamo che l'Italia non faccia, definitivamente, la fine di Troia.