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martedì 13 ottobre 2020

Acqua salata


Ricorderete i referendum “sull’acqua pubblica” del 2011
, in cui gli italiani votarono compattamente per l’abrogazione di alcune disposizioni che imponevano sia la privatizzazione della gestione del servizio idrico o comunque la sua gestione mediante società pubblico-private con capitale privato non inferiore al 40%, sia che il calcolo delle tariffe all’utenza tenesse conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Ad oggi la situazione in Toscana è però totalmente diversa da quella che ci si aspetterebbe, e chissà cosa ne penseranno i grillini del nuovo corso filo-piddino. Publiacqua – che gestisce il servizio in provincia di Firenze, Prato, Pistoia e parzialmente Arezzo – è partecipata al 40% da Acque Blu Fiorentine, detenuta a sua volta, per il 75%, da Acea. Acea, come è noto, è la multiutility di Roma, che ne detiene metà capitale, mentre il 30% è di proprietà di Suez (i.e. francese) e di Caltagirone, mentre la restante parte è in mano ai risparmiatori. Acquedotto del Fiora – attiva nelle province di Siena e Grosseto – è partecipata al 40% da Ombrone S.p.A., il cui principale azionista è, di nuovo, Acea. In provincia di Arezzo, dove agisce Nuove Acque, il socio privato (al 46%), che si chiama Intesa Aretina e che fu per un breve periodo alla ribalta delle cronache per aver finanziato una Leopolda, è controllato sia da Acea (tanto per cambiare) – che ha comprato da Iren, che si è disimpegnata in Toscana – sia direttamente da Suez. Poi c’è Acque S.p.A., a Pisa, Empoli, in Val d’Elsa, in cui il socio privato ABAB ha il 45%. Sorprendentemente, i soci di ABAB sono Acea Spa, Suez Italia Spa, Vianini Lavori e CTC (che è pure dentro Acque Blu).

Fa eccezione Gaia, che serve Massa e Lucca, interamente pubblica, mentre per quanto riguarda Publiacqua i Consigli comunali di Firenze e Prato hanno disdetti il patto parasociale con Acea, primo passo (pare) verso la gestione nuovamente pubblica delle reti idriche comunque dopo il 2024, anno in cui scade l’attuale concessione. Sì, perché mentre ci stracciamo le vesti per le proroghe a favore dei pericolosissimi gestori di bagnetti marittimi, qui abbiamo una concessione a Acquedotto del Fiora che scade nel 2032 e una a Nuove Acque che scade nel 2028. Per dire.


Non bastando tutto questo, con l’approvazione dei bilanci 2019 si è scoperchiato il vaso di Pandora. Nuove Acque ha distribuito ai soci 2.800.000 euro su un utile di 6.645.785 euro (cioè il 42% del totale), di cui 1.292.480 ai soci privati; Acquedotto del Fiora ha distribuito una cifra più modesta (e congrua, direi), 2.000.000 di euro su un utile di 13.657.744 euro (14,6%); Acque S.p.A., invece, a quel che mi risulta, non ha (ancora) distribuito alcunché per decisione del Comune di Pisa, a guida leghista, scatenando le ire del sindaco di San Giuliano, ovviamente piddino, che ipotizzava un dividendo complessivo di 5.800.000 euro. Poi però è intervenuto l'ormai mitologico comunicaro stampa di Publiacqua: "assecondando le richieste dei 45 comuni soci, le cui casse sono state pesantemente penalizzate dall'emergenza coronavirus, la società ha distribuito ai suoi azionisti - compreso il socio privato Acea che detiene il 40% - tutti i 37 milioni di euro di utile conseguito nel 2019". In pratica, per fare un piacere ai comuni del medio Valdarno, 14.911.510 euro pagati da cittadina toscani hanno preso la strada di Roma o di Parigi. Veramente un grande risultato. Ma non basta: la distribuzione è subordinata al rilascio di un finanziamento bancario di pari importo a una società che ha già un indebitamento verso le banche di circa 140 milioni di euro. Dove finiranno, e a carico di chi, i connessi oneri finanziari lascio immaginare.

Ora, è evidente che l’utile di un gestore del servizio idrico, per la parte non reinvestita nella attività, rappresenta una forma di “imposizione” nei confronti dei cittadini sotto forma di “tariffa troppo elevata”, ma se da un lato questa “imposizione” (per la quota parte di dividendi pagati ai Comuni) perde il connotato di “tassa” per assumere quello di “imposta” afferente comunque alla fiscalità generale dell’ente territoriale (sia pure con distorsioni per gestori che agiscono non solo in ambito sovra-comunale, ma addirittura ultra-provinciale), dall'altro essa (per la quota parte di dividendi pagati ai soci privati o comunque estranei al territitorio di riferimento) diviene una forma di remunerazione del capitale (o, meglio, una rendita di posizione monopolistica) difficilmente compatibile col risultato del referendum ricordato all’inizio.

Concludo con un'ultima considerazione che attiene all'incapacità toscana (in controtendenza con quanto successo in Emilia Romagna, Lombardia, Lazio) di creare una propria multi-utility veramente efficiente. La società ideale già esiste, Estra S.p.A., che però non è ancora andata oltre i proclami ("Estra si candida[va] a gestire anche acqua e rifiuti" già l'11 luglio 2018 sul Sole24Ore ed era "a disposizione per gestire il servizio idrico" anche il 22 marzo 2019). Su questo sarebbe necessario lavorare in modo approfondito e a 360 gradi, a partire dalla governance di Estra.

domenica 13 settembre 2020

Col favore delle tenebre

Abbiate la pazienza di seguire fino in fondo.

L'art. 17-bis, introdotto nel D.L. n. 76 del 2020 (il c.d. "semplificazioni") dalla relativa legge di conversione, stabilisce che, "al fine di semplificare il processo di riscossione degli enti locali, all’articolo 1, comma 791, lettera a), della legge 27 dicembre 2019, n. 160, dopo le parole: “nell’Anagrafe tributaria” sono inserite le seguenti: «ivi inclusi i dati e le informazioni di cui all’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605»”.

Chiaro e semplificante, no? Forse no. Proviamo a leggerlo andando a recuperare il comma 791 dell'unico articolo della finanziaria 2020: "al fine di facilitare le attività di riscossione degli enti [locali], si applicano le disposizioni seguenti in materia di accesso ai dati: a) ai fini della riscossione, anche coattiva, sono autorizzati ad accedere gratuitamente alle informazioni relative ai debitori presenti nell’Anagrafe tributaria, ivi inclusi i dati e le informazioni di cui all’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, gli enti e, per il tramite degli enti medesimi, i soggetti individuati ai sensi dell’articolo 52, comma 5, lettera b), del decreto legislativo n. 446 del 1997 e dell’articolo 1, comma 691, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, ai quali gli enti creditori hanno affidato il servizio di riscossione delle proprie entrate...".

Meglio? Insomma. Cerchiamo di sostiuire qualche ulteriore riferimento normativo: "al fine di facilitare le attività di riscossione degli enti [locali creditori], si applicano le disposizioni seguenti in materia di accesso ai dati: a) ai fini della riscossione, anche coattiva, gli enti e, per il tramite degli enti medesimi, i soggetti individuati ai sensi dell’articolo 52, comma 5, lettera b), del decreto legislativo n. 446 del 1997 e dell’articolo 1, comma 691, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, ai quali gli enti creditori hanno affidato il servizio di riscossione delle proprie entrate sono autorizzati ad accedere gratuitamente alle informazioni relative ai debitori presenti nell’Anagrafe tributaria, ivi inclusi i seguenti dati: i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con banche, posta e altri intermediari finanziari qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l'esistenza dei rapporti e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi; i dati anagrafici dei titolari e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi...".

Già è un po' più chiaro. Finiamo la via crucis (salto qualche passaggio per non tediare troppo il lettore): "al fine di facilitare le attività di riscossione degli enti [locali creditori], si applicano le disposizioni seguenti in materia di accesso ai dati: a) ai fini della riscossione, anche coattiva, gli enti [locali creditori] e, per il tramite degli enti medesimi, le aziende speciali e le società pubblico-private a prevalente capitale pubblico locale ..., ai quali gli enti creditori hanno affidato il servizio di riscossione delle proprie entrate, sono autorizzati ad accedere gratuitamente alle informazioni relative ai debitori presenti nell’Anagrafe tributaria, ivi inclusi i seguenti dati: i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con banche, posta e altri intermediari finanziari qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l'esistenza dei rapporti e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi; i dati anagrafici dei titolari e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi...".

Riscriviamo tutto in italiano: "per rendere più facile la riscossione coattiva dei tributi non pagati dai contribuenti, i Comuni e le Regioni - nonché le società concessionarie del servizio di riscossione - sono autorizzati, senza limitazioni né soggettive né procedurali, ad accedere all'anagrafe tributaria, ivi compresi i dati relativi ai conti correnti e a tutte le movimentazioni finanziarie di cittadini e imprese". Così lo capiscono tutti: in teoria, non ci sarà impiegato regionale o comunale che non possa, più o meno legittimamente, farci i conti in tasca.

Chiaro perché il governo va mandato velocissimamente a casa?

mercoledì 15 luglio 2020

Autostrade for dummies

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza sulla questione Autostrade, in modo da uscire dal teatro delle dichiarazioni roboanti (con i 5 stelle che - per iperbole - hanno oscurato non soltanto il PD, ma anche veri e propri pesi massimi dell'autocompiacimento come Conte e Renzi) per limitarsi ai fatti come almeno appaiono oggi.

Aspi (sigla di Autostrade per l'Italia S.p.A.) è la società concessionaria autostradale - quella cioè che ha sottoscritto la Convenzione col Ministero - ed è controllata all’88,06% da Atlantia, holding industriale con varie partecipazioni, quotata in borsa, di cui i Benetton posseggono - tramite una loro ulteriore sub-holding - il 30,25%. Il restante capitale di Aspi è detenuto dal fondo cinese Silk Road (5,00%) e da una controllata di Allianz (6,94%).


Quanto ad Atlantia, invece, gli altri soci forti sono un fondo sovrano di Singapore (8,3%), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,9%) e due partner finanziari (Lazard e HSBC, entrambi con quote attorno al 5%.


L’accordo col governo prevede un aumento di capitale di Aspi tale per cui Cassa Depositi e Prestiti (CDP) avrà circa il 33% di Aspi stessa. In questo modo Atlantia scenderà prima a circa il 59% di Aspi e poi, cedendo a investitori istituzionali - per lo più ancora lo Stato, a quel che par di capire: Fondo F2i, o Poste - un'ulteriore quota del 22%, si attesterà a circa il 37% (di conseguenza, la famiglia Benetton avrà, in via mediata, l'11% di Autostrade). “In questo modo la famiglia Benetton non potrà più eleggere un membro in C.d.A.”, come dicono i giornali, è ovviamente una sciocchezza finché Atlantia resterà come tale in Aspi. Solo quando le azioni di Aspi di proprietà di Atlantia – tramite scissione della holding contestuale alla quotazione in borsa di Autostrade – saranno attribuite direttamente agli attuali azionisti di quest’ultima, allora i Benetton usciranno dalla stanza dei bottoni (ma, a seconda delle condizioni politiche future, non mi stupirebbe di vederli rientrare dalla finestra di un patto di sindacato).

L'accordo prevede anche alcuni punti ulteriori, che potremmo definire di blanda giustizia sociale:
  • i proventi dell’operazione di scissione o di vendita delle azioni di Aspi non saranno utilizzati da Atlantia per pagare dividendi ai propri azionisti (in che termini sia strutturata la clausola, e per quanto tempo valga, non mi è dato sapere);
  • misure compensative per il crollo del ponte di Genova, a esclusivo carico di Aspi (e non di Atlantia), per complessivi 3,4 miliardi di euro;
  • la modifica della convenzione unica tra Aspi e Ministero, al fine di adeguarla a quanto previsto nel Decreto Milleproroghe (riduzione delle tariffe, revoca più facile, ecc.).
Ciò premesso, considerando l'indebitamento di Aspi (8.392 miliardi di euro, tra debiti verso le banche e bond a medio e lungo termine), l’aumento di capitale di CDP, più che come revoca della concessione, mi pare che assuma i contorni di un salvataggio di una impresa che, anche a causa lock-down, è in grave (ancorché temporanea) tensione finanziaria. Se poi questo salvataggio vada a favore dei lavoratori e dei creditori (banche e fondi, per intendersi), oppure anche (o soprattutto) a favore di Atlantia, dipende dal prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni. Ad oggi, si parla di un valore post-money di Aspi di circa 9 miliardi, con un incasso, pertanto, per Atlantia di circa 2 miliardi di euro, nonché l'accollo integrale in capo ai nuovi soci del debito di Autostrade (ivi compresi i 5 miliardi garantiti da Atlantia).

Uscire da un crollo epocale e 43 morti con 600 milioni di Euro, il 10% di Autostrade e tanti problemucci legali in meno, mi pare un buon affare. Quello che è chiaro fin da ora è che, sia come sia, lo Stato pagha soldi freschi per gestire ciò che sarebbe già suo e che, tanto per cominciare, Atlantia ieri ha aumentato di un quarto il proprio valore (facendo felici sia i propri azionisti, Benetton compresi, sia eventuali speculatori, più o meno informati ovviamente).

mercoledì 3 giugno 2020

Le Fondazioni di origine bancaria: un dibattito surreale

Fondazione Cariplo
I Signori delle città, di Alessandro di Nunzio e Diego Gandolfo, è un libro profondamente sbagliato. Dispiace, perché il punto di partenza è assolutamente corretto: i patrimoni delle fondazioni di origine bancaria (f.o.b.) sono patrimoni pubblici e, pertanto, non possono essere amministrati con logiche strettamente private da singoli individui o da conventicole che si rinnovano continuamente per cooptazione. Purtroppo, se si può convenire con la diagnosi (al netto di un completo fraintendimento dei problemi del sistema bancario italiano, di alcuni non secondari cedimenti al grillismo degli stipendi d'oro, di qualche passaggio a oggettivo rischio querela), non si può assolutamente concordare con la cura proposta. Pensare di risolvere il problema della gestione delle f.o.b. con misure burocratiche, ad esempio sottoponendole al controllo dell'Anac è, prima che assolutamente inefficiente, soprattutto inutile, perché si limita ad assicurare una generica parità di trattamento nella gestione degli appalti o, in taluni casi (ma non nella maggior parte), della scelta dei beneficiari delle erogazioni. Ci sarebbe bisogno di ben altro.
Di cosa, dirò però alla fine di questo breve intervento.
Compagnia di San Paolo
È da un paio di mesi, infatti, che si sta sviluppando sulle f.o.b. un dibattito interessante, ancorché a tratti surreale. Tito Boeri e Luigi Guiso, in un articolo sulla Voce.info, hanno proposto alle fondazioni di impegnare la totalità del loro patrimonio "a garanzia per contrarre direttamente prestiti sul mercato... oppure come complemento alle garanzie offerte dallo stato per la concessione dei prestiti bancari", così da "finanziare realisticamente fino a 120 miliardi di investimenti per contribuire al salvataggio del tessuto economico, sociale e sanitario del paese". Le fondazioni bancarie, in questo modo, ovvierebbero al tradimento della loro missione, poiché - nate per svolgere attività di utilità sociale - hanno in realtà svolto ruoli centrali nella governance delle banche. Chi non voglia accedere alla tesi dell'incomprensione, da parte di professori di chiara fama, della differenza fra provvista e scopi erogativi, potrebbe forse più convenientemente concludere che il senso profondo del ragionamento degli autori dell'articoletto stia nell'ovvia circostanza che, laddove le f.o.b. fallissero, certamente cesserebbero di avere interessenze nelle banche. Uno dei loro tanti corifei, spesso distintosi in passato per solerzia nella distruzione della coscienza democratica del popolo italiano, su Repubblica, si è spinto oltre, parlando di una "natura pubblicistica è rafforzata dai meccanismi di designazione dei vertici, in larga misura prerogativa degli enti locali".
A Boeri & co. (cui non è chiaro che la costituzione di un fondo come quello proposto cozzerebbe contro le principali norme della Legge Ciampi: art. 3, c. 2, e art. 5, c. 1, D. Lgs. n. 153 del 1999) ha risposto "a rime baciate" il molto presidente e poco emerito Guzzetti prima lo scorso 18 maggio in una lunga intervista, quindi in un ulteriore intervento ancora su Repubblica: "il risultato di una tale operazione è distruggere i patrimonio delle f.o.b.", di cui "verrà meno la ragione di esistere". Quanto alla tesi "pubblicistica" di Rizzo, ulteriore levata di scudi, con tanto di richiamo alla sciagurata sentenza n. 301 della Corte Costituzionale ("persone giuridiche private, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale"), e fine dei giochi.
Fondazione Mps
Ecco, a chi scrive il dibattito fra Rizzo e Guzzetti pare il frutto di speculari (e forse interessati) fraintendimenti. Dire che "il patrimonio [delle f.o.b.] non appartiene alla collettività, intendendo che si tratti di un patrimonio pubblico, ma ai cittadini... dei territori di elezioni" delle diverse fondazioni non solo presuppone una visione anacronistica dello Stato come soggetto terzo rispetto ai cittadini (e non come ordinamento giuridico all'interno del quale quei cittadini operano, per sé considerati oppure ordinati in altri ordinamenti, variamente collegati a quello statuale), ma soprattutto denota un arroccamento nei particolarismi contrario non solo allo spirito, ma anche alla norma (art. 2, art. 5) della nostra Carta Costituzionale. Ugualmente, dire che gli organi delle f.o.b. sono nominati dalle amministrazioni locali è segno di una certa ignoranza, tanto più sorprendente in chi ha costruito le sue fortune sull'allontanamento della politica da qualsiasi ambito della società.
Torniamo allora al punto di partenza.
La cura per le f.o.b. non è un'altra circolare Anac che stabilisca qualche soglia per gli appalti gestiti dalle fondazioni, come se davvero il problema della loro gestione sia qualche favore spartitorio, la cura vera sta proprio in quello che Rizzo pensa che già esista e che invece manca, cioè l'inserimento delle fondazioni di origine bancaria entro il circuito democratico attraverso un collegamento standardizzato fra organi di amministrazione degli enti e luoghi di formazione dell'indirizzo politico (in senso molto ampio). Il punto non è l'appalto per le pulizie della sede o per la ristrutturazione del palazzo storico, né può essere la loro devoluzione una tantum a favore del sistema imprenditoriale; il punto è un controllo popolare degli indirizzi strategici di lungo periodo. Né le sentenze scritte dal prof. Zagrebelsky - in quel periodo di antiberlusconismo militante - paiono insuperabili rispetto a una legge ben scritta, che riveda completamente il volto di questo enti così spesso deturpati. Se poi fosse necessario abolire l'art. 118, c. 4, Cost., nessuno se ne darebbe pena.

giovedì 28 maggio 2020

Due parole due sul Recovery Fund e sulla sua pericolosità

Due parole sul Recovery Fund (anche detto, nel linguaggio aulico della Commissione, Next Generation EU, quadro generale entro cui si situa una costellazione di misure in cui la "parte del leone" è demandata alla Recovery and Resilience Facility, circa 560 miliardi di prestiti e contributi a fondo perduto, così perduto che devono essere rigorosamente rendicontati e comunque in cambio delle solite riforme secondo il consueto sistema del Semestre europeo).
Non voglio entrare né nei "numeri" né nelle tecnicalità della proposta della Commissione. Per comprendere quanto sia conveniente basta ascoltare Borghi, o leggere gli articoli di Liturri o almeno i tweet di Zanni, che ne hanno parlato prima e meglio di come potrei fare io. Una considerazione, tuttavia, la vorrei comunque aggiungere.
Il Recovery and Resilience Facility (RRF) si differenzia dalla proposta Borghi & Bagnai (emissioni di titoli di Stato nazionali acquistati dalla BCE) o da quella Tabellini & Giavazzi (emissione di Eurobond, eventualmente perpetui, acquistati dalla BCE) perché comporta un finanziamento sul mercato e, dunque, una restituzione dei fondi agli investitori ancorché con scadenze molto lunghe. Pertano impone, logicamente, un'espansione del bilancio della UE sia tramite entrate proprie ulteriori (leggi: nuove tasse europee) sia tramite incremento dei trasferimento dagli Stati membri (che, a loro volta, imporranno nuove tasse nazionali per coprire la spesa).
(Classifica dei Paesi beneficiari del RRF)
Cosa significa questo? Significa imboccare la strada per una sempre maggiore armonizzazione di uno dei pochissimi settori ancora a competenza nazionale, cioè quello fiscale; significa, in altri termini, una ulteriore cessione di sovranità in un campo cruciale tanto quanto il governo della moneta (con cui è insolubilmente legato: ask Karlsruhe, ultima tappa di una linea interpretativa del diritto ben analizzata, per esempio, da Chessa). Et pour cause, visto che da un lato il meccanismo potrebbe comportare un parziale trasferimento di fondi da un Paese membro ad altri.
Ora, questa ulteriore cessione di sovranità si tradurrà in una ancor più pressante compressione dello spazio (anche giuridico) per politiche nazionali non si dice keynesiane, ma quantomeno anticicliche, con effetti probabilmente più profondi e certamente più duraturi di quelli che si avrebbero avuti con una adesione al MES, senza (presumibilmente) alcun vantaggio neppure dal punto di vista di una riduzione dei casi di dumping fiscale presenti nella UE (le sconce trattative sui rebates mi paiono un indizio assai chiaro, in effetti).
Timeo Danaos et dona ferentes. Speriamo che le poche voci libere di questo Paese non facciano la fine di Laocoonte. Speriamo che l'Italia non faccia, definitivamente, la fine di Troia.

martedì 5 maggio 2020

Sulla pronuncia della Corte Costituzionale tedesca - post espresso

"The ECB Governing Council’s Decision of 4 March 2015 (EU) 2015/774 and the subsequent Decisions (EU) 2015/2101, (EU) 2015/2464, (EU) 2016/702 and (EU) 2017/100 must be qualified as ultra vires acts, despite the CJEU’s judgment to the contrary, [because] ... the Federal Constitutional Court must respect the decision of the CJEU, even when it adopts a view against which weighty arguments could be made, [only] as long as the CJEU applies recognised methodological principles and the decision it renders is not arbitrary from an objective perspective".
"La decisione del Consiglio direttivo della BCE del 4 marzo 2015 (UE) 2015/774 e le successive decisioni (UE) 2015/2101, (UE) 2015/2464, (UE) 2016/702 e (UE) 2017/100 devono essere qualificate come atti viziati da eccesso di potere, nonostante la sentenza contraria della CGUE, [in considerazione del fatto che] ... la Corte costituzionale federale deve rispettare la decisione della CGUE, anche quando adotta un'opinione contro la quale potrebbero essere sollevati argomenti pesanti, [soltanto] a condizione che la CGUE si applichi principi metodologici riconosciuti e la decisione che prende non sia arbitraria da una prospettiva oggettiva".

In altri termini, il PSPP sarebbe in contrasto (non con, o non soltanto con, l'ordinamento tedesco, bensì in primo luogo) con il diritto dell'Unione Europea. Immerso in un mare di parole, mi pare questo l'unico punto veramente dirimente della pronuncia della Corte di Karlsruhe, perché di fatto apre una ferita profonda non tanto rispetto al principio dell'indipendenza della BCE, almeno formalmente salvaguardato, quanto piuttosto rispetto al ruolo che tradizionalmente è stato attribuito alla Corte di Giustizia UE nel quadro dell'architettura dei Trattati.

Per restare all'ambito italiano, già C. Cost. n. 113 del 1985 riconosceva alle sentenze interpretative della CGCE (ivi comprese quelle rese in sede di procedura di infrazione: cfr. C. Cost., n. 389 del 1989), il rango di fonte di diritto, così che le statuizioni e i principi da esse ricavabili si sarebbero integrate con le singole norme interpretate o anche con l'ordinamento nel suo complesso, assumendo un significato cogente. Secondo Cass. pen. n. 13810 del 2008, il giudice nazionale "deve attenersi alla conclusione vincolante resa dalla Corte di Giustizia che ha il ruolo di qualificato interprete del diritto comunitario di cui definisce autoritariamente il significato con la conseguenza che una sentenza interpretativa di una norma si incorpora nella stessa e ne integra il precetto con immediata efficacia (v. per tutte sentenze Corte Cost. 13/1985, 389/1989, 168/1991; Cass. sez. 3, 1.7.1999 n. 9983, Valentini)". E ciò perché, "l'interpretazione del diritto comunitario della Corte di Giustizia ha efficacia vincolante per tutte le autorità (giurisdizionali o amministrative) degli Stati membri anche ultra partes".

È evidente che questo ruolo di unico inteprete del diritto dell'Unione è, nell'ottica della Corte di Giustizia, il riflesso della primauté del diritto europeo su quello interno (Simmenthal, 9 marzo 1978, C-106/77; F.lli Costanzo, 22 giugno 1989, C-103/88), ma il principio svolge un ruolo fondamentale anche nel quadro della teoria degli ordinamenti distinti ma coordinati (si veda la notissima C. Cost. n. 170 del 1984, sentenza La Pergola). Se viene meno l'idea che la CGUE sia l'unico custode della intepretazione dei Trattati - e chi scrive lo auspica - viene meno anche l'applicazione uniforme dei Trattati medesimi e, in ultimo, la stessa efficacia diretta delle norme dell'Unione nei diversi ordinamenti (secondo una linea sempre meno federalista e sempre più interstatale, si potrebbe aggiungere). Ben diversa (eppure con risultati assai più significativi, fino all'improvvida riforma Bonafede) era stata la strategia della Corte Costituzionale italiana nel caso Taricco, che per raggiungere il proprio scopo non si era scontrata direttamente con al CGUE, ma ne aveva provocato una seconda pronuncia interpretativa volta a "tarare" la precedente (resa su domanda del GUP di Cuneo: per la ricostruzione dei fatti cfr. questo articolo) sulle richieste dei giudici nazionali di maggiore conformità alla Costituzione Repubblicana.

Ma questo era diritto, quello tedesco politica. Non a caso un altro passaggio significativo del comunicato stampa tira in ballo il MES: "in particular, the PSPP could have the same effects as financial assistance instruments pursuant to Art. 12 et seq. ESM Treaty" ("in particolare, il PSPP potrebbe avere effetti analoghi a quelli degli sttumenti di assistenza finanziaria ai sensi degli artt. 12 ss. del Trattato MES, [ma senza le relative stringenti condizionalità]"). Non che all'Italia cambi molto, visto che da mesi è chiaro che al MES accederemo, in ogni caso; tuttavia lo scontro cieco e furioso fra Corti supreme potrebbe avere effetti molto diversi da quelli auspicati dai protagonisti, ed anche da quello che potrebbe apparire più probabile oggi.

venerdì 17 aprile 2020

La politica del gregge

Ora basta. Nel momento della necessità ci siamo stretti attorno alle Istituzioni, per aiutare - nei limiti del possibile - ospedali sull'orlo del collasso e medici cui lo Stato ha saputo dare grandi pacche sulle spalle, ma non camici e mascherine abbiamo accettato due mesi di quarantena. Ma ora, di fronte ad una sempre più penetrante compressione delle libertà costituzionali, di circolazione, di culto, di impresa, di parola, cui si aggiunge una progressiva estromissione del Parlamento dalla funzione legislativa ed una frantumazione di quella di indirizzo dal governo in una congerie di organismi extra ordinem, il più delle volte rivestiti di nomignoli stranieri, non si può più stare a guardare.
Non voglio ripercorrere qui tutte le forzature all'assetto costituzionale che questo esecutivo, spesso addirittura attraverso atti amministrativi, si è concesso a causa, o con l'occasione, dell'epidemia di Coronavirus, poiché c'è stato chi lo ha fatto prima e assai meglio di me (giudici costituzionali, giuristi, magistrati e avvocati); voglio soltanto rimarcare un punto che è, a mio avviso, particolarmente significativo, perché dà ragione del percorso che ha reso possibile questa deriva e rappresenta uno dei semi avvelenati che potrebbero ulteriormente germogliare in futuro: il rappprto fra libertà di circolazione di cui all'art. 16, Cost. (e, più in generale, libertà personale ex art. 13, Cost.) e tutela della salute (art. 32, Cost.).
In passato, infatti, la dottrina compatta ha riscontrato nell'art. 13, Cost. il primo (e non solo per posizione) dei diritti fondamentali della persona, e nell'art 16, Cost. una sua particolare declinazione, giungendo pertanto a limitare rigorosamente le accettabili "limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità". Secondo Mortati, "occorrono... delle precisazioni circa l'ambito da assegnare alla  norma: ciò che porta a distinguere le ipotesi di malattie lesive solo della sanità di chi ne è colpito da quelle relative a morbi infettivi o contagiosi. Se le prime non consentono interventi coattivi..., le seconde invece non potrebbero in nessun caso rimanere ad essi sottratti". Il che significa - tralasciando il richiamo fermo del costituente al necessario intervento giurisdizionale a tutela del singolo - che le limitazioni cui fa riferimento la Carta sono quelle che riguardano il singolo malato (o una comunità di malati) e non la generalità delle persone sane. Non a caso ormai da due mesi utilizziamo a sproposito il termine "quarantena" e ci prepariamo, nella più completa tranquillità pare, a vedere la nostra privacy travolta da un generalizzato braccialetto elettronico sottoforma di app.
Da dove deriva dunque questo cambio di rotta?
Evidentemente da quell'ingenuo scientismo positivistico che ha fatto facilmente breccia non solo nel senso comune, ma anche nell'elaborazione giuridica, secondo il quale le magnifiche sorti e progressive della medicina potrebbero (dovrebbero?) non solo ritardare quasi indefinitamente la morte (attraverso il farmaco), ma addirittura prevenire la malattia (attraverso la moderna pozione magica, somministrata sottoforma di vaccino).
Si tratta del ribaltamento dei valori proprio dell'ideologia vaccinale dell'immunità di gregge: lo Stato non ritiene più di dover tutelare le persone fragili, per esempio perché anziane, attraverso politiche attive saldamente ancorate ai diritti costituzionalmente garantiti (per dire, abbassando l'età per la pensione di vecchiaia, così da evitare agli ultrasessantenni di stare a continuo contatto con una grande quantità di persone), bensì conculcando le libertà (i diritti fondamentali!) dei sani, il gregge che - in quanto astrattamente passibile di malattia - è perciò stesso immediatamente considerato malato, ove non sia intervenuta a monte la panacea in una siringa. O anche solo conculcando i diritti fondamentali di chi si ritiene di voler proteggere: perché l'idea demente di obbligare a un'ulteriore quaratena forzosa gli ultrasettantenni stride in maniera sorprendente con il diritto (individuale) negativo alla salute.
Questo percorso è chiarissimo nella sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Lorenzin, secondo cui l'obbligatorietà dei trattamenti vaccinali (con le conseguenti sanzioni draconiane previste) è giustificato dalla "duplice garanzia, sul piano formale, della riserva di legge in materia di trattamenti sanitari imposti e, sul piano sostanziale, del rispetto in tutti i casi dei «limiti imposti dal rispetto della persona umana», a propria volta riflesso del fondamentale principio personalista (art. 2 Cost.)". Senonché l'argomento prova troppo, perché proprio il principio personalistico non permette di espandere il contenuto dei "doveri" oltre un limite tale che svuoterebbe i relativi "diritti" di "quella autonomia da cui traggono la loro caratteristica" (ancora Mortati).
Checché ne dica la Corte, non c'è alcun dovere a essere gregge. Forse è l'ora di tornare uomini.