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martedì 9 gennaio 2018

La nuova normalità europea, cioè la fine della democrazia

Per una volta torno all'antico e rispolvero il blog. Per certe quisquilie un po' pedanti, non mi pare il caso di imbrattare Il Format.
Nei mesi scorsi, a proposito dei poteri del governo Gentiloni, si è letto la qualunque: addirittura, si è visto un accademico, il prof. Bin (quando un professore diventa renziano, immediatamente dimentica qualsiasi senso della misura), scagliarsi addirittura contro un semplice quanto incomprensibile articolo del Fatto Quotidiano.
Niente di male, anche perché il timore sotteso a quelle polemiche - l'approvazione "a camere sciolte" dello ius soli - era evidentemente rivolto ad una circostanza assolutamente irrealizzabile. Di recente, però, la questione si è riproposta sotto un punto di vista più inquietante.


In sostanza, qualora il risultato elettorale non fosse chiaro, ma nel complesso non favorevole alle forze europeiste (in pratica, se ci fosse una vittoria del centrodestra con un ottimo risultato della Lega), l'establishment - auspice o complice il Presidente della Repubblica - potrebbe seriamente ripiegare sul tentativo di creare uno stallo alla formazione di un nuovo governo, lasciando così l'esecutivo in mano a Gentiloni.
Vale dunque la pena di fare un po' di chiarezza sulle norme rilevanti.

Primo: ai sensi dell'art. 61, Cost., "le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti" e "la prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni" (nel nostro caso, il 24 marzo). "Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti", le quali "possono essere convocate [anche] per la conversione dei decreti-legge" (art. 77, c. 2, Cost.). Dunque, le Camere - ancorché sciolte - fino a convocazione delle nuove agiscono in regime di prorogatio con poteri che, se non pieni salvo il limite di cui all'art. 85, c. 3, Cost. (tesi di Balladore Pallieri), neppure sono quelli della mera ordinaria amministrazione (Mortati), dovendosi piuttosto sposare una teoria intermedia, che faccia leva su un concetto ampio di tale "ordinaria amministrazione", oltre che sulle situazioni di "urgenza" (Paladin, Elia). Caso tipico: il riesame di leggi rinviate dal Capo dello Stato (si ricorda la vicenda che vide su fronti opposti il Parlamento del 1992 e l'allora Presidente Cossiga).

Secondo: anche il governo in carica al momento dello scioglimento delle Camere parrebbe restare in carica con poteri (sostanzialmente) pieni. Ad esempio, ai sensi delle stesse disposizioni costituzionali, può emanare decreti legge, mentre - secondo la prevalente dottrina - può chiedere alla Corte dei conti la "registrazione con riserva" (cosa per esempio preclusa a un governo sfiduciato). D'altronde, non si può pensare che non valga per il governo in carica al momento dello scioglimento delle Camere quel che vale per il governo in attesa di fiducia, i cui pieni poteri sono stati per esempio riconosciuti da Cons. Stato, 4 luglio 1956, n. 713 (per una analisi critica della questione, Paladin, Diritto costituzionale, Padova, 1995, 386 ss.). Proprio per ovviare a questa circostanza, vissuta in passato come un "inconveniente", è maturata la passi costituzionale per cui il Presidente del Consiglio, allo scioglimento delle Camere, debba presentarsi dimissionario al Presidente della Repubblica, che lo "invita a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti". Queste dimissioni sono ritenute da alcuni costituzionalisti opportune, da altri obbligatorie; nessuno, però, prende neppure in considerazione il caso che non vi siano (cfr. Mazzoni Honorati, Lezioni di diritto parlamentare, Torino, 1997, 82). Invece Gentiloni non si è dimesso, per cui il riferimento agli "affari correnti" è, nel suo caso, del tutto incongruo; la pienezza dei poteri, sia pure in eversione del sistema costituzionale come si è consolidato nel periodo repubblicano, mi pare difficilmente contestabile. Il che, ovviamente, non vieta che comunichi le dimissioni davanti alle nuove Camere appena riunite, secondo una prassi che parte della dottrina ritiene non solo corretta, ma addirittura costituzionalmente dovuta (Biscaretti di Ruffia).

Terzo: il prof. Bin dà un po' troppo per scontato che il governo già in carica si presenti alle Camere per la fiducia entro 10 giorni dalla loro convocazione, facendo interpretazione estensiva dell'art. 94, c. 3, Cost. (cosa comunque accaduta, per onore di verità, almeno una volta: nel 1948, col governo De Gasperi). Alla tesi di Bin si potrebbe infatti obiettare che: (i) in punto di diritto, la disposizione è in realtà pensata per i nuovi governi guidati da un presidente incaricato, non per un esecutivo preesistente, il quale - dunque - ha già ottenuto la fiducia, ancorché dalle precedenti Camere (si veda p.e. Pizzorusso, Sistema istituzionale del diritto pubblico italiano, Napoli, 1992, 213; la questione non è espressamente trattata neppure in Bin - Pitruzzella, Diritto costituzionale, Torino, 2003, 155); (ii) in punto di fatto, se è chiaro che il governo che non ottiene la fiducia debba dimettersi (arg. ex art. 94, c. 3), c'è incertezza tra i costituzionalisti sia sulla sanzione da comminare al governo che non si presenti nei termini alle Camere, sia su quale soggetto debba comminare questa sanzione (presumibilmente, proprio il Presidente della Repubblica che, nel caso di specie, potrebbe rimanere silente e inerte).

In conclusione. La "nuova normalità europea" - quella del Belgio, della Spagna, dell'Olanda, della Germania - potrebbe essere davvero importata anche in Italia. Un nuovo passo verso lo svuotamento di questo simulacro di democrazia: se nella legislatura appena terminata i partiti hanno appoggiato "governi del Presidente" al di fuori di un effettivo mandato popolare, nella prossima il mandato popolare (cioè il risultato elettorale) potrebbe semplicemente essere ignorato per un lungo lasso di tempo. Il risultato non potrebbe che essere un'ulteriore disaffezione degli elettori, con aumento continuo dell'astensione. Una ulteriore esternalità "positiva", cioè, per chi ritiene la democrazia "un rischio".

D'altronde, come chiosò Mario Draghi proprio alla vigilia delle elezioni di cinque anni fa, indipendente dal risultato resta attivo il "pilota automatico"...

domenica 11 dicembre 2016

Montepaschi, l'ESM e la patrimoniale che verrà

Mi ero ripromesso di non parlare più del Monte dei Paschi, non perché non ne abbia voglia, ma semplicemente perché - pensavo - tutto era già stato detto. Che la cessione delle sofferenze in blocco ad Atlante ed il conseguente aumento di capitale da 5 miliardi di Euro (il piano Viola o, meglio, il piano Dimon, per intendersi) fosse cosa impraticabile era chiaro a tutti. Che qualunque possibilità non di risolvere, ma quantomeno di puntellare la banca passasse dalla conversione in azioni dei subordinati, era ugualmente intuibile dalle persone di buona volontà.


Chi, poi, aveva qualche competenza specifica, poteva addirittura arrischiarsi a prevedere le modalità di massima di questa conversione, e - probabilmente - azzeccarci (al netto dello stupro delle norme Mifid e della violenza psicologica ai disgraziati bond-holder).


Però c'è una questione importante da puntualizzare. E cioè che la stessa consapevolezza era anche in alcuni membri del governo, il Ministro Padoan in primis, i quali avevano già pronto, quest'estate, il decreto che probabilmente licenzieranno nei prossimi giorni.
Scrive Dagospia: "a dare il colpo di grazie sulle aspettative di Piercarlo Padoan di arrivare a Palazzo Chigi ci ha pensato Mario Draghi. La scelta della Bce di non concedere ulteriore tempo all'aumento di capitale del Montepaschi diventa una colpa per il ministro dell’Economia. Sebbene lui abbia fatta soltanto il prestanome di Renzi. Nei corridoi di via XX settembre era nota a tutti l'idea del ministro di intervenire con il sostegno pubblico per Mps. Ma a stopparlo è sempre stato il premierino, che aveva stretto un patto di ferro con Jamie Dimon, CEO di JpMorgan, e con Claudio Costamagna che lo aveva accompagnato a Palazzo Chigi".
Il suddetto premierino, nel frattempo, concedeva interviste situazioniste tipo questa.
Ora, a mio avviso la domanda fondamentale è: perché?
Perché Renzi - che è diventato premier quando già Montepaschi aveva un significativo problema di sofferenze, problema che lui ha peraltro contribuire ad aggravare in modo molto significativo introducendo il bail-in nel nostro Paese e dando degli NPL delle quattro banche risolte a dicembre una valutazione particolarmente bassa - ha deciso di ignorare i messaggi chiari del suo più importante ministro economico, affidandosi invece a un piano di salvataggio che sicuramente non avrebbe salvato nessuno (escluso il conto economico di chi glielo proponeva)?
Ognuno ha la sua risposta e io non pretendo di avere la verità in tasca. Ma, secondo me, la soluzione sta nella tempistica. Il bubbone, guarda caso, esplode subito dopo il referendum.
E questo succede, a mio avviso, perché Mps avrebbe dovuto rappresentare, nella strategia renziana, il bastone per il "sì" alla sua orrenda riforma costituzionale. La solita, vecchia, arcinota tecnica della paura: dei mercati, del bail-in, dell'ignoto, di qualsiasi cosa diversa dalle rassicuranti parole del premier ripetute urbi et orbi da tutti i canali televisivi. Detto in altri termini: da anni Mps è moribondo; Renzi l'ha scientemente ucciso per sfruttare a fine elettorali il lutto dei parenti.
Mi pare sintomatico che, fallito il tentativo di sfruttare il terrore delle folle (come nel Regno Unito, come negli Stati Uniti), il PD ripieghi su un patetico e grottesco piano B, secondo il quale tutto sarebbe andato bene (per noi), se anche il referendum fosse andato bene (per loro).
Ma... se nel quadro di una strategia politica si individua un "bastone", è probabile che non troppo lontano vi sia anche una carota.
L'articolo sopra citato di Dagospia continua: "era noto a tutti che i conti italiani fossero fuori linea. Ma Padoan aveva messo sul piatto della bilancia il suo nome e la sua parola per garantire che, una volta passato (e vinto) il referendum, il governo avrebbe introdotto i correttivi necessari durante l’esame della manovra al Senato. Renzi, però, ha pensato bene di dimettersi... Il risultato che la Commissione sta interpretando come il ministro dell’Economia non sia più in grado di rispettare la parola data. Per fair-play hanno chiesto che le correzioni dei conti pubblici su deficit e debito vengano prese entro marzo...".
Non so se è chiaro.
La legge di bilancio approvata da Renzi era uno specchietto per le allodole e le mancette elettorali erano destinate a sparire. Fortunatamente, l'aggravarsi del quadro politico e le dimissioni del premier hanno portato all'approvazione del testo così com'era, senza tante modifiche (peggiorative).
Come al solito, il ragazzo di Rignano aveva promesso senza voler, programmaticamente, mantenere; ed è paradossale che, per fare il gioco delle tre carte, contasse di utilizzare la seconda lettura di quel Senato che, a parole, voleva abolire (il tutto, va da sé, per obbedire supinamente a quella UE che, a parole, voleva combattere).

Basterebbe questo.
Ma qualcosa ancora stona.
Possibile che, veramente, gli occhiuti commissari europei si limitino a un rimbrottino e che se ne riparli, forse, a marzo?
L'altro giorno, ci siamo svegliati con lo scoop della Stampa
poi smentito un po' da tutti, compresi l'ESM e il Ministero dell'Economia.
Per tutta la mattina, onestamente sono stato nel panico. L'unica cosa che, a mente fredda, obiettivamente stonava di tutta la storia, oltre alla clamorosa incompetenza economica del giornalista che aveva firmato l'articolo, era la cifra irrisoria richiesta all'ESM.
Quindici miliardi, meno dell'1% del PIL. Quindici miliardi...
Magicamente, nelle ore successive, questi numeri iniziano a ripresentarmisi, sempre più spesso. Il 5 dicembre sono uscite le "pagelle" dell'Eurogruppo (quelle a cui si riferiva Dagospia nell'articolo citato sopra).
Come al solito, all'Italia spetta un cicchetto: "siamo d'accordo con la valutazione della Commissione secondo cui il bilancio è a rischio di non conformità... Prendiamo atto che secondo l'ultima valutazione della Commissione, lo sforzo strutturale dell'Italia nel 2017, per quanto riguarda la politica fiscale, impatterà per -0,5% del PIL, mentre è richiesto + 0,6% del PIL... Su questa base, sarebbero necessarie significative misure aggiuntive. Notiamo anche che una valutazione ex post delle linee esecutive del bilancio, che comprendono i costi aggiuntivi legati alla crisi dei rifugiati, le misure di sicurezza e i costi derivanti dai recenti terremoti, potrebbe permettere all'Italia di avere una minore, ancorché comunque significativa, deviazione dal percorso di avvicinamento al suo obiettivo a medio termine. Invitiamo pertanto l'Italia ad adottare le misure necessarie onde garantire che il bilancio 2017 sia compatibile con le norme del Patto di Stabilità e Crescita di natura preventiva. Il livello elevato del debito in Italia rimane un motivo di preoccupazione. Ricordiamo l'impegno dell'Italia ad utilizzare, nel 2017, entrate impreviste o risparmi di spesa imprevisti e intensificare gli sforzi in tema di privatizzazioni per portare il rapporto debito/PIL lungo un percorso discendente...".
Da -0,5% a +0,6% fa poco più di un punto di PIL. Per l'appunto, 15 miliardi di Euro mal contati. Ecco, allora, che non può che nascere un dubbio, anzi una consapevolezza.

I soldi all'ESM non servono per salvare Mps. Anzi, il salvataggio di Mps, o di qualche altra banca, serve per mascherare la richiesta dell'Unione Europea non soltanto, come al solito, di procedere sul solco delle privatizzazioni (che certo non risolvono alcunché a livello di bilancio, né migliorano la vita delle persone, ma in compenso ingrassano le tasche di chi si assicura i business più redditizi... a proposito: ora il business più redditizio rimasto in Italia è la sanità, gestita per lo più dalle Regioni... fate voi i collegamenti), ma anche o di tagliare selvaggiamente lo Stato sociale (che è la stessa cosa che privatizzare, ma i burocrati europei hanno tempo anche per cercare sinonimi) e, soprattutto, di introdurre nuove tasse.
L'idea è, questa volta, di non dare la colpa all'Europa, né ai tedeschi, ma a quegli zotici di italiani che hanno votato "no" al referendum. 

Qui c'è già tutto il programma del Governo Gentiloni. Allentamento della tensione sulle banche (fino a Basilea IV, quando salteranno definitivamente in aria e con loro l'Euro), cessione di qualche altro gioiello di famiglia (tanto questo è l'uomo che ha ceduto il mare più pescoso di Italia alla Francia), inasprimento della tassazione sugli immobili (via nuovo catasto) e sulle successioni (con l'applauso dei liberal imbecilli), se non bastasse patrimoniale.

Poi, un Paese impoverito, stanco, impaurito, probabilmente preda di tensioni sociali esorbitanti, andrà a votare.