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mercoledì 16 maggio 2018

La notte di Siena, dove tutti i candidati sono neri

In un precedente intervento ho cercato di evidenziare come la giusta condanna alle politiche del PD senese e nazionale degli ultimi decenni non possa e non debba comportare né una subordinazione della politica a logiche neo-liberali (fuori la politica dalle banche o, addirittura, fuori la politica da tutti i meccanismi economici), né una distinzione manichea fra il "brutto" del passato ed il "bello" del futuro quale che esso sia, una specie di notte in cui tutti i gatti sono neri e, quindi, possono accordarsi in assoluta libertà, indipendentemente dai programmi.
Oggi mi sembra opportuno tornare in tema, sia per ribadire che la storia dell'ultimo ventennio di questo Paese dimostra la necessità di maggiore intervento pubblico, non di disimpegno degli Enti locali in base al principio (tutto liberista) della scarsità delle risorse; sia per mostrare certe cattive idee siano penetrate trasversalmente nelle dichiarazioni di tutti i candidati.
A partire dall'attuale Sindaco, il quale mena vanto soltanto del presunto risanamento del bilancio comunale, cioè del drenaggio di risorse dai privati cittadini a favore dell'ente pubblico (quando, invece, dovrebbe essere quest'ultimo ad arricchire i propri amministrati, quanto meno sotto forma di servizi dal valore superiore alle tasse esatte). Fino - spiace dirlo - al principale sfidante, il quale oggi, tra un bicchiere di birra Heineken e l'altro, ha dichiarato a mezzo stampa che la rinascita di Siena passerà dalle start-up e dal project financing.
Avete idea di cosa sia il project financing? E quale sia il suo sostrato ideologico? C'è chi lo ha spiegato molto bene; per chi avesse poco tempo, provvedo io a ricapitolare. In sostanza: l'Ente pubblico non ha le risorse per realizzare una infrastruttura che, dunque, è costruita da un soggetto privato previo finanziamento bancario. Il soggetto bancario rientra dell'investimento grazie ai flussi di cassa generati dalla gestione del servizi, lucra il proprio profitto e restituisce (con gli interessi) il finanziamento alla banca. La domanda sorge spontanea: "se la redditività attesa di un servizio è tale da indurre un operatore privato a investire, perché non dovrebbe a fortiori garantire la sostenibilità per il pubblico che non ci lucra? (...) Se in assenza di capitale iniziale le banche concedono credito all'operatore privato ritenendo l'attività finanziariamente sicura, perché non dovrebbero concederlo al pubblico per la stessa attività?".
La peculiarità del project financing è però quella per cui, se l'Ente pubblico chiaramente ci rimette, il cittadino ci rimette ancora di più. Poniamo il caso che il Comune di Siena voglia costruire una vera piscina (invece di ristrutturare quelle, orrende, esistenti, salvo farle nuovamente crollare appena inaugurate) e che il costo di 2.000.000 Euro. Se la costruzione viene pagata direttamente dall'Ente, questo potrebbe rientrare dell'investimento in 20 anni incassando dagli utenti 100.000 Euro all'anno; ma se la costruzione è affidata a un terzo, che prende un mutuo bancario di 1.000.000 di Euro al 5% e vuole lucrare un guadagno del 40% in 20 anni, il risultato è che i flussi di cassa annui (cioè le spese per gli utenti) arrivano a 170.000 Euro all'anno.
Lasciamo perdere il riferimento alle start-up, che rappresentano uno dei principali segnali semantici di mancanza di politica industriale.
Pensare di creare occupazione su un territorio non con azioni mirate e coordinate che creino un ambiente favorevole alla nascita di nuove imprese e alla crescita di quelle esistenti, a partire da un più facile accesso al credito, ad una sburocratizzazione delle procedure, ad una riduzione delle imposte, soprattutto quelle indirette, bensì rimettendosi al genio - necessariamente limitato - di questo o di quel giovane illuminato che, nel garage di casa propria, o anche in un piccolo laboratorio di TLS, pone le basi per una nuova Microsoft (o per una nuova Sanofi), significa avere un approccio microeconomico necessariamente destinato al fallimento.
Che, però, nell'ottica del politico, ha un vantaggio: scarica questo fallimento sulle spalle del giovane che non si è fatto da sé, che non ce l'ha fatta, presentato come un perdente e non, invece, come una persona che non è stata aiutata dallo Stato di cui è cittadino.
Non è importante cambiare partito. O fare l'analisi del curriculum di tutti i candidati, per vedere chi è più puro dei puri (in attesa di chi ti epura), Sarebbe più importante cambiare paradigma rispetto ad anni di politiche fallimentari del PD (per conto di Bruxelles).
Non pare questa, però, la strada intrapresa.

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