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mercoledì 19 aprile 2017

Geografia orwelliana

Orwell, almeno a quel che ricordo, aveva sì evidenziato come fosse funzionale al potere la sistematica mistificazione della realtà storica ("chi controlla il passato controlla il futuro", come ben sanno anche i giornalisti di oggidì), ma non mi risulta che si fosse mai spinto fino ad immaginare anche una sistematica mistificazione della geografia.
Che è quello che, invece, sta accadendo su tutti i media mainstream, MMS per gli amici.
In primo luogo, gli MMS hanno una particolare idiosincrasia per il concetto di Europa. Capisco che è difficile, perché al dato geografico si mescola quello antropologico e culturale. Ma, insomma, ci si può fare, sia pure con qualche diversità di opinione rispetto ai confini orientali (ricordo una mitologica discussione su Twitter, originata da una mia certa perplessità nel vedere il Gran Premio d'Europa svolgersi addirittura a Baku in Azerbaijan).
Invece, nel favoloso mondo MMS (assai diverso, invero, da quello di Amélie) i concetti geografici, politici ed economici si sovrappongono, finendo per rendere sinonimi termini i cui riferimento semantici sono invece del tutto differenti.

Così, leggendo un articolo di un qualsiasi quotidiano nazionale, si ha l'impressione che l'Europa corrisponda all'Unione Europea e che in questa Europa unita vi sia un'unica moneta, l'Euro.
Questa confusione porta, a volte, ad esprimere concetti imbarazzanti (che, peraltro, le Istituzioni comunitarie fanno di tutto per alimentare, tante volte ci dimenticasse che si tratta di pura propaganda: basti pensare a qual è l'URL del sito dell'UE).
L'adagio più noto è quella secondo cui l'Europa ci avrebbe dato settant'anni di pace (tanto da coniare per l'evento addirittura una moneta), come ben ricordano nei Balcani, ma anche in Ucraina, o in Azerbaijan ed Armenia (sì, proprio dove fanno il sullodato Gran Premio di Formula 1).
Ma non è da disprezzare neppure l'idea di Stati che, in quanto non aderenti all'Unione Europea, si vedrebbero privati dallo loro stessa appartenenza al nostro Continente (magari attraverso apertura di nuove faglie a mezzo fracking). Qui un esempio significativo.
(Se non fosse chiaro, si sta discettando del diritto di Svizzera e Inghilterra di partecipare al Campionato Europeo di calcio).
Ovviamente, certe idee bislacche, come trovano terreno fertile nelle discussioni da Bar Sport...
...così ricevono qualche lievissima obiezione ove il rigore scientifico sia leggermente superiore.
La questione prende poi un aspetto dadaista quando si passi a considerare l'equiparazione fra UE (di cui fanno parte 28 Paesi membri, dopo la Brexit 27) e UEM (di cui fanno parte quei 19 Paesi che hanno scelto come propria moneta l'Euro). Probabilmente molti uomini politici e molti giornalisti erano malati, il giorno che alle elementari hanno spiegato la teoria degli insiemi.
Può succedere allora che Repubblica pubblichi una lunga articolessa sul fatto che la Svezia, che fa parte dell'UE, cresce anche più della Germania (non detto di fondo: noi italiani abbiamo poco da lamentarci, dobbiamo fare più riforme, altro che!), scordandosi del tutto di citare il fatto che lì si usa ancora la Corona; o che Il Fatto Quotidiano ci additi il modello virtuoso della Polonia, che spende tutti i fondi comunitari disponibili (ovviamente, si sorvola sul fatto che lì il bilancio dello Stato gode di una crescita sostenuta, grazie sia ad una moneta autonoma, sia al dumping fiscale che ha reso la Polonia uno degli Stati di elezione delle aziende che vogliono delocalizzare, e comunque espone annualmente un deficit non lontano dal fatidico 3%).

L'accanimento selvaggio contro la geografia avviene però, d'elezione, quando il tema sono i flussi migratori. Con risultati sorprendenti.
Niente di nuovo, per carità, però fa impressione leggere di migranti salvati "nel Canale di Sicilia" a poche miglia marine da Sirte.
Per chi non lo avesse ancora visto, un utile riepilogo della questione si trova nell'interessantissimo video di Luca Donadel (da cui si ricava un ulteriore dato interessante, e cioè che i "salvataggi" avvengono non solo in Libia, il che è noto, ma tutti esattamente nel solito fazzoletto di mare, il che è meno noto, e fa pensare ad accordi piuttosto particolareggiati).
(Comunque c'è anche chi, messo alle strette, è più onesto.
Chiusa parentesi).
Ora, pare che l'ultima frontiera sia il Bangladesh, da cui arrivano sempre più spesso ingenti quantità di profughi.
In tema, penso che la cartina qui sotto basti e avanzi.


Ora, la domanda è: possibile che non ci sia uno, dico uno, che si sia posto il quesito di come mai questi, con quanto è grande il mondo, sentano il bisogno di venire proprio in Italia? Uno dei motivi potrebbe per esempio essere rappresentato dal fatto che, ormai da anni, gli forniamo anche l'apposita brochure informativa.
Ma, ripeto, la cosa che più mi lascia interdetto è che nessuno dei giornaloni si sia mai interessato a quali logiche stiano dietro una migrazione di oltre 7.000 chilometri (via terra, passando da Pakistan, Afghanistan, Iran e Iraq; ma immagino che in realtà il più delle volte i clandestini facciano la maggior parte del viaggio via mare).

Infine, vi è il capitolo "negazione della geografia", cioè delle specificità geografiche, tema che spesso degenera nei più improbabili #facciamocome.
Ad esempio, grazie alla rimozione forzata di nozioni di base sulla sismologia e sull'orogenesi europea, è possibile sentire politici, ma anche giornalisti, ritenere ingiuste regole speciali per l'Italia, afflitta dai terremoti, dal momento che è necessario che tutti gli Stati siano aiutati allo stesso modo in caso di calamità naturali (infatti oggi viene il terremoto in Umbria, domani in Lituania); oppure cianciare di reti ad alta velocità che in centro Europa si fanno in poco tempo e con poca spesa, mica come in Val di Susa (anche se poi...); oppure, ancora, non chiedersi quali possano essere i risultati della chiusura di piccole strutture ospedaliere o delle sedi distaccate dei tribunali; e così via.

Alla fine, come al solito, ha ragione Federica.

1 commento:

  1. Grazie, bel riepilogo della geografica creativa a cui stiamo assistendo.

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